lunedì 26 gennaio 2015

Napalm Death, "Apex Predator- Easy Meat" [Suggestioni uditive]

Napalm Death,
Apex Predator- Easy Meat
(Century Media, 2015)

★★★½
















I Napalm Death hanno sempre scritto più canzoni di quelle che il mercato poteva assorbire, ma finchè i dischi contenevano una buona selezione di quanto di meglio la band inglese stesse producendo in quel momento, non c'erano recriminazioni da parte di critica e pubblico. Però, a partire da Inside The Torn Apart (1997), per un bel pezzo, i conti non sono più tornati. Una volta che il gruppo presentava dal vivo pezzi intensi e sanguinari, il disco che usciva di lì a poco cominciava a sembrare poca roba, neanche paragonabile alla carneficina grindcore degli anni Ottanta e alle contaminazioni death e industrial degli anni Novanta. Ci sono voluti un cambio di etichetta (dalla Earache alla Century Media) e l'egida dell'illuminato produttore Russ Russell per riportare i Napalm Death a degli ottimi livelli, e tutto ciò che è venuto da The Code Is Red... Long Live The Code (2005) in poi non somiglia più all'equivalente culturale di una scarica di elettricità statica e non c'è niente a giro a cui paragonarlo.
Il sedicesimo album dei Napalm, Apex Predator- Easy Meat, non fa parte di alcuna tendenza del momento ricollegabile al grindcore. Gli Impaled, i Brutal Truth, gli Aborted o i Carcass pensano a soddisfare pubblico e critica, ma i risultati sono magri. I Napalm Death lavorano nell'oscurità, tengono le cose nascoste e se ne saltano fuori, a neanche tre anni dal precedente Utilitarian, con quattordici canzoni che rappresentano la cerimonia di questa oscurità, una conversazione desolata, di poche parole, fra Mark Greenway e lo Spirito della Carne, condotta sull'orlo della fine del tempo. Non è un materiale per un tour mondiale di genere, ma un lavoro purissimo, dove non è sopravvissuto alcuno strascico di influenza groove o death. Ogni canzone corre veloce dall'inizio ala fine, la produzione è lineare, diretta, senza sbavature. La title-track funge da intro perfetto all'universo nichilista descritto dai Napalm: un cosmo regolato da fondamentalismi e schiavitù, urla e distorsioni, fruste e alberi spogli che affondano le radici in discariche abusive, una tribù post-apocalittica che canta in coro. Tutta roba a cui ci hanno abituato sin dai tempi di Scum (1987) e che negli ultimi tre, quattro dischi hanno saputo tratteggiare con incredibile minuzia di particolari. Smash A Single Digit (disponibile, su YouTube, il video) è una fucilata allo stomaco di un minuto e mezzo. How The Years Condemn è un'invocazione per far concludere le invocazioni. Se negli anni Ottanta fu proprio Scum ad annunciare, nel mondo del metal, la morte dell'Anima oltre a quella della Carne, oggi i Napalm Death ribadiscono che lo Spirito di entrambe è morto mille altre volte e mille altre volte è rinato, e che ogni sua scomparsa è una catastrofe a sè stante. I testi di tutto Apex Predator somigliano a uno di quei sogni in cui si vorrebbe fuggire e le gambe non si muovono. L'incomprensione del mondo coincide con l'ostilità di un determinato sistema, e sta solo all'ascoltatore decidere se i fantasmi del passato riaffiorano casualmente o sono frutto di un preciso piano della società odierna. Anche se, come dimostra beffardamente la bellissima conclusione di Adversarial/ Copulating Snakes, nessun male di quelli che incombono sul presente verrà spazzato via.

venerdì 23 gennaio 2015

Due o tre cosette sugli Oscar 2015 [Scosse]

