venerdì 24 gennaio 2014

Il giglio infranto (Capitolo III) [Trame]


IL GIGLIO INFRANTO
Capitolo III
Julian era al primo giorno di scuola estiva. Questa era ubicata in un palazzo che sorgeva molto vicino alla Sinagoga di Firenze. “Che strano... Nonna odiava gli ebrei- pensò -e vado a scuola vicino alla sinagoga...”. La professoressa Franca Saracini era nata a Rignano sull'Arno e si era trasferita a Firenze ai tempi dell'università, che aveva concluso a venticinque anni con una laurea sul Paradise Lost di Milton (correvano voci secondo le quali ella lo sapeva a memoria in lingua originale). Ora di anni ne aveva cinquantacinque, e buona parte di questi l'aveva spesa in Gran Bretagna, ad insegnare italiano nella fredda Newcastle. Odiava l'America e gli americani, con la loro lingua e la loro cultura, e qualsiasi cosa arrivasse dagli USA; tuttavia, in quella calda mattina di fine giugno, non sembrò particolarmente infastidita dal pesante accento dell'Iowa di Julian. Lo invitò a sedersi e gli offrì del caffè (espresso, ovviamente); il giovane rimase stupito da due aspetti in quella conversazione: l'inglese della Saracini era praticamente perfetto e la professoressa stava fumando, proprio davanti a lui, una lunga sigaretta (dalle sue parti fumare era considerato un vizio “da vecchi”, e quella donna non era poi chissà quanto vecchia). Gli fu spiegato che, per meglio integrarsi con gli altri compagni, avrebbe iniziato la lezione rispondendo ad una serie di domande poste dagli stessi coetanei, riuniti tutti in cerchio dentro l'aula.
Un quarto d'ora più tardi Julian Grant era sempre seduto, circondato stavolta da adolescenti come lui, di età compresa fra i quindici e i diciotto anni. Sudava molto, ma, almeno a giudicare dall'odore che aleggiava in classe, non era l'unico. Ripassò mentalmente, in maniera veloce, il conciso discorso della professoressa: “Ognuno di loro ha preparato una domanda da farmi; bene, cercherò di rispondere a tutti...”. Indossava una t-shirt e orrende scarpe da ginnastica che magari dalle sue parti erano anche giudicate eleganti. Pregò che non sorgessero problemi per la lingua, anche se gli era stato assicurato che a quella sede solo i migliori allievi di lingua inglese della città potevano avere accesso. La prima domanda fu posta da una quindicenne quattrocchi, brufolosa e con un seno enorme:
-Nel tuo carattere qual'è il tratto fondamentale?- al che Julian si grattò una tempia col dito indice della mano destra, capendo perfettamente il quesito e rendendosi conto che non era semplicemente una micro-intervista scolastica, ma qualcosa di ben più profondo. Deglutì e rispose:
-Una mescolanza di genuina felicità e di lieve timidezza.
-Qual'è la qualità che apprezzi di più nei maschi?- chiese appunto un ragazzo dalle labbra sporgenti e le ascelle cariche di sudore.
-La sincerità, il senso dell'amicizia.
-E nelle donne?- soggiunse una rara bellezza locale.
-Non saprei...- disse indugiante, puntando quella splendida sedicenne che lo stava tenendo inchiodato sulla sedia-Forse il sentimento materno...-
La classe scoppiò a ridere. In particolare le ragazze erano divertite dal fatto che l'americano vedesse in tutte le femmine, anche nelle sue coetanee adolescenti, una giovane madre. Julian non diventò rosso e riuscì a nascondere il suo sottile senso del disagio dietro ad una fragorosa risata. Poi l'intervista riprese con un: -Quale capacità vorresti avere?-.
-Quella di scoprire se davvero siamo soli nell'universo o se Dio ha creato anche altre forme di vita...- e stavolta nessuno rise e tutti presero appunti.
-Quale difetto, invece, ti dispiacerebbe di più avere?-
-La bugia...l'esser bugiardo o anche solo il diventarlo mi terrorizzano-.
-Il tuo hobby preferito?-
-La pesca-.
-Qual'è la più grande felicità per un essere umano, secondo te?- domandò la splendida ragazzina di prima.
-Non avere nemici- affermò Julian Grant con una sicurezza mai uscita fuori precedentemente.
-Quale posizione vorresti raggiungere nella vita?-
-Mi piacerebbe lavorare al negozio di tagliaerba di mio zio Blake, poco fuori Des Moines...- e chissà cosa pensarono, nell'udire questa semplice aspettativa, quei giovani italiani con la testa che era solo in grado di recitare parole come “Liceo”, “Università”, “Specialistica”, “Carriera”, “Dottore”, “Casta”, “Massoneria”, e compagnia bella.
-Dove vivresti più volentieri?-
-Credo nel Tennessee. Adoro quella regione-
-Il tuo colore preferito?-
-Il giallo-
-Fiore?-
-Orchidea nera...-
-Animale?-
-Orso bruno-
-I tuoi libri preferiti?-
-Scheletri di King, Angeli e Demoni di Dan Brown e Meridiano di sangue di Arthur Miller. Ah, e la Bibbia, ovviamente...- e nessuno volle indagare su quell' “ovviamente”.
-La musica che ascolti di più?-
-Gli Slipknot. Sono dell'Iowa anche loro, sapete?- ma nessuno rispose, neanche un giovanotto grassoccio che non aveva fatto domande e che indossava proprio una felpa del celebre gruppo di Des Moines.
-Quale scrittore americano ami di più?
-Hemingway-
-Quale figura storica stimi di più?-
-Lincoln e Gesù Cristo...-
-Quale figura storica disprezzi di più?-
-Io non disprezzo nessuno-
-Il nome che preferisci?-
-Margareth-
-Qual'è il difetto che tolleri di più?-
-Il razzismo- rispose Julian tranquillamente. Una ragazza mulatta dette un sordo colpo di tosse e tutti gli alunni si lanciarono veloci ma eloquenti occhiate; tuttavia la micro-intervista proseguì.
-Il tuo piatto e la tua bevanda preferiti?
-Pesce di lago e coca alla vaniglia.-
-La stagione che preferisci?-
-L'autunno, o meglio l'inizio dell'autunno.-
-L'ultima domanda: qual'è il tuo motto?-
Julian si asciugò il sudore sulla fronte passandoci sopra la mano per ben due volte, poi rispose con un lungo sorriso:
-Show must go on!-
-Bene, abbiamo finito- esclamò la Saracini scattando in piedi. La professoressa era rimasta in disparte a leggere un quotidiano per tutta la durata dell'intervista. Si complimentò sbrigativamente con i suoi alunni e porse a Julian Grant un orario delle lezioni che avrebbe seguito per il resto del mese. Il giovane buttò un'occhiata veloce al foglio, ma il suo sguardo era indirizzato in realtà verso la ragazza che tanto lo aveva messo in imbarazzo con quella domanda sull'universo femminile. La vide uscire dall'aula con una borsa celeste a tracolla, e fu in quel momento che giurò a se stesso che non avrebbe mai lasciato Firenze senza averla avuta.


