martedì 3 dicembre 2019

Top 2019 Albums [Classifiche]

1) Crypt Trip, Haze County (Heavy Psych Sounds)
2) Tool, Fear Inoculum (RCA Records)
3) Nick Cave & The Bad Seeds, Ghosteen (Bad Seed Ltd)
4) Slipknot, We are not your kind (Roadrunner Records)
5) Tomb Mold, Planetary Clavroyance (The Last Disaster)
 6) The Allman Betts Band, Down to the river (BMG Records)
7) Bruce Hornsby, Absolute Zero (Zappo Productions)
8) Gatecreeper, Deserted (Relapse Records)
9) Strand of Oaks, Eraserland (Dead Oceans)
 
10) Khruangbin, Hasta el cielo (Night Time Stories)

Best EP.
Holy Hell, Foie Gras (Yellow Ear Records)

Best Jazz Album.
The Comet is Coming, Trust in the lifeforce of the deep (Impulse! Records)

Best Italian Album.
Vinicio Capossela, Ballate per uomini e bestie (Warner Music Italy)

Best Live Album.
Neil Young, Tuscaloosa (Reprise Records)

Best Retrospective Album.
Grateful Dead, Ready or Not (Rhino Records)

Best Box-Set.

Best Soundtrack.
AA.VV., The Irishman (Sony Music)

Best Music Movie.
Martin Scorsese, The Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story (Netflix)

Best Concert.
Nu Guinea, 29/8/19, Live Rock Festival, Acquaviva (SI).

lunedì 2 dicembre 2019

Un giorno di pioggia a New York [Recensione]


Sono passati quasi vent'anni da quando- avevo da poco iniziato la seconda media -andai a vedere La maledizione dello scorpione di Giada. Ne sono trascorsi quasi 14 da quando vidi Match Point, rimanendo folgorato da un film che sembrava pensato, scritto e diretto da un regista trentenne in fissa con Dostoevskij e il tennis. Fu una visione unica, totalizzante, un qualcosa che andò a finire dritta in quell'empireo cinematografico personale dove identificazione e ispirazione sono le uniche cose che contano. Da quella fredda sera di gennaio, sono tornato in sala puntualmente, ogni anno, a consumare il rito del "nuovo film di Woody Allen", che è sempre arrivato come neanche le tasse e la morte saprebbero fare. Qualche idea qua e là, in questi 14 anni, l'avrei pure intravista, un quartetto di buone pellicole- prevalentemente commedie -ha comunque fatto eco al capolavoro, ma il ritrito, il superfluo e i luoghi comuni hanno finito col prendere il sopravvento. Davvero ho concluso la visione di Un giorno di pioggia a New York domandandomi cosa sia rimasto oltre ai belli appartamenti, ai bei maglioni,alle belle atmosfere.

mercoledì 23 ottobre 2019

Neil Young & Crazy Horse, "Colorado" [Suggestioni uditive]

Neil Young & Crazy Horse,
Colorado
(Reprise Records, 2019)





















"In una società inferocita e polarizzata c'era chi veniva bloccato a causa delle proprie opinioni e perdeva follwer perché veniva percepito in modi che potevano essere inesatti" è una frase che ho letto ieri notte addentrandomi nella lettura di Bianco, il memoir con cui Bret Easton Ellis è tornato nelle librerie senza venir meno alla parola data dieci anni fa e riguardante la decisione di non occuparsi più di narrativa. Mi è tornata in mente stamani, mentre il file .flac di Colorado (39esimo album di Neil Young e 13esimo co-firmato coi Crazy Horse) veniva barbaramente trasferito da BitTorrent in iTunes passando dal mio hi-fi. Ho pensato ai fan scriteriati di Neil Young, a quelli che lo hanno difeso nelle sue disavventure discografiche coi Promise of the Real, a quelli che sono diventati o audiofili o ambientalisti (o entrambe le cose) perché lui gli ha suggerito il come e il perché, a quelli che dopo Special Deluxe (sebbene superiore a Il sogno di un hippie) non hanno più aperto un libro, e più in generale a tutti quelli che, dagli archivi alle novità, hanno sempre tirato fuori dalle tasche della propria dialettica paroloni, sproloqui e voti altissimi. Ho pensato a loro e le parole di Ellis mi sono venute a confortare: la community younghiana (pericolosamente simile a quella che gravita attorno al Boss) è un perfetto specchio del tipo di società descritta in Bianco. E Colorado (annunciato a inizio 2019 col titolo di Pink Moon) ha tutte le premesse per conquistare le attenzioni e l'amore della suddetta società: il ritorno coi Crazy Horse in studio dopo sette anni deve- per forza -lasciar presagire un capolavoro. Non uno Zuma, magari, ma un Ragged Glory degli anni Dieci per forza.
Corro il rischio di perdere follower (che non ho), ma vorrei sottolineare che- con o senza i Crazy Horse -Colorado non è un capolavoro, e forse non è nemmeno l'ottimo disco che l'uditorio meno talebano (al quale sento di essere iscritto) si aspettava. Che Neil Young, a gusto mio, abbia prodotto solo tre album meritevoli di questo nome dopo l'incantevole Prairie Wind (2005) è risaputo, ma gli ultimi anni sono stati davvero nefasti, con la piccola, strampalata eccezione di Peace Trail. La ruffiana armonica con cui Think of me apre l'album è puro e semplice fan-service per chi si porta nel cuore il Neil Young più morbido. She showed me love offre lo stesso servizio in veste elettrica ma con almeno tre aggravanti: una durata inconcepibile, il fatto che ogni tre minuti, sommerso sotto i consueti strati sovraincisi (che poi, va bene che Young è l'unico sordo che da anni si permette di pontificare sulla qualità del suono e viene perfino ascoltato, ma che senso avrà avuto andare in culo, sulle montagne rocciose, a incidere roba che alla fine suona come le stesse cose registrate in città o al ranch?) trovi spazio un giro di accordi identico ai classici dei Crazy Horse (e no, non siamo ai livelli della spiritosa autocitazione di Albuquerque contenuta in Tired Eyes), l'impressione che a suonare sia una cover-band (discreta, per carità) di Neil Young & Crazy Horse.
Qualche sparuto segnale di miglioramento, almeno nella musica, lo si percepisce in Olden Days, cantata un po' a cane, ma tant'è. Help me lose my mind ha un tiro un po' più convincente, ma- produzione a parte -siamo comunque sotto alla qualità di un brano qualsiasi contenuto in Life (1987). Con Green is blue realizzo una cosa che, negli ascolti successivi, si paleserà più che mai nella sua cruda e spietata concretezza: Colorado sarebbe potuto essere un buon disco di brani acustici e semi-acustici. Via i Crazy Horse, via l'onnipresente passaggio fa-la, via queste melodie trite e ritrite che rischiano di farci rivalutare i peggiori momenti di Living with War (quindi tre quarti abbondanti del dischetto anti-Bush datato 2004).
Risentendola stamani come parte integrante del disco, Milky Way l'ho trovata invecchiata male, peggiorata, superflua, stupidamente lunga. Eternity è divertente, simpatica, scanzonata: ma cosa ci fa, appunto, in un disco come Colorado? Volete mettere con ricopiare Behind that locked door di George Harrison allungandola di ventisei secondi e ribattezzandola Rainbow of colors?
I Do. I Do è un capitolo a sé. Oltre a consolidare la teoria del mancato, ottimo album acustico, è l'unica grandissima canzone pervenuta nel canzoniere younghiano degli ultimi anni. Un colpo di coda che non risana né salva niente (del resto, cosa vuol salvare uno che per scelta registra, incide e pubblica indistintamente qualsiasi cosa, comprese forse le scuregge notturne di Daryl Hannah?), ma che ascolteremo volentieri nei prossimi mesi, quando di Colorado avremo già dimenticato anche la copertina.

