martedì 14 maggio 2013

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo XII) [Trame]


XII.
IN CUI LA MIA BUONA FORTUNA
COMINCIA A VACILLARE

E ora, se qualcuno fosse disposto a pensare che la mia storia è immorale, pregherò uno di questi individui che trovano sempre da ridire di farmi il favore di leggere la conclusione delle mie avventure, in cui vedranno che non era un premio tanto grande quello che avevo vinto e che ricchezza, splendori e un seggio in parlamento sono spesso pagati troppo a caro prezzo, quando si debbono acquistare questi piaceri tramite la propria libertà personale, rincarando la dose col peso di una moglie fastidiosissima.
Clelia non era una borbottona, né una spilorcia, come molte mogli; avrei trovato il modo di curarla di queste malattie; ma era di carattere timido, piagnucoloso, melanconico, ipersensibile, cosa che è per me ancora più odiosa: qualunque cosa si facesse per farla contenta, non era mai di buon umore. Dopo un po' lasciai perdere, cercando fuori dalla casa divertimenti e compagnia femminile; in seguito a ciò, ella aggiunse a tutti i suoi difetti una bassa e detestabile gelosia. Per qualche tempo dovetti fare tutto alla zitta, sennò la contessa si torceva di dolore, piangeva e minacciava di suicidarsi. Certo è che la sua morte non sarebbe stata un problema a priori, ma essendo il bisconte l'unico designato all'eredità, io sarei rimasto più povero di quando l'avevo sposata; e questo perchè spendevo tutto, fino all'ultimo centesimo. E basti pensare che, indipendentemente dalle ipoteche e dagli investimenti, ho contratto debiti per almeno dodici milioni di euro negli anni della mia permanenza a Fontanale.
Il nostro bambino, dunque, era la creatura che formava l'unico legame fra me e mia moglie, e non c'era piano ambizioso che io proponessi a cui ella non si unisse a vantaggio di Rolando. E poi, se non era accondiscendente in misura sufficiente sulle cifre che prelevavo dal conto, passavo direttamente alla strategia che ho già descritto nei particolari nel capitolo precedente. Posso giurarvi che furono dispensate regalie a persone di grado così elevato che, se facessi i loro nomi, ne restereste stupefatti. Pagai profumatamente grandi società araldiche perché ricostruissero l'albero genealogico della mia famiglia e chiesi di venire reintegrato nei titoli dei miei antenati e di essere insignito della contea di Monteverde, oltre che della viscontea di Castel Portanova. La lotta per ottenere questo titolo di Conte ritengo sia stata una delle più sfortunate tra tutte le sfortunate iniziative di quel periodo. Feci ingenti sacrifici per portarla avanti. Prodigai denaro qua e diamanti là. Comperai terreni a dieci volte il loro valore; acquistai quadri ed oggetti d'arte a prezzi rovinosi. Diedi numerosi ricevimenti a tutti quei sostenitori della mia richiesta che, essendo vicini al Cavaliere o al Presidente, potevano favorirla.
Gustavo Maria, tredicesimo conte di Candeli e senatore a vita, era un fido consigliere del Cavaliere e una delle persone con cui il nostro riverito Presidente era in termini di notevole intimità. Lui e il Cavaliere giocavano a squash da giovani, quando Milano era stata eletta loro territorio di caccia esclusivo; là avevano trovato fortuna come imprenditori e là sarebbero rimasti, se gli studi in diritto internazionale del buon Gustavo non lo avessero allontanato da quella tetra città non appena laureato. Egli visse a lungo in Russia, come ambasciatore, ma tornò subito dopo la caduta del muro di Berlino, e si trasferì a Roma, con una seggiola già pronta per lui nel primo governo del Cavaliere. Su di lui mi erano giunte voci perlopiù negative, dovute, a mio avviso, all'invidia che molti ricchi signori, politici e non, provavano verso la sua grande amicizia con i potenti. Inizialmente, non volli dare ascolto a chi me ne sconsigliò la compagnia, ma col senno di poi ammetto che avrei dovuto tenere alta la guardia, almeno in quel caso. Ero nuovo di quell'ambiente (nonostante il mio posto in parlamento) e bisognoso di quel titolo, così non mi detti pace fino a che i nostri segretari non riuscirono a mettermi in contatto con lui. Ricordo ancora quando il mio cellulare squillò, in un pomeriggio di aprile:
<<Bellini? Sono Gustavo Maria Candeli. So che mi sta cercando, ma io, come lei ben sa, sono un uomo molto impegnato e non potrò dedicarle tanto tempo. Vogliamo fare questo venerdì a colazione da me?>>.
Ero stupefatto dalla nobiltà che traspariva già dal timbro della voce, da quell'italiano impeccabile che oggi nessuno parla più e che già allora era in via di estinzione; infine, ero curioso di provare il piacere della sua compagnia e di coltivare l'amicizia di un gentiluomo così vicino ai vertici del potere.
Dei fiori tropicali e una cassa del migliore champagne mi anticiparono, quando mi presentai a villa Candeli, lungo l'Appia Antica. Il conte era un milanese in carne, con folti capelli bianchi, due profondi occhi verdi e un colorito rossastro; mi ricevette in Lacoste, jeans e scarpe da corsa Mizuno, lasciandomi di stucco. Io avevo un completo chiaro e la cravatta, e, pur risultando notevolmente più elegante del mio ospite, riuscii a sentirmi a disagio. Mi fece accomodare frettolosamente sotto un gazebo che sorgeva di fianco alla piscina; era uno spazio alla americana, pieno di vetrate, luce e interni minimalisti. Ci accomodammo a tavola e fummo serviti all'istante: gamberoni, insalata e vino bianco. Tentai di parlare della sua villa e delle sue fortune, di quanto erano buoni quei gamberoni e di come profumavano le piante della sua piscina, ma egli tagliò corto e andò subito sugli affari, chiedendomi cosa volessi da lui.
<<E'su di lei, conte, che faccio assegnamento per appoggiare la mia richiesta della contea di Monteverde e della viscontea di Castel Portanova, che da troppo tempo mi propongo di ottenere, fallendo miseramente>>.
A quel punto, il distinto ambasciatore si calmò, sorrise e buttò giù un sorso di vino; poi iniziò a parlare, senza sosta. Mi descrisse la politica oltre il parlamento, dicendosi perfettamente informato su tutto ciò che sarebbe accaduto (il povero Mauro Volpi sarebbe stato rimosso la mattina dopo, e lui già lo sapeva; così come seppe prevedere la data esatta del rientro di una delegazione di agenti segreti inviati in Libia, azzeccandola), e mi parlò delle condizioni della nobiltà. Io tentai di spiegargli che le conoscevo bene e che il mio titolo sarebbe stato una semplice formalità da sbrigare. Lui scoppiò a ridere e disse che un “signor nessuno” sommerso dai debiti e malvisto un po' ovunque non doveva conoscere alcun tipo di formalità da sbrigare e che niente c'era di semplice nel mio caso; aggiunse che conosceva benissimo la mia situazione e che avrebbe potuto recitare a memoria i libri di conti di casa mia, neanche fossero stati i Salmi.
<<L'unica cosa veramente valida che avete fatto dal vostro arrivo a Roma, caro Bellini, è stata armare quella compagnia da mandare in Libia. Vi consiglierei di armarne un'altra e aggregarvi ad essa>>.
Ma questo, come il lettore può immaginare, non era affatto il mio sogno. Anzi, le mie intenzioni, inizialmente, erano di aggregare alla compagnia qualcun altro, cioè il mio borioso figliastro, che, avendo compiuto da poco diciotto anni, manifestava la volontà di andare in Libia, e io sarei stato ben contento di acconsentire per togliermelo dai piedi; ma il suo tutore, don Pardo, che da alcuni mesi mi si opponeva in tutto, rifiutò il permesso e contrastò fortemente le tendenze militariste del ragazzo.
Salutai cordialmente e ringraziai il conte di Candeli, che, lasciando in disparte i suoi toni aggressivi e sarcastici, promise di darmi una mano, se non altro in memoria del suo vecchio amico e collega Sor Filippo, del quale, come non mancò di sottolineare, avrebbe cercato di preservare quel minimo di proprietà sufficienti a non far scomparire completamente il nome e il casato. Non occorrerà che io sottolinei il profondo stato di pessimismo in cui ero caduto dopo quell'incontro.
Mentre il mio autista mi riportava verso Fontanale, mi misi ad architettare un piano tramite il quale liquidare definitivamente il bisconte di Palestrina. Era un ragazzo goffo e disordinato, ribelle e selvaggio, senza alcun riguardo per me, mia madre e il suo fratellastro. Dopo che era tornato da Firenze, avevo lasciato perdere la sua istruzione e non volevo neanche che comparisse al nostro fianco; feci in modo che la tenuta di Veio fosse intestata a lui e cercai di farcelo trasferire quante più volte mi era possibile. Che differenza fra questo sgraziato adolescente e il sangue del mio sangue, Rolando, un bambino che già a cinque anni era un modello di eleganza, bellezza e buona salute.
Aiutato da una bambinaia, a quattro anni già parlava il francese, e i nostri tutori riuscirono a fargli imparare le nozioni base di greco e latino; imparò, da solo, a fare simpatiche caricature con i pennarelli e si sedeva come un adulto a tavola con noi, col suo bicchiere di champagne. Fui sempre io ad educarlo all'avversare le signore impellicciate che si presentavano a prendere il tè con la contessa: insieme le facevamo fuggire dalla nostra proprietà, danzando, cantando ed esclamando sconcerie e parolacce varie. Grazie a questo sistema, cacciammo da Fontanale nobili, ministri e imprenditori famosissimi in tutta Italia; non ne vado fiero, ma dovete capire che una persona del mio livello, non in un periodo prosperoso, riteneva insopportabili certi atteggiamenti sociali; e credo che i lettori che hanno vissuto quel periodo come l'ho vissuto io non potranno spendere solo parole di dissenso riguardo ai miei comportamenti.
Decisi poi di licenziare i tutori del bambino (a parte quella faina di don Pardo, ovvio) e mi detti alla ricerca di un insegnante più serio: scelsi Domenico Sgranato, un siciliano assistente della Sapienza, che fu incaricato di insegnargli latino, italiano, storia e geografia. Questi fu una preziosa aggiunta alla nostra compagnia di Fontanale, perchè era il bersaglio delle mie burle e le sopportava con la pazienza di un martire. Gettavo i suoi vestiti nel fuoco davanti a tutti i nostri commensali, e lui rideva per lo scherzo che gli avevo tirato. Il fine settimana, uscivamo a caccia e caricavamo- senza che lui ci vedesse -i nostri fucili a salve; poi iniziavamo a sparare nella sua direzione; so che quel poveraccio, una volta, dalla paura, corse dai boschi che confinano con Cinecittà fino a San Pietro per ringraziare il Signore di averlo risparmiato dalla traettoria mortale delle pallottole.
Ad attingere ulteriormente dalle casse già difficoltose di casa Monteverde, arrivò una coppia di cui mi ero quasi dimenticato l'esistenza: il signore e la signora Tobino, che avevano dissipato quasi tutto il loro patrimonio. Laila aveva un'aria molto vecchia, grassa e malmessa, con due sudici marmocchi al fianco. Pianse molto nel vedermi, mi chiamò <<conte>> e <<signor Monteverde>>, cosa che non mi dispiacque, e mi pregò di aiutare suo marito; cosa che io feci, ottenendogli, per mezzo del mio amico Candeli, un posto alla dogana di Chiasso e pagando il viaggio fin lì a lui e a tutti la sua famiglia. Trovai che era diventato un sudicio, volgare e piagniucoloso ubriacone, e, guardando di nuovo Laila, non potei fare a meno di pensare con stupore ai tempi in cui l'avevo considerata come una divinità. Ma, se mai ho degnato della mia attenzione una donna, io le rimango amico per tutta la vita, e potrei citare un migliaio di esempi delle mie generose e fedeli disposizioni. Mentre io e Clelia, ci intrattenivamo in conversazione con questi due relitti sociali, fece il suo ingresso il bisconte di Palestrina, che salutò cordialmente il capitano Tobino e baciò le mani sia a Laila che alla contessa; io tesi la mia, ma egli la rifiutò e, alzando la testa disse:
<<Il signor Sbelluccio Bellini, credo?>>, poi voltò i tacchi e uscì.
A mia moglie dispiacque questo contegno insolente, e quando furono soli lo rimproverò aspramente di non avere stretto la mano a suo padre.
<<Mio padre, signora?>>, ribattè lui, <<Mio padre era il molto onorevole Sor Filippo Teobaldo di Monteverde. Se lo hanno dimenticato gli altri, io almeno non l'ho dimenticato>>.
Era una dichiarazione di guerra contro di me, come compresi immediatamente, e decisi di mettere da parte la buona volontà nei confronti del giovinastro, e che, da quel momento in poi, avrei punito senza pentimento ogni insolenza del bisconte; io tratto le persone come loro trattano me. Fu lui che perdette la pazienza e non io, e le dannose conseguenze che ne derivarono dipesero interamente da lui.
Non erano passate che dodici ore da che il bisconte aveva pronunciato quell'oltraggioso discorso, che io lo volli ricevere nel mio studio, dove lo frustai sonoramente; non avevo mai frustato un futuro conte, prima di allora, ma la sua schiena e la mia frusta fecero una così intima conoscenza che vi garantisco che dopo un po', tra noi, si fecero ben poco cerimonie. Accadde, infatti, un paio di settimane dopo, che questi entrasse facendo una gran caciara nella sala proiezioni, dove io e un paio di amici stavamo vedendo una partita di calcio; e si dà il caso che uno di questi miei ospiti fosse un prete, al quale chiesi il permesso di malmenare il giovane reprobo davanti a tutti. Il parroco accondiscese e io potei dargliele quanto mi pareva, mentre quei signori crepavano dalle risate.
Ordinai a Sgranato di poter colpire il ragazzo quando meglio credeva, ma non fu una buona idea: il bisconte, infatti, stese al suolo il professorino e lo colpì con una sedia, con gran divertimento di Rolando, che gridava <<Picchialo forte!>>. E questi lo fece davvero, con profonda indignazione mia e del precettore, che in seguito non volle più infliggere punizioni a nessuno. Effettivamente, il bisconte e il mio bambino si stavano molto simpatici e nutrivano, l'un l'altro, un grande affetto. Inoltre, capitò più di una volta che fra me e quel ragazzaccio si intromettesse quell'angelo di Rolando pregandomi:
<<No, papà, non frustarlo oggi!>>, al che io mi trattenevo e gli risparmiavo una dose di quelle frustate che avrebbe ampiamente meritato.
Tra me e Clelia, come ho già avuto modo di raccontare, c'erano dispute frequenti in cui qualche volta aveva torto lei, qualche volta io e che salivano molto di tono, dato che nessuno dei due aveva un carattere troppo pacato. Io ero spesso un po' alticcio e non riuscivo a padroneggiarmi bene in quello stato; e forse allora trattavo la contessa peggio e più ruvidamente di sempre: le tiravo qualche bicchiere e la chiamavo con nomi non troppo complimentosi. Posso anche averla minacciata di ammazzarla e averla spaventata molto. Fu dopo una di queste liti, quando lei correva per i corrodi del primo piano e io, ubriaco, le correvo dietro barcollando, che il bisconte uscì dalle sue stanze attratto dal rumore e, siccome stavo per raggiungerla, quell'ardito briccone mi fece sgambetto, approfittando della mia ebrezza; caddi svenuto per terra e furono i domestici a recuperarmi e a mettermi a letto. Questa triste vicenda mi è stata narrata per telefono dalla contessa molti anni dopo, perché io, altrimenti, non avrei ricordato nulla di quella nottata d'inferno. Oltre a peggiorare le cose fra me e il giovane, questa storia fu utile a deteriorare ancora il nostro matrimonio e a unire per un poco quella madre e quel figlio così distanti e freddi.
Man mano che il bisconte cresceva e si faceva uomo, il suo odio verso di me raggiungeva un'intensità addirittura scandalosa a pensarci. Due anni dopo quel vergognoso sgambetto, alle porte delle vacanze estive, tornai dal Parlamento e, posata la mia valigia nella biblioteca, afferrai un bastone e mi proposi di bastonare il bisconte come al solito, ma egli mi fece comprendere che non si sarebbe più sottoposto ad alcun castigo da parte mia e disse, digrignando i denti, che mi avrebbe sparato se gli mettevo ancora le mani addosso. Lo lasciai andare: era quasi riuscito a mettermi paura.
Quelli erano per Sbelluccio Bellini giorni duri, dove varie battaglie si incrociavano nell'arco della giornata; ma il bisconte non rispettava i miei problemi, e non mancava di sbeffeggiarmi di fronte a chiunque. Persone ricche e potenti ridevano come non mai a sentire quel maledetto offendermi, schernirmi e massacrarmi, col suo humor sardonico e le sue frecciatine. Queste pesanti vessazioni raggiungerso il loro apice il giorno del compleanno di Rolando, quando, di fronte ad una quarantina di invitati provenienti da mezza Italia, balzai addosso al bisconte e gli somministrai calci e pugni in quantità, rompendoli il naso e varie costole, oltre a procurargli ferite marginali e tagli un po' ovunque. In cinque dovettero togliermelo di dosso, altrimenti avrei finito con l'ammazzarlo come una bestia.
Passò tre giorni a letto, malato, dolorante e frustrato dalla rabbia repressa e dall'umiliazione che gli avevo causato castigandolo di fronte alla créme de la créme italica. La mattina del quarto giorno mi svegliai ancora imbottito di calmanti (abusavo pesantemente di farmaci da ormai due anni) e pregai il nostro maggiordomo di andare a chiamare il bisconte, pregandolo di venire a tavola con noi. Ma la stanza era vuota e fredda e la finestra aperta; era riuscito a scendere nel giardinetto e da lì era scappato, non si sa diretto dove. La mia signora scoppiò in lacrime, e Rolando la seguì immediatamente. Un paio di giorni dopo, Clelia mi inviò in biblioteca una mail che aveva ricevuto dal bisconte, che aveva riparato a Palestrina, ospite dello zio vescovo. Diceva di stare meglio e concludeva la missiva parlando del sottoscritto:

