martedì 16 aprile 2019

Suona le campane e argina il declino [Extra]

Posso dire di essere cresciuto in un tipo di società in cui la voglia di raccontare l'Armageddon non è mai venuta meno. Che si sia passati da quella contenuta nei codici miniati a quella sulla homepage di YouTube poco importa: fare annusare alle masse la fine del mondo è una strategia redditizia, di quelle che hanno sempre funzionato.
Ieri, per esempio, la diretta parigina dell'incendio di Notre-Dame è tornata a dimostrare quanto la concreta (e parziale) distruzione di un determinato patrimonio storico-artistico umanitario possa toccare nel profondo (e all'eccesso) le corde di molti, anche di chi certi monumenti non li ha mai visti di persona, di chi non si è mai occupato di storia o di storia dell'arte, di chi non crede in Dio ma crede comunque nella bellezza e, in particolare, di chi non sembra essere in grado di capire che- al di là delle cartoline da immaginario popolare e della nostra mortalità -certi feticci possano essere annientati dalle cause più disparate. Esaltare nel corso della medesima settimana una fotografia come quella scattata al buco nero della galassia M87 e poi ritenere impensabile che un duomo del 1300 possa prendere fuoco significa, fondamentalmente, non comprendere la reale portata dei propri pensieri e delle proprie idee, oltre ad attestare qualche lieve difficoltà nel misurarsi col concetto di eternità. 
La fogna social era già esplosa ieri, in serata: certa gente che chiedeva dove fosse la vignetta di Charlie Hebdo (ovviamente, essendo autori satirici validi e non giullari di corte, è arrivata per direttissima), altra che difendeva alcune discutibili posizioni europeiste, ignoranti che sproloquiavano sul furto della Gioconda e ritiravano fuori la testata di Zidane a Materazzi, cafoni senza arte né parte che da subito hanno avallato l'ipotesi di un attacco terrorista (islamico, ci mancherebbe!), mediocri che si improvvisavano direttori di cantiere, "sciure" che riportavano dall'alto dei loro ridicoli organi di stampa di riferimento notizie in cui si davano garanzie assolute sul fatto che il Capitano Salvini stesse guardando il Grande Fratello mentre Notre-Dame andava a fuoco (a questi ultimi regalo, non senza una punta di compassione, un personalissimo "E quindi?"). 
Io ero mezzo malato alla festa di compleanno di una carissima amica e vicina di casa e la televisione, per fortuna, era spenta. Ho guardato lo smartphone due volte. Sono tornato a casa presto e mentre mi misuravo la febbre ho fatto il mio giro nel tunnel degli orrori. Sinceramente, sul momento, non capivo le origini dell'incidente e non mi interessava neanche troppo comprendere l'effettiva portata dei danni. Mi sono fatto spazio alla meglio fra osceni Quasimodi disneyani che abbracciavano una miniatura della cattedrale, meme improbabili, post ipocriti, gargoyle piangenti. 
Poi ho visto un paio di belle fotografie accompagnate da didascalie dotate di un senso onesto e rispettoso e ho deciso- anch'io magari vittima di uno slancio di istantanea debolezza -di scrivere un pensiero, ma senza andare con la mente alla distruzione e alla rovina, senza appropriarmi dei toni e del linguaggio di chi, nella vita, risulterà sempre "mediaticamente" succube e di conseguenza mediocre. Infatti, non volevo dirmi "distrutto" da una chiesa gotica in fiamme, perché in fondo ero vivo, un po' febbricitante magari ma la salute psicofisica tutto sommato c'era. Non avevo foto da condividere in cui fossi sotto la guglia est intento a pomiciare con qualche amore del passato e, nello specifico, ho ritrovato nel mio archivio quattro (4!) foto scattate a Notre-Dame, di cui due interne buie, mosse e accompagnate da atroci bestemmie di circostanza. 
Non disponevo nemmeno di una storia romantica da raccontare, perché l'unica volta che sono stato a Parigi avevo diciotto anni ed ero in gita di quinta superiore: una stagione della mia vita orribile. Sfogliando i diari di quei giorni posso ritrovare l'entusiasmo per la città e per l'esperienza in sé, ma non c'è mezzo rigo da cui non traspaiano amarezza e malessere.
Così, ho postato la foto stando bene attento a inserire la data esatta (3 aprile 2008), e ho allegato alcuni versi di Ring them Bells, una canzone non strettamente religiosa ma in grado di toccare anche la spiritualità di un senzadio anticlericale come il sottoscritto. L'ho fatto perché per me il ricordo delle campane di Notre-Dame rimane più forte di qualsiasi titolo di giornale o telegiornale odierno, di qualsiasi dolore usa-e-getta, di tutta la vacuità contemporanea della cronaca nera, dell'attualità, dell'opinionismo spicciolo e del giornalismo d'accatto.
Stamani, in compenso, è già finito tutto. 
L'incendio è spento. 
Le verifiche per la stabilità della struttura sono in corso. 
La ricostruzione durerà qualche anno. 
In queste ore, possiamo ammirare i vari Corriere della Sera, Libero, la Repubblica, La Verità, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, ecc. osservarci dalle vetrinette delle edicole, tutti mogi, fiacchi, senza nerbo: del resto, erano già ai nastri di partenza, pronti a strillare "al lupo! al lupo!" (che, nella modernità, coincide tristemente con "attentato! attentato!"). E invece niente: l'incendio non è scaturito da un atto terroristico e dunque non resta che abbandonarsi alla lettura di lunghi rosari wikipediani che raccontano la novella della "cattedrale più visitata del mondo".
La fine dell'Occidente è rimandata alla prossima puntata.
E ora "suona le campane" e argina il declino.