giovedì 29 agosto 2019

Tool, "Fear Inocolum" [Suggestioni uditive]

Tool,
Fear Inocolum
(RCA Records, 2019)



















Sin dal loro apparire sulle scene, i Tool rappresentarono una sorta di stella polare del progressive, anche se nel Belpaese, fino al 2006, il loro nome sembrava ricorrere solo fra i palati più raffinati. Dalle mie parti, in un sottobosco prog-metallaro dove i Dream Theater ci avevano metaforicamente abbandonati con la prima di una lunga serie di delusioni (Octavarium) e all'orizzonte si stagliava perlopiù una concorrenza mediocre, una cerchia di ierofanti iniziò a far circolare copie di roba chiamata UndertowÆnima o Lateralus, cd pieni fino all'orlo degli ottanta minuti, musica che andava sentita in almeno sette od otto per poterla comprendere e i cui artwork geometrici, complessi ed esasperati, venivano fotocopiati a colori dal tabaccaio all'angolo. Quando Luna mi fece ascoltare nelle cuffiette Lateralus- era un'ora di attività alternativa -non capii, o meglio: percepii comunque qualcosa di perversamente fascinoso in questi pezzi, ma non potevo approfondirla camminando nel cortile di scuola con un tramezzino al tonno sullo stomaco. 
In ogni caso, era il periodo di carnevale, che nel mio quartiere significava (e significa ancora oggi) strade chiuse, vecchi trattori New Holland a cui venivano attaccati carri bestiame ricolmi di bambini e casse monitor solitamente adibite al liscio che sparavano fuori ritmi latini. Uno spettacolo grottesco  e deprimente che tuttavia The Grudge riuscì a spazzare via, coprendone ogni rumore superfluo, ambientale e artificiale, e mostrandomi per quasi un'ora e mezza un luogo che poteva essere solo un miraggio, completamente fuori dalla mia portata, un mondo dove era assente qualsiasi possibilità di esistere. Recuperai i precedenti Undertow Ænima, ma Lateralus non smetteva di apparirmi come un disco perfetto nel suo genere (e non solo). Circa tre mesi dopo, uscì 10.000 Days, che acquistai in una confezione che, da sola, lasciava prendere piede al dibattito. Mi aspettavo e cercavo la continuità del discorso di una band che non era interessata a barricarsi dietro drum-kit a forma di castello delle fiabe o a mostrarsi smaniosa di raccontare melodrammi spalmati su cinque o sei concept-album e così fu: 10.000 Days era soltanto il frutto del lavoro di un gruppo di musicisti avidi di conoscenze, colti, esploratori di nuovi suoni e molto altro ancora. Eppure parte della critica, pur riconoscendogli determinati meriti, rimase fredda e si iniziò a parlarne come di un "ottimo disco di passaggio" tra due periodi della carriera dei Tool: il primo era quello che aveva preso il via col capolavoro del 2001, e fin lì tutto bene, ma il secondo? Banalmente, il secondo periodo della carriera dei Tool è ora, adesso, in questo balordo 2019, e chi non è in grado di cogliere l'importanza di tutto questo merita solo di ricevere in dono, alla prima occasione, un paio di orecchie nuove in grado di spalancare le ulteriori porte di cui i Tool e pochi altri custodiscono le chiavi. 
Non dovrebbe essere difficile immaginare che dopo un silenzio di tredici anni una nuova uscita discografica rappresenti, per un gruppo, un evento importante e pure rischioso. In tal senso, lascio a chi legge il compito di immaginarsi cosa significhi, per una band già non molto propensa alla notorietà e del tutto disinteressata alle dinamiche dello star-system, tornare a proiettarsi sul panorama discografico senza minimamente preoccuparsi di ciò che è accaduto "là fuori" alla musica in quasi tre lustri. Di inutili e spesso stupide battute sulla pigrizia artistica ne ho già sentite a bizzeffe riferite a Chinese Democracy e ormai sono vaccinato. Mi limito a far notare che quando un gruppo di artisti si costruisce un mito solido nella storia della musica con le idee con cui se lo sono costruiti i Tool, cinque dischi in trent'anni sono più che sufficienti. Inoltre, i Tool non sono mai scomparsi dai radar: magari senza annunci né clamori, al cambiare del decennio hanno continuato la loro carriera concertistica con brillanti risultati mettendo a congelare qualsiasi iniziativa di natura discografica, video, cinematografica e uscendo di rado con comunicazioni pubbliche (dall'annuncio ai Grammy del 2008 in cui dissero che erano da poco rientrati in studio a un breve comunicato del 2012 dove veniva riportato che un fantomatico quinto disco fosse più o meno a metà della lavorazione, si è dovuto attendere il 2015 per poter udire- solo in concerto e in una versione perennemente metamorfica -Descending) ma restando sempre disponibili a dialogare col loro  fedele pubblico.
