domenica 2 febbraio 2014

Il giglio infranto (Capitolo IV) [Trame]


IL GIGLIO INFRANTO
Capitolo IV
Già da quella mattina il maggiore Hank Patterson, comandante del terzo battaglione, quarto reggimento, della 170° brigata fanteria, basata a Baumholder, in Germania, si era accorto che quella sarebbe stata una giornata di merda.
Prima uno dei suoi HUMVEE era uscito dalla carreggiata, andando a schiantarsi contro una Volkswagen e mandando al pronto soccorso un’intera famiglia tedesca.
Poi avevano scoperto che tutta l’ultima partita di munizioni arrivata dagli Stati Uniti era difettosa; lo avevano ovviamente appurato nel modo peggiore: un M-16, durante un’esercitazione di tiro, era esploso in mano ad un soldato, staccandogli tre dita.
Infine, una partita di carne di maiale avariata aveva mandato in infermeria quasi metà del battaglione, colpita da una delle peggiori crisi di diarrea che avesse mai visto. Una degna conclusione. O almeno sperava che fosse stata la conclusione.
Erano più delle dieci e mezzo; seduto nel suo ufficio, scorreva alcune carte riguardanti il programma di addestramento; si passò una mano tra i capelli brizzolati, sentendosi molto più vecchio dei suoi quarant’anni; distrattamente, aprì un cassetto della scrivania ed estrasse un sigaro Austin ed una scatoletta di fiammiferi. All’interno della caserma Neubruecke sarebbe stato vietato fumare, ma dopo una giornata come quella, se qualcuno fosse venuto a rompere, avrebbe saputo dirgli chiaramente dove poteva mettersi i divieti. Tagliò una delle estremità del sigaro, mise in bocca l’altra e lo accese. Si meritava un po’ di relax. Ancora una mezz’ora e sarebbe rientrato nel suo alloggio.
Capì che era successo qualche altro guaio nell’istante stesso in cui sentì bussare alla porta. Fu con una certa fatica che borbottò:- Avanti.
Il volto del caporale che, titubante, entrò nel suo ufficio tenendo in mano un fascicolo, gli confermò che non gli stava portando la notizia di una decorazione; il militare si mise sull’attenti; trattenendo a stento il nervosismo, gli disse:- Riposo, caporale Garbin.
- Buo..buonasera, maggiore. Temo di non avere buone notizie.
- Oggi è la giornata.- rispose l’ufficiale, stropicciandosi gli occhi; tirò una boccata dal sigaro, poi aggiunse: - Che altro è successo?
- Ci è appena arrivata la notizia che alcuni dei nostri soldati hanno…beh…hanno avuto un alterco con dei civili tedeschi in un locale di Birkenfeld.
Al maggiore venne voglia di mettersi le mani nei capelli:- Un alterco?
Il caporale tirò un sospiro:- C’è stata una rissa. Tra un gruppo di nostri uomini, probabilmente ubriachi, e alcuni studenti dell’università. Pare che abbiano devastato un birreria in città. La comunicazione ci è arrivata dalla polizia tedesca. E sembra che abbiano arrestato sia gli americani che gli altri; sono tutti in prigione a Kaiserslautern.
Il maggiore si lasciò andare sullo schienale della sedia; poggiò il sigaro sul posacenere, poi borbottò:- Non è possibile. Sono meno di quattro mesi che siamo qui ed è già la quinta volta che qualcuno del mio battaglione finisce in galera! Per ora il record è cinque tutti assieme.
Il caporale deglutì:- Temo che questa volta abbiano polverizzato il record, signore.
L’ufficiale lo fissò, con gli occhi stralunati:- Di quanti arresti stiamo parlando, caporale?L’urlo del maggiore fu udito anche fuori dall’ufficio:- Come sarebbe a dire “ventisette”?!?!

