Fra il 1974 e il 1975, Neil Young continua, imperterrito, a realizzare le sue avventure musicali sospese fra acustica ed elettricità. Al Broken Arrow, materializza grazie alla magia dell'home-recording i suoi sogni più immediati e capricciosi, gioca con turnisti e compagni di viaggio e si inventa una sfilza di progetti che rendono implausibile qualsiasi collocazione immediata nel circuito discografico ufficiale. Questo accade, in particolare, con due album divenuti leggendari per la scelta del loro creatore di rimandarne puntualmente la pubblicazione: Homegrown e Chrome Dreams. Due viaggi sonori impossibili da percorrere per vie ufficiali, almeno fino ad oggi, quando Homegrown, intanto, ha visto la luce.
Homegrown sembra godere, sin dal primo ascolto, di un concept di fondo: ha come protagonista un artista tormentato che però rifiuta di realizzare un'opera squisitamente sentimentale e così finisce col rifugiarsi nella dimensione agricola del proprio privato. Ne consegue, nel bene e nel male, una galleria di quadretti provinciali e idilliaci dove il country rivisitato di Separate Ways e Try si intreccia con stornelli da coltivatore amatoriale di canapa (Homegrown, qui presente in una alternate version piacevole ma inferiore rispetto a quella apparsa in American Stars N'Bars) e porta Young a varcare la soglia del blues da sala biliardi (We Don't Smoke It No More, che dei blues del Loner non passerà di certo alla storia come il migliore), a intrecciare i sentieri del reading (Florida), ad alzare il volume delle chitarre in quella che è Vacancy (secondo singolo anticipatore e probabilmente miglior brano del disco).
Il messaggio di fondo è ancora affidato al pensiero già esposto nei solchi- quelli sì, geniali -di Time Fades Away: solo la musica può vincere il dolore. E quindi la splendida Mexico, l'arcinota Love is a rose (svelata al mondo, in questa stessa versione, già ai tempi di Decade), Kansas e l'originaria White Line si attestano, da subito, come vertici della produzione più intimista del canadese. Da sottolineare che Little Wing e Star of Bethlehem sono identiche a quelle che compaiono rispettivamente in Hawks & Doves e American Strars N'Bars e vanno ad abbellire questa parabola bucolica. Una novella narrata alla luce della luna del raccolto, una favola in cui il protagonista- seppur con una sua tenerezza -non perdona quelle rockstar che sviliscono la propria dignità artistica e la propria intelligenza (un tema che riaffiorerà, predominante, a fine anni '70 in Rust never sleeps). Un disco che rischia di deludere chi già ne conosceva, per vie traverse, i segreti e l'aspetto, ma pure che si impone su molti altri fronti come un recupero prezioso, un ulteriore tassello imperdibile assemblato nel garage del canadese.
*Quanto segue è la mia libera traduzione dell'intervista comparsa il 12 giugno 2020 sul New York Times.*
Alcuni anni fa, seduto
all'ombra degli alberi di Saratoga Springs, New York, ho avuto una
discussione di due ore con Bob Dylan che ha toccato Malcolm X, la
Rivoluzione francese, Franklin Roosevelt e la Seconda Guerra
Mondiale. A un certo punto, mi chiese cosa sapevo del massacro di
Sand Creek del 1864. Quando risposi “Non abbastanza”, si alzò
dalla sedia pieghevole, salì sul suo tourbus e tornò cinque minuti
dopo con le fotocopie che descrivevano come le truppe statunitensi
avevano massacrato centinaia di pacifici Cheyenne e Arapahoe nel
sud-est del Colorado. Data la natura della
nostra relazione, mi sono sentito a mio agio nel contattarlo ad
aprile, quando, nel mezzo della crisi del coronavirus, ha
inaspettatamente pubblicato l'epica canzone di 17 minuti Murder
Most Foul sull'assassinio di Kennedy. Da otto anni non rilasciava un'intervista (al di fuori della dichiarazione
apparsa sul suo sito web in occasione della vittoria del Premio Nobel
per la letteratura nel 2016), eppure ha accettato una chat
telefonica dalla sua casa di Malibu, che si è rivelata essere anche la sua
unica intervista prima del rilascio di Rough and Rowdy Ways, primo album di brani originali dai tempi di Tempest (2012).