Fear Inoculum è l'album più atteso e- superfluo aggiungerlo -ambizioso del panorama musicale contemporaneo. Contiene sette canzoni, tanto lunghe quanto belle: canzoni aliene, fantascientifiche, diverse, oblique, nelle melodie e negli arrangiamenti. Dopo una campagna di pre-order da 38,90€, la confezione "fisica" del disco viene provocatoriamente venduta alla bellezza di 80€ in un boxset che di Fear Inoculum rappresenterà lo stampo fumante, industriale, metallurgico, evolutivo. 
Lo scorso 7 agosto, la title-track ha scalato le classifiche digitali di tutto il mondo e ha stuzzicato tutti, soprattutto quella frangia di pubblico che non ce l'aveva fatta ad accaparrarsi i biglietti per il concerto di Firenze (prima data dei Tool nel nostro paese dal 2 settembre 2007). Dura dieci minuti, un record per un singolo nell'era di Spotify, ed non è certo avido di momenti di fascino. Una melodia sospesa e sfuggente, che si modifica ed evolve senza improvvisazioni o inutili orpelli; elementi che evocano il passato della band, ma al tempo appaiono inequivocabilmente nuovi. Echi che vanno e vengono dai confini nebbiosi dell'arrangiamento, rafforzati da tutta la fiumana di video caricati dai fans ansiogeni, dalle versioni mixate, ripulite e immesse su YouTube di Invincible e Descending e dal puro e crudo valore dell'attesa. 
Fear Inoculum spalanca le porte a una restante ora e dieci che coglierebbe impreparato chiunque, oltre ad annichilire un morto, a spiazzare il più cinico degli ascoltatori, ad affascinare un veterano collezionista e probabilmente, allo stesso tempo, un poppante che non ha mai ascoltato un pezzo con chitarra, basso e batteria.
Da subito ci si rende conto che l'ascolto di Culling Voices, Pneuma e 7empest evoca l'altro. Spiegare, raccontare quelle che con fatica sono definibili "canzoni" dovrebbe essere il compito di ogni buon critico, ma qui si può soltanto prestare orecchie e anima ad ascoltare. Non occorre fare altro.
Concludo riappropriandomi velocemente di alcune parole che ho espresso su Facebook per condensare Fear Inoculum cercando di prescindere dalla sua natura di clamoroso caso discografico: assolve al compito ultimo delle opere d'arte, riuscendo a far vacillare- nel 2019 della tuttologia globale -le preordinate convinzioni di chiunque. In particolare di chi fomenta giudizi agili su cose che non si conoscono.

domenica 18 agosto 2019

Tommaso Paradiso sarete voi! [Extra]

Un paio di anni fa, mi persi in una discussione con una conoscente. Nulla di serio, per carità, ma mi impressionò la protervia con cui imponeva- non senza una certa sboccataggine espressiva e lessicale -un determinato messaggio: nella sua visione delle cose, infatti, la musichetta innocua di Tommaso Paradiso doveva per forza parlare a tutti noi poveri disgraziati nati fra le radiazioni di Chernobyl e le macerie del Muro di Berlino. Per gente della nostra età, diceva lei, non amare le canzoni dei Thegiornalisti, non rivedersi nei loro testi da scuola media e nella loro iconografia demenziale (e già di per sé assolutamente non bisognosa di parodie successive), era fisiologicamente impossibile. Non accettò le mie critiche personali (effettivamente severe) né le mie osservazioni (invero ben meno personali e il più oggettive possibile) riguardanti il lato lirico e musicale e chiuse qualsiasi opportunità di dialogo con un bel <<Fai come ti pare, tanto Tommaso Paradiso siamo tutti noi!>>. Tenete presente che in tempi non sospetti ho sentito pontificare la stessa persona su come una sedicente "generazione hipster", purtroppo, non fosse riuscita a cambiare il mondo pur avendone avuto l'occasione e sono stato pure costretto ad ascoltare come mai Bob Dylan dal vivo "non fosse poi 'sta gran cosa". Ecco, quando leggo dei Thegiornalisti al Circo Massimo non mi metto a fare paragoni con chi ha suonato lì prima di loro negli ultimi anni (fra gli altri, Genesis, Rolling Stones, Bruce Springsteen) né devo giustificare a chissà chi i miei gusti (dipendesse da me, questo gruppo non suonerebbe manco al bar sotto casa), ma ripenso a quella discussione e al fatto che, fra i miei progetti di vita, continua a essercene uno molto semplice: fare tutto il contrario di ciò che ha fatto la mia conoscente. E continuare a preferire la profondità alla superficie.

sabato 27 luglio 2019

Eccoci qui negli anni [Extra]

PREMESSA.