In una delle celle della prigione statale di Kaiserslautern un uomo alto e bruno, sui trent’anni, con le spalle larghe, giaceva su una branda, le mani intrecciate dietro la testa; indossava una lacera e sporca uniforme da ufficiale, con le mostrine da tenente dell’esercito americano, e teneva un berretto calato sugli occhi pesti. Sembrava profondamente addormentato, ma alzò immediatamente la tesa del copricapo quando un’ombra si stagliò fuori dalle sbarre; un uomo dai capelli brizzolati, almeno dieci anni più vecchio di lui, lo fissava con le mani nelle tasche dell’uniforme e uno sguardo a metà tra il divertimento e il compatimento.
- Chissà perché, quando mi hanno detto che c’era un ufficiale tra gli americani che avevano arrestato non ho avuto neanche bisogno di leggere il suo nominativo. Sapevo già che sarebbe stato “William Grant”!
Il tenente sbatté un paio di volte le palpebre, poi, con voce impastata dall’alcool, disse:- Buona sera, maggiore Patterson; mi scusi se non le faccio il saluto, ma non sono sicuro di essere in grado di alzarmi.
- La cosa non mi sorprende.- continuò, fissandolo duramente – A quante volte siamo? Mi sembra che sia la quinta occasione in cui vengo a trovarti dietro le sbarre.
Il tenente si passò la mano sotto il berretto:- La sesta.
Patterson vide una sedia appoggiata al muro, la prese, si sedette e chiese:- Ti dispiacerebbe spiegarmi cosa è successo questa volta?
Grant deglutì un paio di volte, poi disse:- Eravamo in un locale giù a Birkenfeld…mi pare si chiami Regenbogen. C’erano quelle due ragazze…un vero spettacolo. Io e un paio dei miei le abbiamo invitate a bere qualcosa…poi sono spuntati quegli stronzi di studenti crucchi, e sembrava che uno di loro pensasse di avere qualche diritto su una delle due. Sono volati degli insulti, anche se non so cosa possano averci detto quei mangiapatate. Poi uno di loro ha preso per il bavero della camicia uno dei miei, lui gli ha tirato un pugno, i suoi amici hanno risposto, noi li abbiamo raggiunti, altri sono intervenuti da entrambe le parti…poi non lo so, non ricordo altro che una valanga di cazzotti. Mi sono svegliato qui dentro.
- Un po’ riduttiva come ricostruzione.- sorrise ironicamente Patterson – A quanto mi hanno detto è stata la più grossa rissa avvenuta in questa parte della Germania negli ultimi vent’anni. E per quanto ne so, non era mai accaduto che ventisette soldati americani finissero in galera tutti assieme. Quella povera birreria non si riprenderà mai più dal vostro piccolo battibecco. Cosa volevate fare, la rivincita della Seconda Guerra Mondiale?-
Il tenente si tirò faticosamente a sedere, senza rispondere.
- Posso sapere quanto avevate bevuto?
Grant si passò una mano tra i capelli, poi rispose:- Sei…forse sette boccali. E un paio di bicchieri di schnapps, credo…
- Ed erano solo le dieci!- sbottò il maggiore – Comincio ad essere stufo di tirare il tuo culo fuori dai guai, William. Sei l’ufficiale più problematico che abbia mai visto. Insubordinato, irrispettoso, ubriacone, donnaiolo, assolutamente indolente rispetto all’autorità. E la cosa peggiore è che riesci a trasmettere questi difetti anche ai tuoi uomini. Ti avevo mandato il nuovo sergente appositamente per tenerti calmo, ma a quanto pare non è servito a molto!
Il tenente lo fissò per qualche secondo con sguardo vacuo, poi rispose:- Se parla del sergente Parker, credo che sia tre o quattro celle più avanti.
- Ecco, appunto. Prima di venire a contatto con te il sergente Parker non aveva mai avuto una singola nota di demerito.- il maggiore prese fiato – Avrei lasciato che ti togliessero i gradi molto tempo fa, se non fosse perché sei anche l’ufficiale più abile che ho nel mio battaglione. Ma sarebbe meglio se non tirassi sempre la corda al massimo. Un giorno o l’altro potrei decidere che costi più di quanto rendi.
