sabato 18 luglio 2015

Chemical Brothers, "Born In The Echoes" [Suggestioni uditive]

Chemical Brothers,
Born In The Echoes (Virgin Records, 2015)

★★★★

















I Chemical Brothers sono state una di quelle dieci, quindici cose al centro della mia adolescenza. Un incontro da cui ho tratto molti piaceri e pochissime delusioni: una manciata di capolavori, l'accesso diretto alla conoscenza di molti altri artisti, e, non ultimo, il piacere di vederli dal vivo, a Livorno, nel 2008.
Born In The Echoes è un album importante, un lavoro che aspettavo da tempo e su cui sono lieto di aver messo le mani subito. Un lavoro che mi ha fatto incontrare di nuovo i Chemical Brothers che più mi piacciono, ossia quelli estremamente rigorosi nello strutturare i propri dischi (due o tre singoli da paura all'inizio, qualche riempitivo e qualche lento nella parte centrale e infine una lunga galoppata conclusiva), quelli che si preoccupano del testo e di chi lo dovrà cantare, ma anche e soprattutto del loop, della melodia e della ballabilità di un brano. Tutto questo delicato equilibrio era venuto un po' meno in Further (2010), episodio sperimentale e poco gradito della loro discografia, e anche gli anni successivi non hanno propriamente regalato gioie a chi, dei Chemical, ha sempre preferito un rigore e una tradizione (elettronica) del tutto britannici. Con la colonna sonora di Hanna (2011) prima, e un imbarazzante dischetto live chiamato Don't Think (2012) poi, avevano provato a portarsi sugli stessi binari degli allievi Daft Punk, ma entrambi i loro lavori sono risultati inferiori ad Alive 2007 e Tron Legacy OST.
Perciò, hanno pensato bene di riportare tutto a casa, di andare a leggersi un libro in qualche bel parco londinese e trarre l'ispirazione dal quotidiano che è sempre stato al centro della loro opera, sin dai fasti di Exit Planet Dust. Ma questa ricerca li ha riportati ancora più indietro e ben più in profondità, fino alla loro nascita, avvenuta in un mondo fatto di echi e di ultrasuoni. 
Born In The Echoes si apre all'insegna del più puro splendore electro: Sometimes I Feel So Deserted è la canzone che i Chemical non facevano dai tempi di We Are The Night (solo Escape Velocity ci si era avvicinata in anni recenti), per non parlare della gioiosa e indovinatissima Go (una canzone dell'estate seconda solo a Vieni anche tu nel mio privè in cui i nostri ritrovano Q-Tip) e dello splendido duetto con l'eclettica St. Vincent (aka Annie Clark) in Under Neon Lights. L'apertura azzeccata è stata rispettata, ma Ed e Tom rincarano la dose e spingono ancora di più su volumi, bassi e synth: EML Ritual, che si fregia della voce di Ali Love (lo stesso di Do It Again), è uno dei tre brani più belli dell'intero album. Non si può descriverlo, bisogna sentirlo, ballarlo, amarlo.
Sperdute fra un apparato di percussioni pauroso, le voci di donne di I'll See You There ci riportano sia a Song To The Siren che alle pesanti iniezioni di psichedelia di cui era pregno tutto Dig Your Own Hole. Con Just Bang l'album si ferma, fa un passo indietro e i fratelli si limita ad assemblare un lungo, pomposo montaggio di suggestioni, loop e campionamenti assortiti. Già la lunga Reflexion rialza il tiro, ed è di nuovo magia: un altro pezzo da 10 e lode che poteva tranquillamente durare anche cinque minuti in più, anche solo per coprire lo spazio che invece spetta alla mediocre Taste Of Honey
A risultare fuori posto sono anche la title-track (meriterebbe nuova attenzione sottoforma di qualche remix) e Radiate.
Posto d'onore per Wide Open, sognante chiusura scritta e cantata da Beck, una roba che odora di bei dischi messi al tramonto, mentre si è circondati dalla gente giusta. O almeno ci si prova.

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