mercoledì 2 gennaio 2019

Saluti di inizio anno dalla terra delle ninne nanne [Extra]

Primo giorno dell'anno in cui io e tutti i miei coetanei, volenti o meno, passeremo dagli -enti agli -enta.
Vado a pranzo da mia sorella, nel Chianti Senese. Ho già l'iPod collegato all'uscita AUX di Ginetta e decido di scegliere con più cura del solito la prima canzone dell'anno, perché per quanto il tristissimo 2018 sia ormai alle spalle sento il bisogno di celebrare questo traguardo.
E perché è importante fare delle scelte e dare valore anche a se stessi. Non lo dico per individualismo, ma perché stamani, guardandomi, allo specchio, ho visto il risultato di sonno arretrato e, soprattutto, di un eccesso di scelte sbagliate. 
E poi basta merda. In materia, ho letto e sentito di tutto fino all'alba del 2019. 
Per capodanno, a lavoro, la voce di Massimo Ranieri usciva da un televisorino della cucina. 
Il liscio dominava la sala dove avevamo servito un'ottantina di ospiti (su un totale di duecento), mentre una musica da discoteca riminese (e no, non è un complimento) rimbombava in una saletta per giovani. 
Ho sorriso e fatto gli auguri a un centinaio di persone che sembravano sinceramente felici e ferocemente esaltate dai soliti discorsi e dalla stessa zolfa di tutti i capodanni. Eppure è grazie a loro se ho capito che anche il più umile e occasionale dei lavoretti è una palestra per la sopportazione dell'ipocrisia. 
La si può dominare, l'ipocrisia. 
Ci si può convivere nella vita pubblica senza mai smettere di condannarla e, allo stesso tempo, sognando un anno nuovo di lotta e orgoglio: per me, questo significa avere buona volontà nei confronti di quello che il buon Lucio Dalla chiamava "l'anno che verrà".
Poi c'è la dimensione privata, quella dove il coraggio di manifestare se stessi non può e non deve venire meno. Scegliere il bello- ciò che ci piace e ci arricchisce come esseri umani  e ci rende migliori -non è un atto edonistico dettato dalle possibilità materiali, ma l'unica forza necessaria per affrontare un progetto di vita sia personale che collettivo. 
Non capisco chi, intimorito, si autocensura quando si tratta di fare scelte che esulano dai luoghi comuni e che ripudiano il mainstream, la consuetudine, la normalità: quante occasioni per palesare la propria intelligenza e la propria superiorità (parola di cui non dobbiamo avere paura) ci hanno riservato gli ultimi trecentosessantacinque giorni?
Ci sono dei profeti del pensiero unico la cui unica preoccupazione è  quella di crescere bestie da soma (o pecore al pascolo, per adottare una variante ovina), entità che devono lasciare questo mondo senza avere raccolto un'emerita sega e, possibilmente, più malate e impoverite di quando sono arrivate.
Non prendiamoci in giro: non sarà Carlo Conti col suo ultimo dell'anno registrato su RAI1 ad asciugare le lacrime, il sangue e il sudore.  Si prenda, piuttosto, Days Between, una delle perle inedite che i Grateful Dead presentarono negli ultimi due anni di concerti, pezzi lunghi, canzoni eteree che prendevano forma sera dopo sera e avrebbero dovuto costituire un quattordicesimo disco in studio mai nato, ma ricostruito- non ufficialmente e in maniera mai riconosciuta né condivisa dagli ex-membri del gruppo -solo in seguito dalla consueta schiera di appassionati, bootleggers e filologi. 
So che ce ne sono a bizzeffe, ma sul momento mi risulta difficile trovare qualcosa che parli del tempo in maniera così precisa.
Come le sorelle So Many Roads o EternityDays Between non è mai stata presentata in italiano.  
Lo stesso titolo è di difficile traduzione. Letteralmente, significa "giorni fra", ma "fra" che o cosa non è dato saperlo. Alcuni siti suggeriscono "giorni di pausa", ma io preferisco optare per una soluzione maggiormente astratta e suggestiva: " i giorni di mezzo".
I giorni di mezzo.