William si tirò in piedi e si accostò alle sbarre, leggermente più sveglio; poi chiese:- Può tirarci fuori di qui, signore? Sinceramente, non mi andrebbe di passare tutto il nostro turno in Europa in una schifosa galera crucca insieme a metà del mio plotone solo perché abbiamo scelto due vacche che appartenevano alla mandria di un altro!
Il maggiore si alzò:- Credo di potervi evitare la Corte Marziale, anche se sono convinto che, almeno a te, non potrebbe che fare del bene; con un po’ di impegno, credo di poter riuscire anche a non far degradare né te, né il sergente, ma penso proprio che dovrete farvi un po’ di gattabuia. Ci vorrà del tempo per calmare le autorità tedesche.- si avvicinò alla porta che conduceva fuori dal corridoio delle celle – Nel frattempo, spero che un po’ di sole a scacchi ti calmi i bollenti spiriti, anche se non ci conto molto. Buonanotte.- e, senza aspettare una risposta, uscì.
Il tenente si buttò di nuovo sulla branda, stanco morto. Non era certo la prima volta che si trovava in galera. Aveva ventinove anni, e ne erano già passati dieci da quando era andato via di casa. Prima di entrare nell’esercito, aveva vissuto per un periodo vagabondando tra Utah, Arizona e California, e si era ritrovato diverse volte ad essere arrestato. Questo però non lo aveva mai spinto a cambiare stile di vita di una virgola; quelli che il tenente gli aveva sputato in faccia come difetti lui li considerava pregi. Se avesse voluto vivere da puritano, sarebbe rimasto con la sua famiglia. Si tolse il cappello, sprimacciò il duro cuscino e, intrecciate le mani dietro la testa, chiuse gli occhi. L’ultimo pensiero prima di addormentarsi, giunto chissà da dove tra i fumi dell’alcool, fu una domanda che non si poneva molto spesso. Si chiese che cosa stesse facendo la sola persona della sua famiglia per la quale provava un po’ di rispetto, cioè suo fratello Julian. Era il solo che sembrava somigliargli un po’, il solo con cui riusciva a capirsi. Se non si sbagliava, in quel periodo il ragazzino era a Firenze, in Italia, per una sorta di vacanza studio. Prima che il suo cervello si spegnesse, William sperò che in quel momento il fratellino fosse a letto con almeno tre belle morette italiane.

Il sabato sera all'Isolotto era un qualcosa di profondamente alienante: enormi palazzi moderni, più simili ad ospedali che a case, venivano occupati esclusivamente da persone che avevano passato i quarantacinque anni, mentre tutti gli altri si davano alla fuga: chi riparava sulle colline, alla ricerca di un clima più clemente, chi in centro, a mettersi in fila per inseguire l'ebbra turista di turno, e chi si gettava, spesso accompagnato dalla propria dolce metà, nei campi vicini a quei grandi e tristi quartieri della zona nord della città. Erano quelle serate in cui l'evasione e il caldo facevano mettere da parte la cronaca, una cronaca nera che raccontava della scomparsa in massa degli animali randagi e di una ventina di misteriose sparizioni avvenute dalla fine della primavera ad allora. Quei decrepiti cinquantenni dell'Isolotto scorrevano sei canali televisivi ogni trenta secondi, e questo era il loro modo di misurare il tempo; le bibite gassate e messe a raffreddare a temperature quasi polari avevano ormai rimpiazzato le Peroni gelate o il fiasco di vino rosso tenuto in ghiacciaia: la vita veniva ormai disegnata con forme di una nauseante banalità. E forse fu proprio per questo motivo, dopo che ad un appartamento di via Martini fu demolita un'intera parete da un qualcosa di non ben identificato, che tutti si sentirono offesi da questa inattesa piega degli eventi di un sabato sera all'Isolotto.

