sabato 11 agosto 2018

Stelle cadenti [Extra]

Se l'anno iniziasse con la primavera e finisse con l'inverno, sarebbe quanto di più similare a una compiuta metafora della vita: la fregatura è che esiste l'estate, l'unica stagione che non va vissuta, ma sopravvissuta. Nello specifico, il periodo che va dalla notte di San Lorenzo alla fine del mese coincide con la fine di molti nostri sogni, ed è per questo che cerchiamo di non pensarci e occupiamo - quando possibile -il tempo libero con le ferie (che, al netto di tutto, altro non sono che uno strumento del marketing volto a farci spendere tre volte tanto quello che spenderemmo di normale per ottenere lo stesso servizio). 
Bene, io quest'anno non vado in ferie, perché non ne ho. Come se non bastasse, la C3, Ginetta, è inutilizzabile, io sono a piedi fin quando il mio meccanico di fiducia non rientrerà dalle vacanze e quella che, per otto anni, ho placidamente considerato l'amore della mia vita sembra aver scoperto di non sentirsela più di costruire nulla di serio con uno come me. Non è sicura, non è convinta, magari non è neanche capace di affrontare quella che, nell'obsoleto rito del matrimonio, definirebbero "la buona e la cattiva sorte". Ad ogni modo, è uscita dalla mia quotidianità con la vigliaccheria e la banalità di chi, col medesimo spirito, sceglie di andare un week-end in montagna salvo poi ricredersi, da ultimo, e ripiegare sul mare. 
Tuttavia, neanche tutta l'amarezza e la delusione del momento potranno minare l'idea che ho della notte di San Lorenzo, anche non è mai in realtà il 10 agosto il momento migliore per guardar cadere le stelle (quest'anno, addirittura, il picco di avvistamenti è previsto in ottobre). L'importanza che riveste questa notte è più filosofica che astronomica e si basa sul concetto stesso di desiderio: vedere una stella cadente dà pieno diritto a esprimere un desiderio. Che io ricordi, una sola volta mi è capitato di avvistarne una nella notte di San Lorenzo; era il 2005, quindi in piena fase Before the Deluge (tanto per scomodare Jackson Browne) e nel cuore misticheggiante di un'adolescenza ancora tutta da vivere. Eravamo nel giardino di casa di questa carissima amica, il cielo era limpido e pulito, un vento caldo attraversava l'erba del prato, mentre fra di noi circolava una bottiglia di Bacardi Carta Blanca (ossia quanto di più atroce l'industria etilica potesse offrire in un mondo ancora felicemente libero dalle casse automatiche dei supermercati dove l'acquisto viene interrotto e tu sei costretto a esibire un documento che attesti i tuoi diciotto anni). Mi venne naturale, in quell'innocuo stordimento,  fare come tutti, sdraiarmi e buttare un occhio alla volta celeste. Attesi un tempo indefinibile, senza però curarmi di cosa avrei potuto desiderare. Qualcuno, magari aspettando una pioggia di comete simili ai fuochi d'artificio, si stufò velocemente. Fu allora che vidi una scia luminosa fendere un pezzetto di cielo e senza pensarci, spontaneamente e a voce alta ma non altissima, dissi <<Vorrei una vita piena di poesia>>. E poteva un desiderio di una notte simile non avverarsi? Così è stato e alla stella di quella sera non ho nulla da recriminare.
Oggi chiederemmo un accumulo di cose (i più romantici, al limite, potrebbero desiderare un amore di ricambio, un'amante, una moglie, una famiglia), oltre a capire che le stelle cadenti tendono ormai a evocare problemi irrisolti e desideri non realizzati. In questo agosto dal cielo tropicale, l'aria è tutt'altro che tiepida, il cielo talmente nuvoloso da non lasciar intravedere manco la luna e nella Punto con cui sto rincasando funziona solo la radio (che non ho mai ascoltato e non vedo perché dovrei cominciare proprio stasera). Lo sguardo rimbalza fra la strada e il cielo, spengo la deleteria aria condizionata e abbasso i finestrini. Accantono la rabbia e i brutti pensieri, sicuro del fatto che, fin tanto si è vivi e si hanno progetti da realizzare, certe stelle cadenti non ci abbandonano.
A casa, ascolto in cuffia la più bella canzone mai scritta sull'argomento e vado a dormire.

Ho visto una stella cadente stanotte 
e ho pensato a te. 
Cercavi di entrare in un altro mondo, 
un mondo che non ho mai conosciuto. 
Mi sono sempre domandato 
se tu ce l'abbia fatta. 
Ho visto una stella cadente stanotte 
e ho pensato a te.