Il matrimonio è fissato per un sabato di metà luglio.
Sulle prime, ormai più di un anno fa, l'invito mi era stato rivolto alla seconda persona plurale ("siete invitati", "dovete venire", "verrete?", ecc.). Andre aveva scelto un primo pomeriggio di giugno per darmi la notizia: io e lui seduti su una panchina del Vallone, le scuole chiuse da poco, io che da alcuni giorni avevo trovato lavoro come cassiere alla Coop e che morivo dalla voglia di raccontargli del grandioso progetto di una casa dove non avrei abitato mai. Al fatidico annuncio seguì un rilassato silenzio, poi un abbraccio. Non sarei potuto mancare.
Più o meno un anno dopo siamo ancora qua. Il mio invito è passato alla terza persona singolare, io nel frattempo- per onorare questa barbara epoca di precariato -ho cambiato altri tre lavori e ho perfino pubblicato un libro. Abbiamo confermato le presenze e dobbiamo solo decidere se prendere un treno, un pullman o un aereo e andare verso est. Siamo tutti i suoi amici, seppur con qualche defezione. Ci sono ancora gli indecisi, quelli dell'ultimo minuto, quelli che si svegliano tardi, ma l'importante è svegliarsi. C'è chi ha cose più serie da fare? Non in questi giorni e, soprattutto, non io, Marco, Ilaria e Marti, che partiamo per Bologna il venerdì mattina, destinazione Koŝice.
Questo breve soggiorno slovacco (scrivo "soggiorno" perché il termine "vacanza" sarebbe esagerato in un verso e, nell'altro, appannerebbe lo scopo del viaggio, ossia un'occasione nuziale) è una cosa a cui in un mondo migliore avrebbero diritto tutti, più o meno a quest'età: radunare in una città estera gli amici di tutta la vita e darci dentro come se non ci fosse un domani. Un matrimonio suggella un qualcosa di più e sancisce, di fatto, la conclusione di una stagione della vita. E questo vale sia per l'esistenza di chi si sposa che per quella di chi è stato chiamato ad assistere, a partecipare, a essere spettatore e co-protagonista.
Quelle che seguono sono le pagine di un diario scritto a quattro mani con Marti nei nostri giorni slovacchi. Ho riflettuto su un titolo beat cui poter affidare questo post. Passeggiando per questa strana città, mi sono sentito come se avessi accanto- nel ruolo collodiano di voce della coscienza -l'Allen Ginsberg visto recentemente nell'ultimo Scorsese. Un saggio che sottolinea l'importanza del recupero della propria comunità, della cura per i nostri amici, per la nostra meditazione e per la nostra bellezza. Però, alla fine, sono tornato a casa e ha vinto il Loner, con quella canzone che tanto ho ascoltato nell'ultimo bimestre. Un brano che racconta di come alcuni studenti in vacanza possano rilassarsi e guardare il sole, elevandosi sopra tutte le bellissime cose fatte e dette. La paura dilagante dell'invecchiare finisce col racchiudere solo un migliaio di stupidi giochi che non abbiamo mai messo da parte. E mentre le vite diventano carriere e il nostro bambino interiore bussa alla porta e urla che vorrebbe uscire da qui, si prendono appunti e ci si accorge che è microbiologicamente impossibile smettere di volersi bene. Buona lettura.

19/7/2019

In volo da qualche parte sopra l’Italia.
Ieri ho fatto tardi a disegnare il biglietto per gli sposi, accompagnato da qualche chiacchiera e una birra gigante. 
Stamani sveglia di buon’ora e partenza per Bologna, dove ci siamo trovati con Marco e Ila.
L’aereo è un vecchio bimotore scassato, somiglia a una donazione dell’esercito della salvezza. Mi ricorda l’episodio de Le comiche 2 in cui Pozzetto e Paolo Villaggio gestiscono un aerotaxi a Malpensa. 
Le hostess sono appena passate a portare il caffè e io penso che dovremmo essere riconoscenti a qualche grande spirito che ci sta fornendo l’opportunità di riunirci in questo modo, sotto lo stesso cielo tutti insieme. 
Ancora una volta.
7.

Cari posteri,
-          o cari noi che leggeremo queste righe, magari ad una cena per ricordare i tempi andati -
sarà necessario, purtroppo, cominciare a leggere da qui dal momento che, nonostante il medico sia io, Ferru ha scritto in maniera a dir poco vergognosa, tanto che probabilmente sarà necessario un novello Alan Touring per poter decifrare tutto quanto. Comunque, siamo in viaggio per Koŝice- destinazione situata in Slovacchia –per il matrimonio di Andre. Oltre a redigere questo libello di memorie scritte, Ferru e io abbiamo deciso di girare un video diario per poi montare un piccolo filmato al nostro ritorno. Dato che non posso smentirmi nemmeno in vacanza, aggiungerò una nota acida (forse più):
1)      abbiamo un aeroplanino da turismo che regge l’anima coi denti e che ha tutta l’aria di essere stato costruito durante gli anni ’70. Mi aspettavo di meglio da una compagnia di bandiera che ha rifiutato due carte prepagate perfettamente funzionanti in quanto non “carte di credito”.
2)      Ci hanno imbarcato i cazzo di bagagli perché il suddetto aeroplanino ha le cappelliere minuscole. Io li ammazzo. Però ci hanno offerto il cibo.
Dovendo limitare la lunghezza del diario per questioni di spazio, concludo dicendo: sarà un weekend memorabile.
M.