C'erano giorni
e giorni,
e poi c'erano i giorni di mezzo.
L'estate vola e agosto muore,
il mondo diventa scuro e crudele.
Arriva il luccichio della luna
sugli alberi infestati di nero
L'uomo canta la sua stessa canzone,
il santo se ne sta in ginocchio,
gli spericolati ne escono distrutti.
I timidi invocano le loro richieste
e nessuno sembra sapere molto di più
di quanto chiunque possa vedere.
C'erano giorni
e giorni
e poi c'erano i giorni di mezzo,
quando navi fantasma con vele fantasma
solcavano il mare percorrendo maree spettrali.
Il fulmine del sole
colpisce gli sfocati occhi luminosi
La malinconia di un altro giorno andato,
una primavera bagnata di sospiri,
una candela speranzosa indugia
nella terra delle ninne nanne,
dove i cavalieri senza testa svaniscono
fra grida selvagge e solitarie.
C'erano giorni
e giorni
e poi c'erano i giorni di mezzo,
quelli in cui tutto ciò che volevamo
era solo imparare, amare e crescere.
Una volta tirati su nei nostri panni,
abbiamo detto loro dove andare.
Camminava a metà strada intorno al mondo,
sulla promessa di un bagliore,
camminava sulla cima di una montagna,
a piedi nudi nella neve.
Ha dato il meglio che ha potuto,
quanto bastasse non lo sapremo mai.
C'erano giorni
e giorni
e poi c'erano i giorni di mezzo,
lucidati come una pentola ricolma d'oro,
la più bella mai vista.
La fiducia sopravvive nei cuori dell'estate,
ancora teneri, giovani e verdi.
Lasciati sugli scaffali a raccogliere polvere
di cui non conoscono il significato,
dei valentini di carne e sangue
morbidi come il velluto.
Sperando che l'amore non li abbandoni,
i giorni di mezzo giacciono lì.

lunedì 31 dicembre 2018

Vaffanculo, 2018! [Extra]

In queste ore si preparano i festeggiamenti per l'imminente arrivo del 2019.
Io fortunatamente sarò a lavoro, in parte per fare due soldi, in parte per rimuovere il 2018, che considero il peggiore anno da me vissuto finora. 
Un anno di cui rinnego talmente tante situazioni che non le sto nemmeno a elencare. 
Un anno perfino peggiore del 2008.
Come è prassi, saluto il 2018 con la consueta retrospettiva fotografica del mese e con un cordiale vaffanculo: vaffanculo a te, 2018, e a chi ti ha mandato quaggiù.
Is life and life only...

Staggia.
Pantaneto.
Cena degli auguri.
Il sopravvissuto.

Sorellanza.

Minerva.

Io, il Brune, un Franciacorta e un Negroni.

Le domeniche di dicembre.

Massimi sistemi.

Sperando davvero che il sangue non sia acqua.

Pietrasanta.

Viareggio.

Katz against da Empire.

Auguri dalla Domishouseblues.

Vigilia.

C'è solo la strada su cui puoi contare...

lunedì 17 dicembre 2018

Da tempo immemore [Extra]

Da molti anni a questa parte, dedico un'intera domenica di dicembre a un disco e da molti anni il disco è sempre quello.
Si chiama Time out of Mind, ed è un buon modo per tornare a dare un senso, ogni tanto, alle cose. 
Si tratta di un album-memento, che muta e cammina al mio fianco. E mi fa riflettere, quindi mi aiuta a star meglio.
Merito dell'intuizione contenuta al suo interno secondo la quale il limite del reale si possa cogliere solo sospendendo il trascorrere del tempo.
Merito della sua lingua definitiva e dell'azzeramento dello scarto percettivo tra suono e vita reale (i rumori d'ambiente con cui si apre Love Sick e i passi che sembrano mescolarsi scientemente alle dodici battute di Highlands).
Merito dello sguardo del Viandante/Poeta protagonista che si posa su questo passato-presente di segni impazziti e di una storia ambientata dentro una mappa geografica che mescola gli altopiani scozzesi con le paludi, le metropoli europee con le piantagioni di cotone.
Merito del potere evocativo e quasi cinematografico- per quel che possa significare -della produzione di Daniel Lanois e dei musicisti chiamati a suonare in studio. 
Ascoltandolo a ventuno anni dalla sua uscita, Time out of Mind può finire col convincere che la musica tradizionale (o forse la musica tutta) abbia definitivamente fatto il suo tempo. Che è un tempo immemorabile, per l'appunto, ma pure un tempo ricolmo di amore, un amore che si fa collante eterno e pulsione e motore di nuove canzoni.
Per me, questa musica è di un'intensità ai limiti dell'imbarazzo. La perfetta colonna sonora per arrivare in qualche posto immaginario e attraversare quel lungo senso di desiderio che costella la vita.
Time out of Mind è il primo album di Dylan dove amore e paura sono presenti in parti uguali. Non la paura di ascoltare, ma quella di comprendere. Perché non sembriamo più essere noi ad ascoltare queste canzoni, ma sono loro a seguirci e renderci partecipi.
Il motivo è presto detto: siamo nati senza chiederlo e senza volerlo moriremo. Tutti.
Buon natale.

giovedì 6 dicembre 2018

[Classifica] 2018: meglio e peggio

Top ten Best Albums.