Come la maggior parte
delle conversazioni con Dylan, quella su Rough and Rowdy Ways
ha finito col coprire territori complessi: trance e inni, blues
provocatori, desideri d'amore, giustapposizioni comiche, giochi di
parole, ardore patriottico, fermezza anticonformista, cubismo lirico,
riflessioni dell'età del crepuscolo e contentezza spirituale. Nell'eccezionale performance di Goodbye Jimmy Reed, Dylan onora il bluesman del Mississippi
con riff armonici feroci come un drago e testi osceni. Nel lento
blues Crossing the Rubicon, dice di sentire “le ossa sotto
la mia pelle” e considera le sue opzioni prima della morte: “Tre
miglia a nord del purgatorio/ a un passo dal grande oltre / Ho
pregato la croce e ho baciato le ragazze e ho attraversato il
Rubicone”. Mother of Muses è un inno al mondo naturale, con
cori gospel e figure militari come William Tecumseh Sherman e George
Patton (“che han aperto la strada a Presley per cantare / che ha
aperto la strada a Martin Luther King”). E Key West
(Philosopher's Pirate) è una meditazione eterea sull'immortalità
ambientata in un viaggio lungo la Route 1 verso le Florida Keys, con
la fisarmonica di Donnie Herron che ricorda il Garth Hudson della
Band e, di fondo, un sentito omaggio a Ginsberg, Corso e Kerouac.
Forse
un giorno scriverà una canzone o dipingerà un quadro per onorare
George Floyd. Negli anni '60 e '70, in seguito al lavoro dei leader
neri del movimento per i diritti civili, Dylan lavorò anche per
esporre l'arroganza del privilegio bianco e la cattiveria dell'odio
razziale in America attraverso canzoni come George
Jackson,
Only
a pown in their game e
The
Lonesome Death of Hattie Carroll.
Una delle prese di posizione più accanite sulla polizia e il
razzismo arriva dalla sua ballata del 1976 Hurricane:
“A Paterson è così che vanno le cose / Se sei nero potresti anche
non farti vedere per strada / A meno che tu non voglia disegnare il
calore”. Ho avuto un ulteriore, breve incontro con Dylan (79 anni
compiuti lo scorso 24 maggio), un giorno dopo la morte di Floyd a
Minneapolis. Chiaramente scosso dall'orrore che si era verificato nel
suo stato d'origine, sembrava depresso. “Non mi ha fatto molto male
vedere George torturato a morte in quel modo”, ha detto. “Era
qualcosa che va oltre il malvagio. Speriamo che la giustizia arrivi
rapidamente per la famiglia Floyd e per la nazione”. Quelli che
seguono sono estratti modificati da due nostre conversazioni.
TIMES-
Murder
Most Foul
è stata scritta come un elogio nostalgico per un tempo perduto?
BD-
Per
me non è nostalgico. Non penso a Murder
Most Foul
come una a una glorificazione del passato o a una sorta di espulsione
verso un'età perduta. Mi parla al momento. Lo ha sempre fatto,
specialmente quando ne stavo scrivendo i testi.
TIMES- Qualcuno ha messo all'asta un fascio
di trascrizioni inedite negli anni '90 che avresti scritto sull'omicidio
di J.F.K. Erano note in prosa per un saggio o speravi di
scrivere una canzone come Murder Most Foul da molto tempo?
BD- Non ero a conoscenza del fatto che
avrei voluto scrivere una canzone su J.F.K da molto tempo. Molti di questi documenti
messi all'asta sono falsi e i falsi sono facili da individuare,
perché qualcuno firma sempre il mio nome in fondo.
TIMES- Sei stato sorpreso dal fatto che
questa canzone di 17 minuti sia stata la tua prima hit a finire in testa alla classifica Billboard?
BD- Sì, sì.
TIMES-
I Contain
Multitudes
ha un passaggio potente: “Dormo con la vita e con la morte nello
stesso letto”. Suppongo che ci sentiamo tutti così quando
raggiungiamo una certa età. Cioè, tu pensi spesso alla mortalità?
BD-
Penso all'estinzione della razza umana. Il lungo e strano viaggio di
una scimmia nuda. Non per essere leggero, ma la vita di tutti è
davvero mostruosamente transitoria. Ogni essere umano, non importa quanto
forte o potente, è fragile quando si tratta di morire. Ci penso in
termini generali, comunque, non in modo personale.