Kurt Breckt era consapevole di essere completamente ubriaco. E la cosa non gli dispiaceva affatto. Barcollava nel tentativo di camminare, un po’ reggendosi alla spalla sinuosa della sua ragazza, un po’ reggendola a sua volta, visto che la bionda e procace Angela non era meno ebbra di lui. Aveva perso il conto di quello che avevano bevuto dopo il terzo Long Island e in quel momento non aveva una chiara percezione di ciò che gli stava davanti.
Lui e Angela erano arrivati da Amburgo due giorni prima e, per essere due fidanzati ventiduenni alla loro prima vacanza all’estero in coppia, fino a quel momento si erano comportati abbastanza bene. Ma quella sera, dopo essere usciti con un gruppo di tedeschi in vacanza come loro, avevano leggermente esagerato. Mentre rideva sguaiatamente e cercava di ricordare quando si erano separati dagli altri, vide, attraverso una specie di nebbia, lui e Angela che attraversavano una strada e passavano in mezzo ad un gruppo di alberi. Angela gli passò le braccia intorno al collo e lo baciò con passione; lui, pur ricambiando, con la coda dell’occhio si guardò in giro, e, tra i fumi dell’alcool, notò, in mezzo agli alberi, un ampio spiazzo con al centro una fontana.
Far girare i pochi ingranaggi del suo cervello liberi dal rum e occuparsi contemporaneamente di una ragazza ubriaca e focosa non era esattamente semplice, ma Kurt, con la schiena appoggiata ad un albero, alla fine riuscì a capire dov’erano finiti: i Giardini della Fortezza da Basso. La sua geografia di Firenze non era perfetta, ma da quanto ricordava dalle cartine, il loro albergo era poco lontano. E visto il modo in cui Angela cercava di infilare le mani sotto la sua camicia, era una fortuna che la distanza fosse poca.
Accarezzando delicatamente la guancia della ragazza le sussurrò:- Ti ho già detto che ti amo?
- Non serve…lo so già!- gli rispose, baciandogli languidamente il collo.
Il giovane accostò la bocca all’orecchio della fidanzata e sussurrò:- Il nostro albergo è qui vicino. Mi sembra il posto migliore dove concludere la serata…
Angela sorrise maliziosamente:- Ottima idea!- e lo accarezzò in modo lussurioso.
A Kurt venne voglia di prenderla lì, all’aperto, sotto le stelle. Tanto il parco sembrava completamente vuoto. Ma aveva sentito troppe brutte storie sull’Italia; anche nella sbornia si ricordò del famoso “Mostro di Firenze”, e decise che, con un letto a poche centinaia di metri, non valeva la pena di correre il rischio. Ma prima di dirigersi verso l’albergo, c’era una piccola questione da sistemare: era impossibile bere quanto lui quella sera senza pagare un piccolo prezzo.
- Dammi un minuto, piccola.- disse – Devo…beh, devo cambiare l’acqua al canarino!
Angela rise:- Sbrigati! E non maltrattarlo, stasera mi sento animalista!
Ridendo a sua volta, Kurt si addentrò nel boschetto; dopo pochi passi, sparì nell’oscurità.