3 aprile 2008. 

Intorno a me non c'è nessuna Françoise Hardy a cui dedicare questi versi. In riva alla Senna l'ombra gigante di Notre-Dame cerca di afferrarmi il piede mentre studenti della Sorbonne piroettano via su esili biciclette: colori realistici di cuoio roteante che volteggiano. La brezza sbadiglia cibo lontano dalle pance. Mucchi di amanti che pescano, si baciano si stendono sui loro libri. Barche. Vecchi vestiti di baffi ricci galleggiano sulle panchine. Coltri di turisti salperanno al calare del sole. Le porte del fiume sono aperte. Devo ricordarmi che non so suonare la chitarra. E' facile starsene qui. Altri amanti passano su motociclette avvinghiati dalle mura dell'acqua. Allora guardo verso quella che chiamano la Rive Droite e invidio quel suonatore di tromba, laggiù.

sabato 6 aprile 2019

The Ides of March [Album]

La terra piange. L'Elsa e l'Arno sono già in secca. E' marzo. Un mese meno voluttuoso e più avido di avvenimenti rispetto al febbraio che mi sono lasciato alle spalle. Principalmente ho lavorato, poi ho iniziato a scrivere un altro libro (mentre aspetto, fervente, le copie del primo) e mi sono soffermato sulle mie solite sciocche considerazioni sulla vita.
Una questione di punti di vista.
Degustando alle porte del paradiso.
Up in the Groove.

Aspettando Captain Marvel.
Ordine beat, nel giorno dei 100 anni di Lawrence Ferlinghetti.
Cerco le notti ed il fiasco/ se muoio, rinasco/ finché non finirà...
Voodoo's Jug live @ 1001.
Ragazzo immagine al soldo delle lobby alcoliche.
After-party @ 1001 (ft. Paolo "Alexia" Nencini).


Silvia Bolognesi Quartet @ Bottega Roots.
In the mystic garden...
Una foto fra veri "virgvlti", ogni tanto.
A lavoro.



sabato 23 marzo 2019

Mangia bene, ridi spesso, ama molto [Extra]