TIMES-
Permane comunque una sorta di sentimento apocalittico in Murder Most Foul.
Sei preoccupato che nel 2020 abbiamo superato un punto di non
ritorno? Che tecnologia e iperindustrializzazione lavoreranno contro
la vita umana sulla Terra?
BD-
Certo, ci sono molte ragioni per essere preoccupati per questo. C'è
sicuramente molta più ansia e nervosismo in giro di quanto non ci
fosse prima. Ma questo vale solo per le persone di una certa età
come me e te. Abbiamo la tendenza a vivere nel passato, ma
siamo solo noi. I giovani non hanno questa tendenza. Non hanno un
passato, quindi tutto ciò che sanno è ciò che vedono e sentono, e
crederanno a tutto. Tra 20 o 30 anni saranno in prima linea. Quando
vedrai qualcuno di 10 anni, avrà il controllo tra 20 o 30 anni e non
avrà la minima idea del mondo che c'era prima. I giovani che sono
adolescenti non hanno praticamente ricordi nella loro memoria. Quindi è
probabilmente meglio entrare in questa mentalità il più presto
possibile, perché è la realtà. Per quanto riguarda la tecnologia,
rende tutti vulnerabili. Ma i giovani non la pensano così. A loro
potrebbe importare di meno. Le telecomunicazioni e la tecnologia
avanzata sono il mondo in cui sono nati. Il nostro mondo è già
obsoleto. TIMES- Cito una frase in False prohet:
“Sono l'ultimo dei migliori/ puoi seppellire il resto”. Questa mi
ha ricordato le recenti morti di John Prine e Little Richard. Hai
ascoltato, in segno di tributo, la loro musica dopo che sono morti?
BD-
Entrambi quei ragazzi erano trionfali nel loro lavoro. Non hanno
bisogno di nessun tributo. Tutti sanno cosa hanno fatto e chi erano.
E meritano tutto il rispetto e l'acclamazione che hanno ricevuto.
Nessun dubbio a riguardo. Ma io con Little Richard ci sono cresciuto. E
lui era lì prima di me. La sua musica ha contribuito a far scattare
la scintilla. Mi ha fatto sintonizzare su cose che non avrei mai
imparato da solo. Quindi penso a lui in maniera differente. John è
arrivato dopo di me. Quindi non è la stessa cosa. Li riconosco, ma
in modo diverso.
TIMES- Perché
molte persone non hanno prestato la dovuta attenzione alla produzione
gospel di Little Richard?
BD- Probabilmente perché la musica
gospel è la musica che porta buone notizie e in questi giorni di buone notizie non ce ne sono. Le buone notizie nel mondo di oggi sono come un
fuggitivo, trattato come un bandito e messo in fuga. Castigato.
Tutte quelle che riceviamo sono notizie pressoché inutili. E dobbiamo ringraziare
l'industria dei media per questo. Agitano le persone coi pettegolezzi
e la biancheria sporca. Notizie oscure che ti deprimono e ti
spaventano. Dall'altra parte abbiamo le notizie gospel, il Vangelo, così denso di esempi di
coraggio. Puoi dare ritmo alla tua vita o comunque provarci. E puoi
farlo con onore e principi. Ci sono teorie riguardanti l'effettiva
verità nel Vangelo, ma per la maggior parte delle persone non è
importante. Le loro vite sono consumate troppo in fretta. Troppe
influenze negative. Sesso, politica e omicidio sono la strada da
percorrere se vuoi attirare l'attenzione della gente. Ci eccitano,
questo è il nostro problema. Little Richard era un grande cantante
gospel. Ma penso che sia stato visto come un estraneo o un intruso
nel mondo della musica sacra. Non l'hanno accettato lì. E ovviamente
il mondo del rock'n'roll voleva fargli cantare Good Golly, Miss
Molly. Quindi la sua musica gospel non è stata accettata in
nessuno dei due mondi. Penso che sia successa la stessa cosa a Sister
Rosetta Tharpe. Non penso che nessuno dei due se ne sia preoccupato
troppo. Entrambi erano di quelli chiamati “persone di buon
carattere”. Little Richard: autentico, molto talentuoso e conosceva
se stesso, non era influenzato da nulla che provenisse dall'esterno.