La Nazione” di un surriscaldato sabato mattina riportava a caratteri cubitali il seguente titolo: Proseguono le scomparse: l'Isolotto trema, ma resta il mistero. Julian Grant lo lesse distrattamente e gettò il quotidiano fuori dal letto; dal bagno proveniva un rumore di acqua che scorre: era Serena che si stava facendo una doccia. - Cosa fai?- chiese il giovane dell'Iowa in un buffo italiano. - Mi lavo dei miei peccati...- rispose scoppiando a ridere la ragazza. - Pensavo ti avessero rapita!- replicò Julian sarcastico. L'acqua smise di scorrere e Serena si presentò fulmineamente sulla soglia della camera da letto. - Non c'è niente da ridere! E' la mia città, e noi di mostri ne abbiamo già visti troppi!- e, detto ciò, afferrò i vestiti, indossò le scarpe da ginnastica e, con i capelli ancora bagnati, uscì dall'appartamento di via dell'Anguillara. “Tasto dolente...” pensò il ragazzo, mettendosi entrambe le mani dietro la nuca sudata. Capì in quel momento che non era a casa propria, che l'Iowa era lontano, e con esso anche la mentalità americana che, oramai abituata a scomparse misteriose e alla naturalezza di certi eventi, non poteva essere riproposta in quel contesto. Inoltre, era la prima volta che lui e Serena avevano modo di litigare, e questo rendeva il tutto ancor più spiacevole. Ma Julian- ricordandosi di una “lezione” di William- pensò che una donna che esce da una camera da letto senza neanche salutare non fosse poi una gran donna, e decise di mandarla a quel paese.


Il Questore di Firenze Duccio Innocenti si versò l'ennesimo caffè della giornata, pur sapendo che non sarebbe servito a molto. In realtà era sfinito, e neanche cento litri di caffeina avrebbero potuto fargli passare il sonno. Lo confermò il prolungato sbadiglio che seguì la prima, lunga sorsata. Il cinquantenne Duccio, ormai, neppure si riconosceva quando si guardava allo specchio: sembrava invecchiato di quindici anni, e le borse sotto i suoi occhi iniziavano a farsi preoccupanti.
Gli ultimi giorni erano stati veramente un inferno; non ricordava un periodo simile in tutta la sua carriera. Non gli era mai accaduto di doversi occupare, nel giro di poco più di una settimana, di ben ventitré persone scomparse nel nulla. Neanche il “Mostro di Firenze” aveva mai raggiunto un ritmo simile. E, nonostante lui e parecchi suoi sottoposti rimanessero quasi tutte le sere in ufficio a lavorare sui casi fino ad ore improbabili, non avevano fatto un passo avanti.
La cosa era cominciata con una coppia di giovani tedeschi scomparsi senza lasciare tracce otto notti prima. Inizialmente la cosa non era parsa così insolita, ma quando, dopo la notte successiva, erano state denunciate altre tre scomparse, la questione aveva iniziato a far drizzare le orecchie agli alti comandi delle forze dell'ordine fiorentine. L'escalation successiva aveva fatto pensare alla presenza di un serial killer, ma ad un vecchio segugio come Innocenti la situazione non poteva che apparire molto strana.
Anche quella sera, seduto nel suo ufficio con davanti gli incartamenti dei casi, non riusciva a non ripassare mentalmente tutte le caratteristiche insolite di quei crimini. Per prima cosa, non aveva mai sentito parlare di un degenerato di quel genere: rapiva le sue vittime (il comandante non voleva neanche pensare che quelle persone potessero essere veramente tutte morte) con una velocità impressionante e, apparentemente senza nessun criterio, a caso. Gli sembrava inoltre impossibile che quel maledetto, chiunque fosse, non lasciasse neanche una traccia. Eppure non avevano mai trovato il più minimo indizio. Non era mai stato possibile neppure scoprire i luoghi precisi dove le vittime erano state rapite. In alcuni casi si conosceva solo la zona, in altri neanche quella. Se si escludeva un'apparente predilezione per parchi e zone alberate, stavano dando la caccia ad uno spettro. E la stampa stava letteralmente stroncando le forze dell'ordine, sottolineandone l'incapacità. La situazione era incandescente.
Il suono del telefono riscosse il comandante dalle sue riflessioni. Prese di malavoglia la cornetta e borbottò:- Innocenti. Chi è?
