sabato 16 giugno 2018

Guns N'Roses Live @ Firenze Rocks 15/06/2018 [Extra]

Mi rendo sempre più conto che questi grandi concerti negli stadi (o nelle arene) che tanto mi emozionavano sullo schermo della tv da adolescente, hanno poco da dire. Che si parli della ineccepibile macchina sforna-concerti imolese dello scorso anno o della pessima organizzazione griffata D&G (e destinata per giunta a un concerto mediocre come quello degli Stones lo scorso settembre), la gente è troppa, il palco è distante, quando va bene, troppo distante, quando va male, i biglietti- e io, se li ho, non son certo il tipo che si fa problemi a spendere -costano sempre e comunque troppo, il fastidio generale finisce, spesso, con l'essere troppo. A prescindere da genere e artisti coinvolti, certa megalomania, certo gigantismo non giovano troppo al rock&roll.  Figuriamoci poi in un paesotto marginale come l'Italia, dove le migliori stagioni musicali di tutti i tempi manco siamo stati in grado di viverle e dove il concetto di festival è solito tradursi in un'accozzaglia caotica spalmata lungo tutto lo stivale in un lasso di tempo concentrato in tre, quattro mesi l'anno. Resta tuttavia un fatto incontestabile: il Not in this Lifetime Tour fa sosta a Firenze, che, per affinità sanguigna ed elettiva, posso considerare la mia seconda hometown, e ogni indugio si annienta sin dal momento dell'annuncio (per i preamboli rimando a un post pubblicato a fine novembre). Al liceo sognavamo che uno show dei Guns avesse, come cornice, i luoghi dove siamo cresciuti e questa data fiorentina, personalmente, la interpreto come un preciso segno del destino. Per l'esattezza, ho letteralmente sognato due volte che i GNR arrivassero nel "cortile di casa": in un sogno, suonavano al mare, in un paese simile a Castiglioncello ma comprendente una rocca medievale dove io e Marco ottenevamo gli ambiti pass per il backstage, scoprendo così che la formazione era quella classica dell'87; in un altro, sempre ambientato durante l'estate, girellavo per un borgo come se ne trovano a bizzeffe dalle mie parti, entravo in una specie di pub seminterrato e i Guns stavano tenendo un intimo set acustico, mentre, fra una canzone e l'altra, Axl pronunciava- in un italiano corretto che giusto i sogni possono restituire -dei sermoni sulla vita di coppia, il matrimonio, il successo e il fallimento.
Ci vuole tempo per capire contorni e contenuti di una turné di estrazione rock, e i Guns N'Roses non fanno di certo eccezione. Questa formazione che potremmo denominare GNR "MKIV" va in giro per il mondo, seppur con qualche interruzione, dall'aprile 2016. Il 2017 si è chiuso con incassi da record, il Not in This Lifetime Tour si è confermato come il quarto evento musicale più redditizio della Storia e gli ultimi show americani dello scorso ottobre hanno mostrato una band intenta a suonare quelli che perfino certi critici più maturi, inaciditi e scafati del sottoscritto non hanno tardato a etichettare all'unanimità come fra i migliori che il gruppo abbia mai presentato (e in effetti, anche solo fermandosi alle ultime scalette, c'era di che dar loro ragione). Qua sotto, un piccolo assaggio di pezzi presentati in una qualsiasi serata a Filadelfia:
Arriviamo a Firenze con un po' di timore, io, Sofi, Limo e mia sorella Francesca. <<L'ultima volta che abbiamo visto un concerto insieme io e te, Limo?>> e lui <<Mmm... Marco Masini al Mandela, e prima di lui gli Oasis!>>. Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora e l'unica costatazione che mi viene da fare è <<Certo che siamo andati a migliorare!>>. All'apertura del festival, la sera prima, i Foo Fighters hanno invitato Axl, Slash e Duff sul palco e si sono lanciati in una It's so Easy fotonica: sotto il palco, un Nikke gasato come non mai mi ha perfino telefonato garantendomi l'ottimo stato di salute dei ragazzi, in particolare di Axl. Vengo comunque assalito da mille dubbi <<E se il castello di carte che ho in testa da mesi andasse rovinato per colpa di chi gestisce il Firenze Rocks?>>, poi guardo mia sorella- compie 15 anni fra due mesi -penso che non solo non ha mai visto i Guns N'Roses, ma che non ha mai preso parte a un evento di una portata simile a questa e ne ammiro la calma e l'inconsapevolezza. Io ormai ho imparato che i concerti, nel senso più ampio del termine, sono fra i pochi contesti in cui l'essere umano può ancora essere libero, lei ancora non lo sa. Ma è giusto che sia così.
Parcheggio rocambolesco in via Michelucci e in dieci minuti siamo all'ingresso del Visarno lato piazza Puccini. Mia sorella, che si è aggiunta "in corsa", avrebbe un ingresso rosso, ossia da piazzale Jefferson, ma decido di fare comunque un tentativo. I biglietti, salvo una piccola scritta, sono identici, così scambio il mio col suo, di modo che, semmai qualcuno venga rimbalzato fino a Porta al Prato, quel qualcuno sia io. Il livello di security è pari a quello che potreste trovare alla Sagra del Fungo di Pievescola, i bodyguards del primo tornello tengono la cancellata aperta e si limitano a chiedere <<Che colore avete?>>. E così a <<Che colore hai?>> sorrido e rispondo <<Giallo>> e vengo fatto passare. Solita pantomima al metal detector e alla perquisizione allegata: butto quel che rimane del nostro bottiglione d'acqua, mostro i resti di una schiacciata secca e mi assicuro che anche Francesca venga fatta passare senza problemi. All'ultimo tornello, con mio sommo stupore, una ragazza molto bassa e molto larga legge i codici a barre e restituisce i biglietti senza strapparli. <<Ce li strapperanno dopo>>, dico a Limo, ma questo non succede. <<Bah...Organizzazione Firenze Rocks...>>.
Siamo in cima al settore prato, praticamente al confine con l'ambito gold pit. Conquistiamo un posto comodo su un poggetto che si affaccia, in linea d'aria, sulla sinistra del palco, con una visuale laterale eccellente. Mi preme che Sofi e Francesca, meno alte di me e Limo, vedano bene e la posizione sembra davvero azzeccata. Meno gente sembra cedere alla truffa dei token. Noi individuiamo i wc chimici, mentre Limo mi offre una Heineken gelata. Caldo, ma neanche quella bolla di calore che inizia a investire Firenze già da questo periodo. Per il resto, assistiamo al solito, indecente freak-show di cellulari tenuti in aria per decine di minuti, spintoni, galline deliranti, fans allucinati, ragazzini in età scolare che evidentemente- costandogli troppo un fine settimana al mare -sembrano venuti fin qui per mostrare al pubblico del Visarno le loro addominali scolpite e la loro debordante virilità gonfia e gonfiata di ormoni. In particolare, rimango colpito da uno di loro che non accenna a smettere di fissarsi i bicipiti mentre i gruppi si susseguono sul palco. Non arriva a vent'anni, li scruta, li ispeziona per un paio di minuti che a me sembrerebbero interminabili: a lui non so.
Per i Guns è il nono concerto italiano. Al termine dei sei mesi di stop, il Not in This Lifetime Tour è ripartito dall'Europa: all'incerta, difettosa serata berlinese del 3 giugno hanno fatto seguito una data danese con tre aggiunte in scaletta (fra cui Shadow of Your Love, risuonata per la prima volta dopo il 22 giugno 1987), una stratosferica venue al Download Festival di Donington Park (dove è stata saggiamente eliminata Don't Cry per far spazio a una Patience che si apre con Waiting on a Friend dei Rolling Stones) e un'ottima performance nella cittadina tedesca di Gelsenkirchen, dove la tracklist ha raggiunto l'invidiabile cifra di trenta canzoni suonate (Yesterdays e di nuovo Don't Cry, tollerabile solo perchè anticipata- come a Imola lo scorso anno -da una versione strumentale di Melissa degli Allman, versione che da quanto ho potuto sentire in rete ha finito col godere di ulteriori perfezionamenti da parte di Slash e Fortus).
Saremo 60.000 a esagerare: dunque, un numero non altissimo e posizionato in uno spazio arieggiato e vivibile. <<Ieri sera c'era molta meno gente!>>, dice un tipo vicino a me alludendo al concerto dei Foo Fighters. Abbiamo evitato le prime due opening band, ma il set dei Volbeat ce lo vediamo tutto. I Volbeat godono di un nutrito seguito nel nostro paese, non come quello de I Cani ma quasi: in entrambi i casi viene da chiedersi perchè. Ah, ovviamente i Volbeat sembrano più simpatici. Verso le 20:00 sui (piccoli) monitor del Visarno compare la grafica del cannone dei Guns, cannone che inizia a spostarsi, mirare e sparare. Per i primi cinque minuti tutti rispondo ai suoi colpi con un boato, poi la folla si rompe le palle e lascia che il cannone si sfoghi, continuando a sparare regolarmente fino alle 20:10. Dopodichè, eccoli. <<Che amorevoli tamarri!>>, penso. Il palco è grande ma non esagerato: tuttavia, Dizzy, Melissa e Frank stasera mi sembrano lontani come non mai. L'opera di missaggio soffre di problemi inenarrabili, roba che basterebbe e avanzerebbe per fare fagotto e andarsene. Non posso fare a meno, anche qui, di tracciare un paragone con il suono all'autodromo di Imola: come è naturale in arena, i primi minuti di concerto servono ad aggiustare suoni e volumi per far sì che l'audio venga restituito nella maniera più dignitosa possibile a tutti i presenti, settore per settore. Peccato che It's So Easy, Mr. Brownstone e Chinese Democracy somiglino a dei ricordi di canzoni gettati alla rinfusa dentro una centrifuga, e che da tutte e tre emerga un'ulteriore, incontestabile verità: la voce di Axl soffre ben oltre i limiti concessi. Scambio due parole con una ragazza dietro di me: lei era a Milano nel 2012 e mi garantisce di aver visto un grande concerto, io le credo e provo a spiegarle che a Imola, un anno fa, Axl andò oltre ogni aspettativa e che l'unico membro fuori forma del gruppo, in realtà, era Slash.