Si parla molto di Lawrence Ferlinghetti e di beat generation in questi giorni, o forse sarebbe più azzeccato dire che se ne straparla. Del resto, non dipende da me se a destra e a manca Ferlinghetti viene descritto tramite formule altisonanti come "l'unico sopravvissuto del movimento" o "l'ultimo beatnik" rimasto in vita (vita oggettivamente lunga, dal momento che domani compirà cento anni). In realtà, Ferlinghetti è stato editore abilissimo e coraggioso (la City Light Pocket Publisher era sua), poeta colto e autore di un anomalo best-seller (A Coney Island of the Mind è uno dei libri più venduti di tutti i tempi), ma non è mai stato un beatnik in senso stretto. E' un po' quello che tentò di spiegare lui in persona al pubblico del Politeama di Poggibonsi nel lontano pomeriggio del 12 maggio 2007.
C'era la seconda edizione del Phoenix-Arte in movimento, una rassegna che partiva prevalentemente da proiezioni cinematografiche. Per l'occasione, davano Ombre di John Cassavetes. Ferlinghetti lo conoscevo poco: di lui avevo letto qualcosa in una antologia Feltrinelli chiamata Poesia degli ultimi americani e sinceramente non mi aveva colpito. Mi erano sembrati migliori Burroughs, Kerouac, Ginsberg, Cassady. Conoscevo il mantra da lui coniato "Mangia bene, ridi spesso, ama molto", ma in quei giorni di maggio ero molto poco incline ad accogliere lo spirito beat della vita. Il passaggio da Sulla strada a La strada (che usciva in quei giorni) era stato violento e, all'apparenza, irreversibile. I giorni della ricerca dell'infinito piacere lasciavano spazio a dubbi e tormenti autodistruttivi e io non ero dello spirito di andare a vedere un film di Cassavetes o di ascoltare un reading o di inseguire Lawrence Ferlinghetti per una dedica sul libro. Non mi sarei potuto godere nulla di tutto questo e  rinunciai.
Quando un conoscente nei giorni successivi mi disse "Ma che ti sei perso! Quando pensi che ricapiterà Ferlinghetti a Poggibonsi? E poi oh, ha novant'anni! Quanto credi che possa campare ancora?", lo liquidai con l'aria di chi aveva altro per la testa e non ce la aveva fatta. Il 12 maggio, mentre Ferlinghetti parlava di beat generation a  dieci minuti da casa mia, scrissi:

La gelosia supera la verità, la delusione supera la mia voglia di andare a sentire Lawrence Ferlinghetti al Politeama stasera. Anche perché alle fiche non importa se in questo periodo della tua vita ti stai avvicinando alla tromba di Miles Davis o quante volte al giorno ascolti Beethoven o se a casa hai tutti, ma proprio tutti i dischi di Dylan. A loro cosa gliene viene? Ci pensavo anche stamani in classe, quando il prof. ci ha ricordato del Phoenix Festival e di Ferlinghetti. Avrei voluto chiederglielo brutalmente, anche solo per renderlo partecipe: Prof., ma perché studiare Apollonio Rodio- come stiamo facendo in questi giorni -e interessarsi di Ferlinghetti, quando qui la massima attitudine poetica si traduce soltanto nello spompinare un giocatore di fantacalcio?

Lawrence Ferlinghetti, Allen Ginsberg, Bob Dylan, Peter e Julian Orlovski e Fernanda Pivano a San Francisco nel 1965 (foto di Ettore Sottsass).


giovedì 28 febbraio 2019

Il mese del cambio delle vesti [Album]

E' capitato di rado di scendere sotto zero di rado, quest'anno. Al resto delle giornate si è scampati grazie a temperature che non sanno di niente. Manca la pioggia neutra, sfibrante e insignificante a cui questo mese mi ha abituato negli ultimi ventinove anni. Ora, in compenso, c'è sempre questo sole, grande e perfino preoccupante. Non ho memoria di un febbraio intimamente intenso come quello che mi sto lasciando alle spalle (ci si avvicina, in parte, quello del 2007). Momenti quieti e importanti e un attimo dopo pensieri imbizzarriti hanno imperversato nelle praterie del mio cervello. E' normale: "solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo". Ho ancora in mente i miei piedi stesi di fronte al televisore in quella  prima domenica sera del mese e Paris, Texas davanti, il cellulare che vibra e si illumina della luce di un qualcosa in cui forse, stupidamente, non speravo nemmeno più. 
E poi chilometri macinati, sale di attesa aeroportuali, baci dati e presi, musica ascoltata a volume insostenibile, fotografie compresse in un freddo involucro di plastica blu, visioni di serie tv troppo belle per essere solo serie tv, notti brave, albe intraviste a metà settimana, novità spiattellate e tramandate, canzoni cantate a squarciagola con sotto una chitarra vera ad accompagnarci, saluti a un binario del treno, tante promesse, i risvolti poetici e un po' stucchevoli di cosa significhi condividere l'erba sulla panchina di un parco dove sei stato bambino, abbracci che sembrano disinfettare la cattiveria che irriga il mondo, visite a neonati e battesimi, flussi di coscienza intonati ad alta voce su un letto matrimoniale, memorie preziose, appunti nel caos per un libro che uscirà a breve e altri per uno che non uscirà mai, una sbornia di sogni e canzoni in corso da ben più di un decennio, un domani che sembra davvero così lontano.
E vada a fanculo chi continua sostenere che le cose belle prima o poi finiscono.
Non solo non finiscono, ma mutano.
Mutano e vanno avanti.
In eterno.