Il 2015 è un'annata da Oscar "scomodi".
Non c'è il film sull'Olocausto, non c'è il film sulle terme miracolose, non c'è il film sull'angelo custode, non c'è il film sul bambino bianco ricco che gioca col bambino nero povero, non c'è un film italiano, non c'è un film con cui Leonardo Di Caprio perde di nuovo la statuetta come miglior attore dando vita a nuove catene di imbecillità e ignoranza. Ma, del resto, gli Oscar di ignoranza ci vivono. Non sono un festival (e se ne guardano bene dall'esserlo), ma una festa ferocemente ancorata alle tradizioni, al galateo, al denaro, al potere, al sesso. Ogni edizione può risultare molto diversa da un'altra: una buona parte delle modifiche dipende totalmente da chi presenta. Quest'anno spetta a Neil Patrick Harris, il bietolone biondo che viene sgozzato nel bellissimo L'amore bugiardo, il compito di condurre le danze dell'ottantasettesima fiera dell'incongruenza cinematografica più ipocrita e trash al mondo. E, in tutta onestà, non lo invidio. Dirigere la cerimonia degli Oscar in diretta sulla ABC è davvero difficile: devi far ridere e far commuovere, devi saper premiare, annunciare e assolutamente non annoiare. Insomma, non te ne stai lì a leggere le notizie della sera come un Mentana qualsiasi. Pagano bene? Neanche troppo, sembra.
Ma forse non esiste un compenso abbastanza equo per passare una nottata a pronunciare nomi propri e aprire buste rinchiusi fra le quattro mura di un vecchio teatro di Hollywood. La stessa Hollywood che- come ci mostra Maps To The Stars -non esiste, o almeno non esiste più. La fabbrica dei sogni è anche fabbrica di incubi e perfino questa sua consueta e fanatica autocelebrazione nasconde lati oscuri e inquietanti. Se togliamo i film, eliminando così la finzione, cosa rimane? La realtà, e cioè un ammasso informe di persone che si muovono attraverso un mondo prefabbricato e fittizio fatto di soldi, soddisfazioni inutili e merda.
In una sola parola: gli Oscar.

- Rido già passando al setaccio quei settimanali che dicono che saranno "Oscar noiosi", o addirittura "Oscar letterari". E rido perchè capisco perfettamente che questi giornali nostrani hanno una concezione degli Oscar più americana degli americani stessi. Stesso dicasi dello spettatore medio che, come al solito, delle dieci pellicole candidate a migliore film ne ha viste a fatica una, ma che non rinuncerà comunque a bere caffè e guardare tutta la cerimonia (paga Sky, dovra pur vedere gli Oscar in diretta, o no?).
- Sinceramente, non mi aspettavo questa pioggia di nomination su film così belli, intelligenti e poco hollywoodiani come The Grand Budapest Hotel (chi mi conosce sa del mio rapporto amore-odio col cinema di Wes Anderson e sa che The Grand Budapest Hotel è forse il suo film che mi è piaciuto di meno, pur restando un'opera che nessuno sarebbe in grado di concepire, costruire, girare all'infuori di Wes Anderson stesso) o Boyhood, e così approfitto di questo spazio per fare spudoratamente il tifo per qualcosa e qualcuno: ricoprite Boyhood e Richard Linklater di Oscar, porca puttana!
- Sulla Gazzetta dello Sport di ieri c'è un articolo intitolato Il mistero di "Boyhood": il film girato in dodici anni. Sveglia, signori! Boyhood è uscito a ottobre. 
- La grande (e sicuramente legittima) attenzione riservata a Birdman (che con nove statuette è, al pari di The Grand Budapest Hotel, il favorito) mi ha lasciato già meno basito. Alla fine, Inàrritu è un regista molto ben considerato negli Stati Uniti e Birdman approda agli Oscar con una valigia piena di premi collezionati da Venezia in poi. Forse vale la pena specificare che... no, brutti dementi, non è un cine-comic Marvel e nemmeno DC! Ormai la gente pensa male ogni volta che legge il suffisso "-man" nei titoli, non ci si può fare niente.
- Ovviamente, anche American Sniper ha le sue candidature: sei, fra cui migliore film. Tutte meritatissime. Del resto, è bello. E più cercano di affossarmelo e sminuirlo e più me lo fanno piacere. Non mi metto a fare confronti fra Linklater e Eastwood su meriti, bravura, capacità, perchè non sono cose che mi interessano.
- Ma ecco. Parliamo di Interstellar che a detta di alcuni è candidato  "solamente" a cinque Oscar. "Solamente" perchè sono tutti "soltanto" Oscar tecnici. Embè? Cinque Oscar sono molti e, in questo caso, giusti. A cosa dovevano candidarlo? A migliore sceneggiatura? Suvvia, gente... Continuate a perdervi nell'eterno, sterile dibattito del "Nolan nuovo Kubrick", se volete. Continuate a non far sussistere i fatti. Continuate  a parlare del nulla. E magari, ogni tanto, andate a vedere qualcosa di uno zinzillino diverso. Oppure abbonatevi al mensile Il mio giardino e smettete di andare al cinema. 
- Ci sono due brutti film candidati: si chiamano The Imitation Game e La teoria del tutto e ovviamente faranno strage di applausi, lacrime e statuette. Dispiace, perchè sono davvero vergognosi e accomodanti e a me l'arte accomodata sta sui coglioni.
- Sui film stranieri, il nostro orgoglio nazionale ne uscirà sicuramente ferito: fra quelle in concorso- oltre al russo Leviathan, del quale ho visto alcune sequenze che risultano di una bellezza superlativa -troviamo pellicole mauritane (Timbuktu) e argentine (Storie pazzesche). Oltre a scoprire il cinema mauritano, aspetto che qualche mente superiore si interroghi su come un paese in default come l'Argentina abbia un film candidato agli Oscar e la superpotenza italica no. Mi spiace, ma i dibattiti patriottici mi hanno sempre stimolato poco, specie se di mezzo c'è l'Arte.
- Ho avuto un sussulto quando ho letto che Maureen O'Hara riceverà l'Oscar alla carriera. Credevo che fosse morta.