Ho sopportato per quanto era possibile i maltrattamenti di quel villano ignorante e arricchito che hai accolto nella nostra casa, mamma. Non sono soltanto la bassezza della sua nascita e la brutalità dei suoi modi a disgustarmi e farmelo odiare, ma la vergognosa natura della sua condotta verso di te; il suo contegno bovaro e indegno di un gentiluomo, la sua sfacciata infedeltà, le sue abitudini di vizi e ubriachezza, le sue truffe e ruberie sulle nostre proprietà, lo rendono, a mio avviso, indegno del nostro cognome, Monteverde. Mi auguro con tutto il cuore che egli non riesca a mettere le mani su quel titolo di “conte” che tanto pare allettarlo. Siccome rinunci alla soluzione di un divorzio e sembri a volte schierata dalla parte del tuo bel marito, e siccome io non posso punire personalmente questo fetente bastardo, ho deciso di lasciare la mia città, almeno che possa privarmi della compagnia di questo schifo d'uomo, una compagnia che personalmente aborrisco manco fosse la peste. Cercherò di sfruttare la nostra tenuta di Pontassieve, aiutato da quei pochi banchieri e amministratori che ancora sembrano guardare con rispetto il nostro non più cospicuo patrimonio; non mi stupirei, tuttavia, se mi negassero anche questa possibilità, sapendo che il nostro conto è nelle mani di un ladruncolo che non si farebbe scrupolo di raccattare monete dal mezzo di strada. Sperando di trovare il modo di farmi nella vita un percorso più onorevole di quella per la quale quell'avventuriero toscano squattrinato è giunto a privarmi dei miei diritti e della mia casa, ti porgo i miei più sinceri e affettuosi saluti.
Passò parecchio tempo prima che sentissimo parlare di quel che era avvenuto a quel giovane vagabondo; ma dopo poco più di un anno che se l'era svignata, ebbi il piacere di apprendere che si era trasferito davvero in Libia, dove aveva trovato lavoro come consulente e dove la mia compagnia si comportava nel modo più glorioso. A guerra finita, si era spostato verso New York, per aprire uno studio di consulenze assieme ad alcuni amici conosciuti all'università, e dove avrebbe avuto modo di farsi fotografare da svariati paparazzi italiani. A Roma non cessava di circolare la voce che io lo avevo obbligato ad andare in Libia sperando che rimanesse ucciso, e ogni mio tentativo di sedare queste calunnie fu vano. In città si diceva che avrei, nel giro di poco, avvelenato mia moglie, o anche peggio che avrei ucciso il bambino e la contessa per poi fuggire con il denaro; alcuni settimanali mi candidarono come uno dei prossimi politici vicini al fallimento e alla galera. I contadini delle nostre tenute, al mio passaggio, toccavano ferro, e ai nostri ricevimenti iniziarono a comparire un po' troppo spesso farmacisti, mercanti di vino, avvocati e gentaglia qual'è quella che vedevamo ogni giorno facendo due passi in centro. Lo zio vescovo non ci invitava più a Palestrina da prima della fuga del bisconte, e a me furono inflitti, in poche parole, tutti gli oltraggi che si possono riversare su un innocente e onorevole gentiluomo.
Fummo invitati -non so grazie a chi- ad un maestoso ed esclusivo ricevimento a Palazzo Grazioli, durante il quale io speravo che il Cavaliere in persona mi avvicinasse e mi fregiasse del titolo di conte; e, in effetti, il Cavaliere si presentò e mi strinse la mano, per poi però voltarsi e darmi le spalle, senza neanche voler sentire il mio nome per intero. Anche a mia moglie non andò tanto meglio: una sua vecchia compagna di classe, ora ministro delle pari opportunità, la rimproverò non poco, facendole una lista dettagliata di quanto veniva raccontato per i corridoio del parlamento sul nostro conto. Mi risultò impossibile restare indifferente di fronte a tutto questo, e decisi che saremmo partiti la mattina seguente per qualche capitale estera.
All'alba, decollammo per Parigi, una città che ci avrebbe permesso di vivere tranquillamente e come preferivamo; ma i soldi finirono alla svelta e, nel giro di quarantotto ore, per colpa del mio vizio al gioco, eravamo nuovamente a Roma. E fu proprio durante quel triste volo di ritorno che Clelia ed io parlammo del mio tentativo di acquisire il titolo di conte, e che capii di come il Candeli mi avesse grossolanamente ingannato, tenendosi un mucchio di soldi, entrando nella mia casa, spiando la mia vita privata e riportandola, a suo piacimento, ai media nazionali. Scrissi, in quelle due ore di volo, una lettera per il Presidente, dove raccontavo delle sventure che si erano abbattute sulla mia famiglia e dei gravi inganni in cui, a causa di cattivi consiglieri, ero incappato.
La massima carica dello stato mi rispose sinteticamente che non avrei avuto più motivo di seccarlo, poiché non avrebbe mai favorito la mia nomina a conte, ma che anzi l'avrebbe ostacolata fin quando gli fosse stato possibile; e tutto questo perchè mi considerava uno screditato, un disonore per mia moglie e per il mio paese, oltre che un pessimo padre, un mediocre politico e un cattivo esempio per l'intera comunità europea.
In parlamento avevo conosciuto l'avvocato Sermonti, duca di Ocopoli e da poco ministro della giustizia; con questo signore un po' viscido e pigro ero solito trattenermi al bar di Montecitorio. Decisi di confessargli la mia situazione e chiesi un suo parere a riguardo. Egli rispose sorridendo:
<<Bene, caro Bellini, ti risponderò punto per punto. Allora, per prima cosa, il presidente è estremamente contrario a creare dei nobili, come dovresti sapere. Gli saranno state sicuramente presentate le tue rivendicazioni, come le chiami, ma lui ti ha mandato a fanculo. Il Cavaliere, in secondo luogo, è una figura potente, ma il suo migliore amico, che è Candeli, ti ha descritto a lui come un pollo da spennare per un paio di anni, e ormai ti hanno fregato. A mio avviso, sei fottuto. A neanche cinquant'anni ti sei già bruciato tutto, quindi è anche difficile che tu possa ripartire da qualche altra cosa. E ora scusami, ma ho delle pratiche da sbrigare>>.
Tornai a casa in preda ad un accesso di collera indescrivibile; poi ragionai un attimo e decisi di invitare il caro Candeli a cena da me, quella stessa sera. Lo aggredii nell'atrio e lo trascinai prima nella sala degli specchi, dove gliene infransi un paio in testa, graffiandogli buona parte del volto e stordendolo; poi, aiutato dai miei servi, lo portai nel piano sotterraneo e lo feci rinchiudere nel vano tubature, in compagnia di ratti, gelo e ragni. Uscì solo la mattina seguente e corse a denunciarmi, mentre la notizia non smetteva di fare il giro d'Italia; io ne uscii, stranamente, come un personaggio popolare, fui intervistato da radio, giornali e televisioni e la prigionia di Candeli a casa Bellini fu oggetto di critiche da parte di destra e sinistra. Speravo di riuscire a sfruttare la situazione a mio favore e di risanare un minimo le nostre casse domestiche, ma mi sbagliavo di nuovo. Di fatti, in parlamento fui stroncato a destra e a sinistra, tant'è che il presidente della camera rifiutò di ascoltarmi (in effetti, ero un pessimo oratore) e, al momento del cambio di governo, fui costretto a prendere a prestito altro denaro, a tassi rovinosissimi, per affrontare i miei nemici. I media lottarono contro di me in ogni modo gli fosse concesso: fui dipinto come un pastore maremmano (non il cane, si intende), un lustrascarpe fiorentino, un bagnino di Forte dei Marmi e un mendicante dell'Appennino. Fu riversato su di me un torrente di calunnie, da cui qualunque uomo dotato di spirito meno pronto sarebbe stato sommerso.
Benchè affrontassi arditamente i miei oppositori, benchè profondessi nell'elezione grandi somme di denaro, benchè spalancassi le porte di Fontanale e facessi scorrere champagne e Chianti a fiumi, proprio come l'acqua, tanto lì che in tutti i bar della città, l'elezione mi fu sfavorevole. Quei mascalzoni della nobiltà, quelli della borghesia e quelli del proletariato si erano rivoltati tutti contro di me e si erano uniti all'opposizione. Nonostante potesse uscire liberamente e avesse come usanza di visitare la moglie del sindaco, alcuni giornaletti misero in giro la voce che tenessi rinchiusa forzatamente mia moglie in casa. Una signorina venne ad intervistarmi a casa e mi domandò se mia moglie, per cena, apprezzasse di più i maccheroni o le frustate.
Oltre che dal mio fallimento di uomo politico (fui espulso dal parlamento nel giro di due giorni, senza alcuna speranza di venire rieletto), fui sconvolto dalla pioggia di conti che infuriò sulla mia persona: gli impegni che avevo firmato per anni dal mio matrimonio furono mandati tutti insieme dai miei creditori, fino a ricoprire il tavolo della biblioteca. Il loro ammontare era spaventoso. I miei amministratori e i miei avvocati peggiorarono la situazione. Ero stretto in un'inestricabile tela di cambiali, debiti, ipoteche e assicurazioni, con tutti gli orribili guai che ne derivavano. Gli avvocati volevano denunciarmi e le entrate di Clelia venivano totalmente incamerate per sfamare quegli avvoltoi. Quando il peso di tutto questo iniziò ad essere insostenibile, mi decisi per l'unica soluzione che ci era rimasta, cioè ritirarci in Toscana a fare economia, versando la maggior parte delle rendite ai creditori fino a che le loro richieste non fossero state soddisfatte. La contessa fu lietissima all'idea di andare e disse che, se ce ne fossimo stati tranquilli, tutto sarebbe andato per il verso giusto.
Partimmo quasi improvvisamente per Chiusi, lasciando quegli odiosi e ingrati mascalzoni romani a vilipenderci; i miei cani, le mie automobili e i miei cavalli furono venduti immediatamente. Lasciai la villa e tutte le cianfrusaglie al suo interno così come erano, essendo di proprietà degli eredi di casa Monteverde, e sconfinammo in Toscana (i nostri bagagli sarebbero stati spediti a parte, per motivi di privacy). Presi dimora a Castel Portanova per qualche tempo, mentre tutti (media compresi) immaginavano che fossi un uomo irreversibilmente rovinato e che il famoso e brillante Sbelluccio Bellini non sarebbe mai più riapparso nei circoli di cui era stato l'ornamento.
Ma non fu così, perchè, nel bel mezzo dei miei imbarazzi, la fortuna volle riservarmi una consolazione. Dall'America giunse una mail che annunciava il crollo di Wall Street e il conseguente suicidio del mio figliastro, il bisconte, che aveva partecipato a quella caduta in qualità di consulente. Cessò di interessarmi di possedere un miserabile titolo nobiliare, e dedicai le mie attenzioni a Rolando, che si ritrovava erede di una contea toscana e di una romana e fu semplicissimo fargli assumere il titolo di bisconte di Castel Portanova, oltre che di conte di Monteverde, ovviamente. Mia madre uscì pazza dalla gioia e io sentii che tutte le mie sofferenze e le mie privazioni erano ricompensate dal fatto di vedere quel caro fanciullo giunto ad una simile posizione.