Prima abbiamo incontrato Andre e Danka. Erano giù, da basso, a ultimare i preparativi per la sala. Lei visibilmente stressata, lui tentava di darsi una calmata e di mostrarsi padrone della situazione. Lo ha sempre fatto: è un suo tratto che noto riemergere con piacere in questa occasione. C’è un clima strano qua, non lo sto capendo. 
La camera è piccola ma accogliente, una vera mansarda da artisti, scrittori, poeti. 
Siamo tutti qui. Tutti per loro. 
L’emozione è palpabile come il recupero degli affetti.
7.

22 luglio 2019. Koŝice, aeroporto.

Siamo dei cani. O, per fluire nel mood internazionale che ha caratterizzato questo weekend, “we are dogs”. Con “noi” intendo Ferru e io, che non siamo riusciti a scrivere o- nel caso di Ferru, a scarabocchiare –due righe messe in croce. 
Anyway, non è mai troppo tardi. Sono stati tre giorni a dir poco meravigliosi. 
Sarò banale e lascerò il lessico ricercato a Ferru, perché ora come ora ho il cuore così gonfio di gioia e la testa così piena di bei ricordi che faccio fatica ad esprimerli al meglio. 
Il rito è stato commovente, la festa aperta e divertentissima, la compagnia meravigliosa. 
Venerdì sera, dopo aver colonizzato una birreria nel centro di Koŝice (eravamo tipo trenta fra compagni di scuola, colleghi di Andre, amici storici, ecc.), abbiamo avuto tutti uno strano e bellissimo dèjà-vu: sembrava davvero che dodici anni non fossero passati e che fossimo tutti insieme in gita di quinta superiore. È stato piacevole conoscere persone nuove e rivederne di vecchie, ricordare i tempi andati ma anche affacciarsi sul presente, sul lavoro, sulle prospettive. È stato meraviglioso rivedere Maggie e assolutamente inaspettato (davvero, dopo quindici anni!) rivedere Arturo, parlare e scherzare insieme come non fossero mai passati e ci trovassimo, gomito a gomito, su quei banchi così ben conosciuti. Ma la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di Andrea, consapevole che i suoi amici avevano preso aerei (qualcuno intercontinentali), affrontati estenuanti viaggi in macchina o viaggi della speranza in Flixbus solo per lui. Perché, come ha detto Maggie, “non esiste un mondo in cui io non vado al matrimonio del Giove”. Questi giorni per molti di noi sono stati un’occasione per riflettere. Riflettere sulla vita, sul significato dell’amicizia, su quanto sia faticoso portare avanti determinati rapporti per colpa delle distanze, degli orari diversi, persino dei fusi differenti. Ma la gioia che danno quattro giorni del genere ripaga tutto, annulla le distanze e tutto ciò che, a trent’anni, si frappone tra ex-compagni di classe che si sono conosciuti a quattordici anni e che a diciannove hanno preso strade diverse.
Comunque, so che tocca a me a fare un po’ di cronaca spicciola per lasciare memoria ai posteri di questo weekend da leoni (slovacchi). Venerdì sera abbiamo iniziato alla grande, scolandoci boccali di birra locale, il cui prezzo variava da 1,08€ (la piccola) e 1,60€ (la grande). Si spiega così la presenza quasi costante di ubriachi molesti (ma non troppo) nel centro città. La cena è stata bellissima, con brindisi agli sposi che non si contavano e il Miglio che se non mangiava lo stinco (che pregustava da giorni) pareva morisse da un momento all’altro. Fosse per gli slovacchi, potresti tranquillamente festeggiare a vodka, ma abbiamo preferito conservare il fegato per la festa dell’indomani.
Sabato mattina, giro turistico a Koŝice, con iuna guida supersimpatico (che però ci ha brontolato perché parlavamo tra noi→school mode, again!), abbiamo visto la cattedrale, i giardini, la torre adiacente. Pranzo sostanzioso, a base di toast con una crema al formaggio, cipolle ed erbe e via in hotel a prepararci per la festa.
Alle 15 in punto, tutti muniti di rosa bianca per la sposa (tradizione slovacca), ci siamo incamminati verso la chiesa: una carovana colorata ed elegante che ha inviso Hllàvna, la via principale di Koŝice. Siamo entrati in chiesa e poco dopo è arrivato Andre: da lì, magone e un pianto continuo, soprattutto quando è andato all’altare con Mamma Mara, la felicità in persona. Anche quando è entrata Danka, con il suo vestito semplice e il sorriso come miglior accessorio, ci siamo commossi. La cerimonia, celebrata con rito greco (Andre mi aveva spiegato la differenza ma non la ricordo), non è stata brevissima e si alteravano pezzi in italiano a pezzi in slovacco. È stato carino che ci fosse anche il sacerdote che ha visto crescere Andre, commosso sinceramente quanto noi. Andrea ha recitato la promessa in italiano e Danka in slovacco, ed è stato proprio un bel momento. Finita la messa (e le lacrime) abbiamo fatto al fila per consegnare la rosa bianca alla sposa e fare la congratulazioni prima di non tradire le nostre tradizione e fare un bagno di riso agli sposi. Successivamente la carovana di amici e parenti si è spostata verso la Sala Baĉikova, dove aveva luogo il ricevimento. Ricevimento che era così strutturato:
-         Aperitivo con: vino → prosecco → vodka.