martedì 20 gennaio 2015

Ryan Bingham, "Fear And Saturday Night" [Suggestioni uditive]

Ryan Bingham,
Fear And Saturday Night 
(Lost Highway Records, 2015)

★★★★















Talvolta non è necessario stare seduti in una decappottabile che sfreccia per qualche highway americana per sentire l'odore della polvere, vedere l'asfalto arroventarsi metro dopo metro e sentirsi ancora giovane e invincibile. Dico questo perchè non sono americano, non risulto più inscrivibile fra i teenagers, non amo le decappottabili (ma d'altronde, quale macchina amo?) e proprio non soffro il caldo: eppure può succedere, molto di rado, che le canzoni (e come loro i libri o i film) divengano le espressioni perfette di noi stessi. Ad esempio, non capisco come un certo tipo di romanticismo che odora lontanamente di dannazione stia passando di moda, ma non mi interessa: a rimetterci sono gli altri, io ho fra le mani Fear And Saturday Night di Ryan Bingham e conto di ascoltarlo per un bel pezzo.
Per i non addetti ai lavori, Bingham non è un cantautore qualsiasi partorito dall'industria discografica: Bingham è un trentaquattrenne texano, sin da piccolo intento a lavorare nel deserto in mezzo a serpenti e cavalli, cresciuto suonando la chitarra e cavalcando tori. Uno che la prateria la conosce e ne conosce le storie, quelle storie che ha raccontato sin dall'esordio Mescalito (2006) e che, nel 2010, lo hanno portato fino ad Hollywood, dove ha vinto l'Oscar per la migliore canzone con The Weary Kind (nella colonna sonora di Crazy Heart) ed è arrivato alle orecchie di un po' tutto il mondo (comprese quelle del sottoscritto). Da parte mia, sono stato un accanito sostenitore del suo secondo album, Roadhouse Sun (2009), ma pure il successivo Junky Star (2010), prodotto da T-Bone Burnett e maggiormente virato al rock, rimarrà fra i dischi del decennio, sia per la bravura della band di accompagnamento (i Dead Horses) che per l'eccelsa qualità dei testi.
Il nuovo Fear And Saturday Night segna il ritorno di Bingham alla Lost Highway Records dopo una strampalata avventura nel mondo dell'autoproduzione (Tomorrowland è uscito tre anni fa e non vale la pena ricordarlo). Il giovane cantautore lo co-produce assieme a Jim Scott (chi ama Tom Petty, gli Wilco e i Foo Fighters lo avrà sicuramente sentito nominare) e tira fuori un altro mezzo capolavoro sospeso fra alternative country (che poi è l'unica forma di country contemporaneo che valga davvero la pena di ascoltare) e outlaw rock in perfetto stile texano. Il torrido clima del Sud che permeava tutto Roadhouse Sun e ne faceva un autentico e attualissimo disco dell'estate lascia stavolta spazio alle tenebre e alla paura: Nobody Knows My Trouble è una pagina deliziosa, anche se un po' amara, un "notturno" che segue le orme di quei grandi brani di Townes Van Zandt che solo all'apparenza suonavano ironici e spensierati. Con Broken Heart Tattoos l'album inizia sul serio: la canzone è un tenero inno al passato, all'amore perduto, alle illusioni e al fallimento (irrinunciabile tema pregnante di tutta l'opera di Bingham, e prima di lui dell'intera compagine degli outlaw-rockers). In Top Shelf Drug e Island In The Sky, Ryan si abbandona di più a quelle elucubrazioni "acide" che non mi hanno fatto piacere Tomorrowland anni fa e che ora più che mai mi sembrano fuori luogo e inadatte ad un disco dove si parla di tutt'altro. Adventures Of You And Me è una brillante galoppata per boschi e fiumi in cui i protagonisti si fermano a pescare pescigatto, accendono un fuoco e fanno l'amore. E poi arriva la title-track, quella Fear And Saturday Night che dimostra quanto Ryan Bingham non sia affatto un poeta scialbo, meditabondo e zuccheroso come il novanta per cento