Ho visto una stella cadente stanotte 
e ho pensato a me,
se ero ancora lo stesso 
se sono mai diventato quello che volevi io fossi. 
Ho mancato il bersaglio oppure 
ho oltrepassato la linea 
che solo tu potevi vedere ? 
Ho visto una stella cadente stanotte 
e ho pensato a me.

Ascolta il motore, ascolta la campana.
Mentre l'ultimo veicolo dei pompieri dall'inferno 
passa velocemente, tutte le persone buone stanno pregando.
E' l'ultima tentazione, 
la resa dei conti, 
l'ultima volta che potrai sentire il sermone sulla montagna.
L'ultima radio sta suonando.

Ho visto una stella cadente stanotte 
scivolare via. 
Domani sarà un altro giorno. 
Suppongo sia troppo tardi per dirti le cose 
che avevi bisogno di sentirmi dire. 
Ho visto una stella cadente stanotte 
scivolare via.

venerdì 10 agosto 2018

Bob Dylan, "Live 1962-1966- Rare Performances from the Copyright Collection" [Suggestioni uditive]

Bob Dylan,
Live 1962-1966- Rare Performances from the Copyright Collection
(Columbia Records, 2018, 2 cd)



















L'amore incondizionato per Bob Dylan non mi interessa né mi è mai interessato. 
Sarà che a me Dylan piace e interessa fin quasi a rasentare l'ossessione, sarà che provo per la sua musica (una musica che, fortunatamente, mi accompagna da quasi metà della vita) un amore fortemente  e orgogliosamente condizionato, ma faccio fatica ad accettare una compilation indulgente e miserella come l'appena pubblicata Live 1962-1966
Nato come recupero "incrociato" fra una serie di cd pubblicati negli USA e spediti per posta a pochi fortunati (insomma, materiale prodotto a mo' del fanclub dei Beatles) e una compilation che la Sony aveva fatto uscire per il solo mercato giapponese anni addietro, questo doppio, anonimo e inutile disco è destinato a far compagnia ai vari Dylan (2007), The Best of Bob Dylan (2005), The Essential Bob Dylan (2000), ecc. Perciò, siamo sicuri che attorno a un musicista di questo livello vadano costruite, nel 2018, determinate iniziative discografiche? A cosa serve, in un'epoca dove assistiamo inermi perfino al tramonto del piacere dell'ascolto, mandare nei negozi un best of che già dalla grafica di copertina andrebbe associato agli scaffali di un Autogrill piuttosto che a un luogo dove si vendono dischi? Non saranno queste "rarità" (molte delle quali invero già note e qualcuna perfino compresa in molteplici capitoli della Bootleg Series) a mutare l'idea che molti hanno di Dylan, ma io tendo a premiare le uscite discografiche sempre e comunque mosse da un minimo di impeto artistico e non solo figlie di un morigerato ufficio stampa. C'è chi obbietterà che le compilation, però, nascono solo dal planning strategico di un'industria specifica, e a costoro- poveri di fantasia e corti di memoria -rispondo portando a esempio due grandiosi esempi di fine artigianato antologico dylaniano: Greatest Hits Vol. II e Biograph
Ecco, se proprio dobbiamo avanzare dei presunti meriti pedagogici, sforziamoci di ripartire da opere che rispondono a questi nomi e inviamo un pernacchione sonoro e abatantuoniano alla Columbia/Legacy, rea di un simile scempio.

sabato 4 agosto 2018

È casa ogni luogo laddove il cuore si acquieta [Extra]