-         Antipasto.
-          Vodka.
-          Primo.
-          Balli e vodka.
                                              -          Vodka.                                               
-          Secondo.
-          Vodka e balli.
-          Torta nuziale.
-          Vodka.
-          Pausa balli (e vodka).
-          Buffet con goulash, insalata russa, patate, pieroghi.

Tante bottiglie, ma nessuno di noi era abbastanza lucido per anche solo contarle. La serata è proseguita tra balli romantici tra Andre e Danka, pantomime recitate in costumi tradizionali slovacchi (Andre era tipo un pretendente della verginità di Danka), canti slovacchi e… vodka. Siamo arrivati alla fine di questa splendida festa, indimenticabile (anche solo per la evidente quantità di alcool disponibil). A propisito: sono andati in conto 65 litri di vodka per 150 persone. Questo basta. Persino gli organizzatori ci hanno fatto i complimenti per l’allegria e la riuscita della festa, e Andre e Danka ne erano orgogliosi.
Domenica abbiamo ciondolato a zonzo per Koŝice prima che un violento temporale si abbattesse sulla città e regalasse a me, Ferru, Maggie e Federica un piacevole e sonnacchioso pomeriggio sotto le coperte, tra sonellini ristoratori, chiacchiere e riflessioni sulla vita. A cena, con le ultime persone rimasto, abbiamo perseguito la nostra meta cirrotica con altra birra e hamburger, prima di rientrare in hotel.
Oggi è lunedì. Siamo sul volo Koŝice-Vienna e io sono felice e tanto grata alla vita per gli ultimi quattro giorni.
Come dice Ferru, “non c’è stato miglior modo di onorare la vita”.
M.





























martedì 21 maggio 2019

La ruggine non dorme mai [Intervista]


MB- Immagino che potremmo partire con una domanda banale, ma te la devo fare. Com'è nata l'idea di questo libro?

FB- Ogni vita, credo, resta segnata dalle canzoni che si sono ascoltate nella prima gioventù, rincorrendo un piccolo baluardo di libertà. Chi non ha mai ascoltato un disco per trovare una soluzione, una speranza o una strada resta attaccato al bisogno della conformità, ereditando un codice, un comportamento, una schiavitù priva di sentimenti. E dal momento in cui un'esistenza senza passione è poco meno di nulla, ho trovato che fosse sacrosanto scrivere e raccontare certe passioni. Ecco spiegato il perché del libro.

MB- Puoi darci un accenno della trama?

FB- Gli anni selvaggi è esattamente ciò che si può leggere nel retro-copertina. Un libro a metà strada tra una personale educazione sentimentale e un appassionato approfondimento musicale. Parla di un amore idealizzato dal protagonista per i Guns N'Roses e della passione che, nell'arco degli anni, finisce con unire lui e alcuni dei suoi coetanei a questa rock band. Ho scelto di raccontare la storia di un gruppo meritatamente famoso e del perché a quattordici, quindici anni scoperte come queste abbiano cambiato la mia vita. Spero di esserci riuscito.

MB- Certi percorsi prevedono delle tappe obbligate e sicuramente il rock è fra quelle. Ha a che fare con la ribellione, la rabbia e altro ancora...

FB- Il rock ispira. Ne parlavo di recente. Dove la ritrovi una musica così vera, totalizzante, erotica? Io mi sono immerso in questa musica perché mi ispirava come nient'altro. Welcome to the Jungle o Sweet Child O'Mine erano sconvolgenti. Ed erano canzoni che quando le ho sentite io la prima volta erano già in giro da quindici anni. Non ti credere che in paese i ragazzini su cui questa musica sortiva un determinato effetto fossero in  molti.


MB- Dai, oggettivamente per queste cose un po' tutto il mondo è paese.


FB- Non è vero che tutto il mondo è paese. Si sta parlando della provincia di Siena dei primi anni 2000, non del Village a New York degli anni Sessanta, e mi riferisco a un'età in cui hai i pori aperti e  gli ormoni a mille ma il tuo coetaneo non sarà necessariamente più permeabile di te a ricevere altrettanta passione e ispirazione. In terza superiore, per esempio, iniziai a scrivere un film dove una mia compagna di banco sarebbe stata l'attrice protagonista. Non avevamo trama, soggetti, mappe concettuali, ma solo voglia di raccontare una storia che celebrasse l'evasione, la fuga. Sopra la lavagna, stazionava una croce di legno da cui si era staccato- o era stato staccato -il crocefisso e ispirati da quell'oggetto così assurdo e sghembo intitolammo il film  Gesù è scappato. So che sembra una stronzata, ma oggi non sarei in grado di lasciarmi penetrare da un'ispirazione così potente e apocalitticamente intuitiva. Il moto della fantasia non era scontato allora e men che mai lo è adesso. Rassegnamoci.


MB- Come porterai avanti la promozione della tua opera?

FB- Io ho bisogno di portare il mio libro in tour, di fare qualcosa di dinamico e partecipato per farlo conoscere. Giocherò in casa, a Bottega Roots a Colle di Val d'Elsa, il 25 maggio, e il 9 giugno sarò al Chicco di Tè, la bottega che Erika Biagini (amica e fotografa della copertina) ha recentemente aperto in piazza Arnolfo. Ho in ballo altri eventi a livello toscano e un paio di idee potrebbero condurmi fuori dai livelli regionali, il che non guasterebbe. Volevo pubblicare un libro prima dei trent'anni e ci sono riuscito. Chi mi conosce bene mi ha detto che dovevo farlo, che erano questi il momento e il modo giusto per raccontare le cose che mi portavo dentro. Ho ancora tanti altri scopi e obbiettivi. Penso di essere un persona che ha un disperato bisogno di concludere per poi ricominciare ancora e ancora. 