lunedì 13 maggio 2013

L'architettura domestica ai tempi del lettore mp3 [Extra]

Il TPS-L2 della Sony (il primo walkman ad essere stato messo in commercio) costava, nel 1979, la cifra di 190.000 lire: in euro, sarebbe quanto serve per comperare oggi un iPhone 5 da 64 giga. Mia madre comprò, per una cifra di poco inferiore, il suo primo walkman nel 1985, e tuttora quel mitologico Majestic nero si accende e fa girare il nastro.
A volte mi sembra incredibile, ma appartengo all'unica generazione che ha attraversato pienamente tre gradi di tecnologia musicale portatile. Alle elementari, non esisteva gita senza gli walkman sempre più stondati ed economici; in prima media, già le classi si dividevano in due fazioni: i conservatori dell'audiocassetta e i più ricchi progressisti, fortunati possessori dei lettori cd portatili. Da parte mia, ho acquistato il mio primo cd nel 2002: mentre Apple aveva già messo in commercio da un anno l'iPod, io ricevevo il mio bellissimo stereo Panasonic. 
Ancor più fuori tempo risulta il passo successivo: per il quattordicesimo compleanno (novembre 2003) mi fu regalato un lettore cd portatile. Mi presentai a scuola il mattino seguente a testa alta, col mio lettore infilato nel giaccone e le cuffiette portate alle orecchie; un compagno mi avvicinò e volle vedere il mio lettore nuovo di pacca. <<Ah, ma non legge i cd mp3!>>, disse. Non solo non sapevo cosa fosse l'mp3, ma ignoravo del tutto che esistessero dei lettori di cd diversi dai normalissimi compact-disc. In realtà, per un periodo relativamente breve, alcune aziende produssero e vendettero dei lettori di cd-mp3, cioè di compact in grado di contenere fino a cento canzoni: ricordo un modello della Philips che presentava, su un lato,  un display stretto e lungo sul quale passava, addirittura, il titolo del brano che si ascoltava. Ma la cosa che in pochi immaginavano era che la messa in vendita dei lettori di cd-mp3 fosse quanto di più disonesto potessero fare le multinazionali in Europa: infatti, mentre i figli di papà del mio Liceo sfoggiavano pesanti lettori cd-mp3 Sony o Philips da oltre duecento euro, negli Stati Uniti usciva l'iPod Classic Fourth, il primo a presentare un display a colori, una batteria al litio da 12 ore di autonomia e una compatibilità completa fra il nuovo sistema operativo Mac OS X 10.2 e Microsoft Windows 2000. 
Per vedere un iPod dovetti aspettare l'autunno del 2004, quando una mia compagna di classe si presentò con uno strano gingillo bluastro chiamato iPod Mini, in grado di contenere fino a 4 giga di brani. Ricordo che fu uno degli oggetti più straordinari che avessi mai visto: trasmetteva un qualcosa che perfino adesso mi risulterebbe difficile definire, ma so per certo che, quando ho visto il primo iPhone qualche anno fa, non ho provato quell'attrazione. Secondo me, hanno ragione i saggisti convinti che la più grande rivoluzione tecnologica degli ultimi trent'anni sia rappresentata proprio dall'iPod, e più in generale dall'mp3. 
In breve tempo, ci abituammo tutti a questo nuovo formato musicale: l'iPod sfondò definitivamente fra 2004 e 2005, e molte aziende produttrici di lettori a basso costo seguirono l'esempio di Apple. In breve tempo, i furti di colazioni, sigarette e orologi negli spogliatoi di scuola furono rimpiazzati dai ben più tragici furti di iPod. Tuttavia, il mio lettore cd continuava, imperterrito, a fare il suo servizio, con onore e discrezione; e così io passavo interi pomeriggi a scandagliare la mia sempre più grande collezione di dischi, alla ricerca di nuovi elementi da inserire nelle mie antiquate "cd-bag". 
Ressi fino al settembre del 2007: non avevo ancora diciotto anni ed ero, con tutta probabilità, l'ultimo baluardo della resistenza del lettore cd nell'arco di cinquanta chilometri. La fortuna volle che la più grande delle mie sorelle avesse richiesto un iPod come regalo di compleanno e la scelta cadde sulla terza generazione della famiglia Nano (versione 4 giga), il primo con lo spettacolare schermo da 2'' che sfruttava la tecnologia QVGA. Ovviamente, l'iPod Nano fu un regalo per entrambi, e io mi liberai del mio lettore portatile. 
Solo lo scorso Natale ho finalmente coronato un sogno vecchio di anni, e cioè il possedere uno strumento in grado di contenere la mia intera libreria musicale: mi hanno infatti regalato l'iPod Classic da 160 giga, forse l'unico oggetto che sono veramente felice di avere. Ogni tanto, mentre ruoto il dito sulla ghiera, ripenso al mio "passato tecnologico" (che poi coincide col passato di molti) e mi viene in mente che l'iPod ha veramente tutto dentro: fa recuperare i ritardi dovuti alla scelta di una certa audiocassetta o di un certo compact, ma al contempo accresce la mia ansia. Durante le gite alle scuole medie, portavo dietro una, massimo due audiocassette, e il walkman imponeva l'ascolto dell'intera traccia, a meno che non volessi mandare avanti e indietro il nastro producendo squittii che hanno distrutto gli orecchi a molti. L'iPod, invece, mi permette di "skippare",  di saltare da un brano all'altro, da un'atmosfera, un ricordo, uno stato mentale al successivo: e faccio tutto questo solo sfiorando un comando. Così, spesso, finisce che non ascolto nulla se non le prime cinque battute di ogni pezzo, convinto che forse quello successivo è più coinvolgente, più bello, più adatto al paesaggio.
Pochi giorni fa, parlavo con un caro amico dei supporti (domestici e non) con cui ascoltare la musica, e lui auspicava un futuro sgombro da lettori di compact, cassette e vinili. Mi spiegava di come solo noi europei siamo ancora legati ad una certa idea di "disco", mentre in America e Giappone il download (legale o illegale) ha ormai preso il sopravvento, influenzando anche l'architettura casalinga, costellata di ambienti sempre più spogli e minimalisti, privati della presenza di librerie (l'iPad e i Kindle rimpiazzeranno le Billy) e di tante scaffalature (iPod e affini renderanno obsolete strutture come le Benno, ormai considerate "vintage a basso costo"). I cd saranno considerati plastica inutile e magari verranno istituiti nuovi cassonetti della raccolta differenziata destinati a nastri magnetici e vinili. 
Da parte mia, considero un lusso e una grande comodità avere una piattaforma portatile dove posso depositare 160 giga di file multimediali, ma al contempo mi viene lo sconforto se penso ad appartamenti simili a quelli prospettati nella nostra conversazione. La mia non è solo una prospettiva di forte negatività estetica, ma proprio tecnologica: infatti, in molti non sanno o non dicono che la sparizione di certi supporti porterebbe ad un abbassamento qualitativo dello stesso ascolto. Tanto per fare un esempio: nessuna pubblicità o nota di libretto di istruzioni dal 2001 ad oggi ha mai evidenziato che l'mp3 comprime, appiattisce e uccide il suono. E così, mentre gli interior-designers americani o nipponici si preparano ad importare i loro modelli di case vuote anche nel vecchio continente passatista, nessun nerd si preoccupa di redigere un'accurata relazione sulla scarsa fedeltà all'audio degli iPod. Ciò nonostante, si spendono bei soldi per l'acquisto di sofisticate cuffie da passeggio che però mai esalteranno un brano 96 kbps.  Ma i nativi digitali non sembrano crucciarsene, e per strada si ascolta la musica dagli altoparlanti degli smartphone, che nella loro ultratecnologia continuano a gracchiare come le vecchie radioline AM. Nessuno dice nulla, perchè tutto ciò che conta è risparmiare sempre di più su tutto, dall'acquisto di un mobiletto ad uno spazio domestico che molto probabilmente rimarrà vuoto; ma, cosa ancor più essenziale, il risparmio deve apparire controbilanciato da una sufficiente dose di tecnologia. In questo, ha molta ragione Jonathan Franzen, quando scrive che <<la tecnologia personale comincia ad assomigliare a un handicap>> (Come stare soli, Einaudi 2011): in questo caso, la tecnologia servirà a coprire gli handicap fisici, economici e culturali delle persone. Se entrando in una casa non si vede l'ombra di un libro, la prima cosa che ci viene in mente è che in questa casa non si legge, ma se entrando nella stessa casa troviamo un iPad poggiato su un tavolo potremmo già meditare che al suo interno, magari, trovano spazio le versioni pdf dei massimi capolavori della letteratura mondiale. Tutto ciò rincuorerà enormemente le schiere di "ignoranti 2.0", che non si vedranno più costrette a tappezzare la casa di volumi finti e cartonati e si sentiranno finalmente protette da un alone di esibizionismo fighetto tecnomodaiolo.
Sebbene la tecnolgia riveli inattesi aspetti romantici proprio quando non c'è più, non rimpiango lo zainetto appesantito dalle "cd-bag", nè i pomeriggi passati a registrare in cassette TDK di altissima qualità i miei dischi preferiti: mi piace il mio iPod per com'è, per l'uso che ne faccio e per tutto quello che rappresenta nella mia quotidianeità. Tuttavia, se mi dicessero di accantonare il mio impianto stereo per fare spazio ad un "iPod Docking Station" di ultima generazione e di vivere in un ambiente libero da dischi, scaffali e lettori assortiti non provo alcun piacere, ma solo un grande senso di fastidio.