So che era così. Ma anche Robert Johnson, anzi perfino di più.
Robert è stato uno dei più grandi geni creativi di tutti i tempi,
ma probabilmente non aveva un pubblico a cui rivolgersi. Era così in
anticipo sui tempi che non l'abbiamo ancora raggiunto. Il suo status
oggi non potrebbe essere più elevato di così, eppure, ai suoi
tempi, quelle canzoni incontravano un uditorio di persone confuse. E
questo ti dimostra che solo le persone fantastiche seguono il loro
percorso.
TIMES-
Nell'album Tempest suonavi
Roll on John come omaggio a John Lennon. C'è un'altra
persona per la quale vorresti scrivere una ballata?
BD- Quelle canzoni, per me, sono come un
qualcosa di appena uscito dal nulla che vaga nell'aria. Non ho mai
avuto intenzione di scriverne nessuna. Ma premesso tutto questo, ci
sono alcuni personaggi pubblici che sono solo nel tuo subconscio per
una ragione o per l'altra. Nessuna di quelle canzoni coi nomi
designati è scritta intenzionalmente. Cadono dallo spazio. Sono
sbalordito come chiunque altro per il modo in cui riesco a scriverle.
La tradizione popolare ha una lunga storia di canzoni sulle persone,
però si parla di John Henry, del Signor Garfield, di Roosevelt.
Immagino di essere semplicemente bloccato in quella tradizione.
TIMES- Onori molti grandi artisti della storia della musica nelle tue canzoni. La tua menzione di Don Henley e
Glenn Frey in Murder Most Foul è stata una sorpresa per me.
Quali canzoni degli Eagles ti piacciono di più?
BD- New Kid in Town, Life in
the fastlsane, e poi Pretty Maids All in a Row, chepotrebbe
essere una delle migliori canzoni di sempre.
TIMES-
Nella stessa canzone fai riferimento anche ad Art Pepper, Charlie
Parker, Bud Powell, Thelonious Monk, Oscar Peterson e Stan Getz.
Ecco, in che modo il jazz ti ha ispirato come cantautore e poeta
nella tua lunga carriera? Ci sono artisti jazz che hai ascoltato
ultimamente?
BD- Forse le
prime cose di Miles Davis su Capitol Records. Ma cos'è il jazz poi?
Dixieland, bebop, fusion sparata ad alto volume? Cosa si può
chiamare jazz? Sonny Rollins? Mi piacciono le cose calypso di Sonny,
ma è jazz? Jo Stafford, Joni James, Kay Starr, penso che fossero
tutti cantanti jazz. King Pleasure, questa è la mia idea di cantante
jazz. Non lo so, puoi inserire qualsiasi cosa in quella categoria. Il
jazz risale ai ruggenti anni Venti. Paul Whiteman fu chiamato il re
del jazz. Sono sicuro che se avessi fatto la stessa domanda a Lester
Young, non avrebbe saputo di cosa stai parlando. Però, qualcuno mi
ha mai ispirato? Bene sì. Probabilmente molto. Ella Fitzgerald come
cantante mi ispira. Oscar Peterson come pianista, assolutamente.
Qualcuno mi ha ispirato come cantautore? Sì, Ruby, My Dear di
Monk. Quella canzone mi ha spinto in una direzione per fare qualcosa
del genere. Ricordo di averla ascoltata ancora e ancora.
TIMES- Qual è il
ruolo dell'improvvisazione nella tua musica?
BD- Nessuno. Non è possibile cambiare la natura di una canzone dopo
averla inventata. Puoi impostare diversi schemi di chitarra o piano
sulle linee strutturali e andare da lì, ma non è improvvisazione.
L'improvvisazione ti lascia aperto a prestazioni buone o cattive e
l'idea è di rimanere coerente. Fondamentalmente suoni sempre la
stessa cosa nel modo più perfetto possibile.
TIMES- I Contain
Multitudes è sorprendentemente autobiografica in alcune parti.
Gli ultimi due versi emanano uno stoicismo che non fa prigionieri,
mentre il resto della canzone sembra un confessionale umoristico. Ti
sei divertito alle prese con impulsi contraddittori di te stesso e
della natura umana in generale?