Con Welcome to the Jungle- di cui, purtroppo, riusciamo a distinguere solo le meravigliose chitarre e il basso di Duff -un minimo di speranze si riaccendono, gli acuti e i vocalizzi ricalcano il buon vecchio standard a cui Axl ha ormai abituato il pubblico del Not in This Lifetime Tour, l'arrangiamento è sopraffino e l'assolo prolungato una rovente libidine. Si palesa così una piacevole novità: Slash, che l'anno scorso mi era sembrato simile all'ombra di un rocker ultracinquantenne, musicalmente appannato e molto prigioniero della propria caricatura, stasera torna finalmente a essere un fottuto chitarrista di rock&roll. Un viaggio a ritroso fino alla forma migliore, quella che non si vedeva dai tempi dei suoi Blues Balls (con meno blues, ovviamente) e dei primissimi Velvet Revolver.
Better è di nuovo un pezzo in caduta libera, per quanto Melissa inizi a tirar fuori gli artigli e non se ne stia più lì impalata a fare la bella statuina sullo sfondo: scuote la sua ormai famosa chioma blu, si prodiga in cori e contro-cori, conquista le attenzioni delle telecamere, ammicca a un pubblico che ormai la riconosce a tutti gli effetti come un membro dei Guns N'Roses.
Se in quella che finora ha rasentato più volte la tragedia dovessimo trovare un punto di svolta, quel punto di svolta si chiama Estranged. Dopo Estranged le coordinate del concerto si sposteranno drasticamente verso il miglioramento: è chiaro che l'iniziale mezz'ora di audio devastato non ce la restituirà nessuno e che sarà difficile toglierci dalla testa l'incontestabilmente mediocre performance del signor Rose fino a un momento fa. Axl tira fuori un'altra voce da sotto la sua bandana, scardina le coordinate di quello che, da alcuni sprovveduto, viene indicato come puro e semplice rock revival e Slash gli va dietro: a distanza di dodici mesi, quello che l'anno scorso mi era sembrato un pezzo rischioso e dalla scarsa resa concertistica si è tramutato in un momento di altissima intensità. Nella mia testa, Estranged è tutto un susseguirsi di memorie, gocce di pioggia, litigi annebbiati e lacrime.
Live and Let Die, per me, resta pura e semplice nostalgia. Non è lo specchio di ciò che vivo oggi, né ne rappresenta in alcun modo la colonna sonora, eppure riesce sempre a mettermi i brividi la sua capacità di proiettarti davvero a "quando tu eri giovani e il tuo cuore era un libro aperto". Di cosa risveglia nel sottoscritto Live and Let Die e di molto altro parlerà il libro Illusioni indesiderate (titolo provvisorio), in uscita entro l'11 novembre 2019.
Vuoi perchè l'originale è un pezzo che conosco a menadito e che ho ascoltato innumerevoli volte fin dalla sua uscita (8 giugno 2004), vuoi perchè rientra fra gli sporadici barlumi di novità rinvenibili in questo segmento di tour (fino a ora la scaletta è stata identica all'anno scorso), trovo che i quattro minuti di Slither siano fra i più esaltanti della serata. I suoni dei sette riempiono l'arena. Per un po' tornano certi meccanismi del periodo Illusion Tour, o almeno torna una band in cui ognuno, nel corso di un'esecuzione ineccepibile, si fa i cazzi suoi contribuendo però a formare un amalgama unico. Tornano i tempi in cui il signor Rose arrivava da solo, scortato dentro una limousine, usciva e stendeva tutti, anche gli U2, i Rolling Stones e chi altro vi pare. E poi veder suonare dal vivo quello che probabilmente è stato l'ultimo grande assolo firmato da Slash non ha prezzo.
Stasera Rocket Queen è davvero irritante: l'assolo di talkbox tirato via e fastidioso, molto meglio la parte slide subito successiva. Mi rendo anche conto che l'Hammond di Dizzy non si sente, che gli effetti di Melissa sono inghiottiti dalla sezione ritmica e che la soglia dell'attenzione del pubblico del Visarno (ma forse, in generale, della attuale fanbase dei Guns) è pari a quella di un bambino scemo. Non un assolo lievemente più lungo, non un barlume di jam sembrano essere tollerabili. <<Forse è in una fabbrica dell'Ohio che voi riuscireste a trovare voi stessi>>, diceva il Capitano Willard ai giovani soldati scelti per accompagnarlo lungo il fiume in Apocalypse Now. Ecco, diciamo che- stando a quanto sto avendo modo di vedere e sentire stasera intorno a me-un attuale fan medio dei Guns potrebbe trovare se stesso dentro un libro di Paola Maugeri.
Al netto di tutto, Axl è davvero un mistero: una rockstar indefinibile, poco etichettabile, non più schiva come un tempo, ma a modo suo ancora sfuggente. "Ogni volta che uno pensa di aver capito qualcosa di Axl, lui arriva e ti smentisce", ebbe a dire Bumblefoot non più tardi di quattro anni fa nel corso di un'intervista che annunciava un imminente doppio album di inedite e un'altra serie di appuntamenti indoor a Las Vegas che, per quei GNR, sarebbero stati anche gli ultimi. Quelle portate sul palco nell'autunno 2014 erano canzoni assemblate e affrontate svogliatamente, con arrangiamenti sempre identici e banali. Con Shadow of Your Love, piuttosto, i Guns sembrano davvero ricordarsi di quando, dai palchi dei più malfamati club di L.A., rivoltavano il mondo: diretta, essenziale, asciutta, più punk della parentesi puramente punk che Duff aprirà poco dopo con Attitude dei Misfits. Nel mezzo, una You Could Be Mine "di maniera", con Axl che oscilla fra alti e bassi, la voce che va e viene, Slash ai massimi livelli.
This I Love fa emergere due grandi domande. La prima: come mai i Guns (o meglio, Axl) si ostinano a presentarla in concerto? Era una canzone incantabile nel 2010, con qualche resa discreta ottenuta nel 2012 (vedere video sotto), ma nel complesso trovo che sia davvero penalizzante perseverare nel proporla. Questo vale per loro, che si ricoprono gratuitamente di ridicolo per quasi cinque minuti, e per noi, che dobbiamo affrontare questo estenuante supplizio. La seconda domanda: possibile che in un'era dominata dalla banda larga, dai social, dalla free music, da Spotify, da YouTube, dal file sharing, ecc. la gente non sia ancora stata in grado- a quasi dieci anni dalla sua uscita -di ascoltare, approfondire, al limite di farsi perfino piacere le canzoni di Chinese Democracy?
La voce di Axl in Civil War somiglia, inaspettatamente e meravigliosamente, a un ulteriore strumento messo in bella mostra sul palco. Di svolte, sterzate e frenate il ragazzo ne ha collezionate tante, ma alcune cadute verificatesi stasera a più riprese danno davvero da pensare. Eppure, i momenti critici di inizio serata e l'irragionevole figuruccia di This I Love sembrano già ombre lontane. Così come- ahimè -sono lontani i lunghi anni del Chinese Democracy World Tour, cominciato il primo gennaio 2001 e concluso nel 2011, così ricchi di improvvisazioni, sperimentazioni, cambi di formazione, scalette selvagge, variazioni di durata, sbalzi d'umore, brani inusuali, covers rare e ricercate. Il signor Rose del 2018 è un frontman responsabile e sicuro di sé, un artista che firma autografi, posa coi fans nelle foto, inizia i concerti con la puntualità di un Rolex e si ferma perfino a chiacchierare coi giornalisti che gli fanno domande scomode su un suo ipotetico futuro come voce solista ufficiale degli AC/DC. Insomma, un esempio di grande professionalità i cui risultati performativi risultano però ampiamente oscillanti.
Veniamo lasciati soli per una ventina di minuti con Slash. Ribadisco: è un altro musicista rispetto a quello che si aggirava sul palco di Imola l'anno scorso. Con cuore, passione e buona tecnica si inoltra in una jam che sfocia in una Johnny Be Goode strumentale e si conclude con l'immancabile score de Il Padrino. Una sicurezza.
Neanche un secondo intercorre prima che il ricciolone si lanci nel più geniale e noto giro di chitarra della storia del gruppo: Sweet Child O'Mine tende, purtroppo, a fare l'effetto karaoke, ma da quel poco che riesco a percepire della voce di Axl, parrebbe proprio che il rosso di Lafayette non ce la faccia a mantenere l'intonazione, almeno nelle prime strofe. Dei ritornelli e un assolo prodigiosi ci conducono a una conclusione allungata dove tutto il carro armato GNR fa il suo dovere: Slash e Fortus schitarrano, Duff pesta sul basso, Ferrer (stasera un batterista comune e privo della personalità dimostrata fino a qualche mese fa nelle grandi serate europee e americane) fa sfumare i suoi crash, Dizzy pesta sui tasti e Melissa modula il tutto.
Visto che le scalette dei Guns N'Roses post-2016, seppur con qualche gloriosa eccezione (gli ultimi concerti americani del 2017), si sono fatte rigidissime, tutto il Visarno dovrebbe gioire e inchinarsi a una Wichita Lineman da cappottamento. Non si può pretendere che tutti i presenti conoscano questa vecchia hit scritta da Jimmy Webb e resa immortale da Merle Haggard, ma che almeno il pubblico fiorentino abbia la decenza di fermarsi ad ascoltarla, magari mosso da un minimo di curiosità, e invece no. Paradossalmente, tocca a me sporgermi per sovrastare il cicaleccio, le passeggiatine, il viavai di chi ha aspettato finora per andare al bar. Rifletto sul fatto che questo è lo stesso genere di pubblico che, il giorno dopo, sarà intento a descrivere con chissà quali iperboli il concerto. Perchè l'importante non è né ascoltare né capire. Ormai l'importante non è più neanche esserci: l'importante è dire di esserci stati. Se poi lo si dice con una ventina di Instagram Stories, è pure meglio.
Se sulla "lunga distanza" i Guns hanno tirato a lucido come non capitava da anni Estranged, non si può dire lo stesso di Coma. Per motivi diversi da This I Love, Coma è un altro di quei pezzi che, dal vivo, vanno semplicemente oltre le potenzialità del gruppo e che dunque andrebbero evitati. Anche qui torno a chiedermi: ma quanti pezzi altrettanto splendidi tratti da Chinese Democracy potrebbero sostituire Coma? In realtà, nella prima parte, Axl se la cava meglio di quanto ci si potrebbe aspettare, ma tutto deraglia dopo il primo assolo di Slash, la voce fa i capricci, l'intricatissima parte finale si rivela un pasticcio senza capo nè coda.