1- Blood of the Sun, Blood's Trucker Turn Love (Listenable Records)

2- Ross James, Freak Farm (Relix Records)
3- Ry Cooder, The Prodigal Son (Fantasy Records)

4- The Marcus King Band, Carolina Confessions (Fantasy Records)
5- Sleep, The Sciences (Third Man Records)
6- Ambrose Akinmusire, Origami Harvest (Blue Note Records)
7- Naxatras, III (Records KD)
8- Colter Wall, Songs of the Plains (Thirty Records)
9- Marianne Faithfull, Negative Capability (Panta Rei)

10- Francesco Piu, The Cann O'Now Sessions (IRD)

Best Live Album.

John McLaughlin & Jimmy Herring, Live in San Francisco (Abstract Logix)

Best Reissue Album.

Neil Young, Songs for Judy (Reprise Records)
Best Retrospective Live Album.

Phish, The Baker's Dozen- Live at the Madison Square Garden (Jemp Records, 3 Cd)
Best Box-set.

The Beatles, The Beatles 50th Anniversary Super Deluxe Edition (Parlophone, 6 cd+ Blu-Ray)
Best Soundtrack.

AA.VV., Three billboards outside Ebbing, Missouri OST (Varèse Sarabande)*


Best Music DVD.

Joni Mitchell, Both Sides Now: Live at the Isle of Wight 1970 (Eagle Rock)

Best Concert.

Bob Dylan, Mandela Forum, Firenze, 7 aprile.

Top ten Worst Albums.

1- Eric Clapton, Happy XMas (Polydor)
2- Maneskin, Il ballo della vita (Sony Music Italia)
3- Low, Double Negative (Sub-Pop Records)
4- Paul McCartney, Egypt Station (Capitol Records)
5- Calcutta, Evergreen (Bomba Dischi)
7- David Guetta, 7 (BMG)

8- Rod Stewart, Blood Red Roses (Republic Records)
9- Joe Bonamassa, Redemption (Provogue)
10- Jack White, Boarding Reach House (Third Man Records)