dei suoi rivali odierni di Nashville. Qualunque idea di paura può cozzare male con il sabato sera, specie perchè è questo l'unico e universale momento di puro divertimento e spensieratezza della settimana, ma non è detto che debba durare per sempre. La fear a cui allude il titolo non è tanto una malinconica riflessione sull'adolescenza ormai tramontata e su quando davvero il saturday night rappresentava quel momento magico su cui investire tutti i sogni e le aspettative, bensì l'espressione della paura che può farsi strada, nella tarda giovinezza di ognuno di noi, sotto forme diverse.
Si va avanti con la solennità acustica di My Diamond Is Too Rough, passando sopra anche a un pezzo bruttino e insignificante come Radio e approdando a Snow Falls In June, un brano che certo non necessita di smosse rock per risultare pienamente riuscito, così come lo è la successiva Darlin', un'autentica canzone di amore texana che però non suona infantile o scopiazzata come un qualunque pezzo dei Kings Of Leon. L'onesta Hands Of Time, oltre a confermare definitivamente che in Fear And Saturday Night non c'è proprio spazio per il blues (ma non gliene faccio certo una colpa), ci porta diretti verso la fine dell'album: Gun Fighting Man è il modo- forse un po' dylaniano -di lasciarsi alle spalle le tenebre e di affrontare di nuovo l'alba. La band suona ancora in un angolo, Ryan Bingham canta in maniera meravigliosa e io mi accorgo che la bellezza di Fear And Saturday Night è merce rara. Musica in grado di commuovermi. Non la evito (perchè evitarla poi?), ma la ascolto. E scopro felicemente che è in grado di descrivere esattamente come mi sento e chi sono oggi e che Ryan Bingham si riconferma come il vero cantautore alternative country del nostro tempo.

lunedì 19 gennaio 2015

La teoria del tutto [Recensione]

Una settimana. Due film biografici su due diversi geni della scienza. Tutti e due i film sono piuttosto brutti, patinati e maldestri.
I numerosi difetti che ho trovato in The Imitation Game me li ha riproposti, in larga parte, questo La teoria del tutto, incentrato sulla vita e le scoperte di Stephen Hawking (Eddie Redmayne). Anzi no, solo sulla sua vita. 
Anzi, solo sulla storia d'amore fra lui e la prima moglie Jane (Felicity Jones). 
Gli studi e le scoperte di Hawking vengono vergognosamente accantonati dopo una mezz'ora striminzita di film, e posso garantirvi che quest'uomo non ha propriamente progettato un nuovo modello di cellulare, ma molto di più. Tutto l'apparato scientifico della storia ha lo spessore e la serietà di un articolo pubblicato su Focus.
La psiche (sicuramente più complessa e sfaccettata di quanto mostrato) di un simile genio non viene minimamente considerata: il regista James Marsh sembra limitarsi a dire <<E' un genio, può dire, fare e pensare quello che cazzo vuole!>>. 
Rimane la storia familiare, quella dell'Hawking privato, quella che più sembra interessare a chi mette in scena (sbattendosene totalmente di ricostruire in maniera decente certe epoche) il film. Peccato che anche questa finisca presto con l'annoiare: è tutto una colpa non dichiarata fino in fondo, una gelosia celata male piagnona, un visto-non visto penoso e- mi auguro -frutto totale dell'immaginazione degli sceneggiatori. 
Musiche prevedibilmente belle, tipiche di questi biopic venuti di moda e girati nella maniera sbagliata.
Protagonista in ottima forma, anche se a momenti siamo indecisi se avvicinarlo di più al Dustin Hoffman di Rain Man o al Ben Stiller che in Tropic Thunder impersonava Simple Jack (che poi parodiava Sean Penn in Il mio nome è Sam).
Globalmente, un film talmente tanto smanioso di piacere da risultare odioso.
E' candidato a cinque Oscar, fra cui miglior film.