Il siparietto Fortus-Slash non ha subito modifiche: è lo stesso da oltre due anni e tanto fa. Della loro Wish You Were Here americanizzata- e suonata come Dio solo sa, per carità -ne farei anche a meno. Mi piacerebbe sentire qualcosa di diverso: un solo di piano blues fatto da Dizzy, Melissa che canta da cima a fondo una canzone qualsiasi, Frank che si lancia in un solido assolo di batteria (per quanto fuori fuoco possa sembrare stasera, so che ne sarebbe capace). E invece niente.
Layla è davvero emozionante. Me la aspettavo, ma Slash e Axl garantiscono a November Rain un'apertura ancora più grandiosa e coinvolgente dell'anno scorso. E November Rain è una canzone che si ascolta sempre volentieri, ti emoziona dalla prima all'ultima nota. E' anche uno dei pochi brani che rende meglio oggi che nel 1992, amplificato, per altro, da un'eccezionale sezione visuals. Da questo momento in poi, l'esuberanza e le capacità vocali di Axl sembrano rinnovarsi e inizia così una sequenza che rappresenterà- assieme alle isolate Estranged, Civil War e Wichita Lineman -l'unica parte della serata che ci porteremo nel cuore: la Black Hole Sun definitiva, una Used to Love Her grandiosa e nuovamente tirata a lucido, Knockin'on Heaven's Door sacrificata dagli ennesimi errori di volumi e missaggio ma non per questo poco riuscita (e, porca puttana, anche se sono neanche due minuti, che brividi mi vengono quando Slash suona Only Women Bleed e Axl lo segue con la voce) e una devastante Nightrain sembrerebbero chiudere in bellezza la serata. I ragazzi hanno già suonato più di quanto fecero a Imola. Si sono dimostrati una band stratosferica in grado di enunciare, sera dopo sera, un personale Bignami rock che va da Bob Dylan a Merle Haggard, da Paul McCartney ai Soundgarden, da Clapton (o meglio Derek & The Dominoes, se, come me, si soffre di un eccesso di pignoleria musicale) a Johnny Thunders, dal punk dei Misfits ai Pink Floyd. Musicalmente, non una nota sbagliata o un brano fuori luogo.
E invece lo spettacolo continua. Una piccola pausa (l'unica della serata, così per dire) durante la quale Axl bofonchia qualcosa lascia il passo a Slash e Fortus, che nuovamente strimpellano in semi-acustica Melissa. Penso al fatto che il mio gruppo preferito stasera suona musica di altri miei artisti preferiti (Dylan, prima, gli Allman adesso), mi lascio cullare e ascolto Slash intonare Patience e il fischio di Axl riempire un Visarno immeritevole di tanta bellezza. Finalmente una grande mossa: togliere un anello debole come Don't Cry per fare spazio a una canzone che dal vivo non perde mezza oncia del proprio valore. Suggerisco a mia sorella che Gregg Allman manchi molto anche ai Guns.
Yesterdays è Yesterdays: chi non ha capito il suo valore, la ricchezza contrastante con la sua brevità e i suoi significati può andare a cacare subito. Una canzone che ogni giorno che passa sento sempre più affine. E la sento così da moltissimi anni, credetemi.
The Seeker è piuttosto scialba, rientra fra quelle covers che ormai andrebbero cassate in favore di qualcosa di diverso e poi- vai a sapere perchè -rendeva indubbiamente meglio cinque, sei anni fa rispetto ad adesso e poi buio, buio e ancora buio. Torna Slash. E' solo, suona qualche accordo inventato sul momento e poi si lancia in Paradise City. Dopo aver affrontato gli Who, Axl è davvero arrivato, ma non demorde: si butta, rischia e porta a casa un risultato comunque dignitosissimo. Ovviamente, lascia molto spazio ai cori di tutto il gruppo e lascia ampio spazio al pubblico, oltre a saltare volutamente un paio di strofe. Conclusione apocalittica, Slash che si comporta come se volesse suonare un altro paio d'ore e fuochi d'artificio ("le puttane dei sensi", per dirla con Keith Richards) che riescono a corrompere come poco altro e ad ammaliare i 60.000 presenti al Visarno.
John Ford sosteneva che, fra la Verità e il Mito, vince il secondo. Se i Guns N'Roses avevano chiuso il 2017 come una grandissima band che poteva permettersi di perdere tempo a piantare un nuovo paletto lungo il cammino e a dedicarsi al proprio futuro, oggi questa idea andrebbe rivisitata. Le possibilità di ascoltare nuova musica- qualunque nuova musica da loro registrata e prodotta -sembra affievolirsi mese dopo mese, mentre, contemporaneamente, i concerti vanno bene e loro sono tornati a tutti gli effetti un gruppo da decine di migliaia di spettatori. Lo spettacolo a cui abbiamo assistito ieri a Firenze è stato ben costruito, ha conosciuto alcuni problemi di gestione organizzativa e la performance musicale è stata per alcuni versi migliore che a Imola. Il motivo è presto detto: Slash si è riappropriato delle sue capacità e il Mito (dei Guns, in questo caso) può dirsi intatto e al sicuro. Lasciando un attimo in disparte l'aforisma di John Ford, però, andrebbe presa in mano la meno accomodante (ma non per forza meno piacevole) Verità e dovremmo abbracciare una visione maggiormente realista di certi fatti: i Guns N'Roses del 2018 sono questi. Un po' più di intimità, coscienza dei limiti tecnici (mi riferisco ad Axl) e maggiore flessibilità delle loro scalette gioverebbe non poco e tutto risulterebbe migliore. 

giovedì 31 maggio 2018

"Se il telefono non squilla, sono io che non ti chiamo" e un paio di elucubrazioni pre e post-bolognesi [Extra]

Dal momento del mio rientro dalla Francia a fine aprile, la vita è tornata ad assumere pieghe bizzarre e imprevedibili. La cessazione del vecchio lavoro e il mancato rinnovo del contratto come accompagnatore part-time sugli scuolabus mi hanno messo inizialmente di fronte alla fatidica domanda che cinquant'anni fa, grazie all'astuzia di Mario Merz, divenne perfino una famosa e discussa serie di sculture d'arte moderna: "che fare?", per l'appunto. Bene, tanto per cominciare, non bisogna mai smettere di studiare. Mai. Io studio continuamente, il che per una persona che ha abbandonato l'università nel 2009 è un paradosso e una fortuna allo stesso tempo. Per esempio, in questi ultimo giorni apprendo- con ampio godimento -leggendo Le vie dei canti di Bruce Chatwin. Dormo, mi trastullo, perdo tempo, vado a un paio di riunioni e sto dietro alla Festa di Liberazione 2018, che si terrà nel quartiere, come di consuetudine, dal 21 giugno al 9 luglio. Rinuncio ad andare a vedere Gilberto Gill a Perugia, medito sull'acquisto con larghissimo anticipo dei biglietti per l'unica data italiana della Marcus King Band (il loro disco è stato il mio top-album del 2016 e suoneranno a ottobre al Santeria Club di Milano), vado con Sofi a vedere Ultimo tango a Parigi restaurato e in lingua originale e realizzo, rammaricandomene, che a 48 anni sarò molto diverso da come era a quell'età Marlon Brando. Riscopro anche il piacere di ascoltare per un paio di notti piovose la colonna sonora di Gato Barbieri nello stereo di Ginetta, prima di toglierla lasciando il campo libero a Moondance, che, preso in coppia con Blowin'Your Mind (gli anziani continuano a chiamarlo T.B. Sheets, forse confondendolo con una compilation coetanea e pressoché identica per tracklist e genere) davvero mi piace più di Astral Weeks.
Mi soffermo a ricordare quando il suddetto blog si preoccupava prevalentemente di cinema, della quantità di recensioni scritte nei primi tre anni di permanenza su questa gradevole piattaforma web e di alcune altre cose. Poco più di un mese fa, ci siamo salutati con Lorenzo (che del blog curò, inizialmente, il layout) promettendosi di aggiornarci su un libro dedicato a Mad Max, ma per vari motivi non sono riuscito a raccogliere idee in merito: gusti, stili, sensibilità irrimediabilmente lontane. Al contempo, ho rinunciato a partecipare alla pubblicazione di un romanzo di fantascienza scaturito dal racconto lungo Il giglio infranto, e ho momentaneamente perso le tracce del fumetto che io e Pippo- ne sono certo -porteremo quanto prima in tipografia e da lì a Lucca, in Italia e nel resto del mondo. Perché sognare non costa nulla, e quando si sogna è inutile sognare "in piccolo". Anche Paolo Sorrentino dice più o meno lo stesso in una recente intervista dedicata alla sua ultima opera; anzi, fa pure meglio: con una soddisfazione sfacciatamente partenopea, paragona l'operazione cinematografica, il fare film, a uscire per una cena al ristorante. "Quando ero piccolo, se si andava a mangiare al ristorante, lo si faceva per mangiare tanto e bene, altrimenti avremmo potuto restare a casa". Questa frase racchiude uno dei segreti cardine del cinema di Sorrentino e condensa benissimo Loro. Tre ore e passa di alto cinema che  ambisce a fare luce (seguendo le orme di maestri come Elio Petri e Martin Scorsese più che di Fellini) su un modo di vivere e di pensare più che su una figura di potere. Chi arrivava da destra non poteva che partire prevenuto per un film simile (originalità ed elasticità mentale sono due prerogative solitamente vacanti in chi ancora si professa- e qui pesco fra alcuni sinonimi -fascista, democristiano, liberale o conservatore nell'Italia del 2018), mentre a sinistra è piaciuto davvero poco: chi si aspettava un Caimano più cattivo e profondo (e Sorrentino, nel Caimano, compariva come capo della comune maoista dove la storia di Moretti ha inizio) ha rischiato davvero di entrare in coma e non uscirne, chi auspicava un film-denuncia sarà rimasto quantomeno sconcertato, chi ancora confidava in una pellicola "di regime" dove Berlusconi veniva paragonato a Hitler avrà avuto una cocente delusione. In verità, Loro è uno dei migliori film-inchiesta usciti nel e soprattutto sul nostro paese negli ultimi anni: un'inchiesta scevra da certe ombre ideologiche, profonda come una seduta di ipnosi, colta, acuta e feroce come solo Sorrentino ha dimostrato di essere (dal passaggio alla "maturità" de Il Divo alle avventure del Giovane Papa mandate in onda su Sky). Delle molte cose che mi hanno colpito in Loro, vorrei soffermarmi su quanto la bellezza, la sensualità, la perfezione della femmina si frantumino, alla fine, sotto i colpi della volgarità, del cafonal, delle droghe sintetiche e su come anche l'innocenza e la purezza vengano fatte appassire in nome della deformità, della corruzione e dell'orrido. Chi, come me, ha imparato in materia amorosa a disprezzare il cazzeggio e lo slang, la goliardia fine a se stessa e tutta quella lunga serie di codici "da rimorchio" stereotipati che il maschio solitamente utilizza per fare lo "splendido" apprezzerà la patina del macho coglione che riveste il personaggio di Scamarcio, e poi, in generale, l'altissimo livello della recitazione, l'uso pazzesco che viene fatto di Down on the Street degli Stooges e il sontuoso decollo che il film vive in tutta la seconda parte. Insomma, tanto per non dilungarsi(altrimenti potevo tornare a una delle mie classiche recensioni): un film che cresce e migliora nella memoria di chi lo guarda.