Gli rispose una voce maschile dal marcato accento meridionale, apparentemente sull'orlo del panico:- Comandante, sono il commissario Del Santo. D...deve venire all'obitorio di Careggi. C'è...beh, c'è qualcosa che deve vedere.
Innocenti conosceva Del Santo, il comandante del Commissariato Firenze Oltrarno, da anni, e non lo aveva mai sentito tanto terrorizzato:- Che diavolo le è successo, Del Santo? Le trema la voce.
-N...non posso spiegarlo per telefono, signore. Venga solo qui il prima possibile!

L'obitorio dell'ospedale, dopo le undici, era praticamente deserto. Entrando, Innocenti vide però che tre medici legali si erano trattenuti fino a tardi nella stanza dedicata alle autopsie.
Del Santo era in piedi accanto a due tavoli d'acciaio coperti da teli bianchi con evidenti macchie rosse, assieme a un altro ufficiale, che Innocenti riconobbe come il vice commissario Baldini, e a due agenti. Nel vedere gli ultimi tre, il questore ebbe un tuffo al cuore: avevano le divise strappate, macchiate di sangue e in disordine, e la faccia di chi ha visto tutti i demoni dell'Inferno. Al centro della stanza, un tavolo grande quasi il doppio degli altri, anch'esso coperto da un telo bianco che nascondeva improbabili protuberanze, stranamente macchiato da un liquido di colore azzurrino.
Quasi temendo ciò che il poliziotto gli avrebbe raccontato, Innocenti si avvicinò al commissario; non poté fare a meno di notare quanto fossero sbiancati i capelli di Baldini; avrebbe giurato che solo pochi giorni prima fossero stati neri; chiese:- Che cosa è successo, Del Santo? Sembrano essere passati dentro ad un frullatore...
L'altro poliziotto impiegò parecchio a rispondere, e si voltò a fissare il suo vice, mentre gli agenti si lasciavano cadere su due sedie; Innocenti notò che i medici, con aria stralunata, erano rimasti immobili vicino al tavolo più grande.
- Signor Questore, è meglio se lascio che le spieghi lui.- disse infine, indicando il malandato Baldini,- Non credo che ne sarei in grado.
Il vice commissario sembrò cercare di raccogliere le idee per un po', poi iniziò: - Comandante, io sto ancora pregando che quello che è successo stasera sia stato soltanto un incubo. I corpi sotto questi teli...- indicò i tavoli più piccoli- Gli agenti De Paola e Ferri; due bravi ragazzi, li conoscevo bene...No!- alzò all'improvviso la voce quando vide che Innocenti si accingeva a sollevare uno dei due lenzuoli- Non lo faccia. E' meglio, glielo assicuro. Non guardi come sono ridotti. Credo che non dormirò mai più nella mia vita.
Il questore ritrasse la mano e, con un timore che credeva gli fosse sconosciuto, chiese ancora:- Cosa è accaduto?
Baldini trasse un profondo respiro, poi iniziò:- Ero di pattuglia con De Paola quando Ferri mi ha chiamato sul cellulare. Era fuori servizio, e si trovava in via Fiume, tornava a casa...ha detto di aver sentito dei rumori in un seminterrato. Un casino impressionante, secondo lui. Noi eravamo vicini, e ho deciso che valeva la pena di controllare. Sa, con questa storia delle sparizioni...- respirò di nuovo a forza, come se quel racconto gli stesse costando una gran fatica – Quando siamo arrivati sul posto c'erano già loro.- ed indicò gli altri due poliziotti, che fissavano il pavimento con aria devastata - Ispettore Pescucci e agente scelto Romano. Erano di pattuglia anche loro, hanno visto Ferri e si sono fermati. Quando sono arrivato io il rumore era finito, ma siamo scesi lo stesso fino alla porta del seminterrato. Ho bussato. Nessuna risposta. Ho bussato di nuovo, dicendo che eravamo della Polizia. Questa volta mi ha risposto una baraonda. Sembrava che qualcuno stesse spaccando dei mobili con un'ascia. Abbiamo preso le pistole, Ferri ha sfondato la porta con un calcio...e...e...- si bloccò; non sembrava in grado di proseguire.