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo XI) [Trame]


XI
FACCIO LA MIA COMPARSA
COME FIORE ALL'OCCHIELLO
DELLA SOCIETA'ITALICA

I primi giorni di matrimonio sono abitualmente molto difficili e ho conosciuto coppie che hanno vissuto insieme come colombi per tutto il resto della loro vita, ma che sono state sul punto di cavarsi gli occhi durante la luna di miele. Io non sfuggii alla sorte comune; nel nostro viaggio verso Roma la contessa Clelia riuscì a bisticciare con me perchè tirai fuori una sigaretta (avevo preso l'abitudine di fumare durante la guerra in Iraq, e non ho mai potuto liberarmene) e mi misi a fumare in macchina; e la sposa decise di prendersela a male tanto ad Acquapendente che a Grotte di Castro, perchè la sera, quando ci fermammo, io volli invitare gli albergatori a stappare una bottiglia con me. Clelia era una donna altera e io invece odio la superbia: ma vi assicuro che in tutti e due i casi domai questo suo difetto. Nel terzo giorno del nostro viaggio mi feci accendere una sigaretta dalle sue stesse mani, e, giunti a Palestrina, l'avevo sottomessa così completamente che ella mi chiese umilmente se non volevo invitare anche alcuni domestici a festeggiare con noi. Io non avrei avuto obiezioni a questa proposta, ma il vescovo Picarri, che era lo zio di Clelia (con lei condivideva l'enorme tenuta di Palestrina), e il buon costume non permettevano di appagare la richiesta di mia moglie. Feci la mia comparsa con lei al servizio della sera, per porgere i complimenti al vescovo zio, e volli donare milleventicinque euro per contribuire alla fabbricazione di un nuovo organo per la cappella di famiglia. Questo modo di comportarmi, proprio all'alba della mia carriera in quella provincia, mi rese non poco popolare presso chiunque.
Prima di arrivare a Roma, dovemmo attraversare per venti chilometri le proprietà dei Monteverde sparse lungo la via Cassia, dove la gente usciva fuori per vederci, il prete passava a benedirci e i fittavoli ci lasciavano un rapido resoconto delle ultime entrate. Io gettavo spiccioli a quelle brave persone, mi fermavo a baciare il parroco e a fare due chiacchiere con i fittavoli e, se trovavo che le ragazze della Cassia erano tra le più carine dello Stato, è forse colpa mia? Queste osservazioni fecero adirare Clelia oltre ogni immaginazione. Pensai alla gelosia di mia moglie, e riflettei, non senza un profondo dispiacere, con quanta leggerezza si era comportata quando era vivo il suo primo marito, e che i più gelosi sono proprio quelli che danno agli altri maggior motivo di gelosia.
Attorno a Veio la scena dell'accoglienza fu particolarmente bizzarra: i fotografi ci aspettavano e, appena scesi dalla macchina per salutare, mi parve si essere finito ad una conferenza stampa dell'ONU, solo senza archi, bandiere e quant'altro. I flash mi colsero alla sprovvista, e il mattino seguente la mia nobile espressione di gentiluomo meravigliato era in ogni quotidiano romano degno di rispetto. Rimasi inoltre colpito, all'altezza delle Mura Serviane, dove la Cassia si unisce alla via Flaminia, poiché Clelia mi indicò un grande parco e poi un cancello, a partire dal quale si snodava un viale di nobili olmi fino al Fontanale. Avrei voluto che fossero state querce, quando tagliai quegli alberi, perché avrebbero fruttato tre volte tanto; non conosco niente di più biasimevole della trascuratezza degli antenati nel piantare nei loro terreni legname di scarso valore, quando avrebbero potuto piantare altrettanto facilmente delle querce. Sicchè ho sempre detto che il baciapile Monteverde di Fontanale, che piantò quegli olmi ai tempi dei Borgia, mi frodò di diecimila euro.
Per i primi giorni dopo il nostro arrivo, il mio tempo fu speso piacevolmente nel ricevere le visite della nobiltà e delle persone più distinte che venivano a porgere i loro omaggi alla nobile coppia di novelli sposi e a passare in rassegna i tesori, la mobilia e le numerose camere della villa. È questa una vasta e antica villa rinascimentale, che si eleva nel mezzo di una bella riserva di caccia, che era magnificamente popolata di cervi, e non posso fare a meno di ammettere che da principio la mia soddisfazione era grande, quando sedevo nel salotto dalle pareti di mogano, nelle sere d'estate, con le finestre aperte, i piatti d'oro e d'argento splendenti di cento magnifici colori sulle credenze, una dozzina di amici allegri attorno alla tavola, e guardavo fuori nel vasto parco verdeggiante e negli ondeggianti boschi e vedevo il sole tramontare sulla città o udivo le campane richiamarsi l'un l'altra. L'esterno era, quando vi arrivai la prima volta, una singolare composizione di tutti i generi d'architettura: un paio di torrette medievali, muri rustici tirati su dopo il secolo buio seicentesco e un giardino all'italiana che forse era il vero fiore all'occhiello di tutta la tenuta. Ma non c'è bisogno che mi soffermi a parlarne ancora, dato che avevo deciso io lo stile da dare a tutto il castello, impiegando ingenti risorse economiche per contattare un architetto alla moda. Feci togliere erbacce e sterpame e volli una lunga scalinata che conducesse dalla strada alla porta di ingresso e che iniziasse di fronte alla rimessa.
Il portone di ingresso del piano terra presentava un atrio molto elegante, dal quale due rampe di scale conducevano al primo piano; una porta sulla destra portava ad un piccolo corrodio lungo il quale si trovavano la stanza di divinazione (come ho già accennato con l'episodio della chiromante nel precedente capitolo, Clelia era un'appassionata di questa disciplina) e una sala degli specchi; invece, una porta parallela a quella d'entrata permetteva di accedere ad un corrodio ben più ampio, lungo il quale si trovavano ben undici vani: una lavanderia, confinante con la stanza del nostro maggiordomo; la moderna sala da ballo, che conteneva a sua volta la porta del nostro magazzino (pieno di oggetti utili nell'organizzazione di feste); una sontuosa sala da pranzo e la cucina adiacente (questa si affacciava su un piccolo giardinetto destinato ai cani di Fontanale, che era diviso tramite un muro di cinta alto quasi tre metri dal cimitero familiare); e poi la sala proiezioni (un vecchio prozio adorava il cinema), la sala biliardo (dove ho trascorso serate fra uomini veramente piacevoli) e la stanza degli strumenti musicali, tanto desiderata dalla mia signora nel corso del suo precedente matrimonio; in fondo a questo splendido corridoio, si trovavano un bagno (posto sulla sinistra) e la porta che conduceva nel parco. Attraversato il giardino, curatissimo dal nostro giardiniere (per il quale avevo fatto edificare un capanno in legno proprio nel giardino) e abbellito dalla presenza di un pozzo medievale, si arrivava alla palestra, che avevo reso completa e professionale, tramutandola nell'invidia di molti aristocratici romani.
Ho già descritto le due rampe di scale che conducevano al primo piano della nostra villa, un piano che nulla aveva da invidiare ai lussi di quello inferiore; qui, infatti, io e Clelia avevamo la nostra camera matrimoniale da sogno, messa un po' più in disparte, per rispetto alla privacy di cui ero accanito sostenitore sin dall'infanzia; un primo corridoio sulla sinistra costeggiava l'enorme biblioteca (dove trovavano posto quasi trentamila tomi), una stanza adibita a nursery, la cameretta del bisconte e un'ulteriore camera per due bambini ospiti (poteva capitare che qualche nobile si presentasse con famiglia a seguito e non potevamo farci trovare impreparati); la stanza da tè era invece stata studiata quasi esclusivamente dalla contessa, essendo ella una cultrice delle ore diciassette e di quella calda bevanda; da questa si poteva giungere in un'anticamera, che non aveva uno scopo preciso, se non quello di portare, a sua volta, al nostro ingente guardaroba, che occupava da solo un vano di pochi metri quadrati e che terminava con un balconcino; per la mia cara mamma, che sapevo per certo sarebbe venuta a trovarci sovente, feci approntare dal nostro geniale architetto una camera del cucito, dove poter praticare il suo passatempo preferito, e la stessa attenzione la dedicai allo studio della sala da cena, visto che vi avrei condotto i nostri illustri ospiti in centinaia di occasioni; più in disparte, ma non per questo meno affascinanti, stavano un magazzino vuoto (che per dimensioni era analogo a quello del piano terra) e una stanza delle scienze celesti, voluta dal momento che il bisconte era un piccolo appassionato di quella disciplina; non vedendolo particolarmente soddisfatto, decisi di ampliarla e di adibire un vano di poco più piccolo ad osservatorio (con tanto di telescopio professionale fabbricato a Venezia, e un balcone, dove recarsi nelle notte stellate).
Il secondo piano fungeva un po' più da zona appartata e disordinata della casa, tant'è che decisi di non toccarlo o quasi; il Sor Filippo lo aveva dedicato solo a se stesso e alle sue strampalate collezioni di gentiluomo annoiato, tant'è che questo presentava un'illuminazione più scarsa e spazi notevolmente ridotti rispetto agli altri due; la stanza dei trofei di caccia riusciva comunque ad affascinarmi, così come il grande atelier dell'artista (quel vecchio nobile era stato, in vita, un discreto pittore) e la camera delle armature; non potevo dire altrettanto della polverosa stanza dei telefoni, di quella delle ceramiche e dei vasi o di quella dei giocattoli; la più assurda, infine, risultava quella degli orologi (circa seimila pezzi, che io volli fermare), da cui però feci partire un piccolo ascensore che permettesse di recarsi con grande agilità sul tetto della villa; un enorme terrazzo, coronato da grandi vetrate settecentesche e affacciato su tutta la città, concludeva in bellezza questo secondo piano antico e lasciato un po' a morire.
Sin dall'antichità, è risaputo che le case dei signori presentassero qualche piccolo segreto, e io non volevo essere da meno dei duchi di Windsor: così, dopo un mese dall'inizio dei lavori, presentai il mio progetto per rendere infinitamente più misteriosa e aristocratica la nostra dimora; tutto consisteva nel rivalutare il piano sotterraneo della villa, che al mio arrivo comprendeva una rampa di scale in legno, un vano interruttore e una cantina che poteva risultare curata quanto un salone dell'Hermitage; dalla cantina, una porta in metallo conduceva in un vecchio condotto fognario, lungo il quale feci erigere una cella frigorifera (destinata alle nostre pietanze più prestigiose) e un vano tubature; infine, tenendo per me e l'architetto il segreto, feci prolungare quel budello e, giunto al pari del giardino, detti ordini di allargare smisuratamente il terreno, permettendo la costruzione di una stanza segreta dotata di ogni svago e comfort; per renderla praticamente introvabile, feci mettere due porte lungo il corridoio, di cui solo il sottoscritto avrebbe posseduto la chiave.
Tolsi buona parte dei quadri e inviai un mio uomo a comprarne altri, a giro per le aste; peccato che, per motivi di gusto o di delinquenza, i trecentomila euro che il mio agente spese in opere pittoriche quel giorno, ne avrebbero fruttati trentamila anni dopo, quando fui costretto a rivenderle frettolosamente. Al di là della villa, il nostro intrapendente architetto voleva mettere le mani anche sulla chiesa, ma don Pardo glielo impedì con tutte le sue forze ed io fui costretto a mettere un freno alle sue idee, che pure mi rimanevano simpatiche. Gli permisi, d'altro canto, di potersi sbizzarrire sulla colonica della servitù, il garage e il bosco; e riguardo a quest'ultimo voglio narrare un aneddoto. I contadini della Cassia chiamavano quella che ora era la mia riserva cornicularum saltus, cioè il “bosco delle cornacchie” e sin dall'antichità era stato messo in giro un inquietante proverbio: <<Cum ceciderit lignum ad cornicularum, tunc ille cadet Fontanales>>, che vorrebbe dire <<Quando cadrà il bosco delle cornacchie, cadrà anche il Fontanale>>.
Ho già parlato della cantina della nostra villa e di come fosse ben fornita e curata, oltre che della nostra spaziosa cucina adiacente alla sala da pranzo; ma oltre alle strutture adeguate, avevamo bisogno anche del personale giusto, un aspetto che io decisi di riformare completamente. Chiamai così il mio amico Gianni Mughini, che mi mandò un cuoco dalla Mansion House di Londra esperto in cacciagione e volatili di ogni sorta; e poi mi feci venire anche uno chef parigino con un paio di aides a seguito, un pasticcere veronese e alcuni officiers de bouche. Tutti accessori naturali per un uomo di un certo stile. E nessuno dei nostri vicini se ne andava da un pranzo senza una sufficiente dose di entusiasmo, neanche il più modesto parroco senza pretese del quartiere. Ma la nobiltà di cui parlo sapevo come conciliarmela anche in altri modi. Nella zona c'era stata, da sempre, solo una muta comune di cani e poche miserevoli coppie di vili bracchi destinati alla caccia (talvolta, da quelle parti, i gentiluomini partivano per battute fuori porta che potevano addirittura farli sconfinare in Toscana o in Umbria); io costruii un canile e delle stalle che costarono sessantamila euro e li riempii in modo degno dei miei antenati toscani. Avevo due mute di cani e nella stagione uscivo quattro volte la settimana, seguito da almeno tre compagni.
Questi mutamenti e questo stile di vita richiedevano, come si può immaginare, non poca spesa e debbo confessare che in me c'è ben poco di quello spirito d'economia che taluni praticano e ammirano. Bisogna tener presente che avevo sulle proprietà di Monteverde un interesse che non oltrepassava la probabile durata della mia vita, che avevo sempre avuto una certa facilità a trattare con gli strozzini e che dovevo spendere un bel po' anche per assicurare un degno andamento di vita alla contessa.
Dopo un anno di matrimonio, Clelia mi fece dono di un figlio: lo chiamai Rolando, come l'eroe della Chanson, ma che cosa potevo mai lascargli, all'infuori di un nobile nome? Non erano forse le proprietà della madre destinate tutte a quell'odioso bisconte, che pure viveva a Fontanale con il suo paziente istruttore? L'insubordinazione di quel ragazzo era spaventosa. Faceva adirare la madre nelle maniere più assurde, ma devo ammettere che non era dedito al gioco, alle donne o alle droghe; anzi, a scuola riusciva bene e godeva di un bel cervello. Una volta -ero di ritorno da una cavalcata- presi una frusta a nove code per castigarlo e lui tornò con un coltellaccio e credo mi avrebbe accoltellato, così lasciai il mio strumento di tortura e gli tesi la mano, chiedendo solo pace e amicizia; così ci riconciliammo, quella volta, e anche la seguente, e la seguente ancora; ma non c'era affetto fra di noi e il suo odio per me sembrava crescere a vista d'occhio.