E' l'ultimo sabato mattina di maggio, quando carichiamo la Ypsilon di Sofi e partiamo alla volta di Bologna, dove saremo ospiti di Federico. Per strada, interrogo il Brune- storico, giornalista e da poco anche romanziere -sulle origini della città. Parliamo del suo antico e fascinoso nome villanoviano, Felsina, e del successivo Bononia, di origine incerta ma da molti studiosi ormai attribuito ai celti. Per entrambi, Bologna è la città cantata più volte da Guccini, Lolli e Dalla, socialmente e politicamente è stata un grande laboratorio divenuto vetrina, un "esempio" fagocitato dalla standardizzazione, è il luogo a cui Andrea Pazienza doveva tutto e da cui non poté fare a meno di fuggire, una fucina di idee che ormai sono divenute o banali o innocue, un posto che trovate citato in tutti quei quotidiani mainstream quando c'è da tirare in ballo una realtà "scomoda" oppure soltanto differente in cui di realmente alternativo è rimasto assai poco. Bologna è anche la città in cui avrei dovuto vedere Bob Dylan la prima volta che desiderai accorrere a un suo concerto (novembre 2005), quella da cui sono spesso passato coi mezzi di trasporto più disparati senza mai fermarmi e a cui, nell'estate del 2009, io e Nikke girammo attorno angosciati da tutti quei semafori e dal caldo torrido che, quasi dieci anni dopo, sembra non averla mai abbandonata. Bologna fu patria amata e poi rinnegata dal mio fumettista preferito: Roberto Raviola in arte Magnus, che qua nacque, crebbe e divenne famoso. Bologna, che vide dapprima il movimento studentesco piangere Francesco Lorusso (universitario e martire del '77) e poi contestare- incredibile, ma vero -un concerto gratuito dei Clash a Piazza Maggiore. Bologna martoriata dalla bomba di quel maledetto agosto 1980.
La città in cui giungiamo attorno alle 11, con un ritardo di mezz'ora sulla tabella di marcia, invece è quella dove si sta consumando lo psicodramma del permesso negato dalla sovrintendenza al concerto gratuito proposto dagli aborigeni membri de Lo Stato Sociale. Non ricordo altre occasioni (almeno nella storia della nostra repubblica) in cui una sovrintendenza avesse avuto più ragione di adesso. E' chiaro che il ridimensionamento di certi spazi culturali sia un problema in molte località italiane, ma lasciarlo in mano alla cricca di Lodo Sguenzi è davvero troppo! Troviamo inspiegabilmente parcheggio a pochi metri da casa di Federico, molto vicina al centro ma a suo modo appartata in una via tranquilla, con le case dai profili più bassi rispetto al circondario. Parchimetro caruccio. Posiamo i borsoni, espletiamo i bisogni fisiologici e siamo pronti a conquistare la città. Vagabondando sotto i portici, noto subito che le innumerevoli falci e martelli, le stelle delle BR e i loghi riconducibili allo squatting si confondono armoniosamente con lo swoosh della Nike, il pentacolo delle Converse Chuck Taylor, l'ondina delle scarpe Vans. Non è vero che viviamo in un'era post-ideologica, ma Bologna contiene la perfetta scenografia per illudere il forestiero con questa bugia. E' mezzogiorno passato da poco, ma ci fermiamo comunque a bere un caffè in una bottega molto particolare, dove lo macinano sul momento e ti garantiscono, per qualche centesimo in più, un'esperienza davvero gustosa. Di lì a poco passiamo a visitare il comune della città in Piazza Maggiore, dove rimaniamo per un quarto d'ora, giusto il tempo di veder celebrati tre matrimoni a fila. Tutta l'architettura è solennemente papale: Bologna, al contrario di numerose "cugine" toscane, non è mai stata città dove le signorie potessero trovare una loro stabilità. Ci provarono i Pepoli, nel Trecento, e poi i Bentivoglio, nel Quattrocento, ma preti e cardinali riuscirono sempre a ordire tranelli e congiure nei loro confronti, fino ad assumere il totale controllo del territorio e a far annettere la città allo Stato della Chiesa, potendo anche contare su un'aristocrazia di commercianti e avvocati i cui legami col clero sarebbero sopravvissuti fino all'Ottocento.
Oltre a essere punto di incontro della vita cittadina e il luogo dove Claudio Lolli aveva visto "degli zingari felici ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra", Piazza Maggiore ospita anche l'affascinante e largamente incompiuta chiesa di San Petronio. Il Brune, zainetto in spalla e American Spirit pendente a un angolo della bocca, sciorina nomi e date e ci racconta che, secondo il progetto definitivo, il duomo avrebbe potuto essere più grande della stessa San Pietro. Da alcuni anni, il Comune ha chiuso al traffico buona parte del centro, quindi riusciamo a goderci con calma e tranquillità anche la splendida fontana del Nettuno e i negozi di via Indipendenza. Federico è un asso nel girare, valutare e conoscere i posti dove mangiare in un determinato luogo. Sa districarsi fra i meandri di Tripadvisor e, soprattutto, ha occhio, gusto e senso della misura. Sei anni a Roma e un altro a Torino hanno fatto il resto. Inoltre, trovare un buon posto di sabato in centro a Bologna senza incappare nel trappolone turistico è un'ardua impresa. <<Vi porto a Buca Manzoni, è qua dietro...>>, dice lui. C'è sicurezza nella sua voce, sappiamo di essere in ottime mani e poi c'è già stato coi genitori. Il ristorante è davvero in una "buca", o meglio in uno scantinato trecentesco. Dietro il banco una signora in carne molto cordiale, il personale di sala cortese e pacato. Niente tv, niente radio. Scavallate le una e mezza, non c'è troppa gente. Ordiniamo spuma di mortadella, tigelle fritte, parmigiano reggiano, tortelli agli asparagi e tortellini scolati e saltati in padella, il tutto accompagnato a  un litro di rosso della casa, un vino leggero e semplice che qua sono soliti servire freddo. Fra antipasto e primo, scattiamo un selfie.
Via Manzoni sfocia in via Galleria, una strada notevolmente più silenziosa rispetto ad altre del centro. Ne percorriamo solo un pezzo prima di riavvicinarsi a Piazza Maggiore per dirigerci verso le Due Torri. Come in molti altri luoghi d'Italia, dopo l'anno Mille le famiglie benestanti iniziarono a fare a gara a chi ce l'aveva "più lungo" (in province come la mia questa usanza è sopravvissuta fino a oggi, seppur con modalità differenti) e si misero a commissionare torri su torri, ma non di certo per abitarle: queste protuberanze verticali posizionate sopra o di fianco alle case dei signori fungevano infatti da attestati di potenza o, nei momenti più bui, da roccaforti militari. A ricordo di questa gara fra ricchi boriosi, sono rimaste soltanto la Torre degli Asinelli e la Torre Garisenda, che pende in maniera a dir poco inquietante. Se sul versante dell'offerta culturale a Bologna sembra davvero difficile scegliere nel mucchio, dall'altra desta stupore scoprire che l'attuale Amministrazione abbia letteralmente rinunciato all'assessorato alla cultura per investire tutto su quello al turismo. Il turismo, specie quello incolore e massificato dei nostri tempi, rende e dunque via: si aprono i rubinetti e ogni quaranta abitanti si apre un ristorante! Francamente faccio fatica a rivedermi in politiche di questo genere, nonostante esse palesino al meglio gusti e tendenze del millennio in cui chi oggi ha quasi trent'anni è cresciuto, ha studiato, è maturato, ha avviato un determinato percorso e vive (o sopravvive). Decadenza e oscurità sono i due grandi pilastri su cui me la sento di poggiare due terzi dell'esistenza sociale mia e dei miei coetanei: la crisi non c'entra niente. Le ultime cose che mi interessano, da sempre, sono il profitto e la posizione sociale. La mia consapevolezza di giovane adulto sarà aumentata solo tiepidamente, ma il mio menefreghismo nei confronti di questi due fattori non è mai venuto meno. Giunti in via Rizzoli, ci separiamo: Sofi e il Brune vanno a visitare la Pinacoteca, mentre io mi inoltro con Fede in via Zamboni, per una visita alla temuta e leggendaria zona del "quartiere universitario", quello raccontato in Pentothal e Cannibale dal Paz, eccessivamente mitizzato dalla letteratura fricchetton-collettivista della città (Wu-Ming, Luther Blissett, ecc.) e definitivamente ridicolizzato grazie a film come Lavorare con lentezza o Jack Frusciante è uscito dal gruppo.
Le scritte sui muri che partono da via Zamboni e arrivano a piazza Verdi meriterebbero un libro a sé, una sorta di saggio fotografico camuffato da guida per un turismo alternativo e irriverente. Fra i migliori che leggo: "Dai tornelli ai tortelli", "Vi piscio nei risvoltini", "Gandhi Fascio" e- capolavoro assoluto -"Se il telefono non squilla, sono io che non ti chiamo". La tradizione della scritta murale bolognese è materia antica, risalente ai primi anni '70 e già notevolmente affrontata dallo stesso Pazienza nelle opere del periodo universitario. Piaccia o no, lo scenario freak che mi si para di fronte è talmente carico e pesante da sembrare artefatto, vuoto, privo del dinamismo che ho percepito fino a poco prima. Una facciata aromatizzata all'hashish con timidi sentori di progressismo. Avevano ragione i Gang (anche loro forestieri non-bolognesi) quando a inizio Millennio cantarono- forse con la consapevolezza di certi grandi poeti intenti a regalare alla letteratura italiana il loro hapax legomenon -"Bologna non c'è più/ se l'hanno presa loro/è un cumulo di noia che spendi e paghi caro". La frattura fra PCI e movimenti extraparlamentari non solo non si è mai chiusa, ma qua sembra essere divenuta una falla vera  e propria, un fossato sicuro e accogliente, una lunga oasi che attraversa la città e in cui molti hanno finito col trovarsi a proprio agio, vivacchiandoci e sonnecchiandoci placidamente, a intervalli regolari nell'arco degli ultimi quarant'anni. Peccato solo che fuori ci sia il Mondo. Risulta infine difficile, oggi, pensare che dall'ennesimo murale dipinto sotto uno di quei loggiati fosse arrivata l'ispirazione per il titolo di uno dei massimi punti di arrivo del cantautorato italiano di tutti i tempi: Disoccupate le strade dai sogni, diario privato destinato a una rivoluzione collettiva nata già morta.