Casa dolce (?) casa (2005, regalato e ritrovato).
Ombre.
Roma di A. Cuaròn.
Discutendo del perverso fascino dell'anarchia.
Foto mandate da donne che sentono Dylan e pensano a te.
Bigliettini handmade.
Re Lucertoluccio.
Sballi ravvicinati del terzo tipo a Favard Park.
Regali di fine artigianato battesimale.
On the Beach (pt. 2).

I pini che a Baratti...
Stella di mare.
Di notte, sotto San Domenico, come tante altre notti.
Finocchi Freschi del giovedì.
I 30esimi, di quelli belli.
Io e Bobo, sempre sul pezzo da molti anni.




mercoledì 27 febbraio 2019

Dream Theater, "Distance Over Time" [Suggestioni uditive]

Se è vero che nell'estate del 2005 ascoltavo Train of Thought tutte le mattine appena sveglio, nel letto, prima di andare in spiaggia e lo cantavo, facendo air guitar, sulla bici, è anche vero che i Dream Theater non sono mai stati il mio gruppo preferito. Certo che, per vari motivi, un disco come Images and Words se ne sta accanto ai vari Dylan, Guns, Neil Young, Allman, Dead, Stones, Maiden, Lynyrd, Zep e compagnia bella, ma da Octavarium in poi i Dream hanno fatto sempre meno parte della mia vita, dei miei ascolti, delle mie passioni. 
Un pezzo del mio cuore continua ad andare verso di loro, chiaramente, ma la sola presenza di James LaBrie (negli ultimi anni graziato da auto-Tune e in lizza per il ruolo dell'imperatore Ming in un remake disneyano di Flash Gordon) sarebbe bastata da tempo a giustificare l'abbandono di qualsiasi appassionato consapevole del fatto che, sì, c'è vita (e c'è progressive music) oltre i Dream Theater. 
A questa personale idiosincrasia negli anni si sono aggiunti, in ordine sparso: un cospicuo numero di album mediocri o direttamente inascoltabili; l'atteggiamento di restrizione intellettuale della loro fanbase prog-metallara (si veda la recente, demenziale indignazione per l'ingaggio più che secondario al Firenze Rocks); il fatto che, all'interno di un sedicente panorama progressive contemporaneo, le band egemoni siano altre e che tutte propongano musica che spesso conquista il mio interesse e il mio apprezzamento più di quella dei Dream Theater. 
Chi legge starà notando l'assenza di critiche a Mike Mangini, e va bene. Anche io vedo Mangini e rido, ma succede ogni qualvolta mi imbatto in un batterista coi guantini dotato di drum-kit a forma di castello di Grayskull o come quando vedo suonare la attuale formazione a tre batterie dei King Crimson (e si parla del più grande complesso progressive di tutti i tempi). Penso che sia normale per un fan di Art Blakey, Bernie Purdie, Levon Helm, Tony Allen o Gene Krupa, ma- andando oltre la risata -non ho mai visto alcuna nemesi o causa di rovine in Mangini. E se davvero pensate che Mike Portnoy sia stato per i Dream Theater ciò che Cliff Burton è stato per i Metallica, beh, cambiate spacciatore velocemente. 
Il nuovo Distance Over Time è superiore sia alle mie aspettative che all'inudibile singolo di lancio Untethered Angel (già negli annali del metal per lo sbellicante caso di plagio della copertina, copiata e incollata da quella dei veronesi Twintera). L'identità dell'album, i suoni, il mix, l'impeccabile produzione di Petrucci (sarebbe corretto parlare della sua migliore fino a oggi) iniziano infatti a emergere da Paralyzed, una canzone di quattro minuti a cui non manca niente e dove professionismo e abilità non pesano sull'animo dell'ascoltatore. Le barocche atmosfere- che avevamo apprezzato in pochi -del precedente esperimento teatrale The Astonishing sono molto più che lontane: qua si torna al basso pulsante di Myung e a chitarre che sembrano arrivare da oscure estensioni del cosmo. Lo stesso spirito di immediatezza (il disco dura miracolosamente 56 minuti) permea anche la successiva mini-suite Fall into the Light, devastata nei primi tre minuti da ritornelli che si confarebbero maggiormente ai Modà. 