Decisi allora di dotare il mio Rolando di una proprietà e, a questo scopo, feci tagliare dodicimila euro di legname sulle proprietà di Castel Portanova e Poggio Bonizio della mia bella Clelia; i miei commercialisti iniziarono ad urlare e a dire che non avevo neanche il diritto di pensare ad uno solo di quei fuscelli, ma io feci abbattere gli alberi lo stesso e permisi a mia madre di ricomprare quelle terre che, in un tempo lontano, avevano fatto parte delle immense proprietà della mia casata. Ella le ricomprò con grande avvedutezza e con profonda gioia, perchè il suo cuore si rallegrava all'idea che mi era nato un figlio e al pensiero delle mie meravigliose fortune. A dire la verità, avevo un certo timore, ora che vivevo in un ambiente così diverso da quello in cui ella era abituata a muoversi, che venisse a farmi una visita, facendo stupire i miei amici romani con le sue millanterie, col suo modo di esprimersi sempliciotto, col suo rossetto e le sue sottane di trentacinque anni prima, che le si addicevano molto all'epoca della sua gioventù, ma che era appassionatamente convinta essere ancora all'ultima moda. Così, quando le telefonavo, cercavo di rimandare la sua visita, pregandola di venirci a trovare quando fosse stata ultimata l'ala sinistra della villa o ultimato il giardino e così via.
<<A me basta uno squillo, Sbellu>>, rispondeva la vecchia signora. <<Non verrò a disturbarti tra i tuoi altolocati amici romani con le mie maniere da toscanaccia fuori moda. È un sollievo sapere che il mio ragazzo ha raggiunto la posizione che ho sempre pensato gli fosse dovuta e per prepararlo alla quale ho fatto tanti sacrifici. Però, un giorno, devi portarmi il piccolo Rolando. Fai gli auguri alla contessa da parte mia, e dille che ha un tesoro accanto che non avrebbe trovato neanche sposando un duca, visto che il tuo sangue, o il mio, sono i migliori che possano scorrere nelle vene. Non mi darò pace finché non vedrò te conte di Castel Portanova, e mio nipote bisconte>>.
Va detto che per la mente di mia madre e per la mia passavano le stesse idee. Avevo già fatto stampare delle carte da visita con su scritto “Conte Sbelluccio Bellini di Monteverde” e, con la mia abituale impetuosità, avevo deciso di conseguire il mio scopo. Mia madre andò a stabilirsi proprio a Castel Portanova, e io, potete esserne certi, feci correr voce che era un posto di non poca importanza. Tenevo nel mio studio una pianta della proprietà e i progetti per l'ampliamento della storica dimora della nostra famiglia, ed essendo stati messi in vendita ottocento ettari di terreno acquitrinoso, li acquistai a trecento euro l'ettare, sicché, sulla pianta, il mio castello sembrava tutt'altro che insignificante. Sempre in quel periodo, condussi le trattative per l'acquisto delle cave marmifere Guicciardini dall'omonimo barone, per sette milioni di euro: un affare imprudente, che mi fu causa di dispute, processi e liti interminabili. Del resto, i guai del possedere, la bricconeria degli amministratori, i pasticci degli avvocati sono senza fine. La gente modesta invidia noi, grandi uomini, e immagina che le nostre vite siano tutte piaceri. Più d'una volta, durante la mia prosperità, ho sospirato i giorni della più modesta fortuna e ho invidiato i miei compagni d'armi di un tempo lontano, i quali vivevano senza neppure una delle tormentose preoccupazioni e responsabilità che sono i fastidiosi accessori della proprietà e dell'alto rango.
Nel natio Granducato di Toscana, feci poco più che una comparsa per assumere la direzione delle mie proprietà, ricompensando generosamente coloro che erano stati gentili con me nelle mie precedenti avversità e prendendo il posto che mi spettava tra l'aristocrazia del paese. Ma, in verità, avevo pochi allettamenti a rimanere lì, dopo aver gustato i piaceri più aristocratici e completi della vita romana; così, passavamo l'estate fra Palestrina, Roma e Veio, per poi partire verso qualche paese estero.
È meraviglioso come il possesso della ricchezza faccia venire alla luce le virtù di un uomo o comunque dia loro vernice o lustro e metta in evidenza il loro splendore e il loro colore in modo mai conosciuto quando l'individuo stagnava nella grigia atmosfera della povertà. Vi assicuro che ci volle assai poco tempo perché diventassi proprio un personaggio di prim'ordine e facessi una certa sensazione nei caffè di Piazza Venezia e, in seguito, nel celeberrimo Circolo della Caccia. Il mio stile, le mie fuoriserie e i miei party erano sulla bocca di tutti ed erano descritti in tutti i giornali del mattino. La parte più modesta della mia famiglia cominciò a comparire all'improvviso ai nostri ricevimenti, e trovai, fra Roma e dintorni, più cugini di quanti mi fossi mai sognato d'avere, che proclamavano la loro parentela con me. Straccioni, giocatori d'azzardo, veterani di guerra, operai e arricchiti si ritrovarono a passare di fronte alla porta di Sbelluccio Bellini di Monteverde, ma io potevo solo spendere qualche reale parola, lasciandoli tutti con un pugno di mosche.
Dopo un certo tempo, la contessa ed io iniziammo a condurre vite separate, quando eravamo a Roma. Ella preferiva la quiete, o meglio, a dire il vero, ero io che la preferivo per lei, poiché ritengo che alla donna si addica un contegno tranquillo. La incoraggiavo, quindi, a pranzare in casa, con le sue amiche e don Pardo; permettevo a tre o quattro persone discrete di accompagnarla all'Auditorium o ai concerti in occasioni adatte; e declinavo per lei le troppo frequenti visite di amici e parenti, preferendo accoglierli durante le nostre maestose cene. Inoltre, ella era madre e le era di grande conforto vestire, educare e vezzeggiare il nostro piccolo Rolando, per amore del quale conveniva che rinunciasse ai piaceri e alle frivolezze del mondo.
Adoravo comportarmi con lei da vero tiranno, quando non volevo rendermi conto che ero, in realtà, il povero custode severo e diligente di una donna sciocca, di cattivo carattere e di debole mente. E per fortuna voleva molto bene al nostro figlioletto, per mezzo del quale avevo su di lei un dominio effettivo e completo, perché, se pretendeva di avere la meglio nelle nostre litigate e di affermare la sua autorità contro la mia, se si rifiutava di firmare delle carte che io potevo ritenere necessarie per l'amministrazione della nostra vasta e intricata proprietà, io portavo via Rolando, ad Acquapendente, per un paio di giorni; e vi garantisco che la sua mammina non riusciva a tenere duro a lungo e finiva per essere d'accordo con tutto ciò che mi veniva in mente di proporre. Invece della consueta servitù, mi vidi costretto a dover scegliere minuziosamente, fra le tante cameriere che venivano a casa con i loro curriculum, le più sgualdrine; peccato che, nel giro di poche settimane, la mia signora moglie le cacciasse di casa adducendo scuse totalmente infondate e impedendo al sottoscritto di divertirsi a dovere.
Anche da milionario, non abbandonai mai il gioco; addirittura, in alcuni mesi dell'anno, organizzai, coi miei conoscenti altolocati, dei viaggi presso i più prestigiosi casinò d'Europa; ebbi così modo di rivedere vecchie facce e riprendere la mano in un'attività nella quale, almeno una volta, non avrei avuto rivali. Certo è che per due anni a fila, fra la capitale e l'estero, perdetti molto denaro ad ogni gioco di carte e alla roulette, e mi vidi costretto a far fronte alle mie perdite attingendo numerosi prestiti sulle rendite annuali di mia moglie, sull'assicurazione sulla vita della contessa, e così via. Le condizioni a cui presi a prestito queste somme erano molto onerose e intaccavano notevolmente la proprietà; e furono proprio queste carte che Clelia (taccagna, ristretta e timida) rifiutò occasionalmente di firmare, fino a che io non la persuasi, nel modo che ho esposto precedentemente.
Dovrei qui accennare anche al rapporto con le scomesse sulle corse dei cavalli, dato che fanno parte della mia storia di quei tempi; ma, in verità, non mi fa particolarmente piacere ricordare le mie imprese all'ippodromo delle Capannelle. Venivo imbrogliato e frodato in modi assurdi in quasi tutti gli affari che facevo, benché mi intendessi di cavalli tanto bene quanto qualsiasi altra persona in Italia. Quindici anni dopo che il mio cavallo, Big Boy, di Campiglia d'Orcia, discendente di Giunone, aveva perso le corse alle Capannelle, in cui era il primo favorito, seppi che un nobile conte, che non nominerò qui, era entrato nella sua stalla la mattina, prima che corresse; e la conseguenza fu che vinse un cavallo forestiero e che il sottoscritto rimase fuori per la somma di quindicimila euro. Gli ignoranti direbbero che lì, in un luogo frequentato dalla più elegante ed antica nobiltà italiana, uno avrebbe potuto sentirsi sicuro di giocare correttamente e di essere non poco orgoglioso della compagnia in cui si trovava; eppure, vi assicuro che non c'era raccolta di uomini che sapesse come rubare, imbrogliare, corrompere, propinare droghe a un cavallo o manipolare un libro di scommesse in modo più distinto di tutti quei signori.
Ora che ero arrivato al colmo delle mie ambizioni, sembrava che tanto la mia abilità quanto la mia fortuna mi avessero abbandonato. Tutto ciò che toccavo andava in briciole fra le mie mani; tutte le speculazioni che facevo andavano male; tutti i professionisti di cui mi circondavo (e ai quali relegavo la mia totale e sincera fiducia) mi ingannavano. La verità, è che io sono uno di quegli uomini nati per fare, e non per mantenere, le fortune, perchè le qualità e l'energia che portano un uomo a farsi largo nel primo caso sono spesso proprio la causa della sua rovina nel secondo; e davvero non riesco a vedere altre ragioni alla sfortuna che piombò su di me.
Introdotto tramite alcuni amici, in un circolo letterario, proposi la fondazione di una rivista di lettere (disciplina per la quale, sin da bambino, avevo sempre stravisto) da me finanziata. La risposta più garbata che ottenni la dette un certo Gasparri, mediocre ritrattista proveniente dai Parioli, il quale, gentilmente, mi invitò a pensare ai miei cavalli e ai miei sarti e di non impicciarmi con la letteratura. Poi, fu la volta in cui volli provare ad entrare in società con i fratelli Zampetti, famosi a Roma per possedere ristoranti e discoteche di gran moda: con questi due distinti delinquenti, riuscii ad aprire un locale costato due milioni e mezzo, ossia il <<Piccolo Teatro>>, un luogo simpatico e vivace, che sorgeva a due passi dal Tempietto della Pace. Io ne scrivo ora, nella mia gottosa vecchiaia, quando la gente è diventata enormemente moralista e attenta di quando il mondo era giovane con me. A quei tempi, c'era una grane differenza fra un gentiluomo e un individuo qualunque. Noi allora portavamo abiti che nessuno, all'infuori di noi, poteva indossare; oggi, invece, stento a vedere le differenze fra un autista e il signore che viene scortato dentro l'auto. Un uomo era capace di bere quattro volte più di quanto riescano a mandar giù gli smidollati di oggi; ma è inutile insistere sull'argomento. I veri nobili sono morti per sempre. La moda adesso è favorevole ai bottegai, ai soldati e ai muratori, e io divento malinconico e di pessimo umore quando penso a che vita si faceva ai bei tempi.
Poiché il bisconte di Palestrina, a quell'epoca, era diventato troppo alto di statura e non la smetteva con le sue insolenze, decisi di lasciarlo affidato alle cure del collegio di Poggio Imperiale a Firenze, con alcune parenti del mio defunto padre a prendersi la briga di sfamarlo e accudirlo. Quando si diceva stanco di Firenze, era pienamente libero di andare a risiedere a Castel Portanova con la mia mamma; ma tra di loro non c'era simpatia, anzi, credo che ella lo odiasse tanto cordialmente quanto avrei potuto farlo io. Da parte mia, speravo che, al momento in cui quel turbolento ragazzo avesse concluso i suoi studi liceali, sarebbe tornato a casa con la matura convinzione di accettarmi e di avviare gli studi in Scienze Politiche; ero interessato soprattutto a questo secondo punto, visto che a Roma è usanza che le famiglie più aristocratiche indirizzino i propri figli (o figliastri, a seconda) verso la politica, giacchè è questa un utile strumento per portare la nobiltà in parlamento. E i Monteverde, in parlamento, erano assenti da ben due generazioni, mentre i nostri antipatici vicini, i Muratti, contavano da soli ben quattro membri all'interno del maggiore organo di stato. Destra o sinistra mi erano del tutto indifferenti: bastava che quel ragazzaccio diventasse parlamentare entro il mio cinquantesimo compleanno.
Nell'attesa, tenevo in gran conto il sindaco e il consiglio comunale; mandai della cacciagione ai loro pranzi e li invitai ai miei; mi feci un punto d'onore di assistere alle loro riunioni e di compiere ogni atto di cortesia facesse loro piacere. E fu proprio il sindaco, una sera, attorno al mio tavolo da biliardo, ad avvicinarmi:
<<Vede, caro conte, io sono totalmente convinto che, essendo fra gentiluomini, lei potrà capire al volo il discorso che sto per farle>>.
<<Sono tutto orecchie, signor sindaco>>, risposi.
<<Persone vicine al ministro della difesa, parlano di un'altra guerra in Libia, dove l'Italia potrà finalmente ottenere una buona fetta di torta. Dovremo compiere, assieme ai nostri alleati, delle azioni mirate a distruggere i ribelli che, a suo tempo, aiutammo nel combattere Gheddafi>>.
<<Io sono un veterano>>, risposi senza aver ancora capito dove andasse a parare il sindaco, <<E non rimpiango la mia carriera militare, per quanto questa possa essere stata gloriosa e brillante>>.
Il buon uomo scoppiò a ridere, poi si ricompose e proseguì:
<<Oh, ma lei ha capito male! Io sono qui per chiederle di finanziare una guarnigione, visto che le casse dello stato languono e le nostre caserme romane sono in condizioni pietose. In cambio, alla fine di un conflitto pulito e praticamente già vinto, lei avrà un pezzo della famosa torta. Petrolio, gas, carbone, tutto ciò che desidera. La scelta spetterà esclusivamente a lei>>.
Immaginai per un attimo Sbelluccio Bellini che visita le sue proprietà libiche, i suoi pozzi di petrolio e le sterminate ricchezze che questi avrebbero arrecato al mio casato; immaginai i miei debiti saldati, le difficoltà finanziarie mie e di mia moglie svanite; poi, senza dire una parola, estrassi dalla tasca il mio libretto degli assegni e domandai:
<<Quanto le serve?>>.
La cifra era mostruosamente alta, e non mi bastava un pozzo di petrolio come garanzia; così, con una mezz'ora di conversazione in più, decisi che sarebbe stato meglio per tutti che una di quelle poltrone vuote in parlamento fosse data a me. E così fu. Con indicibile furore di molti miei vicini di casa, fui eletto di lì a poco membro del parlamento, dove mi recai, appena mi fu data l'occasione, a compiere i miei doveri.
Fu allora che decisi seriamente di acquistare per me un titolo nobiliare italiano, di cui godesse, dopo di me, il mio adorato bambino ed erede.