Quando ci ritroviamo, sono da poco passate le 18:00. Io e Federico abbiamo compiuto un giro molto lungo, le calorie dell'abbondante pranzo in perfetto stile bolognese sono state tutte bruciate, siamo usciti dal perimetro delle mura e rientrati, abbiamo fatto scalo in un paio di negozi (per fortuna, non a Disco d'Oro in via Galliera, ché mi sarei rovinato), visto uno scorcio del Reno nella suggestiva via delle Moline e andati verso il luogo dell'appuntamento: Macondo, ossia il miglior cocktail bar della città. Ubicato al numero 22 della celeberrima via del Pratello, Macondo è un locale piccolo, con dentro un po' di sedie di plastica e cuscini e qualche tavolo sotto la loggia all'esterno. La temperatura oscilla fra i 28 e i 30 gradi, l'arsura assale, ma per adesso non siamo in molti. In fatto di gin, whisky e rum questi ragazzi sembrano essere davvero molto ben forniti. Le bevute della casa oscillano fra i 4,50€ e gli 8€, non fanno servizio al tavolo, così prenotiamo al banco. Il Brune, caso limite di scrittore allergico al gin, ordina uno screw-driver rivisitato, mentre per me, Fede e Sofi tre gin tonic fatti con un gin a loro piacere. Ci fa qualche domanda sulle nostre preferenze in fatto di distillati. <<La solita vecchia diatriba fra aromatici e secchi!>>, penso dentro di me. La scelta cade su un gin giapponese dai sentori floreali ma non troppo zuccherini. Mi sta bene: io sono a favore di tutto ciò che è molto, molto dry e, mentre Fede si fa versare un bicchiere di acqua frizzante a parte, chiedo che al mio venga aggiunta una scorza di lime. Sprofondiamo sulle poltroncine. Se la rivoluzione scoppiasse adesso, temo che dovrei chiedere cinque minuti di pazienza.
Rincasiamo distrutti, con qualcosa come 11km sul groppone, le magliette cariche di sudore e la smania di bere un litro d'acqua fresca a testa. Doccia a turni, visione di un programma chiamato Camionisti in trattoria condotto dal famigerato Chef Rubio: puro trash accompagnato dai carboidrati. Sofi passa al vaglio un paio di ristoranti, alcuni dei quali già pieni. Prenotiamo al Rovescio, una osteria biologica di via Pietralta, per le 21:00, che qua è un orario quasi da aperitivo. Buffo che una città così esposta a nord conservi dei ritmi quasi partenopei. Ci pressiamo nella Mini di Federico e partiamo. Facciamo un giro panoramico spingendosi fino al parco dove si svolge la Festa dell'Unità più grande d'Italia. Vediamo l'Estragon, i centri sociali, l'Unipol Arena e, in generale, il quartiere dove Federico lavora e passa buona parte della sua settimana, dopodiché ci riavviciniamo al centro. Trovare parcheggio si rivela difficile, varchiamo la ZTL dopo aver consultato il sito del comune in materia degli orari di attivazione del varco, facciamo due volte il giro dell'isolato, usciamo, rientriamo e alla fine riusciamo a posteggiare a 700 metri dal ristorante. Il locale è piccolo e confortevole, il menù ridotto ma ben congegnato. Sofi ordina della pasta, mentre noi maschietti carnivori propendiamo per le tartare di bufalo. Ci portano una bordolese di vino della casa: un robusto mix di cabernet e barbera senza solfiti. La cena fila via spettacolarmente, dopodiché paghiamo e usciamo. Il tour notturno ci porta su fino alla zona dei colli appenninici. Bologna ha la particolarità di confinare con molti di essi, fra cui quello della Guardia, che si estende fino a 290 metri di altezza e sulla cui cima trova spazio il santuario mariano della Madonna di San Luca. Io e Fede pisciamo in un cespuglio, mentre Sofi scatta, dalla strada, un paio di foto notturne.
Il resto della serata, una volta tornati a valle, prosegue da una piazza all'altra, di loggia in loggia. Tentiamo di ordinare al Senza Nome, un bar interamente gestito da persone sordomute dove primeggia il linguaggio dei segni. Un'esperienza unica che vorrei approfondire, ma la ressa è insopportabile, l'attesa snervante e il caldo regna sovrano anche a quest'ora tarda della sera. Mi giro verso il Brune: sembra Martin Sheen mentre, sulla barca, studia il report riservato riguardante Kurtz tirando avanti a cognac e Winston. Ripariamo, assetati più che mai, in piazza San Francesco. Intercetto un pakistano che vende abusivamente birre Moretti da 3/4 di litro a 2,50€: la spunto con uno sconto di 50 cent. e lo saluto. Sofi e Fede riparano dentro un locale dall'eloquente nome di Alto Tasso. Io e il Brune restiamo fuori a parlare di Solo, che entrambi dobbiamo ancora vedere. Resto allibito dalla quantità di persone che occupano, rigorosamente sedute sul selciato e sull'asfalto, tutta la piazza.
Rincasiamo che sono quasi le 2:00. Prima di crollare, leggo le prime pagine de La vita fino a te di Matteo Bussola, che ho regalato a Sofi un paio di settimane fa. Il mattino seguente, dormo fino a metà mattinata, facciamo il caffè e usciamo a visitare l'Archiginnasio. 3€ per vedere due stanze. Da lì, ci spostiamo nella bellissima piazza Santo Stefano, che i bolognesi chiamano affettuosamente "delle Sette Chiese". Ci domandiamo perchè, visto che di chiese ne vediamo solo tre. La storia di questa basilica "minore" si perde nel tempo e assume un alone leggendario: addirittura, fino a tutto il III Secolo, nel punto dove oggi si trova la chiesetta dedicata i martiri Vitale e Agricola, era stato possibile celebrare il culto a Iside in un apposito tempio, logicamente scomparso sotto strati e strati di marmo, mattoni e cristianesimo. <<Bologna, diciotto secoli fa, era una città meravigliosa!>>, direbbe Nanni Moretti. Veniamo fotografati in uno degli splendidi chiostri che portano da una chiesa all'altra.
Pranziamo a casa di Fede, che improvvisa delle ottime penne alle melanzane e un'insalata di cetrioli perfetta per fronteggiare la calura esterna. Per digerire, tentiamo inutilmente di raggiungere un parco cittadino, ma l'afflusso di automobilisti della domenica da tutta la città ci riporta nuovamente sui Colli. Torniamo a San Luca, stavolta con la luce del giorno e la possibilità di visitare il monastero. Francamente, sembra un caotico luna-park tenuto pure maluccio. In generale, è una zona collinare imparagonabile a quelle che sovrastano Firenze o Torino. Poco male, comunque. Scattiamo un selfie e ci prepariamo a salutare Fede e la città. So long, Bologna.

giovedì 24 maggio 2018

His Bobness' 77 BDay (ossia come "non continuare a confondere il Paradiso con quella casa al di là della strada") [Extra]

Bob Dylan non l'ho mai conosciuto. Me lo immagino come un uomo buono ma incazzoso, affidabile ma lunatico, magnanimo con chi merita magnanimità e cinico con chi merita cinismo. Un santo indiavolato o un diavolo beatificato, a seconda dell'occasione. Insomma, una carogna molto simpatica. Una carogna che oggi compie 77 anni, traguardo che ho pensato di onorare, nel mio piccolo, con uno dei molti aneddoti che potrei snocciolare su di lui. Ma prima un breve e doveroso appunto riguardante un fatto recente: andando a ritroso, credo di aver capito cosa possa stare alla base della mia sconfinata ammirazione per l'artista e la sua opera. Come spesso accade, il merito è di una frase, una frase che gli sentii pronunciare, quando avevo una quindicina di anni, in un film di Martin Scorsese chiamato No Direction Home e che stamani, su Facebook, mi si è ripresentata davanti agli occhi sotto forma di frame:
Certe frazioni di comuni, nella mia mente, rappresentano solo un condensato di umidità e zanzare. Castellina Scalo, lambita marginalmente a est dal torrente Staggia, non fa eccezione. Anche qua, dentro una dépendance posta all'estremità di un colle sovrastante il paese con la sua Coop, il suo circolo ARCI e la sua chiesa fascista, ho perso una grande occasione (ne ho perdute tante nella mia vita, ma questa me la sono persa proprio come un coglione). Margherita, fra una fuga da casa e una tirata di erba, fu fra le prime persone che frequentavo all'epoca ad aver compreso il sapore della musica suonata, vissuta e bevuta come la si dovrebbe sempre suonare, vivere e bere, allo scopo di consumarla sana e conservarla in quel grande hard disk che è il nostro cervello decomponibile. Quel poco che sapeva su Bob Dylan lo aveva imparato dai volumi 4 e 5 della Bootleg Series, retrospettive live che non mancava mai di far risuonare della sua tana improvvisata. La Rolling Thunder Revue mi piaceva fisiologicamente di più, ma ogni tanto dovevo cedere al concerto alla Royal Albert Hall (che in realtà era la Manchester Trade Hall, ma non importa), in particolare al secondo cd, quello dove His Bobness veniva raggiunto dagli Hawks. 