Barstool Warrior stupisce subito per la perfetta architettura su cui viene edificata, poteva essere una canzone sofisticata, eclettica e in grado di alternare momenti di trasognata contemplazione a violente eruzioni strumentali: peccato che James LaBrie intervenga a 1'40'' e rifaccia capolino verso il quinto minuto a minare la credibilità delle geometrie tirate su da Rudess e Petrucci. 
Con Room 137 si torna a un metal di sintesi, elettrico, tirato, deturpato da un orrido eco nella parte finale. S2N è il classico caso di canzone progressive troppo lunga ma non interminabile, complessa ma non difficile, un susseguirsi di idee poggiate su un insolito- per i Dream -riff di basso elettrico che aprono le porte a At Wit's End, brutta, bruttissima copia carbone di Paradigm Shift dei LTE che inizia ad assumere un aspetto più credibile dopo quattro minuti, per poi perdersi di nuovo, fra insulsaggini pianistiche e uno sfumato "a sorpresa" messo lì forse per non prendersi troppo sul serio (i Dream Theater, possibile?). 
Out of Reach è la canzone con cui i Dream tornano, dopo diversi anni, a rincorrere un'idea di passaggio radiofonico: ballata senza pretese, stretta in un perimetro stilistico ed estetico che potrebbe suscitare gli interessi del pubblico extra-dreamers. Insomma, Another DayThe Silent Man o Hollow Years non sono mai sembrate così lontane, però ascoltare i vocalizzi di LaBrie nei dieci secondi finali senza mettersi a ridere potrebbe rivelarsi un buon esercizio di self-control. 
Pale Blue Dot si riappropria di una durata maggiore (otto minuti e mezzo) e lo fa partendo da un impasto di synth spaziale e favoleggiante. Il drumming di Mangini è disinvolto come non mai, le fughe di Rudess- così come le parti di chitarra, sia in arpeggio che solistiche -risultano di grande suggestione. Perfino LaBrie canta con naturalezza. Un tutt'uno solido e compatto che non tiravano fuori da almeno un decennio (e mi riferisco ai buoni momenti contenuti in Black Clouds & Silver Linings).
Non bastano di certo Paralyzed, Barstool Warrior o Pale Blue Dot a fare di Distance Over Time un disco di inarrivabile bellezza, ma questa brevità, questo "alleggerimento"- insolito per un gruppo da tre lustri in piena curva discendente ma profondamente pieno di sé -potrebbero suggerire che la deficienza è solo parziale. Pur trattandosi di un lavoro in retroguardia rispetto ai vertici creativi del 2003-2004, troviamo dei Dream Theater più rilassati e molto legati all'idea di band (il disco è il primo in vent'anni che hanno composto e inciso tutti assieme in neanche venti giorni). L'ambizione strutturale e l'epica strumentale di The Astonishing (che, come scrissi a suo tempo recensendolo, resta tutt'altro che un brutto lavoro ed è la migliore opera post-Portnoy del gruppo) lasciano il passo a canzoni che magari non diverranno dei cult domani ma che oggi scorrono fluide. 
Come se non bastasse, il debordante narcisismo di John Petrucci ha trovato la propria ragione di essere in una produzione che, vale la pena ribadirlo, è sopraffina. Magari loro per primi volevano scrollarsi di dosso la musica ipertrofica, tecnicistica e iperespressiva del quinqennio 2010-2015: sarebbe comprensibile, ma i metallari sono troppo spesso poco severi col proprio lavoro e al contempo pericolosamente orgogliosi e bigotti. E, proprio in virtù di questa scarsa capacità di auto-analisi, sperare che i Dream Theater si scrollino di dosso anche il cantante continua a essere utopistico.

venerdì 22 febbraio 2019

Bob Dylan & Grateful Dead, "Dylan & The Dead: Rehearsals 6/1/1987" [Suggestioni uditive]

