mercoledì 18 febbraio 2015

Pops Staples, "Don't Lose This" [Suggestioni uditive]

Pops Staples,
Don't Lose This
(Anti Records, 2015)
★★★★















Se non fosse morto il 19 dicembre del 2000, Pops Staples sarebbe oggi un magnifico ometto centenario e avrebbe una marea di aneddoti da raccontare a una telecamera nel corso della conferenza stampa del suo quarto album solista, questo Don't Lose This che esce per la Anti Records. E' stato un grande maestro, uno dei primi a fuggire dalle piantagioni di cotone (ultimo di quattordici figli, era nato e cresciuto in una fattoria fuori Winona, Mississippi) per seguire gli insegnamenti di Robert Johnson, Charlie Patton e Son House. Ed è stato uno dei "padri fondatori" del soul, ottenuto miscelando blues e gospel
Solitamente, non mi convincono i dischi postumi, le canzoni "ritrovate" in un cassetto e gli album che "se fosse stato sempre vivo...": le ritengo operazioni commerciali di dubbio gusto, spesso mirate ad arricchire una o più famiglie o peggio ancora un singolo, potente e avido manager che ha solo avuto la fortuna di essersi circondato degli avvocati giusti. Chi conosce a grandi linee il destino riservato alla gigantesca quantità di nastri di Hendrix dopo il suo decesso, sa di cosa parlo. E neanche l'incantato mondo del Pop è alieno a simili nefandezze: basti pensare ai vergognosi Michael (2010) e Xscape (2014) prodotti, in comune accordo, dai familiari di Michael Jackson e dalla Epic. Ma nel caso di Don't Lose This il discorso si complica. Pare infatti che la figlia Mavis avesse ricevuto, al capezzale del padre, alcuni nastri incisi rudimentalmente da Pops nell'arco dell'anno precedente e che proprio lui si fosse raccomandato di <<Don't Lose This>>. Si trattava di dieci canzoni, prevalentemente blues e gospel, con le sole chitarra e voce. Da brava figlia e collega, Mavis Staples ha aspettato quasi quindici anni  prima di rendere pubbliche quelle registrazioni, che ha preferito ripulire e arricchire di nuovi strumenti e voci con l'aiuto di Jeff Tweedy (leader dei Wilco e co-produttore di Don't Lose This, oltre che vecchio amico di famiglia). Grande assente, nell'opera di sovraincisione, è stata Cleotha Staples, figlia maggiore di Pops morta nel 2013: ma in compenso, sia Mavis che Yvonne si sono date un gran da fare nel tirare fuori la voce giusta per i cori di Somebody Was Watching, Better Home e Friendship o nel costruire un suggestivo, toccante dialogo col padre nella sublime Sweet Home. Ci sarebbe da sventolare il cappello anche di fronte a quei piccoli ma impagabili "ritocchi" di rhytm guitar firmati da Jeff Tweedy, al solido lavoro di batteria del di lui figlio (neanche ventenne) Spencer e al bel piano Wurlitzer di Scott Ligon, pronto ad arrivare laddove la chitarra del patriarca Pops sembra cadere.
Non è un album allegro o frivolo, Don't Lose This. Evidentemente, il Pops di fine anni Novanta bramava un ritorno ad una certa essenzialità di matrice blues che fino a quel momento era rimasta abbastanza adombrata nella sua discontinua (tre soli dischi in oltre quarant'anni di fervente attività) carriera solista: basta ascoltare la sua ennesima versione di Nobody's Fault But Mine per rendersi conto di quanto il soul, l'R&B e perfino il funk fossero ingredienti ormai superati. Con questo non voglio certo dire che Jammed Together (1969), Peace In The Neighborood (1992) e Father Father (1994) fossero brutti dischi, ma nessuno di loro si avvicina, per intensità e qualità, a quest'opera postuma. La rilettura di un paio di classici degli Staple Singers (la già citata Better Home, ma soprattutto Will The Circle Be Unbroken) e le covers (spicca quella di Gotta Serve Somebody, picco creativo del Dylan cristiano rinato) fanno il resto e confermano Don't Lose This come la degna conclusione della parabola artistica di Pops Staples.

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