Il risultato fu che mi persi, per più di un decennio, il primo cd, quello con Dylan da solo: altri suoni, altre parole, altri pensieri partono direttamente dalle casse per raggiungere i vasi sanguigni. Fourth Time Around e Visions of Johanna, rispettivamente cibo per lo stomaco e cibo per la mente. She Belongs to Me, con la lingua tagliente di Bob che sferraglia da sotto i Ray-Ban elargendo pillole di filosofia per la sopravvivenza urbana. Riflessioni che combinano i massimi sistemi con le massime e minime intemperie quotidiane, come accade nella Just Like a Woman finita qua dentro. Una It's All Over Now, Baby Blue in cui lui e lei si rimescolano i ruoli e per quasi sei minuti sembrano condividere il piacere perverso della separazione. Una chilometrica Mr. Tambourine Man in cui Bob offre il meglio e il peggio di sé, mantenendo un atteggiamento tipico di quei giorni in cui l'etilismo scioglilingua e le metamfetamine neanche lo rendevano consapevole di dove finisse il proprio io e iniziasse l’altro. E se è difficile stabilire se la Desolation Row del 1966 sia davvero la migliore mai incisa (quindi, meglio che su Highway 61, meglio delle outtakes col pianoforte e la band, meglio che all'Unplugged di MTV), è chiaro come il sorgere del sole che il modo in cui qua Dylan suona l'armonica non ha eguali, sia su questo pianeta che in pianeti ancora da scoprire.





giovedì 17 maggio 2018

L'edizione da edicola di "Anima Latina" e altri racconti [Extra]

Mi fermo dove sono solito riempire la pancia della Ginetta, al benzinaio Ala. Mentre la pompa inietta il prezioso liquido nel serbatoio, lancio un'occhiata oltre l'area self service, verso la cassa dietro cui un distinto signore, sulla quarantina, siede con disinvoltura e mi sorride. Penso con quante tipologie di persone dovrà vedersela durante il giorno e quasi lo compatisco. Sarà che mi rivedo in una situazione analoga (fino a febbraio ho lavorato all'ufficio relazioni col pubblico del mio comune), ma la voglia di confrontarsi, di fare due parole ci sarebbe tutta. Rimando alla prossima occasione e mi butto sulla prima strada di campagna che trovo: il ritorno verso casa deve essere dolce e accompagnato dal giusto paesaggio, oltre che da un'adeguata colonna sonora. Non è un caso se in momenti come questi mi accanisco e bestemmio, skippando di continuo i brani dell'iPod (a proposito, ho finito i 160 giga disponibili) senza trovare pace. Sfinito, naufrago su Ram di Paul (e Linda) McCartney. Manciate di secondi per scegliere cosa ascoltare, e alla fine cado su un ex-Beatles! Too Many People discioglie qualunque accenno di negatività, mi annebbia i sensi, mi lascia ormeggiare in un porto sicuro. Reo di essere uscito fra la fine dei baronetti e la partenogenesi degli Wings, Ram fu accolto malamente dalla critica musicale dell'anno di grazia 1971, che dal canto suo espresse giudizi che fanno rabbrividire. Rolling Stone- da sempre sul pezzo quando si tratta di far cacare i maiali-non mancò di sfoggiare quel "campione" di Jon Landau: "incredibilmente incoerente e completamente inadeguato", ebbe a scrivere. Sarà che mi rispecchio narcisisticamente in questa definizione, ma avercene di musica così incoerente e inadeguata, specie in questi tempi di dibattiti pipparoli post-Concertone:
Alla sera, raggiungo il mio paese natale per raccattare un paio di biglietti per un concerto. Al Politeama si esibisce il Giulia Galliani Mag Collective: praticamente, una eccezionale cantante con dietro di sé il meglio del meglio della scena musicale della zona, e quindi d'Italia. Scopro che comprare in anticipo i biglietti mi costerebbe ben sei euro in più rispetto all'acquisto diretto la sera stessa del concerto. Mi assicurano che le prenotazioni non sono molte e che non si rischia nessun tipo di esaurimento, e accetto queste condizioni. Porto Francesca con me: ha quindici anni, si interessa di musica, la suona, la respira, la percepisce in un modo che io a fatica ricordo (beata lei!) e che, alla fine, è l'unico modo che conta e con cui val la pena viverla. Questo sestetto jazz presenta uno spettacolo che ho già visto due anni fa: dieci brani di Joni Mitchell riarrangiati al meglio e appartenenti alla prima decade di carriera della canadese, ossia alla sua fase migliore. Song to a SeagullLadies from the Canyon, Blue, Court and Spark, Heijira, The Hissing of Summer Lawns, Don Juan's Reckless Daughter e, seppur in maniera ridotta, Mingus sono quei dischi che, a fasi alterne, hanno percosso prepotentemente le mie corde, mi hanno avvolto e sedotto, mi hanno fatto prigioniero e liberato allo stesso tempo, mi hanno svuotato e arricchito, hanno ridato un senso alla mia condizione terrena. Insomma, Joni Mitchell mi piace da matti. Nei momenti in cui mi abbandono a euforici sbilanciamenti culturali, arrivo perfino a definirla la mia cantante preferita. L'idea di gruppo di questo Mag Collective è molto particolare, nel senso in cui potrebbe somigliare moltissimo alla band della Mitchell a cavallo fra il 1978 e il 1979: il sax tenore di Giovanni Benvenuti che è secondo, per rilevanza, solo alla voce della Giulia, un funambolico basso elettrico che Marco Benedetti sporadicamente alterna al contrabbasso, l'incredibile sezione di batteria/percussioni nelle preziose mani di Andrea Beninati, il ricco comparto tastiere di Matteo Addabbo in cui spicca, inevitabilmente, l'Hammond. Unica sostanziale differenza rispetto alla formazione che incise Mingus: la presenza della chitarra solista di Andrea Mucciarelli, che a momenti sembra seguire le orme di Gary Lucas pur mantenendo il suo magniloquente tocco di lead guitarist dall'ispirazione bluesy. Ciò che scaturisce dal vivo è una musica libera ma mai sopra le righe, difficilmente etichettabile (e questo la accomuna ad almeno due, tre album della stessa Mitchell), pulita, coinvolgente, vera. Fra un pezzo e l'altro, nella sala minore del Politeama, serpeggiano i nomi di vari generi musicali per descrivere ciò a cui il pubblico si trova di fronte: sorrido solo quando, dalla fila davanti, una ragazza sussurra qualcosa a un'altra- catturata più dal proprio smartphone che non dalla magia della musica -e l'aggettivo progressive mi giunge alle orecchie. D'obbligo, una volta usciti, l'acquisto dell'album Song to Joni (Dodicilune Dischi, 2018).
Lunedì mattina mi sveglio alle 6. Piove, fa freddo e ho un appuntamento tre ore dopo. Spero di riprendere sonno, ma è tutto inutile. Leggo qualche pagina da un volumetto monografico edito da Castelvecchi nel 1995 stampato in ricordo di Jerry Garcia. Mi piace il sottotitolo: Riflessioni e illuminazioni della chitarra magica dei Grateful Dead. In fin dei conti, è un'antologia economica col meglio del meglio tratto dalle interviste al Papà-Orso migliore del mondo, un libello fuori catalogo da almeno vent'anni e trovato per caso su eBay. Sono circa quindici giorni che questo cielo grigio e pesante preme sugli abitanti di questo spicchio di mondo. Nemmeno a novembre l'umidità penetra così a fondo. Alle 8 trascino stancamente Ginetta sulla rampa del garage, sfilo dal lettore Them Again (ho un debole per i "secondi dischi" e sono spesso riluttante verso gli esordi, seppur con le dovute eccezioni) e inserisco Bone Machine di Tom Waits. Il mio universo stamani ha i colori della copertina di Bone Machine, i contorni fuori fuoco di quella orrorifica fotografia di Jesse Dylan. Scendendo per via XXV aprile incontro tutti i personaggi di Earth Died Screaming: incrocio Rudy a metà strada, intravedo Giacobbe dentro la sua tana, osservo la scimmia sulla scala e il Diavolo che spala il carbone, butto gli occhi al cielo proprio mentre passano quelle tre cornacchie grandi come aereoplani e infine, alla rotatoria, quello spelacchiato del leone tricefalo. Piovono sgombri, piovono trote, e il mio atteggiamento nei confronti di questa giornata muta nel solo volgere del ritornello.
Certi pensieri mi sfibrano, cado su alcune insicurezze e contemporaneamente ne spazzo via molte altre. Una su tutte: l'ipotetico acquisto di una di queste docking station con cui molti coetanei stanno riempiendosi gli appartamenti. Una ventina di giorni fa, nella sua casa nel cuore di Poggibonsi, Stefania mi ha fatto ascoltare Tracy Chapman su uno di questi affari. Funziona così: lo smartphone collegato a Spotify o YouTube o- se si è maggiormente fissati -a una libreria multimediale viene connesso, tramite tecnologia bluetooth 4.2, a queste scatolette poco più che tascabili. Nella fattispecie, il modello marca Fresh N'Rebel (nome strambo e, a mio gusto, dallo scarso appeal) richiama, nel design, la tela dei vecchi amplificatori (a me vengono in mente certi Vox), sprigiona una potenza di 20 watt ed è perfino dotato di un laccio in pelle sintetica che lo rende trasportabile anche addosso alla propria persona. Il volume è regolabile direttamente dalla periferica tramite dei suggestivi tasti in rilievo luminosi, e lo stesso vale per la sequenza dei brani, la pausa, il rewind. Caricato tramite USB, ha un'autonomia di 15 ore e costa 99 euro, prezzo che rende Fresh N'Rebel fortemente competitiva nei confronti di storici leader del settore dei diffusori acustici come Bose, JBL e Trevi. Perfino Google si è lanciata sul mercato con prodotti di bassa lega venduti a cifre stracciatissime, mentre B&O ha perseguito il pensiero opposto: docking station all'avanguardia disponibili ai consueti prezzi da gioielleria. <<Funziona bene questo aggeggio, vero?>>. Questo aggeggio funziona abbastanza bene, è innegabile, ma è  poco più di una radiolina. Un orpello da esterni, ottimo se si vuole partecipare a un picnic senza rinunciare ad un equo accompagnamento musicale: termini come "pile", "ricarica", "autonomia" saranno un lontano ricordo e questa diavoleria assolverà egregiamente ai suoi compiti. Per una casa ci vuole ben altro. Tanto per mettere i punti sulle "i": qualsiasi "compattone" prodotto da Panasonic, Sony o Philips fra anni '90 e 2000 diventa uno strumento hi-fi in confronto a queste docking station. Il problema, ovviamente, è alla fonte, ma questo discutibile comfort multimediale delle iperconessioni è una frottola che ha attecchito agilmente e certa fuffa audiotecnica viene fatta passare per rivoluzionaria, quando le rivoluzioni, in questo campo, sono ben altro.