BD- Non ho dovuto
davvero scervellarmi molto. È il tipo di cosa in cui accumuli versi
in stile “flusso di coscienza” e poi li lasci in pace e torni a
tirarne fuori le cose. In quella particolare canzone, gli ultimi
versi sono arrivati per primi. Ecco in che direzione andava sempre la
canzone. Ovviamente, il catalizzatore per la canzone è il titolo. È
uno di quelli in cui scrivi per istinto. Un po' in uno stato di
trance. La maggior parte delle mie canzoni recenti sono così. I
testi sono veri, tangibili, non sono metafore. Le canzoni sembrano
conoscersi e sanno che posso cantarle, vocalmente e ritmicamente. In
un certo senso si scrivono e contano su di me per essere cantate.
TIMES-
Ancora una volta in I
contain moltitudes
fai il nome di
molte persone famose. Cosa ti ha fatto decidere di menzionare Anne
Frank accanto a Indiana Jones?
BD-
La sua storia significa molto. È profonda. E difficile da articolare
o parafrasare, specialmente nella cultura moderna. Tutti hanno un
intervallo di attenzione così breve. Ma stai portando il nome di
Anne fuori contesto, fa parte di una trilogia. Potresti anche
chiedermi “Cosa ti ha fatto decidere di includere Indiana Jones o i
Rolling Stones?”. I nomi stessi non sono mai solitari. È la loro
combinazione che aggiunge qualcosa in più alle loro parti singolari.
Andare troppo nei dettagli è irrilevante. La canzone è come un
dipinto, non puoi vederlo tutto in una volta se sei troppo vicino. I
singoli pezzi sono solo una parte del tutto. I
Contain Multitudes
è più simile alla scrittura in trance. O meglio, non è simile alla
scrittura in trance, ma è scrittura in trance. È il modo in cui mi
sento davvero riguardo alle cose. È la mia identità e non ho
intenzione di metterla in discussione, non sono in grado di farlo.
Ogni linea ha uno scopo particolare. Da qualche parte nell'universo
quei tre nomi devono aver pagato un prezzo per quello che hanno
rappresentato e sono bloccati insieme. E non riesco quasi a spiegarlo
perchè o dove o come, ma questi sono i fatti.
TIMES-
Ma Indiana Jones era un personaggio immaginario?
BD-
Sì, ma la colonna sonora di John Williams lo ha condotto verso la realtà. Senza quella musica non sarebbe stato granché come film. È la
musica che fa vivere Indy. Quindi questo è forse uno dei motivi per
cui è nella canzone. Non lo so poi. Tutti e tre i nomi mi sono
arrivati contemporaneamente.
TIMES-
Un riferimento ai Rolling Stones è presente nella stessa canzone.
Parlando per assurdo, quali canzoni degli Stones avresti voluto
scrivere?
BD-
Oh, non lo so, forse Angie
e Ventilator
Blues.
E cos'altro, fammi pensare... oh sì, Wild
horses.
TIMES-
Charlie Sexton ha iniziato a suonare con te per alcune date nel 1999,
ed è tornato all'ovile nel 2009. Cosa lo rende un musicista così
speciale?
BD- Di me si dice che è come se potessi leggere le menti degli altri. Per quanto riguarda
Charlie, può leggere la mente di chiunque. Charlie, tuttavia, crea
canzoni per conto proprio e le canta, oppure può suonare la chitarra
e guidare una band. Non c'è nessuna delle mie canzoni di cui
Charlie non si senta parte e ha sempre suonato alla grande con me.
False
Prophet
è solo una delle tre cose strutturali a 12 battute di questo disco.
Charlie è magistrale in tutte le nuove canzoni. Non è un chitarrista
esibizionista, anche se può farlo, se lo desidera. È molto moderato
nel suo modo di suonare, ma può essere esplosivo quando vuole
esserlo. È uno stile di gioco classico. Scuola molto vecchia. Abita
dentro una canzone piuttosto che prenderla d'assalto. Lo ha sempre
fatto con me.
TIMES-
Come hai trascorso gli ultimi due mesi di quarantena nella tua casa
di Malibu? Sei stato in grado di saldare o dipingere?
BD-
Sì, un pochino.
TIMES-
Sei in grado di essere musicalmente creativo mentre sei a casa? Suoni
il pianoforte e gli strumenti nel tuo studio privato?