- Allora?- cercò di incalzarlo Innocenti; l'idea che sotto quei teli ci fossero due poliziotti morti, probabilmente smembrati vista la reazione di Baldini, gli aveva messo addosso un cupo terrore, come il presentimento di qualcosa di terribile; e non migliorava certo la situazione la paura che poteva leggere negli occhi di Del Santo, che era un uomo che a suo tempo aveva affrontato la Mafia; vedendo che il vice commissario non riusciva a continuare, insistette:- Chi diavolo avete trovato in quello scantinato?
Baldini si passò una mano trai capelli, poi finalmente borbottò:- Non è il “chi” il problema, signore. E' il “che cosa”.- e, prima che Innocenti potesse fargli una qualsiasi domanda, fece un cenno ai dottori, che, afferrato il lenzuolo che copriva il tavolo più grande, lo tirarono via di colpo.
Il questore urlò nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sulla forma nera adagiata sull'acciaio, e indietreggiò istintivamente, mentre la sua mano correva sotto la giacca, a slacciare la fondina. Aveva già quasi estratto la sua Beretta quando Baldini gli afferrò il braccio:- Si calmi, comandante! E' morto.
Leggermente meno nel panico, ma con la mente totalmente svuotata per lo stupore, Innocenti ripose la pistola e si avvicinò al tavolo mormorando:- Ma che...che cazzo...?
La prima cosa che riuscì a pensare con coerenza fu che somigliava lontanamente ad una formica: il corpo diviso in segmenti, sei zampe, una testa – se quella ad una delle estremità di quel corpo assurdo era davvero la testa – di forma poco definibile e munita di mandibole e di occhi da insetto. Le somiglianze però finivano lì; intanto quell'essere era enorme: doveva superare di parecchio i due metri di lunghezza. Poi da quella che il poliziotto giudicò essere la parte posteriore del corpo partiva una corta e tozza coda piena di protuberanze. Le due coppie di zampe posteriori erano leggermene più corte delle “braccia”, se così si potevano chiamare, e in quel momento erano ripiegate, come quelle di una cavalletta. Le altre due, scompostamente buttate sul tavolo, trasmisero al poliziotto un indicibile senso di angoscia: ciascuna delle zampe più vicine alla testa terminava in una specie di lama da falce, lunga almeno cinquanta centimetri. Ed erano entrambe macchiate di rosso. Il nero e apparentemente coriaceo corpo dell'essere era crivellato: dozzine di fori si aprivano nella sorta di corazza che sembrava fargli da pelle, e da ognuno di essi sembrava essere uscito uno strano e denso sangue bluastro.
Incapace di accettare quello che stava vedendo, Innocenti fece due passi indietro e, rivolto a Baldini, chiese:- Cosa...cos'è?-
- Ne so quanto lei- rispose tristemente l'altro – So solo tre cose di questo bastardo: era molto forte, molto feroce e molto duro a morire. Ci si è buttato addosso pochi istanti dopo che siamo entrati. Ho fatto appena in tempo a notare un buco nel pavimento; credo sia entrato da lì, si vedeva un sorta di cunicolo scavato nella terra. Poi è iniziato l'inferno. Si muoveva eretto sulle quattro zampe di dietro, molto in fretta, e usava le due davanti come falci fienaie. Lo vede da solo quanti proiettili ci sono voluti prima che cadesse, e intanto ha fatto a pezzi Ferri e De Paola.
A questo punto intervenne il commissario:- Baldini mi ha chiamato subito dopo la sparatoria. Quando ho visto questa...cosa...ho capito che era meglio non buttare tutto in piazza. Siamo riusciti solo per miracolo a tenere lontani i curiosi e a portarlo via. Spero che i giornalisti si siano bevuti la mia storia di una sparatoria con dei rapinatori. Non era il massimo, ma per come stavo non potevo fare di meglio. Ho lasciato quattro agenti a guardia del cunicolo e l'ho chiamata subito- e sospirò, come se fosse stato felice di aver raccontato quella storia a qualcuno.
