venerdì 16 gennaio 2015

The Imitation Game [Recensione]


Non è una novità: le storie prima o poi finiscono. Anche le vite degli uomini illustri iniziano a scarseggiare. Ad Hollywood sono tutti preoccupati: ormai hanno raccontato di tutto. Artisti, giornalisti, scrittori, attori, poeti, cantanti, pittori, registi, magnati dell'industria, cuochi, esploratori, capi di stato, preti, papi, monarchi, leader di partito, colonizzatori, tutto è finito davanti ad una macchina da presa. Tuttavia, negli ultimi anni, è stato scoperto che anche le persone di scienza hanno una vita: forse meno interessante di quella di un figlio di papà che taglia in due la carta di credito e si mette a fare l'autostop, ma comunque una vita. Fragili, timidi, disadattati, sociopatici, geniali, gli scienziati rappresentano ormai una bella sfida per quei soggettisti e sceneggiatori al soldo delle potenti majors sempre avide di premi e denaro. Lo dimostra il fatto che negli ultimi quindici giorni siano arrivati, anche in Italia, due biopic su due diversi scienziati, uno del passato, l'altro del presente: Alan Turing (The Imitation Game) e Stephen Hawking (La teoria del tutto), due geni le cui scoperte hanno segnato in maniera indelebile il nostro tempo.
Per quanto riguarda The Imitation Game, ero relativamente interessato alla visione. Voti altissimi su ogni rivista, consigliato da tutti, anche da quei vicini di casa che vanno al cinema due volte l'anno per sbaglio. <<Un film carinissimo, e poi c'è coso lì... Cumbercatch... maiala, quanto è bravo!>>. Effettivamente, Benedict Cumbercatch è bravo, e non potrebbe essere altrimenti: Sherlock è piaciuto al mondo intero e il signor Weinstein vuole una pioggia di Oscar quest'anno, perciò l'attore deve essere uno amato in tv e al cinema, il film deve fare piangere e se riusciamo a trovare un personaggio che passi un po' anche da martire di qualche minoranza, meglio ancora. The Imitation Game riesce in tutto questo: l'Alan Turing di Cumbercatch è il protagonista di un dramma autentico che si protrae per oltre due ore e non sa veramente di niente. I comprimari (la Knightley su tutti) fanno ridere i polli. Questo Morten Tyldum è un regista che non ha idea di come concepire un biopic, gira a macchinetta, fa il compitino altrimenti lo licenziano e sarà bene che porti a casa una decina di statuette. Dal suo lavoro, viene fuori un film curato ma privo di anima, con l'attore protagonista bravo ma di una bravura "precotta", politicamente corretta e pensata per andare di pari passo con scenografia, fotografia e colonna sonora. 
Ovviamente, sarebbe meglio non parlarne male, ma un film biografico goffo, ruffiano e iperconfezionato come questo non lo vedevo almeno dai tempi di Lincoln.

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