BD-
Lo faccio principalmente nelle camere d'albergo. Una camera d'albergo
è quanto di più vicino a uno studio privato.
TIMES-
Avere praticamente l'Oceano Pacifico in cortile ti aiuta a elaborare la
pandemia del Covid-19 in modo spirituale? Sai, esiste una teoria
chiamata “Mente blu” che crede che vivere vicino all'acqua sia un
toccasana per la salute.
BD-
Sì, ci posso credere. Cold
Water,
Many
rivers to cross,
How
deep is the ocean?,
sento una di quelle canzoni ed è una specie di cura. Non so per
cosa, ma una cura per qualcosa che non so nemmeno di avere. Una
soluzione di qualche tipo. È un qualcosa di spirituale. L'acqua è
una cosa spirituale. Non avevo mai sentito parlare di “Mente blu”
prima d'ora. Potrebbe essere una specie di canzone blues lenta.
Qualcosa che potrebbe aver scritto Van Morrison. Forse l'ha fatto,
chissà.
TIMES-
Peccato che proprio quando la commedia Girl
From the North Country (che avrebbe dovuto presentare la tua musica al pubblico di Broadway) stava iniziando a ottenere recensioni
entusiastiche, la produzione ha dovuto chiudere a causa del Covid.
Hai visto lo spettacolo o lo hai guardato in video?
BD-
Certo, l'ho visto e mi ha colpito. Sono andato a vederlo come
spettatore anonimo, non come qualcuno che avesse davvero qualcosa a
che fare con esso. Non mi sono sforzato, ho lasciato che accadesse.
La commedia mi ha fatto piangere sul finale. Non posso nemmeno dire
il perché. Quando è calato il sipario, sono rimasto sbalordito. Lo
ero davvero. Peccato che Broadway abbia chiuso perché avrei voluto
vederlo di nuovo.
TIMES-
Pensi a questa pandemia in termini quasi biblici? Una piaga che ha
spazzato la terra?
BD-
Penso che il Covid-19 sia il precursore di qualcos'altro a venire. È
sicuramente un'invasione ed è diffusa, ma definirla biblica? Intendi
una specie di segnale di avvertimento per le persone che si pentono
dei loro errori? Ciò implicherebbe che il mondo è in linea per una
sorta di punizione divina. L'arroganza estrema può avere alcune
penalità disastrose. Forse siamo alla vigilia della distruzione.
Esistono numerosi modi per pensare a questo virus. A me piace pensare
che si debba solo lasciargli fare il suo corso.
TIMES-
Tra tutte le tue composizioni, When
I Paint My Masterpiece
è cresciuta, a gusto mio, nel corso degli anni. Cosa te l'ha fatta
riportare in primo piano negli ultimi concerti?
BD-
È cresciuta anche per me. Penso che questa canzone abbia qualcosa a
che fare con il mondo classico, qualcosa che è fuori portata. In un
posto in cui vorresti essere, al di là della tua esperienza.
Qualcosa di così supremo e di prim'ordine che non potresti mai più permetterti di discendere la montagna. Come una prova che hai raggiunto
l'impensabile. Questo è ciò che la canzone cerca di dire e dovresti
metterlo in quel contesto. Nel dire che, anche se dipingi il tuo
capolavoro, cosa farai dopo? Bene, ovviamente devi dipingere un altro
capolavoro. Quindi potrebbe diventare una sorta di ciclo infinito,
una trappola di qualche tipo. La canzone non lo rivela, però.
TIMES-
Alcuni anni fa ti ho visto suonare una versione praticamente
bluegrass di Summer
Days.
Hai mai pensato di registrare un intero album bluegrass?
BD-
Non
ci ho mai pensato. La musica bluegrass è misteriosa e profondamente
radicata e devi quasi nascere suonandola. Solo perché sei un grande
cantante, o un grande questo o quello, non significa che tu possa
stare in una band bluegrass. È quasi come la musica classica. È
armonica e meditativa, ma resta fuori dal mio sangue. Se hai mai
sentito gli Osborne Brothers, sai cosa intendo. È una musica che non
perdona e puoi solo allungarla, portandola così, lontano. Le canzoni dei Beatles
suonate in stile bluegrass non hanno alcun senso. È il repertorio
sbagliato, eppure è stato fatto. Ci sono sicuramente elementi di musica
bluegrass in ciò che suono, in particolare l'intensità e
temi simili. Ma non ho la voce da tenore alto e non affrontiamo armonie
in tre parti o usiamo il banjo di accompagnamento. Ascolto molto Bill
Monroe, ma più o meno mi attengo a ciò che posso fare meglio.