lunedì 3 dicembre 2018

[Recensione] Bohemian Rhapsody

Buona parte dell'aurea che aleggia attorno alla musica rock la creano i fan. Almeno una volta succedeva così. D'altronde, cosa sarebbero stati i Queen senza la loro fanbase? Poco, o probabilmente poco più dell'ennesimo gruppo glam britannico che dopo una gavetta nei pub e nei campus universitari strappa un contratto a una major e piazza qualche singolo di successo in radio, supera indenne il decennio, pasticcia coi sintetizzatori nella maniera sbagliata, si fa male e muore. Eppure oggi tutti adorano i Queen e li definiscono la rock-band del cuore, quella che deve piacere se si dice di amare o anche solo di apprezzare il genere. Per quanto una persona possa avere una propria visione del rock&roll ed essere allergica alle dinamiche della massa, la massa riesce comunque a fare breccia e mettere al muro: se non ritieni Freddie Mercury il più grande cantante, performer e songwriter mai esistito, sei tu e solo tu il problema. La tua è un'opinione tossica e fine a se stessa, da relegare in un angolo. 
Ecco: vuole il caso che Bohemian Rhapsody di Bryan Singer sia un kolossal di due ore e un quarto pensato, scritto e diretto proprio da questa massa e che lo spettatore- nello specifico, il sottoscritto -sia un deviato convinto che i Queen siano stati davvero un ottimo gruppo glam britannico che dopo una gavetta nei pub e nei campus universitari è riuscito a strappare un (meritato) contratto a una major, a piazzare qualche singolo di successo in radio e a superare indenne gli anni '70 (per poi, ovviamente, fare come tanti colleghi, inciampare su un uso errato dei sintetizzatori e concludere una carriera dignitosa con canzoni piatte come quelle che oggi potete udire in una qualsiasi filodiffusione dei centri commerciali). Potrei anche scendere nel dettaglio, raccontare del mio amore per Queen II o del mio debole per Sheer Heart Attack, ma non è questo il post più idoneo. Perciò preferisco tornare sul film uscito di fresco.
Dunque, a parte tre artisti citati all'inizio e a poco più di metà del film (per la cronaca, Elton John, i Pink Floyd e Michael Jackson), nessuno nelle prime due ore di Bohemian Rhapsody lascia intendere nemmeno per un attimo che esista una scena musicale esterna al quartetto inglese. E' come se tutto fosse azzerato e calato in degli anni '70 (e '80) distopici e unidirezionali, coi Queen come esclusiva fonte musicale mondiale e ogni decisione artistica ed esistenziale dei personaggi (assai pochi, alla fine) riposta nelle mani di Freddie Mercury,  raffigurato dal bravissimo Rami Malek come istrione affabile e alla mano nella prima parte, checca narcisista e isterica in quella centrale, maturo e redento salvatore del globo nella terza. Solo con l'organizzazione amministrativa del Live Aid si intuisce che là fuori c'è un mondo, coi suoi musicisti e i suoi spettatori. In coincidenza, la scoperta della malattia di Mercury, che risulta anche la sezione più drammaticamente autentica e sincera (e riuscita) di tutto il film. Il resto del gruppo, salvo qualche pungente battuta molto british, non conta: sono una manica di coglioni, esseri umani che avrebbero ragione da vendere ma finiscono sempre ipnotizzati da questa sorta di semidio, ed è così dall'inizio alla fine. Sul versante "privato", l'ambiguità sessuale di Mercury viene trattata come un qualcosa di giusto e vincente fin quando rimane tale, ma dal momento in cui lascia l'amore della sua vita Mary Ann ammettendo la propria omosessualità, il tono del film si fa severo, perfino moralista: il Freddie gaio è una macchietta manipolata dal marionettista Paul e condotta in un vortice di cose brutte e che l'uomo dabbene condannerà. Cose come le "trokeee", i locali "gheiiii", le orge. Insomma, difficile credere che un film così fortemente autoreferenziale e costruito a misura di un personaggio passato alla storia anche come icona pop dei diritti civili si riveli per due terzi della sua durata come un'opera di smaccato familismo (e i Queen sono la famiglia, e Mary è la famiglia, e Jim viene presentato come un "amico" alla famiglia, ecc.) e strisciante puritanesimo.
Dopo una visione passata in una sala gremita (specie per essere un lunedì sera di pioggia) e in mezzo a una platea eccessivamente preda di facili entusiasmi, mi risulta difficile leggere recensioni che soprassiedono sulla "freddiecentralità" del film e preferiscono spaccare il capello, scagliarsi contro licenze narrative che da sempre ogni biopic si prende e fa bene a prendersi. C'è stato un acceso dibattito, ad esempio, sulla scelta di posticipare la composizione di We Will Rock You (pezzo del 1977) ai primi anni '80, ma nessuno si è preoccupato di far notare che una delle nemesi del film- quel Ray Foster dirigente EMI col quale si svolge il dialogo più lungo della pellicola -è in realtà un personaggio del tutto fittizio. Così come, alla lunga, risulta fuori luogo e mistificatorio il diverbio sui sei minuti di durata di una canzone che verrebbe giudicata "impassabile" dalle radio. Eppure siamo nel 1975, le classifiche del Regno Unito sono dominate da complessi prog, i generi si compenetrano, rock d'autore e pop stupidotto convivono placidamente; la forma-canzone, gli LP, i 45 giri, tutto quel mondo di sezioni e suddivisioni risulta essere un amalgama unico dentro cui l'acquirente medio ha solo da scegliere. Ma non importa: questo è Bohemian Rhapsody, la storia della musica rock inizia nel 1970 e dunque allo spettatore del 2018 va raccontato che anche la rivoluzione di un 45 giri da sei minuti è stata opera dei Queen. Una canzone che si fa dunque, automaticamente, oggetto della nuova sfida del cantante-superuomo: magari Bryan Singer ha lasciato che l'enfasi dei suoi X-Men permeasse questa rilettura della storia del rock, ma se il film si fosse intitolato Freddie contro tutti sarebbe stato un titolo ben più azzeccato.

venerdì 30 novembre 2018

Late November [Album]

Tramonto in sala.
These Boots are Made for Walkin'...

Di quella volta che detti un passaggio al Brune. 

Lungarno della Zecca Vecchia.

Gatti dylaniati.

Saddle Up the San Leonino...
And I Got Time to Roll a Number and Rent a Car...
Le merende sane di una volta.
Polaroid con l'autore.
In qualche posto a Piazza dei Ciompi, la sera del mio compleanno.
Regali di sorellanza.
Le feuilles mortes...
Il bar non porta ricordi, ma i ricordi portano al bar.
Fantasmi sulla A14...
La luna.
Lumache monteriggionesi in terracotta.
Catturato da un punto turistico, ma pur sempre un arcobaleno (e mi piace pensare a dove finisca).
Una candela profumata e il più bel disco live udito nel 2018.