Il 15 maggio partecipo al funerale del nonno di una delle mie più care amiche, nonché di una degli abitanti di questo pianeta che conosco da più tempo. Pomeriggio mesto, umore sotto pressione, insicurezza scaturita dalla parola "futuro" ai massimi livelli, situazione socio-politica disastrosa. Perdo tempo a parcheggiare, arrivo a cerimonia già iniziata, la chiesa è gremita e resto fuori, quando inizia perfino a piovere. Mi sento una comparsa del video di November Rain. Esce il feretro, incontro persone con cui ci vogliamo bene da tutta la vita e che non vedo da molti, troppi anni. Mi emoziono, eppure sono troppo ripiegato per elaborare un pensiero degno di questo nome e quindi di assolvere dignitosamente al macabro rito delle condoglianze. Non ce la faccio a seguire il corteo fino al cimitero, mi scuso e riprendo la strada di casa. Piano piano ritorno in me e ricordo che devo passare dall'edicola per i giornali. Una fila di giocatori di grattaevinci occupa buona parte della mia visuale. Do un'occhiata ai libri a fumetti: roba costosa per cui in questo momento non posso permettermi di spendere. C'è il terzo volume dell'opera omnia di Robert Crumb che mi tenta non poco, ma 25,50€ sono più che sufficienti a farmi rientrare in carreggiata. Lì vicino, sulla destra, trovano spazio sia le riviste musicali (sempre meno e sempre più rivolte al passato, al collezionismo, al voyeurismo e ad altre pieghe poco piacevoli di questa grande passione) che le collezioni di cd che molti periodici continuano a mandare nelle edicole. TV Sorrisi e Canzoni sta curando in questo periodo sia quella dei Doors che quella, rimasterizzata, di Lucio Battisti. La formula è la stessa da almeno quindici anni: prima uscita con cofanetto in regalo e a prezzo ridotto, le seguenti a cifre che difficilmente raggiungono i dieci euro. La grande comodità di queste iniziative editoriali è che, al contrario di altre, non sei obbligato ad acquistare anche il settimanale che le indice. Vuole il caso che questa settimana sia il turno di quello che- nell'immaginario mio e non solo mio -sia uno dei principali contendenti al ruolo del più grande disco italiano di tutti i tempi, ossia Anima Latina. Cosa penso di Battisti e della sua musica l'ho ampiamente spiegato in un post di cinque anni fa, da cui mi limiterò a prendere in prestito le poche righe dedicate al disco in questione: "con Anima Latina Battisti si supera, fonde il progressive rock coi ritmi del Sud, non rilascia alcun singolo, azzera i ritornelli, tiene bassissime le tracce vocali, fa trionfare il proprio genio compositivo". Può bastare questa come presentazione, ma voglio aggiungere che alla cifra con cui, nell'arco di una giornata, si fa colazione al bar e si prende un aperitivo, ci si porta a casa una spettacolare mappa di viaggio verso un pianeta di musica intensa, ricca, audace e spavalda. Prima di cena, il temporale finisce e le nuvole nere svaniscono: anche se il sole sta scomparendo, è comunque fonte di un minimo sollievo. Non vedo la campagna, ma ormai posso percepirla persino attraverso metri e metri di cemento. E me la immagino, mentre dallo stereo, dopo due minuti e ventidue secondi dall'inizio della title-track, Battisti quasi sussurra:
Scende ruzzolando
dai tetti di lamiera,
indugiando sulla scritta
"Bevi Coca-Cola".
Scende dai presepi vivi
appena giunge sera...".

lunedì 7 maggio 2018

"Shadow of Your Love" e altre bugie (un'anatomia di "Locked N'Loaded") [Anteprima]

Cosa ci sia nella musica dei Guns N'Roses che continua ad irretirmi tanto lo sa solo Satana in persona. Fatto è che, in attesa di tornare a vederli a Firenze il prossimo 15 giugno, ho letto la biografia di Mick Wall, mi sono schierato (come mio solito) dalla parte di Axl dopo l'annuncio fatto di un intero, nuovo album di inedite degli AC/DC cantate dal rosso di Lafayette, sono entrato e rapidamente uscito da un fans forum italiano e ho continuato, imperterrito, a tenere le antenne dritte. Ovviamente, nei ritagli di tempo, ho scritto, aggiunto e tolto nuovo materiale alla bozza di quel libro che dal 2015 se ne sta lì, sospeso fra il saggio e il romanzo, è già passato attraverso due titoli di lavorazione (L'ultimo spettacolo del mondo e Gli anni selvaggi) ed è in attesa di riceverne un terzo (a ora Illusioni indesiderate è in cima alla lista, ma si accettano suggerimenti). Tutto questo per dire che la notizia che vede nel prossimo 29 giugno la data scelta dalla band per la pubblicazione di Appetite for Destruction- Locked N'Loaded Edition ha subito conquistato la mia attenzione, in quanto i Guns si avventurano in un territorio discografico mai discusso come al giorno d'oggi (quello dei boxset più o meno "di lusso" che dovrebbero fare il punto su un determinato momento della carriera di un artista o di un gruppo). Malgrado Axl abbia sempre avuto da ridire sia sulla qualità delle outtakes dei primi anni e, in generale, su operazioni retrospettive di qualsiasi tipo (a suo tempo, intentò perfino una causa  legale alla Geffen per impedire l'uscita del Greatest Hits del 2004, ossia di uno dei sette dischi della storia a poter vantare una permanenza sulla classifica Billboard di oltre 400 settimane), questo mastodontico cofanetto già pre-ordinabile sul sito del gruppo alla irrispettosa cifra di 999 $ sembra vederlo impegnato in prima linea. Fasti di questo genere sono stati il sogno nel cassetto di molti appassionati per tutto il 2017 (ossia il vero anno del trentennale di Appetite), ma nessuno si era azzardato a domandare niente. Slash, in una recente intervista perlopiù dedicata ai suoi progetti con Myles Kennedy e i Conspirators, aveva accennato ad un doppio cd celebrativo: nel primo, un remaster coi fiocchi dell'album originale, mentre nel secondo il solito impasto di materiale aggiuntivo assai stuzzicante. Superfluo aggiungere che nè i giornalisti, nè il chitarrista si sono azzardati a domandare che fine avessero fatte quelle canzoni "nuove" di cui si parlò molto a fine 2016, o dove fosse sparito quel doppio disco di inedite che Bumblefoot annunciò come concluso e pronto alla pubblicazione già nel 2015, o ancora a che punto fossero le operazioni di recupero di tutta la musica registrata e mai emersa durante le sessions di Chinese Democracy. Questioni senza risposta destinate a restare tali e che possono farci solo capire quanto il giornalismo musicale mainstream- un tempo un po' più "scomodo" pur nella sua antipatia -sia giunto al capolinea, troppo impegnato a incensare un prodotto che, nonostante non abbia già raggiunto i negozi (ammesso che i negozi di dischi esistano ancora da adesso al 29 giugno), si presenta già come inutile, ridondante e di cattivo gusto.
A tutti piacciono queste cazzate, ci mancherebbe: croci 3D, bandane cafone, plettri tamarri, stampe, foto, repliche di locandine d'epoca, 45 giri in vinile multicolore e tutto il ben di Dio con cui l'industria discografica riempie fino all'orlo questi scrigni del tesoro. La prima cosa che salta agli occhi  (almeno ai miei) guardando il trailer è al minuto 00'24'': un libro di 96 pagine con "foto mai viste tratte dall'archivio di Axl Rose". E' come se un oscuro burocrate mi picchiettasse la spalla per dirmi <<Coglione, cosa li spendesti a fare quei 24€ per Reckless Road anni fa, quando oggi Axl tira fuori le foto dai suoi archivi?>>. Per chi se lo fosse perso, Reckless Road. La genesi di "Appetite for Destruction" (BD Edizioni, 2009) di Marc Canter è il più bel libro fotografico mai pubblicato sui Guns, un'opera in cui foto e testi offrono una completezza di informazioni sul periodo 1985-1987 che il volumone di Mick Wall o le grandiose pagine di Ken Paisli redatte sull'argomento non sono in grado di restituire. Il motivo è presto detto: Marc Canter c'era. Di archivi fotografici penso che il suo possa bastare.
Nel cd 1 non può non trovare spazio Appetite for Destruction, con ogni probabilità uno dei dischi più noti e meravigliosi di tutti i tempi e, di conseguenza, un'opera d'arte su cui si è già detto tutto e il contrario di tutto. Un album che, a trentuno anni dalla sua uscita, continua a coinvolgere ascoltatori di ogni credo, razza e colore grazie anche soltanto a quella passionale semplicità che ne permea ogni istante. Personalmente, penso di poterne citare a memoria perfino le liner notes e l'esatto ordine dei credits, oltre a poter descrivere, con dovizia di particolari, posizioni e atteggiamenti di ognuno dei magnifici cinque nelle foto del libretto. La Universal fa il suo e oltre a sbandierare il fatto che sia la milionaria edizione Locked N'Loaded che la più economica Super Deluxe Edition (179 $) presenteranno la medesima tracklist, tende a sottolineare che la rimasterizzazione dell'album sia stata affrontata, finalmente, partendo dai master originali. Non sono un audiofilo, e per motivi di spesa sono costretto a tenermi alla larga da certi formati, ma la memoria non mi è mai mancata: ragion per cui corro su Google e consulto Discogs (un portale tutt'altro che semplice ma con cui ho preso ormai dimestichezza) e lo trovo. Mi ricordavo bene: nel 1997, complici il decennale dell'album originale e un imbarazzante silenzio discografico e mediatico sorto attorno ai Guns, la Mobile Fidelity Sound Lab pubblicò l'edizione original master recording su UltradiscII. Destinata al mercato americano e giapponese? Sicuro. Cara? Potete scommetterci. Scarsamente reperibile? Diciamo che non la troverete nè in catalogo nè su eBay, ma se si hanno nozioni molto basilari di ecommerce e passione per la musica, non è impossibile trovarla. Quindi, tanto vale asserire che il cd 1 dei 4 pubblicizzati, intanto, è già relativamente inutile.