Sono il primo a cui risulta difficile riuscire a intavolare un discorso sulla spiritualità in maniera laica e libera da ogni imbarazzo. Del resto, noi libertari e libertini (ma non liberali) nati a fine XX secolo e cresciuti agli albori del nuovo millennio ci affatichiamo sempre così tanto a prendere le distanze da tutto ciò che possa essere collegato alle nostre radici cattoliche che rischiamo, talvolta, di scadere in un materialismo arido e ottuso. Eppure, alcune sere fa, mi trovavo a casa da solo, il parentado era al mare e io avevo appena concluso la mia arrangiata e frugale cena del dopolavoro a base di acciughe, pane tostato e salsa verde. Una navigata veloce su Facebook- dove finisco sempre col guardare i soliti due profili, costatando che la mia bacheca integra, fondamentalmente, disagio e cultura -e uno zapping televisivo più inconcludente di un congresso di Liberi e Uguali mi hanno condotto fino ai limiti dei palinsesti nostrali. Dapprima, è toccato a Rai Storia, dove risulta ormai di gran moda prendere a calci i morti (ma allora, a quel punto, tanto varrebbe ripiegare su una puntata di The Walking Dead, no?). Approdato poi su Rete 4, ho spento tutto, provando però grande solidarietà verso tutti quei tecnici che settimanalmente devono reperire frotte di casalinghe che, con inequivocabile accento bergamasco, ripetono, di fronte alla telecamera, <<E' uno schifo!>>. Mi sono scaraventato in macchina, l'ho trovata ancora rovente per tutto il calore assorbito durante la giornata e ho attraversato quello che sembrava poco più di un paese fantasma. Ho visto alcune nuvole diradarsi e il cielo riempirsi di stelle, e poi ancora brutte automobili con brutte targhe appartenenti a brutte persone, brutte cose, brutte case, brutti abusi edilizi mancati e brutti negozi chiusi. Era davvero il Grande Spirito che si stava prendendo gioco di me, di noi con quel frizzante cielo stellato in netto contrasto con tutta la tristezza e la serietà della vita?
Ero talmente tanto sopraffatto da quello stato a cui concedi di penetrarti l'anima solo perché arreca conforto sperare che questa sofferenza costruirà il tuo futuro da non fare nemmeno più caso a cosa stesse passando, in quell'istante, lo stereo di Ginetta (la mia C3). Realizzato che si trattava delle battute finali e sfumate di Simple Man, ho alzato il volume lasciando spazio a That's the Way degli Zeppelin. Evidentemente, avevo lasciato ripartire l'iPod da dove era rimasto bloccato l'ultima volta (ossia sulla colonna sonora di Almost Famous). Ho lasciato Plant cantare sugli arcinoti tappeti di mandolini e dodici corde del III anche mentre sono sceso a fare rifornimento, ed è stato subito dopo aver rimesso in moto Ginetta che tutto ha coinciso, si è alimentato, confuso ed esaltato sulle note di Tiny Dancer. Mi è tornata in mente una cosa che avevo scritto in un biglietto di accompagnamento a una delle compilation che sono solito preparare per gli amici e le amiche più stretti alle porte delle festività natalizie: "certe canzoni sono una chiave antica, fuori dal tempo, aprono al volo e pure all'abisso, spalancano mondi splendidi ma pure illusori, con sopra un cielo e magari anche sotto, chissà". Ho ripensato a questo passaggio perché ho provato a immaginarmi il confronto con una Divinità più astratta e meno sarcastica di quella che, proprio stasera, aveva deciso di mettermi davanti a una limpida volta celeste in contrasto con le piccole tragedie quotidiane. Fino a un attimo prima, "con sopra un cielo e magari anche sotto, chissà" erano solo parole scritte più di sei mesi fa correndo sul filo della fantasia e dell'ispirazione, ma ora non più. "Il rock&roll, la musica dell'anima, il metallo, possiamo chiamarli con molti nomi, restano tanti innumerevoli ponti da gettare dentro di noi, adulti, adolescenti, bambini", proseguivo in quello stesso biglietto, mandato a un'amica che probabilmente avrà ascoltato non più di una, due volte il cd delle feste. Anche in quel cd avevo messo Tiny Dancer e mai avrei pensato che una sera di fine luglio la avrei ascoltata come stavo facendo adesso, ricollegandola sia all'uso (straordinario) che ne ha fatto Cameron Crowe nel suo film più bello sia alla mia esperienza privata. 
Parafrasando Nick Hornby (e non l'Hornby romanziere di Alta fedeltà, ma l'altro, quello improvvisatosi saggista nel meno conosciuto 31 canzoni), "sarò pure un depresso in preda al dramma esistenziale, o magari un idiota contento", eppure- cosa più importante -Tiny Dancer "dice esattamente come mi sento e chi sono, e questa in fin dei conti è una delle consolazioni dell'arte". Perchè tutti noi, reduci da una giornata pesante, meriteremmo una Penny Lane, una piccola ballerina in blue jeans che ci sieda accanto e ci aiuti a contare le luci sull'autostrada della vita, tenendo la testa reclinata sulla nostra spalla con un calore e un affetto che neanche pensavamo più di ritrovare su questa fredda terra, e che ci tranquillizzi facendoci sentire a casa. E quella casa, alla fine, è ovunque il nostro cuore possa sentirsi davvero felice, appagato e in pace. 

mercoledì 1 agosto 2018

"Ma chi è Neil Young?" [Extra]