MB- Come ti senti ora che il libro è concluso, stampato e nei circuiti di vendita?


FB- Alleggerito, ma anche impaurito. Ho paura che l'argomento non interessi in questa epoca buona solo per qualche demente della politica, delle mode passeggere, del marketing.

MB- E cosa pensi di te stesso, scrittore amatoriale, alla soglia dei trent'anni?

FB- Penso di essere una persona in cammino verso una ricerca della consapevolezza. Ora passo il tempo in questo modo, domani potrei fare altro e vivere in un contesto diverso. A volte mi monto la testa, fantastico di portare avanti una battaglia contro i luoghi comuni del nostro tempo e contro tutto ciò che in un modo o in un altro mi fa sentire prigioniero, e lo faccio in maniera naturalissima. Anzi, forse lo faccio da sempre, per essere libero di innamorarmi di tutto, per dirla con un grande cantante italiano.

MB- Questo è il tuo primo libro, eppure scrivi da sempre.


FB- Ho scritto una quarantina di poesie fra i diciassette e i vent'anni. A queste hanno fatto eco testi teatrali, sceneggiature di fumetti, un film, soggetti, racconti. Con un racconto ho vinto un premio letterario, nel 2008. Insieme- lo sai bene -abbiamo scritto un racconto e un romanzo breve, abbiamo partecipato a concorsi di genere. Tutto senza mai vincere, ci mancherebbe! Tu poi hai pubblicato il primo libro nel 2017, mentre io abbandonavo definitivamente l'idea di scrivere un romanzo. Anche in quel caso, la noia ha vinto, perché la noia vince su tutto e io sono disordinato e privo di metodologia. Insomma, mi ritengo un indisciplinato cronico. Ho abbandonato l'università dopo neanche un anno e ho lasciato perdere tante altre situazioni. Ho finito con l'assorbire cose che mi incuriosivano nell'età in cui tutti siamo un po' spugne e per un periodo consistente della vita ho anche preso in considerazione l'ipotesi di poter condurre un'esistenza priva di sconvolgimenti. I talenti che gli altri mi dicono di avere sono in realtà esercizi grezzi e intuitivi. Le cose migliori che ho scritto probabilmente restano dei resoconti privati, diari che spesso sfociano in conversazioni auto-analitiche aperti per caso verso i quindici anni e mai più chiusi. Un mio modo di trasferire la passione per la lettura traducendola in scrittura. Una transizione che, in questo caso, ha funzionato ed è divenuta libro. Coi social, invece, non mi succede, ed è un peccato. 

Foto di una carta d'identità degli anni selvaggi (luglio 2005)

MB- Perché?

FB. Perché è lì, su Facebook, su Twitter, su Instagram, che io posso essere un emerito coglione fra tanti coglioni. Il mio blog serve a questo. Sono un blogger fra tanti blogger. Ho solo cambiato piattaforma e titoli: iniziai con Windows Live Spaces, poi passai a Blogspot, aprii rubriche e ne chiusi altre, ma la sostanza non è cambiata. E io sono rimasto un coglione.

MB- Quindi, condensando, come ti consideri oggi?


FB- Mi considero un essere umano. Mi piace vivere.

MB- Torniamo sul libro. Quali elementi cardine indicheresti ai lettori?


FB- Beh, incompiutezza e innamoramento sono elementi che serpeggiano per molte pagine del libro, eppure il messaggio non vuole essere né triste né melenso. Al limite, magari, molto aperto...

MB- Spiegati meglio.

FB- Come ha già argomentato Simon Reynolds in un suo bel saggio, oggi viviamo di retromania e il mercato della nostalgia gode di una salute inquietante. Vale per le arti e il commercio, ma tutto questo finisce anche con l'influenzarci a livello psicologico, antropologico e sociale. Il mio libro magari non si è rivelato immune a questo morbo, ma nel mio piccolo ho cercato di non approfittarne. Perciò sì, effettivamente ci sono alcuni capitoli dove godo a occuparmi del mio passato, un passato non remoto ma relativamente distante. Sono sceso in profondità senza sforzarmi troppo- anche perché ho buona memoria -e mi sono stupito, perché riuscivo a rivivere e descrivere certi episodi senza provare nostalgia, tristezza o rimpianto, ma soddisfazione. E sai perché? Semplicemente, perché componendo una frase e descrivendo un fatto capivo quanto uniche e importanti fossero certe cose che stavano emergendo e quanto io fossi fortunato ad avere vissuto quelle esperienze.


MB- Mi sembra che i "sogni di rock&roll" che si succedono nel libro finiscano tutti in una completa realizzazione. Il ritrovamento di canzoni inedite dei Guns, l'uscita di Chinese Democracy, la possibilità di assistere a un concerto del gruppo. Insomma, il protagonista del libro può dirsi soddisfatto e i suoi desideri sono stati tutti esauditi o c'è ancora qualcosa di irrisolto da qualche parte?


FB- Dipende. Per te chi è il protagonista del libro?


MB- Tu.


FB- E dell'anziano giornalista che troviamo all'inizio e alla fine che mi dici? 


MB- Un tuo alter ego. Magari una proiezione di te stesso in un'imprecisata vecchiaia.


FB- Il giornalista ha esaurito i suoi sogni, io ho esaurito i miei inerenti a una band che ammiro, ma ho anche scoperto, a mie spese, che i sogni da realizzare sono ancora tantissimi.