Kurt inciampò tre o quattro volte prima di trovare un punto che gli piacesse. Si appoggiò con la spalla sinistra ad un albero e, con una certa fatica, si tirò giù la cerniera dei jeans. L’idea di una Angela eccitata che lo aspettava lo spingeva a sbrigarsi, ma i suoi canali sembravano in piena inondazione, e ci misero un bel po’ a finire di svuotarsi.
Tra questo, i pensieri erotici e la sbornia, nessuna parte del suo cervello era rimasta disponibile a concentrarsi sullo scricchiolio di rami spezzati ed erba calpestata dietro di lui. Era ancora preso dal tentativo di richiudere la lampo quando qualcosa di grosso si stagliò alle sue spalle nell’oscurità. Non vide una forma fendere fulmineamente l’aria, ed aveva ancora la testa abbassata quando questa gli venne staccata dal corpo.

Angela si era trascinata fino ad una panchina e vi era crollata sopra; l’eccitazione era scomparsa insieme a Kurt; si sarebbe probabilmente riaccesa con il suo ritorno, ma per il momento era subentrato lo sfinimento. Non si rese neanche conto di quanto tempo il ragazzo ci stesse mettendo per fare pipì: crollò presto in un sonno pesantissimo.

Aprì gli occhi ancora intontita: sul momento credette che a svegliarla fosse stato il delicato tocco di Kurt; bastò un’occhiata per capire che non era stato il suo ragazzo. La nebbia regnava ancora sovrana nella sua testa, e non riuscì ad identificare l’enorme forma irregolare che torreggiava su di lei, ma vide che si muoveva, e che due protuberanze si erano tese dietro la sua schiena, come a raccoglierla. La sola cosa che la sua mente riuscì a distinguere prima di collassare furono due grandi cerchi, nella parte superiore della figura, che nella luce della luna rilucevano dei colori dell’arcobaleno. Poi fu solo buio.
La gente dormiva, e non c’era nessuno in giro in quella zona, nessuno a Firenze che sentisse l’urlo di Angela Liszt.
Julian Grant si trovava in Italia da poco più di quarantott'ore, e già stava inseguendo una donna. Un estro donnaiolo era risaputo essere uno dei tratti fondamentali della famiglia Grant, tant'è che Othis B. Grant, vissuto ai tempi della Guerra di Secessione, disertò proprio a causa della figlia di ricchi proprietari terrieri che, fuggiti dall'Unione, ripararono a Filadelfia; il bisnonno Louis, invece, era un incallito collezionista di amanti, tant'è che divorziò quattro volte e riprese altrettante mogli, di cui l'ultima a settantasei anni. Fu con l'arrivo della nonna, Maureen Farrell, irlandese e fervente cattolica, che la famiglia Grant subì una brusca sterzata in direzione di una certa morale: e infatti anche i genitori di Julian erano la tipica coppia sposata da American Dream, e a lui tutto ciò non arrecava alcun problema; meno convinto di queste teorie patinate e cariche di ipocrisia e falsità risultava però il fratello maggiore, William, che appena raggiunse la maggiore età si battezzò con rito protestante (da questo fatto derivò una delle più furiose liti che lo stato dell'Iowa ricordi) e, nel giro di alcuni mesi, partì verso ovest alla ricerca di donne e divertimento.
Julian aveva in mano alcuni elementi a suo favore, il che lo rassicurava enormemente già in partenza: la ragazza parlava un inglese eccellente e, inoltre, si era mostrata curiosa di conoscere aspetti lievemente più profondi del giovane rispetto agli altri compagni di classe. Insomma, egli aveva avvertito la domanda sull'universo femminile più come un invito ad uscire allo scoperto, a vedere di cosa potesse essere capace nei confronti del gentil sesso. Già dal secondo giorno di scuola, il martedì, egli si fece trovare con un bicchiere di caffè in mano a dare il buongiorno a quella deliziosa ragazza, e lei rispose ogni volta con risatine, occhiolini e lievi rotazioni degli occhi. Passarono circa dieci giorni dal loro primo incontro, e Julian Grant già accompagnava a cena fuori Serena Costantini. In una mail indirizzata al fratello la descrisse nel seguente modo:
L'ho notata appena ho messo piede nell'aula, e ti assicuro che è la più bella ragazza che abbia mai incontrato. Ha gli occhi verdi ed i capelli castani, ed è alta poco meno di me. Una cosa di lei che sicuramente non ti piacerebbe è il fatto che non ha le tette grandi, ma ti assicuro che per me, in questo momento, è l'ultimo dei problemi.
La mail continuava con una descrizione della città, della scuola e di altri piccole e grandi esperienze di cui Julian era stato protagonista fino a quel momento; ma William era troppo occupato e non poté rispondergli.

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