Se non si ha cervello, non si pensa. Se non si ha il pisello, non si tromba. Chi nasce cretino, difficilmente muore genio.
Pausa.
Tiro un lungo respiro a cui però fa eco un colpo di tosse.
Prendo per buona questa serie di assunti, la faccio mia e medito su un'esternazione che giorni addietro mi è stata consegnata di seconda mano- dunque, ci tengo a sottolinearlo, non sono stato testimone diretto di uno dei quesiti killer del 2018 -e su cui sto tornando con una certa insistenza. Anzi, forse più che di "esternazione" sarebbe il caso di parlare di una vera e propria domanda, una di quelle che sai per certo che qualcuno al mondo elabora e pronuncia e tu puoi solo sperare di non trovarti, nello stesso momento, in quello stesso angolo di universo.
Nulla di troppo banale o indispensabile, per carità, eppure mi ha colpito molto sapere che gente di mezza età, presumibilmente istruita e con all'attivo una solida (o spacciata per tale) posizione professionale , si ritrovi a chiedersi, in tempi di informazioni che viaggiano alla velocità della luce, di gente coltissima e preparatissima grazie alle magie della rete, di un'umanità maggiormente consapevole rispetto al passato, di Wikipedia, di Spotify e di YouTube, <<Ma chi è Neil Young?>>. 
Sicuramente le stesse accuse potrebbero venire mosse a me circoscritte, fra l'altro, ad ambiti molto più seri e rispettabili, ma questo è il mio spazio, il mio blog e si dà il caso che il mio blog sia un porto di mare felice dove certi personaggi vengono presi (purtroppo, solo metaforicamente) a pesci in faccia. Lo so io, lo sanno i lettori e gli amici che visualizzano e leggono. E no, sul mio blog non trovano spazio né il rispetto né la comprensione verso chi ci tiene a risultare informatissimo sui fenomeni musicali più trendy del mese e sempre ben attento a mostrarsi (possibilmente fotografandosi) laddove ci sia il concerto più glamour, l'evento culturale più in. Non occorre prendere un aereo, starci otto ore, scendere e prendere un taxi fino a Manhattan per assistere a certi abomini: ormai non serve più neanche uscire di casa. Basta avere un computer ed essere registrati su un social network per capire quale e quanto pensata sarà la prossima mossa dell'uomo in.
Attenzione, però: il concetto di in in queste cose è oramai molto vacuo. Il selfie scattato sotto il palco della Pausini, ad esempio, non è in, ma un miscuglio di mainstream sposato al basso gusto nazional-popolare. Al contrario, è in mostrarsi strenui difensori dello sdoganamento indie delle ultime edizioni di X-Factor, è in rincorrere i consigli di voto dei membri de Lo Stato Sociale, è in mostrarsi sensibili e commossi di fronte al pianismo post-new age di Ludovico Einaudi e sposarne la sterile filosofia (Guccini, già nel 2000, diceva che da noi le religioni orientali "nascondono solo vuoti di pensiero", e aveva ragione, mi pare ovvio). Questa gente ha preso il posto di chi, negli anni Novanta, si appassionava ogni settimana alla musica di un nuovo stato del terzo mondo (e gli premeva talmente tanto farlo sapere agli altri suoi simili che, alla fine, certi bei dischi neanche se li sentiva) e ne ha preso il posto perché buona parte di quel pubblico o è morta, o è diventata sorda o sta facendo la fila coi figli a un concerto di quel Jovanotti che, prima della sbornia eco-chic e delle canzoni regalate a Walter Veltroni, neanche le stava troppo simpatico.
Sto perdendo il filo del discorso, perciò ripenso a quel <<Ma chi è Neil Young?>>. 
Mi tornano in mente un paio di situazioni in cui mi furono poste delle domande simili ed entrambe vedevano come protagonista la stessa persona, un ragazzo poco più grande di me e che, alla maturità, aveva rasentato il massimo del punteggio, insomma un primo della classe. Non che io sia uno ambizioso che va a caccia di voti, ma davvero certe cose dimostrano quanto la logica (e un po' anche la giustizia) spesso abbandoni la società in cui viviamo. Nel giro di poco tempo, riuscì a domandarmi chi fosse Che Guevara (gli risposi, serissimo, che era un famoso stilista cubano e che il suo prodotto più noto erano quelle magliette rosse col faccione bianconero e lui annuì, segno che le aveva presenti) e chi fosse John Lennon (che non è il mio beatle preferito, va bene, ma, cazzo, i nomi dei Beatles andrebbero saputi, anche solo per arrivare all'età adulta e affrontare un monologo di mezz'ora in cui spieghi che George da solista si rivelò superiore a Paul e John messi insieme, ecc.). Sono passati anni e questo tizio oggi, per me, è poco più di una presenza eterea che quattro, cinque giorni su trecentosessantacinque mi capita di incrociare lungo il cammino. Quasi sicuramente, anche lui non sa chi sia Neil Young, ma non è questo il punto.
No.
Il punto è: come mai sussiste quasi sempre una certa consequenzialità fra non capire una sega di musica e non capire una sega in generale?
Resto in attesa di risposte, possibilmente costruttive. Nel frattempo, alzo il volume fino a non sentire più il brusio del ventilatore e mi sento una persona piena di difetti ma sempre disposta a dare più amore di quanto ne riceverebbe e pure molto fortunata. E poi almeno io chi è Neil Young lo so.