Innocenti rimase alcuni secondi in silenzio, fissando con sguardo allucinato l'assurda creatura che aveva davanti e tentando di riordinare le idee; alla fine disse:- E' lui. E' stato lui. Le persone scomparse...non può che averle prese lui!- con nuova decisione, dettata quasi dalla disperazione, si voltò verso il commissario:- Nessuno deve sapere niente, tanto meno i media. Scatenerebbe il panico e farebbe piombare qui tutti i maniaci degli UFO d'Italia.
Aveva detto la parola che ronzava in testa a tutti i presenti, ma che nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare; Del Santo provò a chiedere:- Pensa davvero che sia...?-
Il comandante lo interruppe:- A te sembra forse una formica da giardino?- poi si voltò verso i medici legali:-Immagino che non lo abbiate manomesso, vero?
Uno dei medici fece un passo avanti e, con voce tremante, rispose:- Signor Questore, questo è un ospedale, non l'Area 51; non abbiamo le attrezzature per fare un'autopsia a...- e indicò l'essere.
Innocenti annuì, poi disse:- Va bene. Allora fate un po' di foto a questa...cosa, ma non fate nessuna analisi. Mandatemene una copia appena sono pronte, poi cancellatele. Impacchettatelo senza fare confusione. Io manderò una mail all'università di Pisa per avvertirli che gli mandiamo qualcosa che deve restare segreta. Deve essere studiato da qualcuno che ne capisca più di noi. Vi farò mandare un furgone per portarlo a Pisa.- poi, ripensandoci, aggiunse:- Anzi, impacchettate anche i corpi degli agenti e mandategli anche quelli.- il tentativo di protesta di Baldini fu bloccato dagli occhi spiritati del suo superiore - Per ora alle famiglie dite che sono morti in uno scontro a fuoco, e che deve essere fatta un'autopsia.- riprese fiato; sembrò pensare per qualche secondo, poi si rivolse ancora a Del Santo e a Baldini:- Come vi sentite? Mentalmente intendo. Siete in grado di restare in campo?
Il meridionale annuì subito. Il vice commissario sembrò pensarci per qualche secondo, mentre si fissava la divisa lacera e le braccia piene di escoriazioni; poi annuì a sua volta:- Mi dia un'ora per cambiarmi, darmi una pulita e avvertire la mia famiglia che stanotte non tornerò a casa. Mi inventerò una scusa.
- E voi? Non potete andarvene in giro a raccontare questa storia.- disse ancora, rivolto ai due agenti.
Uno dei due, quello che Baldini aveva identificato come l'ispettore Pescucci, si alzò faticosamente e disse:- Conti su di noi, signore.
- Bene. Meglio che nessun altro sappia nulla per ora.- poi, nuovamente rivolto verso Del Santo, disse:- Manderò un documento a tutte le stazioni di polizia, nel quale scriverò che tu hai temporaneamente il comando su tutte le forze di polizia cittadine. Sarai il solo a conoscere la situazione, quindi ho bisogno che tu ne abbia il controllo totale. Chiama tutte le stazioni. Aumenta le pattuglie in città al massimo. Avverti gli uomini di tenere gli occhi ben aperti. Che portino sempre con loro le armi automatiche. Non dirgli nulla di questo.- e indicò la carcassa della creatura – Digli quello che vuoi, tutto tranne la verità! Contatterò il Comando dei Carabinieri e il Ministero. Almeno loro devono sapere...anche se dovrò impegnarmi parecchio perché credano a questa storia. Per il momento potremo contare solo su noi stessi. Tutto chiaro?
Troppo sorpreso per tutto ciò che aveva visto e per la grossa responsabilità che gli era piovuta sulle spalle, Del Santo riuscì solo a dire:- Signorsì. Posso fare qualcos'altro?
Il volto del questore si rabbuiò; indicò la misteriosa entità e disse, con voce tombale:- Sì. Pregare che fosse solo.



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