domenica 12 maggio 2013

Hansel & Gretel- Cacciatori di streghe 3D [Recensione]

Inutile parlare di "americanata". Chi non sa, taccia. Nulla è più europeo di questo film, visto che Hansel & Gretel è una produzione primariamente tedesca.
Inutile parlare di "tamarro è bello": questo film fa talmente schifo che definirlo tamarro sarebbe fargli un complimento.
Inutile consigliare di non vederlo in sala, tanto per evitare di dare da mangiare a chi lo ha scritto, pensato, diretto, prodotto e interpretato: dovrebbero morire di fame per il resto dei loro giorni. (Io sono a posto con la coscienza, dal momento che l'ho visto in streaming, vantandomene).
Inutile chiedersi <<Perchè fanno questi film?>>. Non troverei altra risposta all'infuori della più classica: la gente vuole la merda. E come sempre il 90% del cinema di intrattenimento odierno porta tonnellate di sterco su pellicola (per giunta in 3D) per direttissima. Ecco, se queste cacofonie cinematografiche fossero un treno, Hansel & Gretel sarebbe uno dei vagoni di prima classe. Trovargli un pregio è impossibile.
Senza scherzi, uno dei film più brutti che abbia mai visto.

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo X) [Trame]


X.
FACCIO LA CORTE ALLA CONTESSA CLELIA,
ELARGISCO NOBILTA'ALLA MIA FAMIGLIA
E RAGGIUNGO IL CULMINE DELLA MIA (APPARENTE) FORTUNA