Quando mi accusano di esagerare, che i Grateful Dead (più di Bob Dylan) son solo una mia "ostica" fissazione, soffro. 
Soffro per tutti quelli che ne hanno ascoltato due pezzi senza capirli. 
Soffro per chi si perita nel dare la colpa alla scarsa linearità dei ritmi, ai troppi tempi e agli altrettanti contro-tempi, al fatto che il cantato non sia quello dei Beatles, di Michael Jackson, di Simon&Garfunkel o de Il Volo e che le storie narrate non siano quelle di cui si occupa, in prevalenza, la musica pop. 
Eppure è vero: come Dylan, i Dead non sono roba per tutti, ma solo per chi, un passo alla volta, sceglie di superare il limite del banale e del prevedibile per andare oltre il senso comune della Musica. Come i sei concerti tenuti in USA nel 1987 dalla formazione Dylan& The Dead abbiano prodotto solo un omonimo, mediocre disco dal vivo e tanto malcontento rimane un mistero, insondabile e paradossale.
Grazie a una recente lettura su Kindle (Jokerman di Clinton Heylin, non il più preciso fra i dylanologi ma sicuramente meno pedante e saccente di Greil Marcus), scopro, dopo tre lustri di inesausta passione, nuovi indizi su quei dodici mesi strani e- come racconta lo stesso Dylan in Chronicles -difficili. Jerry Garcia spiega ad Heylin: "Mentre stavamo lavorando a Dylan & The Dead, vivemmo un'esperienza davvero strana. Andammo a casa sua a Malibu, dove lui aveva sette od otto di questi enormi cani, credo che fossero dei mastini o roba del genere. Appena arrivati, i cani circondarono le mostre auto, e lui venne a prenderci e ci portò in questa enorme casa che sembrava un castello. Sai, un grande caminetto, pareti in legno, un soffitto altissimo. Su un tavolo c'era uno stereo a cassette portatile, di quelli da trentanove dollari, nel quale ficcò la cassetta del disco, la fece andare e quindi disse: <<Non pensate che la voce sia mixata un po' troppo alta in quel brano?>>. Così ce ne restammo lì ad ascoltare quello che sarebbe diventato uno dei nostri dischi che suonava su quell'aggeggio da due soldi, e lui proseguì dicendo che, a suo parere, ci volevano un po' più di bassi". Tutto questo avveniva tempo dopo quelle discusse sei serate, sicuramente in un periodo di fermo contemporaneo o di poco precedente le sessions di Down in the Groove (dove alcuni morti riconoscenti ricomparvero, scortati dal fido paroliere Robert Hunter). Se è vero che Jerry Garcia non fosse legalmente in grado di poter rimettere mano al missaggio dei nastri dell'87 e che nessuno dei Dead avesse alcun potere decisionale sulla tracklist definitiva, è altrettanto sicuro che a Dylan- specie dopo l'inizio del NET (7 giugno 1988) -di quel live importasse davvero poco.
Nel corso del tempo, (pochi) bootleg di scarso valore tecnico e collezionistico hanno serpeggiato in rete senza mai soddisfare nessuno: anzi, alcuni di questi hanno perfino rafforzato la comune ostilità sia dei Deadheads che dei dylaniani nei confronti di questo tour. Personalmente, iniziai a rivedere alcune convinzioni sull'argomento un paio di anni fa, imbattendomi in una John Brown di presunta origine soundboard caricata su YouTube. Poi fu il momento di una devastante Tangled Up in Blue musicalmente già identica a quella della JGB, a cui faceva eco una Drifter's Escape bella e nervosa, col basso di Phil Lesh a fungere praticamente da seconda voce. Tentai di abbattere certi scontati commenti di critica (magari giustificati solo dal fatto che Dylan & The Dead è davvero il peggiore disco live di Dylan) e tramite un bel post di approfondimento sul sito Expectingrain.com mi ritrovai al cospetto del centinaio di titoli suonati e provati in preparazione al tour. Canzoni rare, ricercatissime, roba che Dylan non suonava da una ventina d'anni e che Garcia e Weir, di contro, gli imponevano, loro che con quella musica c'erano cresciuti e che stavano cercando, in quello stesso periodo, di portare il Dead-sound nel futuro.
A riprova che per Dylan il piccolo tour coi Grateful Dead (e non, come indicato da molti, quello più apprezzato e mastodontico con Petty e gli Heartbreakers) fu decisivo tanto nel toccare il fondo quanto nel dare una svolta all'approccio nei confronti della propria arte, è apparso da alcuni giorni un bellissimo e fieramente non-ufficiale bootleg da 1,5 GB (74 file .flac per un totale di 54 canzoni da distribuire su 6 cd) intitolato Dylan & The Dead: Rehearsals 6/1/1987. Si tratta, in prevalenza, di brani ottimamente registrati in quel di San Rafael, California. Perle da sorseggiare piuttosto che da tracannare tutto d'un fiato. Un caso anomalo di box clandestino che fa ordine con parsimonia e intelligenza, senza includere false partenze o scarti sfacciatamente superflui. Ma, soprattutto, che rende partecipe l'ascoltatore del racconto di un uomo in crisi che muove i suoi incerti passi fra una sala prove in affitto e il soundcheck di uno stadio. Dylan & The Dead, nella sua offensiva essenzialità costellata di scelte sbagliate e bassi pesanti, non ha mai restituito l'idea che quei sei concerti avessero rappresentato un nodo tanto cruciale nella vita di Dylan. Il bivio era chiarissimo a lui e anche al suo pubblico: smettere di suonare o andare avanti per sempre (da lì a un anno, non a caso, il NET). Ecco, tutto questo dalle Rehearsals traspare. Sembra quasi di poter vedere Jerry Garcia prendere per mano il suo mito di gioventù e mostrargli la strada che porta al palazzo della Musa divina. La band li segue, aiuta Dylan nel riprendere familiarità con canzoni ormai divenute soggetti estranei al suo intimo d'artista, gli fa riscoprire perle abbandonate lungo il cammino o mai toccate dal vivo. Se la scintilla del performer "a vita" ha avuto un origine, quell'origine è da ricercarsi qua dentro.
I Deadheads avranno già messo le mani su questo bootleg, perché loro per primi riconoscono- a ragione -la maggior parte dei meriti del tour ai Grateful Dead e in tal senso avranno di che godere; ma i dylaniani, o almeno tutti quei dylaniani che ancora si inoltrano nella musica di Dylan con lo spirito di chi legge un un giallo senza soluzione definitiva, dovrebbero ugualmente scaricare e ascoltare tutta questa mole di roba.
Per inciso, The French Girl  è commovente.