TIMES-
Come va la tua salute? Sembri accordato come un violino. Come riesci
a far lavorare insieme mente e corpo all'unisono?
BD-
Oh, questa è la grande domanda, non è vero? Com'è possibile? La
tua mente e il tuo corpo vanno di pari passo. Ci deve essere una
sorta di accordo. Mi piace pensare alla mente come allo spirito e al
corpo come sostanza. Come si integrano queste due cose, non ne ho
idea., mi sforzo di andare lungo una linea retta e rimanerci. Diciamo
che cerco di mantenermi al mio livello.
Con l'entusiasmo incosciente di un personaggio degno di un romanzo di JD Salinger, Ferruccio salta giù per le scale di una birreria del centro di Pisa. Un tipo pelle e ossa, i capelli
pochi e arruffati, l'abbigliamento da negozio dell'usato e gli occhi
assonnati prigionieri di una montatura in acetato. Si stringe un
pacchetto di sigarette fra le mani mentre cerca di sistemare un mucchio
di riviste musicali e alcuni taccuini raggruppati attorno a una
tracolla di pelle marrone. “Rinunciare al fumo è facile”,
sorride, “L'ho fatto un sacco di volte e mi è anche riuscito
smettere. Invece non ho mai smesso di scrivere. Poco o tanto, ma ho
sempre scritto”. Lui è in visita ad alcuni amici, ha chiesto che l'intervista fosse una cosa tranquilla e informale, e così ci accomodiamo fuori dove viene ordinato un giro di Negroni per tutti. Gli domando cosa si prova ad essere alla propria seconda pubblicazione ad appena trenta anni. “Sinceramente? Si dà
luogo a un trauma. Pubblicare un nuovo libro equivale sempre a espellere una
parte preziosa di noi stessi. Ci si distacca da ciò che abbiamo elaborato e
creato, non sappiamo come andrà, se verremo compresi e apprezzati, ma il
bisogno di provarci è più forte di tutto il resto. L’importante è non
ripetersi, ma è un rischio che io non sento di aver corso. Il nuovo libro è
completamente diverso da quello prima, a partire dal formato. Questo è un
tascabile che potrà accompagnarvi dappertutto, anche alle lezioni di zumba”. A muso duro sull'autostrada, il secondo libro di Ferruccio, è una raccolta di poesie riprese e aggiustate recentemente ma scritte oltre dieci anni fa, “in un periodo che definire tumultuoso sarebbe eufemistico”. Sospinta da elegie e inni come L'ultima pazzia, L'effetto del pino e Limbo buffo, dalle vivaci e satiriche Le dissonanze e Giambo del tirocinante, dalla propulsiva Troppo e dall'epico, silenzioso flusso della conclusiva L'ambra, la raccolta risulta un'esplorazione agrodolce di ciò che un 30enne sente ancora affine alla propria sensibilità umana e letteraria. “Non
importa cosa mi passasse per la testa quando le scrissi”, dice, “Non buttai giù queste
poesie per pubblicarle. Chi lo pensa commette un errore. Nessuna
persona, neanche i miei più cari amici avrebbero mai dovuto leggerle
allora. Erano lo sfogo di una fase terribile, incerta. Era come essere a tavola e vedersi servire il contorno a
un oscuro pasto emotivo”. Faccio un passo indietro e gli domando se si sente a suo agio in un genere nuovo e contemporaneamente molto discusso come la poesia. “Guarda, per me, è la stessa
narrazione che continua sotto forme diverse. Passare da un genere all'altro
significa soltanto fare letteratura in un modo diverso, con un registro
espressivo differente. Non mi sono mai sentito un poeta qualificato, e non me la sentirei proprio di definirmi un romanziere. Dopo aver scritto poesie tristi e liriche strazianti per affrontare alla meno peggio la mia vita personale, ho deciso di buttare via tutto e salvare solo ciò che davvero, dopo anni, sembrava risultare meritevole. Faccio un altro lavoro, per fortuna, anche perché, se avessi
dovuto vivere coi guadagni derivanti dai miei libri, sarei morto da un pezzo”. Ci mettiamo tutti a ridere, mentre facciamo girare a turno i ghiaccioli dei nostri drink.