Dato che i debiti e certi pendenti penali gravavano ancora sull'esistenza di Luca Pisano, sarebbe stato poco opportuno per lui raggiungere il sottoscritto nella terra dei nostri avi dove, se non l'arresto, almeno un fastidioso processo, gli avvocati e un dubbio perdono aspettavano quel vecchio signore. In ogni importante crisi della mia vita da adulto, le sue dritte erano state sempre importantissime e io non mancai di andarne in cerca in quel frangente e di implorare, per mail, i suoi consigli in quel che concerneva il mio corteggiamento alla vedova. Gli raccontai la situazione in cui ella si trovava, i progressi che il notaio Catella aveva fatto nel suo affetto e l'oblio in cui ella aveva posto il suo vecchio ammiratore; parlai del suicidio del suddetto notaio, adducendone le cause a motivi passionali, ricevendo in risposta una e-mail piena di eccellenti suggerimenti, di cui non mancai di approfittare.
Monsieur de Rabelais apriva la lettera dicendo che in quel momento si trovava nel convento dei Frati Minori di Bruges, dove sperava di trovare la sua salvezza e di ritirarsi per sempre dal mondo, dedicandosi alle più severe pratiche religiose. Contemporaneamente, mi scriveva riguardo la contessa: era naturale che una bella donna, fra l'altro piena di soldi e inserita nel bel mondo, attirasse file di pretendenti come il miele fa con le api. Ma poiché, quando suo marito era ancora in vita, si era mostrata non del tutto maldisposta a ricevere i miei omaggi, non poteva avere dubbi che io fossi il favorito. Tralascio le lunghe descrizioni delle mortificazioni e delle devozioni a cui il buon cugino di Pisa si dedicava in convento, dal quale indirizzava perfino a me parole toccanti e intrise di fede.
Attendendomi alle direttive del novello fra'Luca, spedii un sms alla contessa, per chiederle quando avrei potuto intromettermi nel suo lutto, ma lei non rispose. Un paio di giorni dopo un altro messaggio servì a chiederle se aveva forse dimenticato i tempi trascorsi a Maiorca, ma nulla. Fu dopo cinque, interminabili giorni che il segretario di Clelia mi telefonò, affermando che la contessa era ancora troppo sconvolta e turbata per vedere chicchessia, all'infuori dei suoi parenti. Non mi detti per vinto e, piuttosto che insistere con volgari pressioni, decisi di aspettare, avessero dovuto sbiancarmi i capelli. Per cominciare, feci i bagagli, licenziai la mia fida guardia del corpo e presi commiato dal conte X, che tanto gentilmente mi aveva ospitato per quelle due bizzarre settimane. Braccato da alcuni articolisti di un gazzettino locale, risposi alle loro domande parlando di una fuga dalla città, sperando che la notizia raggiungesse anche la provincia di Firenze e giungesse alle orecchie della contessa di Monteverde; in realtà, mi allontanai di circa venti chilometri, stabilendomi dalla mia buona madre ad Agrestone.
Quei lettori che hanno in mente un forte senso del dovere filiale, si meraviglieranno che io non abbia ancora descritto l'incontro con mia madre, i cui sacrifici per me in giovinezza erano stati così notevoli, e per la quale un uomo della mia natura non poteva fare a meno di provare il più durevole e sincero riguardo. Ma un signore che agisce nell'alta sfera della società in cui ora mi trovavo io, ha i suoi doveri pubblici da compiere prima di pensare ai suoi sentimenti privati; sicché, appena giunto, inviai un messaggino alla vedova Bellini, annunciandole il mio arrivo. Mi risulta che la mia cara mamma preparò un party come non ne se ne vedevano da tempo e invitò a parteciparvi tutte le sue umili conoscenze di Agrestone; io, pur apprezzando il gesto, non avevo voglia di scendere a tavola con una nobiltà ancor più gretta e odiosa di quella in cui mi ero imbattuto a Siena e, scusandomi umilmente, mi detti malato. Cercai di addolcire il disappunto di mamma mandandole dei fiori freschi e una pelliccia che feci arrivare direttamente da Grosseto. Quella cara donna, nonostante dodici anni di lontananza, malinconia e precarietà d'ogni tipo, sembrava ancora giovane e fresca, ed era pronta, ora che il suo delfino viveva di nuovo nella casa degli avi, a viziarmi e coccolarmi come quando ero piccolo.
Il primo momento di tensione fra me e mamma lo si ebbe quando Daniele, che nella sua infinita umiltà mi era stato accanto nei giorni senesi, provò ad avvicinarsi a casa nostra. Fu cacciato e mia madre giurò che avrebbe rinnegato lui e tutti i poveri diavoli rimasti vivi in quello che un tempo era stato un nobile casato, quello dei Bacherozzi. Alla seconda occasione, invece, fui io ad alterarmi: infatti, don Simone, guida spirituale di mia madre, fu la sola persona alla quale venne aperta la porta di Agrestone durante il mio soggiorno, perché non avrebbe ammesso dinieghi. Egli si preparò un bicchiere di vino rosso, dandomi così l'impressione che avesse l'abitudine di bere a spese della mia buona madre; borbottava e mi parlava, con tono di rimprovero, della peccaminosità dei miei passati trascorsi e specialmente della mia attività di giocatore.
<<Peccatore!>>, dissi balzando in piedi di fronte al prete impietrito,<<Certo, siamo tutti peccatori, don Simone, e proprio voi lo andate dicendo a giro da quando siete nato. Mettetevi nei miei panni e provatevi a comportare in maniera diversa!>>. E alla lista dei miei peccati ne volli aggiungere altri: omicidi, sciacallaggio, regolamenti di conti, donne sposate, donne libere, donnacce. Il buon uomo raccolse le sue cose e uscì dalla porta sul retro mentre io lo seguivo urlandogli alle spalle tutti i mali che avevo commesso negli ultimi dieci anni. Almeno ad Agrestone, nessuno rivide più don Simone.
<<Avrei voluto, Sbellu, che tu ti trattenessi di più con la tua povera mamma>>, disse la vedova mentre si asciugava le lacrime, al mattino seguente. Avevo infatti deciso di ripartire il prima possibile e, con un paio di ore di macchina, avrei raggiunto la tenuta dei Monteverde per pranzo. Promisi che sarei tornato a trovarla nel giro di poco, portandole le foto della mia casa e della mia futura moglie.
<<E chi sarebbe?>>, chiese mamma incuriosita.
<<Una delle più belle e ricche nobildonne del regno, mammina mia>>, risposi; e con queste speranze lasciai Agrestone.
Pontassieve è un paese di ventimila anime e sorge a circa undici chilometri dal capoluogo del Granducato; la splendida tenuta di Castel Sant'Andrea apparteneva alla famiglia della contessa da almeno cinquecento anni e sorgeva poco fuori città, arroccata su un poggio. La mia Audì fu lasciata su uno spiazzo indicatomi da un anziano chaffeur, che ebbe la gentilezza di accompagnarmi fino alle stanze dove la contessa aveva da poco finito il suo pranzo. Mi imbattei in Pardo, che fu molto cordiale con me, e nel piccolo bisconte, che continuava a nutrire nei miei confronti un astio inspiegabile. Bussai alla porta della sala da pranzo e rifiutai che una domestica brutta e sgraziata mi presentasse.
<<Avanti!>>, disse la mia Clelia quasi sussurrando.
Uscii da quella stanza meno di due ore dopo, durante le quali avevo riversato parole su parole sull'attonita vedova, stando dritto davanti a lei e dominandola con la mia statura, affascinandola col balenare dei miei occhi; lei diventava rossa, poi sbiancava per il timore e la meraviglia, e io, in tutto questo gioco di sensazioni, constatavo con calma trionfale il dominio che andavo assumendo su di lei. Mi invitò ad uscire ringraziandomi di quella visita e domandando se di incontri analoghi se ne sarebbero tenuti altri.
<<E chi lo sa...>>, dissi.
Quando scesi lasciai mille euro in contanti allo chaffeur che, da bravo factotum, mi aprì la porta.
<<E'per compensarvi del disturbo di aprirmi la porta. Dovrete farlo spesso>>.
Il giorno dopo, quando ritornai, non andò altrettanto bene; mi fu rifiutato l'ingresso. La signora non era in casa! Sapevo che non era vero: avevo tenuto d'occhio tutta la mattina la porta principale da una camera che avevo preso in affitto nella casa dall'altra parte della strada dove sorgeva il castello. Mi attaccai al telefono e presi ad urlare:
<<La vostra padrona non è fuori di casa. Non mi raccontate stronzate!>>, dissi.
La cuoca mi passò, alla quarta telefonata, il mio amico chaffeur, che mi invitò a raggiungerlo nella rimessa.
<<Patti chiari, amicizia lunga>>, iniziò, <<Io so tutto della contessa, signor Bellini. Se lei vuole sapere, deve pagare>>.
Inizialmente pensai di prendere un piede di porco e aprire la testa a questo strozzino, ma non mi sentivo in una posizione pienamente favorevole, così decisi di mostrarmi accondiscendente e srotolai una mazzetta di pezzi gialli. Seppi così che Clelia si era recata, incappucciata e vestita come una donna di servizio (ecco perché non l'avevo notata quella mattina), da una chiromante che abitava a Rignano sull'Arno.
<<La contessa visita quella strega due volte a settimana. È l'analista che non ha mai trovato, il prete confessore che non ha mai voluto avvicinare, un po' per vergogna, un po' perché non crede tantissimo in queste cose>>.
<<E quando si terrà il prossimo appuntamento?>>, domandai spazientito.
<<Lunedì prossimo>>, rispose lo chaffeur.
Aggiungendo altri duecento euro, ottenni l'indirizzo della chiromante e me ne andai, maledicendo la servitù di tutto il mondo.
La signora Mara, negromante che aveva fatto di Rignano il suo impero, era una figura assai nota alle cronache per alcuni problemi avuti, quando conduceva un noto programma televisivo, con la giustizia. Da allora aveva cercato di ripartire da zero, riuscendo perfettamente nei suoi intenti e ottenendo la fiducia (e le borse) di molte donne toscane, fossero queste di ceto basso o di ceto alto. Clelia, come molte altre distintissime nobildonne dell'epoca, si era lasciata invaghire da questa strega e non era più riuscita a smettere di andare alle sedute; io, avendo conosciuto nei miei viaggi decine di truffatori e simili, non mi feci ammaliare. Le chiesi quanto guadagnava con le otto sedute mensili della contessa e lei rispose senza eccedere; le offrii due volte quella somma, ma doveva promettermi che avrebbe fatto il mio nome nel leggere il futuro di Clelia.
Fu così che Mara non mancò di riconoscere come futuro marito della contessa di Monteverde il suo perseverante adoratore Sbelluccio Bellini.
Notevolmente infastidita da questo pronostico, Clelia fu sommersa da dubbi e paure sul mio conto e decise di ritardare ancora il momento della decisione. Io, da parte mia, stanco del clima che respiravo forzatamente a Pontassieve, iniziai a farmi venire idee assai malsane: sapevo che in quelle zone collinari selvagge e pericolose, si muovevano dei mascalzoni gentiluomini, i quali, su commissione, convincevano le persone a sposarsi con o senza il loro consenso o quello dei genitori. Chi fosse a capo di questa pittoresca organizzazione nessuno sembrava saperlo e tentare di mettersi in contatto con qualsiasi affiliato rappresentò, per me, solo una grande perdita di tempo.
La svolta fu quando, finalmente, la contessa decise di dimettersi da inconsolabile vedova e di togliere le tende da Pontassieve. Fu per me un sollievo lasciare quei luoghi tetri e desolati, e l'inverno alle porte avrebbe senz'altro peggiorato la situazione; inoltre, sganciai gli ultimi duecento euro al caro chaffeur, che mi descrisse minuziosamente gli imminenti movimenti della sua padrona.
<<Partirà con la macchina grande e farà un giro di lontani parenti del Valdarno. Lei deve calcolare almeno una settimana di giri, cene e ospitalità varie. Poi andrà sicuramente a Firenze, dove la potrete rintracciare in via del Proconsolo. Vive lì, in un appartamento appartenuto al marito>>.
E, ovviamente, la prima persona che Clelia trovò sotto casa in via del Proconsolo meno di otto giorni dopo fui io. Mi ero mosso con largo anticipo e avevo preso un bell'appartamento in via Ghibellina, con tanto di servizio di sorveglianza, che mi era stato fornito grazie ad una vecchia conoscenza pratese. Visto che la contessa non poteva sapere che il distinto Walter era ai miei servigi, lo incaricai di recarsi dal portiere del palazzo della vedova e di rilasciargli, ogni giorno, laute mance, in cambio di informazioni su ogni novità. La mia reputazione mi aveva preceduto anche a Firenze, tanto che, al mio arrivo, una quantità di nobili erano pronti a ricevermi alle loro riunioni mondane.
Noi non abbiamo idea, in quest'epoca monotona e volgare, di quanto gaia e splendida fosse Firenze allora e che passione per la belle vie ci fosse tra giovani e vecchi, maschi e femmine; quante migliaia di euro girassero in una notte; quali bellezze ci fossero. Era di moda vivere allo sbaraglio. Che piacevoli tempi, e felice colui che aveva entusiasmo, carattere e denaro per poter vivere appieno quel periodo. Io avevo tutto questo e i vecchi frequentatori di <<Yab>>, <<Colle Bereto>>, <<Gilli>> e <<Tenax>> potrebbero raccontare un bel mucchio di storie sul coraggio, lo spirito e l'eleganza del signor Bellini.
Lo svolgimento di una storia d'amore è tedioso per tutti coloro che non vi hanno parte e io lascio questi argomenti ai poveri scrittori di romanzi new epic, new romantic e alle signorine palazzinare per cui essi li scrivono. Non è mia intenzione seguire qui passo passo gli incidenti del mio corteggiamento o narrare tutte le difficoltà che dovetti affrontare e il mio trionfale modo di superarle. Se un uomo ha abilità e perseveranza sufficienti, può convertire l'indifferenza e l'avversione in amore. Mi basterà dunque dire che, poco dopo il mio arrivo nel capoluogo, avevo trovato il modo per farmi ricevere in casa della contessa, e le sue amiche, le serve e tutti coloro che attraversavano ogni giorno via del Proconsolo parlavano continuamente in mio favore, magnificando la mia reputazione e lodando il mio stile, il mio successo e la mia popolarità nel mondo.
Un giorno mi recai da Clelia a prendere il caffè, verso le quattordici, e rimasi meravigliato dell'assenza delle sue amiche, di Pardo e del piccolo bisconte; un silenzio irreale regnava su quel maestoso appartamento dai soffitti altissimi. Lei mi fece accomodare e, senza proferire parola, mi porse la tazzina. E sorrise. Fu allora che capii che sarebbe stata la donna della mia vita.
Così, a un anno di distanza dal nostro primo incontro, io ebbi l'onore di condurre all'altare Clelia, contessa di Monteverde, vedova del defunto molto onorevole Sor Filippo Teobaldo di Monteverde. La cerimonia fu celebrata nella chiesa di Santa Maria de'Servi, a Siena, dal reverendo Luis Pardo, cappellano della contessa. Furono dati un rinfresco pantagruelico e una serata a base di musica e gioco in un'antica colonica di Ville di Corsano e la mattina dopo, alla mia levée, ebbi da incontrare un duca, quattro conti, tre ufficiali e una folla dei personaggi più distinti del Granducato e, più in generale, d'Italia. Remigio, un comico all'epoca molto famoso, compose una satira sul matrimonio (pubblicata, la settimana seguente, da <<Vanity Fair>>) e Fonzie non risparmiò arguzie a <<Chi>>. Quanto al giovane bisconte, era ormai un ragazzino e quando fu invitato dalla contessa ad abbracciare il suo papà, mi scosse il pugno davanti al viso e disse: <<Lui mio padre? Chiamerei piuttosto papà uno dei nostri domestici!>>. Ma io potevo permettermi di ridere dell'ira del ragazzo (ed è ciò che feci) e di tutti i begli spiriti dei nostri illustri invitati. Mandai uno scintillante resoconto delle nostre nozze a mia madre (ella, purtroppo, si era ammalata ed era stata costretta a letto) e al cugino Luca; quindi, essendo giunto all'apice della prosperità e avendo raggiunto, a trent'anni, una delle più alte posizioni sociali che un uomo possa occupare in Italia, decisi di godermela da uomo di alto rango per tutto il resto della mia vita.
Un paio di giorni dopo la cerimonia, io e la mia signora ci recammo a visitare le nostre proprietà fuori dal Granducato; lasciammo Siena in un Jeep “Grand Cherokee” nuovo di zecca e due auto di scorta, sulle quali avevo fatto apporre il simbolo della mia nobile famiglia. Prima di lasciare Siena, tuttavia, mi procurai da il Cavaliere il grazioso permesso di aggiungere il nome della mia gentile signora al mio e assunsi quindi il nome e il titolo di Sbelluccio Bellini di Monteverde.



sabato 11 maggio 2013

Le streghe di Salem [Recensione]

Parafrasando Mao, il vero cinema horror "non è un pranzo di gala". Negli anni siamo stati abituati a vedere un genere cinematografico arricchito da contaminazioni ridicole e snaturato nelle sue formule elementari, tant'è che sempre più spesso gli horror divertono, fanno ridere e hanno addirittura un lieto fine. Sembra che tutti si siano dimenticati che l'horror è un cinema nato essenzialmente per fare paura, per dare fastidio, per farci provare ribrezzo. Il pubblico addomesticato non vorrebbe mai vedere dei ragazzi che viaggiano in treno rapiti e sottoposti ad atroci torture da parte di un club di milionari: infatti, Eli Roth e i suoi Hostel dimostrano che l'horror serio non è un genere dove c'è spazio per i bacini, per le love story complesse e per le mestruazioni, e infatti molte persone odiano Hostel, ritenendolo un film "schifoso". Lo schifo è un concetto non solo relativo, ma ampiamente superato. Il fatto è che ormai preferiamo la bella e tenebrosa vampira guerriera di Underworld a un Michael Mayers con la sua mascherina e il suo coltello da cucina.
Ma Rob Zombie non è così.
Rob Zombie è una persona seria. Rob Zombie ama l'horror e soprattutto conosce l'horror. Rob Zombie ha una poetica, un'idea di horror, un qualcosa in più che molti non hanno. E soprattutto, Rob Zombie sa fare film. Chi lo guardava con sospetto ai tempi de La casa dei 1000 corpi, si è dovuto ricredere di fronte a La casa del diavolo, suo capolavoro considerato quasi all'unanimità uno dei migliori horror degli ultimi dieci anni. Mentre coloro che lo avevano già visto "arrivato" e venduto alle grandi produzioni con i suoi ultimi due film (Halloween-The Beginning e Halloween II) dovranno tacere di fronte a Le streghe di Salem. Scrivo che certi detrattori dovranno ricredersi perchè Le streghe di Salem è forse il film di Rob Zombie costato meno, realizzato davvero con pochi soldi e nessuna star: eppure non è un "b-movie", ma un horror di serie A, un'opera adatta a soddisfare non solo un bravo "horror-maniac", ma anche un amante del buon cinema.  Seppur meno visionario di Halloween II e più cupo de La casa del diavolo, il nuovo film di Zombie non scade mai nel banale, neanche quando gioca, volutamente, con i meccanismi più antichi della tensione cinematografica. E infine, per la prima volta, Zombie mostra cose che nessuno- al cinema come nella realtà -vorrebbe mai vedere: mi riferisco alla scena del neonato, oppure a quella del prete (una delle cause della scomunica vaticana di pochi giorni fa). Così, mentre come già successo nel cinema di Rob Zombie, assistiamo quasi ad un ribaltamento di ruoli (le streghe non sono poi più cattive e schifose degli esorcisti fanatici cristiani che danno loro la caccia), ci accorgiamo che per una volta stiamo vedendo un vero film horror, un film horror che dà fastidio, che ci mette davanti a cose che non vorremmo neppure toccare col pensiero. Una colonna sonora paurosamente bella fa da traino al tutto, così come le natiche di Sheri Moon Zombie basterebbero come colonne portanti di tutto il film. Insomma, Rob Zombie ha colpito ancora, andando più a fondo del solito e con toni del tutto inaspettati.
Da Oscar.