venerdì 16 gennaio 2015

The Imitation Game [Recensione]


Non è una novità: le storie prima o poi finiscono. Anche le vite degli uomini illustri iniziano a scarseggiare. Ad Hollywood sono tutti preoccupati: ormai hanno raccontato di tutto. Artisti, giornalisti, scrittori, attori, poeti, cantanti, pittori, registi, magnati dell'industria, cuochi, esploratori, capi di stato, preti, papi, monarchi, leader di partito, colonizzatori, tutto è finito davanti ad una macchina da presa. Tuttavia, negli ultimi anni, è stato scoperto che anche le persone di scienza hanno una vita: forse meno interessante di quella di un figlio di papà che taglia in due la carta di credito e si mette a fare l'autostop, ma comunque una vita. Fragili, timidi, disadattati, sociopatici, geniali, gli scienziati rappresentano ormai una bella sfida per quei soggettisti e sceneggiatori al soldo delle potenti majors sempre avide di premi e denaro. Lo dimostra il fatto che negli ultimi quindici giorni siano arrivati, anche in Italia, due biopic su due diversi scienziati, uno del passato, l'altro del presente: Alan Turing (The Imitation Game) e Stephen Hawking (La teoria del tutto), due geni le cui scoperte hanno segnato in maniera indelebile il nostro tempo.
Per quanto riguarda The Imitation Game, ero relativamente interessato alla visione. Voti altissimi su ogni rivista, consigliato da tutti, anche da quei vicini di casa che vanno al cinema due volte l'anno per sbaglio. <<Un film carinissimo, e poi c'è coso lì... Cumbercatch... maiala, quanto è bravo!>>. Effettivamente, Benedict Cumbercatch è bravo, e non potrebbe essere altrimenti: Sherlock è piaciuto al mondo intero e il signor Weinstein vuole una pioggia di Oscar quest'anno, perciò l'attore deve essere uno amato in tv e al cinema, il film deve fare piangere e se riusciamo a trovare un personaggio che passi un po' anche da martire di qualche minoranza, meglio ancora. The Imitation Game riesce in tutto questo: l'Alan Turing di Cumbercatch è il protagonista di un dramma autentico che si protrae per oltre due ore e non sa veramente di niente. I comprimari (la Knightley su tutti) fanno ridere i polli. Questo Morten Tyldum è un regista che non ha idea di come concepire un biopic, gira a macchinetta, fa il compitino altrimenti lo licenziano e sarà bene che porti a casa una decina di statuette. Dal suo lavoro, viene fuori un film curato ma privo di anima, con l'attore protagonista bravo ma di una bravura "precotta", politicamente corretta e pensata per andare di pari passo con scenografia, fotografia e colonna sonora. 
Ovviamente, sarebbe meglio non parlarne male, ma un film biografico goffo, ruffiano e iperconfezionato come questo non lo vedevo almeno dai tempi di Lincoln.

Marylin Manson, "The Pale Emperor" [Suggestioni uditive]

Marylin Manson,
The Pale Emperor
(Cooking Vinyl, 2015)