MB- Attualmente quali?


FB- I miei sogni di ora? Banali, semplici e non così importanti: migliorare sul lavoro, magari. Avere quel  tanto di tempo libero per dipingere e disegnare e, soprattutto, poter acquistare libri e dischi e avere sempre la possibilità di farlo, perché sono oggetti strani e magici. Sembrano più umani di molti nostri simili e mi guardano, mi osservano attentamente e lo fanno meglio di quanto possa fare io stesso. Non è retorica. Un disco o un libro a modo loro parlano e sta a noi di ascoltarli. Lascio che mi insegnino tutto quello che c'è da sapere per essere vivo dentro e amare la vita.

MB- Possiamo definire il tuo libro un'opera che si occupa anche di attualità?

FB- Gli anni selvaggi sceglie deliberatamente di parlare di un nuovo millennio diverso, alternativo. I suoi personaggi sono esseri fortunati, perché vivono con entusiasmo in un'epoca e in un contesto ingrati. La realtà era ed è molto diversa. Viviamo in uno stato sempre più desolante e agonizzante, rinchiuso in questo demenziale neoliberismo che proprio non ci appartiene. O almeno, a me sembra tutto una palese forzatura. Dal punto di vista culturale e artistico siamo poco più di zombie, però eccelliamo in quel che concerne il disimpegno. Ad esempio, prendi la movida: a me pare che non conosca crisi. C'è una sottocultura cafonesca e dai suoni molesti che gode di ottima salute. Come popolo, siamo perfettamente in grado di produrre la rappresentazione di questa astiosa decadenza, una decadenza in cui inciampiamo tutti e di cui tutti, in fin dei conti, siamo vittime e carnefici. Resistere al degrado è un atto di dignità, anche se ciò, specie a determinate latitudini, comporta isolamento e tristezza. Ma a volte è un piccolo gesto a fare la differenza: non leggere certi giornali, non ascoltare certe radio, non guardare certa televisione, non aderire a dibattiti insensati, non uscire per certe famigerate "serate" e riuscire a rinunciare a tutto questo con una certa naturalezza senza apparire spocchiosi o sbandierarlo sui social, rappresenterebbe già un invidiabile atto di orgoglio.



MB- Credi che questo libro cambierà qualcosa nella tua vita?


FB- Può darsi che la mia stessa vita cambi all'improvviso senza l'ausilio del libro e che qualcosa di inaspettato accada nel bene e per il meglio. E quindi perché no? Vorrei attraversare il tempo che mi aspetta in maniera completamente diversa rispetto a quella in cui ho scritto Gli anni selvaggi.


MB- Progetti per il futuro?

Foto di © Erika Biagini

FB- I miei progetti finora si sono basati sulla sofferenza. La mia più grande sofferenza, al momento, potrebbe risiedere nell'assenza di un progetto di vita maturo e definito, coeso e omogeneo. Non mi dispiacerebbe scrivere qualcosa di concretamente poetico e letterario, però evito, non ci penso, creo un apparente vuoto e mi rilasso come mi sono rilassato per anni nel cestinare tutte quelle cose che non mi convincevano. Ci sono momenti in cui purtroppo comprendo l'assenza totale della mia maturità. Troppa insofferenza, capriccio, vezzo e frustrazioni, ma ci sto lavorando.

MB- Recentemente mi hai detto che leggi molto più di quanto scrivi. Perché?

FB- Scrivere è difficile. Non si scrive se non si è in armonia con l'ego, e se non c'è sentimento neanche mi interessa farlo. Scrivere deve avere un'utilità nel senso più alto del termine e se lo si fa pensando solo alla gloria e ai soldi non si è mai soddisfatti del risultato. Il merito arriva da solo e 
il fine non è nemmeno questo. Scrivere su ciò che ci piace e farlo con amore è un buon esercizio. Nel libro ho cercato di parlare di una passione così. Ho pensato che i tempi erano abbastanza brutti per raccontare certe vicende a un pubblico di persone che nemmeno legge più. Non ho mai creduto allo scrittore che soffre, si danna e vive isolato dal mondo. Anzi, le pagine più significative di questo libro arrivano proprio da quei rari momenti di serenità vissuti nei mesi in cui l'ho redatto. Una serenità solitaria, ma vissuta nella maniera e nei posti giusti.


MB- Mi stai dicendo che hai scritto il libro come un monaco in ritiro?


FB- Oh, no, no. Sia mai! Però posso dirti che esistono dei luoghi dove si è più vicini all'essenza delle cose. Basterebbe ascoltare un po di più la natura e i suoi silenzi, così ricchi di musicalità. C'è tanta musica intorno a noi, e non parlo per forza di quella che esce da una radio o da un amplificatore. Anzi, di quella a volte c'è sovrabbondanza.


MB- Un tuo pensiero sulla musica di oggi e chiudiamo.


FB- Al contrario di quello che pensano certe menti semplici, io seguo con capillare attenzione la musica contemporanea. La fregatura è che cerco di ascoltare musica buona, ossia merce che in sede di rock e pop scarseggia da una decina di anni. La vita fa già moderatamente schifo, se poi uno ascolta musica di merda, è davvero la fine.

MB- Sei estremamente sensibile all'argomento.

FB- Essere estremamente sensibili ha sempre i suoi pro e i suoi contro. Bellissimo, a tal proposito, è l'effetto che ha la musica sulle persone sensibili. La fai diventare tua. Quando stai male, stai ancora più male. Quando stai bene, diventa tutto perfetto. Questa è la magia, e poterla condividere tramite le pagine di un libro è una vera fortuna. Sono grato che mi sia successo.