giovedì 14 febbraio 2019

Sbatti Ryan in prima pagina! [Extra]


Copio e incollo da un comunicato ANSA datato 14 febbraio:


Sette donne hanno accusato di molestie il musicista americano Ryan Adams. Un articolo del New York Times descrive l'artista in termini di bugiardo manipolatore, includendo accuse di abusi psicologici da parte della ex moglie, Mandy Moore. Un'altra donna dice che Adams le ha spedito messaggi esplicitamente sessuali e video durante una conversazione skype quando era una ragazzina. La star, famosa nei primi anni 2000, ha negato le accuse e sui social ha scritto "Non sono un uomo perfetto e ho fatto diversi errori, chiunque pensi di aver ricevuto del male, comunque involontariamente, da me ha le mie scuse profonde e senza riserve, ma il ritratto che viene fuori da questo articolo è sconvolgentemente impreciso. Alcuni dettagli travisati, altri esagerati, altri ancora completamente falsi. Non avrei mai avuto relazioni inappropriate con qualcuno sapendo che fosse minorenne".

Come succede in questi casi, si crea una frattura, una separazione in seno a chi segue e apprezza il personaggio. Per curiosità, sono andato a leggere anche il duro articolo del Times, che sembra somigliare molto a trappole mediatiche già viste e basate su dichiarazioni ad alto impatto emotivo e descrizioni artefatte. 
Per chi va oltre il giudizio spicciolo e la meccanica del #metoo, questi del moralismo social sono tempi duri e spietati. Le accuse contro Adams non sono state formalizzate, c'è già chi grida "al mostro!", ma è prematuro e- vista l'instabilità del soggetto -anche ingiusto. La sua reazione, a ora, si è tradotta in un comunicato stampa e in un video in diretta su Facebook che è stato velocemente cancellato. 
La società civile è piena di persone minate da mille debolezze e dipendenze, spesso sono colpevoli, altre volte sono solo bersagli facili. Personalmente, tendo a separare  da sempre l'uomo dall'arte. Insomma, non ho mai acceso un fuoco coi dischi dei Noir Désir o coi libri di Céline e spero di andare a vedere ancora a lungo i film di Roman Polanski.
Concludo dicendo che se qualcuno sta leggendo e ha già impacchettato i dischi di Ryan Adams per arderli sulla pubblica piazza, lo prego di contattarmi: di lui me ne mancano ancora parecchi.