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo IX) [Trame]


IX.
RITORNO IN ITALIA
E FACCIO MOSTRA DEL MIO SPLENDORE
E DELLA MIA GENEROSITA'IN QUELLA NAZIONE

Come erano cambiati per me i tempi, adesso! Quando avevo lasciato il mio paese ero un povero ragazzo senza un soldo, soldato semplice in un miserabile reggimento di marcia. E tornavo uomo, con un patrimonio di circa cinquecentomila euro in mio possesso, uno splendido guardaroba e una cassetta di gioielli, orologi e accessori che ne valevano altri ventimila, dopo essermi mescolato a tutte le scene della vita e aver agito in esse da attore protagonista, dopo aver fatto la mia parte in guerra e in amore, dopo essermi fatto strada con il mio genio e la mia energia dalla povertà e dall'oscurità all'agiatezza e allo splendore.
Nel guardare fuori dal finestrino oscurato della mia Audì “A8” blu, che rotolava pesantemente lungo le nude e squallide strade, presso le miserabili casupole dei contadini, che venivano fuori avvolti nei loro stracci spalancando gli occhi sullo splendido mezzo che passava loro davanti e scervellandosi nel tentare di indovinare chi potesse scortare il mio gigantesco bodyguard Tonio, dritto al posto di guida, con le sue treccine curate, gli occhiali scuri e la cravatta ben stretta al collo, non potevo fare a meno di pensare che dovevo ringraziare il destino che mi aveva dotato di tante buone occasioni. Se non fosse stato per i miei meriti, sarei rimasto un rozzo borghesuccio di campagna di stampo chianino, simile a quelli che vedevo vagare per le miserabili città attraverso le quali passava la mia macchina percorrendo la strada verso Firenze; avrei potuto essere ormai padre di dieci figli, o fattore per conto mio o amministratore delegato di qualche fabbrica da due soldi, o avvocato di campagna; ed eccomi, invece, arrivare come uno dei più famosi gentiluomini d'Europa.
A Chiusi pregai Tonio di accompagnarmi nell'affittacamere che undici anni prima mi aveva ospitato durante la mia fuga. Come ricordo bene ogni istante della scena. Il padrone di allora non c'era più e il locale, che all'epoca mi era apparso tanto comodo, appariva come diroccato e miserabile; ma il vino rosso era buono come ai vecchi tempi e io invitai l'albergatore a portarmene un bicchiere.
Avevo ricevuto da mia madre numerose mail che mi informavano delle vicende della famiglia di Fontasciano. Mio nonno era morto e Gabriele, il nipote più grande, lo aveva seguito nella tomba. Le ragazze del podere si erano allontanate dal tetto paterno appena l'altro mio cugino ne aveva preso la direzione. Alcune si erano sposate, altre erano andate a stabilirsi in luoghi fuorimano, chi in Garfagnana, chi in Maremma, chi sugli Appennini. Daniele, benchè fosse successo al nonno nella proprietà, aveva fatto bancarotta con la sua azienda olearia e ora Fontasciano era abitato soltanto dai pipistrelli, dai gufi e dal vecchio guardiacaccia Mario.
Giunsi a Fontasciano verso sera, ma non ripartii immediatamente; scesi dall'auto e iniziai a muovermi intorno alla mia vecchia casa. I cancelli del parco c'erano ancora, ma nel viale i vecchi alberi erano stati abbattuti; nel terreno dietro la chiesa c'erano incisi sulla pietra altri due nomi sulla tomba di famiglia dei Bacherozzi: erano quelli di mio cugino, di cui mi importava ben poco, e di mio nonno, al quale avevo sempre voluto bene. Qua e là sporgeva un vecchio moncone, che gettava lunghe ombre mentre io passavo alla luce del tramonto sul vecchio sentiero abbandonato e invaso dall'erba. Alcune vacche rientravano dal pascolo, all'orizzonte, e i campi, un tempo tutti coltivati, erano ora un ammasso di roghi e di sterpaglia inselvatichita. Nel giardino rividi me e Laila, e poi il litigio col capitano Tobino, e fui sul punto di mettermi a piangere. Penso che un uomo non possa dimenticare nulla: ho visto un fiore, ho sentito una parola, che hanno risvegliato ricordi che erano rimasti addormentati per molti anni. E quando entrai nella casa diroccata, tutto a un tratto mi tornò la memoria della mia infanzia, della mia vera infanzia: ricordai mio padre col suo loden verde, che mi sollevava per farmi vedere qualche aereo in cielo, e mia madre accanto a lui, con un abito a fiori. Mi domando se un giorno tutto ciò che abbiamo visto e pensato attraverserà la nostra mente in questo modo. Preferirei di no.
A Siena fui ospite del conte X, che avevo conosciuto due anni prima durante una mia scappatella parigina. La sera in cui arrivai al suo splendido palazzo del centro, si sarebbe svolto un gala a scopo benefico e io ebbi giusto il tempo di farmi una doccia bollente e di mettere in ordine le valigie, per poi passare ai complessi preparativi per quella esclusiva occasione mondana. Da vero gentiluomo amante del gioco e della bella vita ed esperto di tutti gli aspetti che concernevano tali meraviglie, decisi di indossare lo smoking. Esso è un capo di abbigliamento da indossare solo la sera, cioè dopo le diciotto, ed è indicato per la notte di San Silvestro, le prime teatrali, i casinò e, appunto, le serate di gala; non è, nella maniera più assoluta, un abito da cerimonia. Il mio, gentilmente regalato da Luca Pisano e frutto del lavoro di una prestigiosa sartoria di Regent Street, era il classico monopetto nero, con risvolti e bottone rigorosamente in seta. Il Duca di Windsor aveva ammesso, verso la metà del Novecento, che l'unico colore alternativo al nero era il blue midnight, ma solo pochi arditi osavano indossarlo. Ho visto più volte, soprattutto in Germania e in Olanda, abbinare alla giacca un papillon colorato, e in ogni occasione ho considerato tale scelta di basso livello; per non parlare poi di chi lo mette bianco, ignorando che il farfallino di questo colore è stato pensato per il frac. La camicia bianca che scelsi quella sera era di cotone misto a lino, con bottoni di madreperla cuciti a mano e polsini doppi che non mancai di risvoltare verso l'esterno per poi chiuderli con gemelli d'oro bianco a forma di cavallo. In questi casi, il galateo contempla sia il gilet che la fusciacca, ossia una fascia da girare attorno alla vita: ho sempre optato per la prima soluzione, ritenendo la fascia un oggetto carico di volgarità. Scelsi con grande attenzione i pantaloni, che dovevano essere sprovvisti dei passanti della cintura (un accessorio in questo caso bandito) e di colore nero, come le calze in filo di Scozia e le scarpe, scollate e lucide (le mie, nella fattispecie, presentavano un simpatico, piccolo fiocco di seta al posto delle stringhe). Giusto gli esibizionisti ricorrono a mezzucci come il fazzoletto da taschino o ancora peggio il fiore all'occhiello (oggetti il cui solo pensiero mi fa rabbrividire), così conclusi il mio lavoro mettendo un orologio da taschino quattordici carati nel gilet. Considerai l'idea di un cappello, ma decisi che sarebbe stato troppo; misi il cappotto lungo e uscii.
I cittadini di Siena hanno un così grande e lodevole desiderio di conoscere gli affari dei loro vicini quanto ne ha la gente di campagna; ed è impossibile, per una persona di un certo livello, entrare in questa meravigliosa città senza che il suo nome venga stampato su tutti i giornali e riportato in tutti i luoghi di ritrovo più alla moda. Il mio nome e i miei titoli si sparsero per tutta la città non appena arrivato. Tonio mi scortò con la sua consueta discrezione fino alla Piazza del Mercato, dove ci salutammo; da lì mi incamminai in via del Sole. Il conte volle ricevermi personalmente e decise di presentarmi a quella che lui definì la sua “grande famiglia”. Nel giro di un'ora, il marchese Bini Porciatti fu in grado di offrirmi casse di buon vino a prezzi stracciati con cui riempire le cantine delle mie proprietà per i successivi dodici anni; il dottor Corsini fu così gentile da invitarmi la mattina successiva a colazione da lui; e infine il barone Gonzi Marrocchi mi invitò sul suo palchetto per il Palio dell'Assunta. C'era, in quella nobiltà senese, una semplicità che mi divertì e mi meravigliò allo stesso tempo, condita da un pizzico di provincialismo e da una copiosa porzione di ingenuità: infatti, in una sola serata a Siena, io mi feci una reputazione che ad acquistarsela a Roma o a Milano ci sarebbero voluti dieci anni e un mucchio di soldi.
Non volli approfittare, tuttavia, di una situazione che avrebbe potuto fruttarmi chissà quali ingenti guadagni; è vero, l'intera città era ai miei piedi, ma io ero tornato in Italia per altri motivi, che andavano oltre tutti i piaceri consentiti da quelle parti. Il Circolo dei Rozzi e le case dei nobili mi furono ben presto aperti, così come tutte le società delle contrade e le bische, frequentate quasi esclusivamente da piccola borghesia e plebaglia assortita. Mi fu subito fatto notare l'errore nel quale ero incappato presentandomi, in una sala poker, come un individuo pronto a giocare con chiunque, qualsiasi somma, a qualsiasi gioco. Ad autentici gentiluomini come il sottoscritto, i senesi non dovevano essere abituati. Il gioco, alla lunga, non mi interessava, e decisi di concentrarmi su quella che per me era destinata a tramutarsi in un'ossessione: Clelia.
Mandai una e-mail a Pardo, che per mia fortuna si trovava proprio nel Granducato, e chiesi tutti i possibili particolari sullo stato d'animo e di salute della contessa di Monteverde, alla quale inviai un sms di sei pagine, in cui le presentavo le mie condoglianze e la pregavo di ricordarsi delle belle giornate estive trascorse assieme. La risposta che ricevetti da lei fu estremamente poco soddisfacente e poco esplicita; quella di Don Pardo abbastanza esplicita, ma niente affatto soddisfacente come contenuto. Il notaio Catella, figlio minore del celebre giurista romano, rendeva omaggi molto evidenti alla vedova (sfruttando, ridicolmente, le pagine di alcuni rotocalchi); era legato alla famiglia da lontani vicoli parentali ed era stato chiamato a Pontassieve quale esecutore testamentario del defunto Sor Filippo.
Dopo una settimana di permanenza senese, mi imbattei in mio cugino Daniele, divenuto molto grasso e molto povero, perseguitato dai creditori e dal suo commercialista, rifugiato in ogni sorta di affittacamere di periferia, da cui usciva al tramonto per recarsi in centro, a giocare alle carte in una bisca di Piazza del Sale; il coraggio era l'unica cosa che gli avvocati, gli strozzini e i politici locali non gli avevano tolto, e decisi di fare allusione ai miei sentimenti verso Clelia.
<<La contessa di Monteverde!>>, disse il povero Daniele.
<<Beh, questa è clamorosa! Anch'io vorrei tanto riuscire a sposare una ragazzina della famiglia Bortelli di Castellina, che ha entrate sui diecimila euro l'anno e che è lontana cugina del vicesindaco di Radicofani. Ma come cazzo fa un povero scemo, che non ha neanche un giubbotto per coprirsi, fare proposte ad una a quel modo? Voglio dire, se una sera fossi particolarmente ubriaco come ultimamente capita, magari, potrei chiederla anche alla contessina Clelia!>>.
<<Meglio evitare>>, dissi io, ridendo,<<Chiunque ci provi chiappa delle sonore rombe!>>.
E così gli spiegai le mie personali intenzioni nei riguardi di Clelia. L'onesto Daniele, il cui rispetto per me era divenuto prodigioso da quando aveva visto il mio splendido aspetto e udito le mie mirabili avventure e la mia grande esperienza della vita elegante, si perdette nell'ammirazione della mia energia e del mio coraggio, quando gli confidai il mio proposito di sposare la più grande ereditiera del momento.
Daniele mi aiutò nell'adescare il buon Catella, tramite alcune conoscenze, alla famosa bisca, dove io, aiutato da alcuni amici giocatori (tutti ben pagati, sia chiaro), provvidi dapprima a ripulire il notaio, e poi feci entrare ben tre facchini, travestiti da paparazzi, che immortalavano, con belle reflex digitali noleggiate da un fotografo di Piazza Indipendenza, l'aristocrazia locale sprofondata nel vizio del gioco. Temendo l'ondata di vergogna che avrebbe infangato il suo nome e la sua professione e frugandosi bene in quelle tasche che io stesso avevo svuotato, il notaio Catella non attese di tornare nella capitale per togliersi la vita: lo fece nella sua camera dell'Hotel Continental di Siena, impiccandosi quella stessa notte.