★★
















Il periodo di creatività più fervida per un musicista è di dieci anni. Ci sono poche eccezioni che confermano la regola, e non si può certo dire che Brian Warner- meglio conosciuto col nome d'arte di Marylin Manson -sia una di queste. Devoto sin dal prima ora alla causa industrial che investì il mondo della musica metal nei primi anni '90, il buon Brian attese cinque anni prima di pubblicare l'esordio discografico Portrait Of An American Family (1994), che nessuno volle ascoltare. Oggi, in compenso, è considerato un capolavoro, secondo solo al successivo Antichrist Superstar (1996). In quegli anni i dischi di Manson erano prodotti in maniera eccelsa e certosina, dietro la desk trovavano spazio "personaggini" come Trent Reznor e Robin Finck e la band regalava spettacolo in qualunque ambito. Non credo esista album, video o concerto di Marylin Manson concepito fra il 1989 e il 2004 in grado di risultare, anche solo lontanamente, sottotono.
Con The Golden Age Of Grotesque (2003), opera difficile, complessa e aspramente incompresa, Brian Warner ebbe l'occasione di cambiare per sempre la sua carriera: poteva abbandonarsi definitivamente al flusso elettronico della propria opera, consegnarsi al lato sperimentale e oscuro (non che fosse stato una creatura angelica fino a quel momento) del sotto-genere, ma decise di non farlo e tornò sui propri passi. Per me, Marylin Manson finisce lì, specie perchè dopo il solenne, geniale Grotesk Burlesk Tour, rimane ben poco del suo talento e del suo eclettismo. Da comparire nei film di Lynch (chi ha visto quel gran capolavoro di Strade perdute, sa di cosa parlo) passa a operazioni ben più mediocri (La setta delle tenebre), da sputare in faccia ad un'America perbenista, ipocrita e teledipendente approda al doppiaggio di videogames, dall'essere bandito a vita da qualunque evento mondano arriva a tenere mostre di pittura (imbarazzante), a produrre assenzio ed energy drink, a tenere banco con becere operazioni di beneficenza, a pianificare uscite di film, libri e linee di cosmetici da lui personalmente realizzati.
Insomma, Brian Warner è ormai uno pseudo-satanista da salotto: immaginate che il matrimonio con Dita Von Teese è stato officiato da Alejandro Jodorowsky e che i Festival del cinema di tutto il mondo fanno a gara a contenderselo! Ma la musica dov'è finita? Poco lontano.
Marylin Manson ha regalato ben poco di notevole al suo pubblico negli ultimi anni, tant'è che perfino il suo pubblico ha deciso di cambiare. Gli "skonvolti" statunitensi dei primi anni '90 hanno ridato indietro le tessere della Chiesa di Satana, oggi frequentano una parrocchia episcopale, sono ingrassati e bevono solo birra analcoolica. In Europa, invece, ha continuato a mietere vittime e vendere copie anche in trempi recenti: Eat Me, Drink Me (2007) è arrivato nel momento giusto, e tanti emo, vedendo quel ciuffo nero e la cipria, hanno deciso di passare dai Tokio Hotel a qualcosa di leggermente più "hard". La decadenza totale e imperdonabile di The High End Of Low (2009) è piaciuta forse a qualche ex-bowiano d.o.c. che si è voluto far conquistare dalle sonorità glam di questo mediocre disco. Born Villain (2012) è invece destinato a coloro che hanno rovinato Tim Burton, ovvero alla frangia malsana, gotica dell'hipsterismo. I testi si sono fatti sempre meno politici e sempre più surreali, la musica ha perso tutta la cura dark e industrial dei bei tempi che furono, e anche nel nuovo The Pale Emperor ci si discosta assai poco dalla mediocrità degli ultimi anni.
Certo, la musica fa qualche passetto in avanti: il co-produttore Tyler Bates deve avere informato Marylin che, da un paio d'anni a questa parte, libri e cinema strabordano di storie southern-gothic e che ora vale la pena sporcare di chitarre grezze, stradaiole e blues tutti i dischi del mondo. Viene chiamato addirittura il chitarrista outlaw-rock Shooter Jennings per una comparsata, mentre il papà di Sons Of Anarchy Kurt Sutter veste i panni di "consulente" per alcuni testi. Killing Strangers e Third Day Of A Seven Day Binge possono valere, da sole, tutto The High End Of Low, e qualche altro buon brano si ritrova qua e là (Warship My Wreck, Deep Six, Birds Of Hell Awaiting e la ballatona Odds Of Even), ma per il resto siamo a livelli bassi. Gli stessi livelli a cui nuota Brian Warner da quasi un decennio, complice il fatto che il contorno è ormai ben più importante della musica stessa. E non è di certo un bene.

giovedì 15 gennaio 2015

Bruce Springsteen, "The Album Collection Vol.1 (1973-1984)" [Suggestioni uditive]