I misteri si infittiscono scorrendo i titoli del cd 2: troviamo l'equivalente del Live Like @ Suicide opportunamente rimasterizzato e una Shadow of Your Love incisa dal vivo (primo dei 49 brani inediti). Segue You're Crazy (Acoustic), tratta- penso ingenuamente sulle prime -da Lies. Ma allora perchè Patience, Used to Love Her e una You're Crazy vengono subito dopo? Paradossale che, stando così le cose, il box di Appetite for Destruction finisca col comprendere anche il secondo album del gruppo? Forse sì, ma nonostante sia proprio Lies a spegnere 30 candeline in questo 2018, non è pubblicizzato o citato da nessuna parte. E poi One in a Million- ossia uno dei tre migliori pezzi mai incisi dal gruppo -che fine ha fatto? Basteranno It's so Easy (Live), l'embrionale Knockin'on Heaven's Door (Live), che in tempi non sospetti venne mandata in onda perfino da MTV, e la rovente e arcinota Whole Lotta Rosie (Live) che ogni bootleggaro GNR ha nei suoi archivi, in qualità più che buona.
La delusione inizia a farsi sfibrante, e l'animo di un appassionato serio e navigato non potrà fare a meno di impallidire di fronte all'oltraggioso cd 3, sottotitolato 1986 Sound City Session. Unica miglioria rispetto al 2: c'è un'organicità che al cd precedente manca completamente. Per il resto, prendete il miglior bootleg fisico o digitale riguardante le sessions losangeline dell'anno 1986, quelle in cui, per intenderci, mancavano all'appello It's so Easy, Mr. Brownstone e Sweet Child O'Mine e al loro posto c'erano delle belle covers di Elvis (Heartbreak Hotel) e degli Stones (Jumpin' Jack Flash). Bene. Ripulite laddove ce ne sia bisogno queste demo, date loro una lustrata digitale con l'ausilio anche della beta di Garage Band e avrete ottenuto l'intero terzo cd del cofanetto. Anche qui, pescando a caso e ascoltando il primo video HQ di Heartbreak Hotel reperibile su YouTube, viene da domandarsi: che bisogno c'era?
Il quarto (e ultimo) dischetto sembra essere vagamente più ricco, ma a sua volta ricco di brogli. Spetta alla Shadow of Your Love erroneamente scambiata/spacciata per inedita e online dal 4 maggio il compito di aprire le danze. Il remix c'è e si sente (anzi, se posso essere malizioso, la batteria mi sembra completamente ri-registrata): ritmicamente sembra più lenta, il suono limpido, corposissimo, con coretti tutt'altro che originali. 3 minuti e 6 secondi contro i 2 e mezzo della versione storica. Manca completamente quel groove punk tirato e diretto della b-side pubblicata già nel dicembre 1991 sul singolo di Live and Let Die. Insomma, lungi da me passare da conservatore, ma questa versione leccata e tirata a lucido e fatta passare per una canzone mai udita è vuota, sterile e disonesta quasi quanto questa intera operazione. Per il resto, posto qua sotto l'edizione 2018 e quella del 1991, allo scopo di agevolare agli interessati un'anatomia comparata:
Segue Move to the City (Studio Version): finalmente, che bello! Peccato che anche lo spettatore medio di Canale Italia 84 sappia che tutta la facciata live di Lies era composta, in realtà, da brani incisi in studio e a cui Alan Niven si era limitato ad aggiungere un rumore di folla in delirio. Perciò, possiamo immaginare che il risultato sia quello che già trova spazio in numerose edizioni amatoriali pubblicate da semplici appassionati sul Tubo. Non che ci volesse Bob Clearmountain per certa roba! Ascoltare per credere:
Ain't Goin' Down è un altro must have dei bootleggers col pallino dei GNR, nonchè una rarità dall'esistenza tormentata e dalla travagliata attribuzione storica. Quando Maggie mi preparò- con la cura delle belle cose che da sempre la contraddistingue -il primo cd delle Rarities (era il novembre del 2005), questo pezzo, ovviamente, c'era. Lo mise quasi in fondo: al contrario di altre demo, la qualità audio di Ain't Goin' Down era davvero scadente, soprattutto per quel che concerneva voce e sezione ritmica. Le chitarre sembravano esser state registrate con un cellulare molto rudimentale piuttosto che col microfono di una sala, ma, per amore della filologia e dei Guns, anche queste versioni primitive e grezze dovevano essere comprese nei nostri grandiosi progetti di archivio. La domanda che sorgeva spontanea era: a che periodo ricondurre questa canzone? Il file scaricato dal Mulo riportava il 1994, l'anno di Sympathy for the Devil, del licenziamento ingiusto e coatto di Gilby Clarke e del reclutamento di Paul Huge, ma era un dato sfalsato: alcuni biografi e archivisti indicavano il pezzo come uno dei tanti scartati dalle sessions degli Illusion. Se, al contrario del sottoscritto, possedete delle copie fisiche di Unwanted Illusions, Use Your Illusion Outtakes o dei celebri Rumbo Tapes, potrete notare che la Ain't Goin' Down ivi presente appartiene davvero al materiale uscito dai Rumbo Studios, ma le sue origini sono antecedenti. La versione (strumentale) che sarà inclusa nel box risale infatti al 1986. Potrebbe trattarsi, finalmente, di una canzone dei Guns relativamente più inedita di altre e che magari viene riportata a nuova vita dalle moderne tecniche dell'ingegneria del suono, e invece c'è una storia sotterranea e poco nota (nè Ken Paisli, nè Mick Wall ne fanno menzione nei loro libri) che non solo fa luce su un aspetto "conclusivo" di Ain't Goin'Down, ma che, in minima parte, riabilita anche l'hacker che mise in rete quella traccia datandola 1994. Effettivamente- molto in sordina e senza alcuna pubblicità discografica o anche solo mediatica -nel 1994 una Ain't Goin'Down fatte e finita raggiunse il pubblico dei Guns N'Roses, in particolare però quella fascia di gunners che condividevano con Slash la passione per il flipper: non come cd singolo, nè nelle radio, nè su MTV, una Ain't Goin'Down massicciamente elettronizzata (non è di certo un segreto che l'Axl post-1993 si fosse appassionato a synth, informatica e compagnia briscola) avrebbe accompagnato i giocatori di GNR Pinball Machine attraverso le loro partite di flipper. La vicenda viene spiegata e approfondita molto bene sulla pagina YouTube Guns N'Roses Central. Per i feticisti, segue il video della Ain't Goin' Down edita, molto divertente.
Seguiranno gli unici due pezzi realmente inediti (2 rispetto agli annunciati 49, badate bene!) di questa raccolta farlocca: The Plague e New Work Tune (il cui titolo, chissà perchè, mi odora tanto di breve stacchetto strumentale ripescato chissà dove e messo lì a mo' di riempitivo...). Paradossalmente, sono anche gli unici due motivi di curiosità che smuovono il mio interesse per l'operazione Locked N'Loaded. Anche consultando siti e forum che ricostruiscono il passato remoto dei GNR, nessuna scaletta delle serate losangeline a cavallo fra 1985 e 1986 riporta The Plague fra i pezzi suonati allora. E mentre per le studio version di Reckless Life, Nice Boys e Mama Kin vale quanto scritto e udito sopra per Move to the City (poi, per carità, spero di essere smentito), non dovrebbe accadere lo stesso con Back Off Bitch. Retta da un irriverente testo scritto da Axl e Paul Huge quando muovevano i primi passi  come rockers nell'Indiana (le prime bozze risalirebbero addirittura al 1979, rendendola, di fatto, il più vecchio brano dei GNR), musicata da Chris Weber ai tempi degli Hollywood Rose (la prima demo esistente, datata 1984, porta la loro firma) e infine riarrangiata da Slash, è una canzone che- come Shadow of Your Love -non avrebbe sfigurato su Appetite for Destruction. Dal vivo funzionava, anche se la demo finanziata dalla povera Vicky Hamilton e incisa agli economici Mystic Studios nel 1985 ha sempre mostrato dei Guns ancora acerbi e non del tutto a loro agio. Speriamo solo che questa versione di poco successiva renda udibile un gruppo intento a compiere il proverbiale "passo avanti".
Anni prima di diventare il singolo milionario e- per durata, costi, videoclip, esibizioni dal vivo, ecc. -fuori misura che tutti conosciamo, November Rain era una tenera ballad che Axl aveva composto al pianoforte ispirandosi ad uno dei suoi grandi miti: Elton John. Molto timidamente, ne aveva approntato una traballante versione di dieci minuti per piano e voce: sia quella che la meno nota (ma non per questo poco presente nei vari bootleg o difficilmente reperibile in ogni dove) acoustic version furono registrate ai Sound City Studios. La prima è doveroso averla per mero completismo, mentre la seconda (più breve sia della demo che della November Rain definitiva), dove è presente il resto della band e la chitarra sostituisce il pianoforte, avrebbe potuto tranquillamente far parte di Lies. Sono delle demo, al limite delle alternate takes, che conosciamo da anni e che magari saranno piacevoli da riascoltare una volta passate da una doverosa rimasterizzazione (la versione solo piano e voce ne ha un gran bisogno), ma niente di più.
L'ultimo disco di Locked N'Loaded si chiude con quelle che- almeno sulla carta -sono più ombre che luci. O meglio: è risaputo che i Guns avessero abbracciato le chitarre acustiche e semi-acustiche già durante l'anno della loro formazione. Le occasioni venivano fornite loro dai gestori di bar aperti fino all'alba, dagli organizzatori di feste private o dal pubblico "amico" dei locali sparpagliati fra Hollywood Boulevard e Melrose dove venivano talvolta arrangiati degli after-show. Esistono foto e riprese amatoriali di una notte al The Central (1 maggio 1986) dove proposero un breve set acustico comprendente Move to the City, Don't Cry e il loro cavallo di battaglia dell'epoca Jumpin'Jack Flash. La Move to the City acustica più famosa rimane comunque quella suonata al CBGB di New York il 30 ottobre 1987 e presente in un rarissimo e pregevole bootleg approntato dall'italiana Templar nel 1991 (One in a Million), ma mai erano emerse notizie di una versione simile incisa in studio. Il box ne presenta ben due: la prima sempre incisa ai Sound City, la seconda risalente al 1988 e senza nessun'altra dicitura aggiuntiva. Nel mezzo fra il nulla e il niente, un'altra You're Crazy (ho perso il conto, neanche fosse Like a Rolling Stone!) e una Jumpin'Jack Flash sempre acustica. Per capire meglio, basta aspettare il 29 giugno, ma per adesso direi che è legittimo parlare di grande delusione. Misurarsi con i propri archivi non è mai semplice, e Appetite for Destruction- Locked N'Loaded ne è la (tombale?) riprova.