Bruce Springsteen,
The Album Collection Vol. 1 (1973-1984)
(Sony Legacy, Box-set 8 Cd, 2015)
★★















Non sono mai stato un fan irriducibile di Bruce Springsteen. Lo stimo molto come poeta, scrittore e performer, e ovviamente avrei voluto esserci anch'io quando, alla fine degli anni '70, portò il suo carrozzone in Europa dando vita ad uno dei tour più belli e imponenti della storia (prima di lui, giusto gli Stones dell'American Tour '72 e la Rolling Thunder Revue di Dylan, dopo di lui i Guns dello Use Your Illusion World Tour e sempre Dylan, ovviamente, col Never Ending Tour, che va avanti da ventisei anni come se nulla fosse, ma di questo ne riparleremo...). Considero almeno tre dei dischi da lui incisi (Darkness On The Edge Of Town, The River e Nebraska) capolavori imprescindibili dell'arte del Novecento, e ne amo almeno un altro paio (Born To Run e The Rising). 
Non credo di averne mai frainteso troppo i messaggi, non l'ho mai accusato di sciovinismo come hanno fatto altri, non mi sono mai fermato a valutare le stelle e le strisce del suo disco più celebre come tanti altri caproni, non amo quanto ha prodotto negli ultimi trent'anni (fatta eccezione per The Rising, che è un disco diverso), non ho mai smaniato per andarlo a vedere in concerto (anche se chi lo ha fatto, perfino in tempi recenti, mi ha garantito che è uno spettacolo autentico) e mi interessa fino a un certo punto il suo coinvolgimento politico: il fatto che rifiutò di cedere i diritti di Born In The U.S.A. per uno spot elettorale di Reagan basta e avanza per regalargli ulteriori fette della mia simpatia. 
Come molti altri artisti, Springsteen negli ultimi anni si è impegnato ad aprire gli archivi, a ripubblicare e perfino a restaurare la propria opera, ma- contrariamente a tanti colleghi -lo ha sempre fatto in maniera molto blanda e superficiale, talvolta addirittura dispersiva. Non esiste, ad esempio un suo live decente pubblicato in maniera ufficiale, mentre gli scaffali dei collezionisti sono stracolmi di bootleg eccellenti accumulatisi in quarant'anni di carriera; allo stesso modo, questo primo volume della Album Collection non presenta neanche uno straccio di bonus track e dei sette dischi proposti già due erano stati rimasterizzati (Born To Run, nel 2005, Darkness In The Edge Of Town nel 2008). Che poi, badate bene, all'infuori di The Wild, The Innocent & The E-Street Shuffle e di The River, neanche c'era tutto questo grande bisogno di restaurazione. Nebraska è un disco registrato in casa con un 4-piste, un capolavoro della musica lo-fi, cavernoso e tetro come Tonight's The Night di Neil Young o come alcune cose dei Pearl Jam di fine anni '90. Born In The U.S.A. non sembra diverso dall'edizione cd del 1984, forse un po' più squillante a livello di suoni, ma finisce lì. E poi sfido chiunque ad ascoltare una qualunque hit presa da Born To Run o Darkness e a trovarmi le differenze con l'originale. 
Bob Ludwig è un grande tecnico del suono, uno dei migliori al mondo, ma qui si parla di un'ottantina di euro (edizione cd) da buttare su un box privo di contenuti speciali, novità o rarità ulteriori. Vale un po' quello che ho detto per i primi album dei Led Zeppelin rimasterizzati di fresco con l'aggiunta di remix, b-sides e pochi, pochissimi inediti: troppi soldi per un'operazione che puzza di disonesto da lontano. E pur sconfinando in tutt'altro genere, preferisco la maggiore onestà dimostrata dai Dream Theater nei confronti dei fans quando lo scorso maggio hanno fatto uscire, per soli 40 euro, la loro discografia in studio completa (1989-2011) e rimasterizzata: anche lì, nessun extra e l'enorme vuoto dovuto all'assenza dell'EP (che per me è sempre stato un album) A Change Of Season, ma a livello di prezzo non ci sono paragoni. 
Per il resto, non ci piove che il miglior Bruce Springsteen sia dentro questi album e che proprio da questi fuoriesca una sfilza di canzoni meravigliose, ma se proprio siete a scoprirlo adesso, procuratevele in un formato più economico e ugualmente dignitoso.