Chiedo qualche delucidazione in merito al titolo. “C’è un quadro che Rob
Springett, un artista molto gettonato negli anni Settanta, dipinse per un disco di Van Morrison che è perfettamente in grado di
descrivere le atmosfere oniriche e assurde delle mie poesie. Il titolo
dell’album è Hard nose the highway,
che significa appunto A muso duro
sull’autostrada. Per problemi di copyright non sono riuscito a utilizzare
lo stesso dipinto per la copertina del libro, ma mi dispiace relativamente. Salvo un paio di pezzi, quel disco è forse il primo scivolone della carriera interminabile di Morrison. E' prolisso e controverso, non conserva molto delle opere precedenti ed è acerbo rispetto a certe cose che verranno. Molti, invece, hanno creduto da subito che si trattasse di una citazione di quello straordinario pezzo di Pierangelo
Bertoli in cui l’autore sprona ad affrontare la vita a muso duro”, e passa a canticchiarne un paio di strofe.
Visto anche il tema del precedente libro (Gli anni selvaggi), mi diverto a restare sulla musica. Argomento su cui Ferruccio davvero viaggia a ruota libera: “La musica triste con cui queste poesie si erano sviluppate dieci, dodici anni fa non era necessariamente una lagna lenta e senza speranza. Nel riappropriamene ho scelto, però, un accompagnamento potente. Sai, questo è un bello slancio in avanti per me. Ho approfondito molto l'ascolto di linee semplici, come certe cose che il Boss ha fatto negli anni '80 e questo approccio mi ha aiutato nell'effettuare correzioni altrettanto semplici e lineari”. Ferru passa poi a descrivere quel posto della sua mente da cui è scaturito tutto: “Vivo in questo mondo bellissimo e tragico e faccio del mio meglio per descriverlo, perché mi ha accolto da quando ero un ragazzino e non ne sono più uscito. Deve dipendere dal modo in cui mi connetto ad esso. È un mondo favoloso, visionario, a tratti un po' decadente, tossico senza però l'addizione di una tossicità chimica. All'inizio e dunque da molto tempo, in questo mondo vivevano quaranta poesie. Ne sono sopravvissute ventiquattro, quelle per cui non avevo da
lamentarmi e che non avrei mai potuto disconoscere. Mi sono ritrovato con fogli, agende e taccuini fra le mani che necessitavano solo di quello che i produttori discografici definirebbero editing, ma- te lo giuro -non ho modificato nessun contenuto. Anzi, in alcuni casi non ho cambiato una virgola! Mi sono lasciato libero, nella mia mente, di tagliare e migliorare solo ciò che davvero mi sembrava necessario”. Mi arrischio e domando quale possa essere il tema portante della raccolta. “Mi tocca deluderti. Qua non esiste un tema portante. Al limite, potremmo parlare di un sotto-testo che attraversa, serpeggiando, queste poesie. Spero che
emerga quanto l’autore fosse e sia ancora innamorato della vita. Sono
consapevole della profondità e della disperazione che sentivo quando ho scritto
alcune di queste pagine, ma anche di quanto fosse sciocco per me, al tempo,
pensare che certe cose sarebbero state permanenti. Non lo erano. E questa raccolta non è nata con la volontà di intristire, non vuole far piangere nessuno. È un libro veloce ed euforico, in certi punti perfino un po' lapidario. Lo ha messo insieme uno che potrebbe addormentarsi alle due di notte guardando la sigla di Fuori orario per poi svegliarsi alle 5:00 con delle parole in testa. E cosa fa questo scribacchino principiante? Si alza dal divano e si mette a battere sui tasti del ThinkPad. Scrive un po', fuma una canna, torna a letto, si addormenta e solo allora, dopo aver buttato tutto fuori, è libero di volare via con la sua musa. E la soddisfazione più grande sai da cosa gli deriva? Dalla sensazione di possedere tutto il tempo del mondo per sé”. Mi faccio vedere un po' spaesato da queste ultime elucubrazioni, ma lui non si spazientisce. Anzi, mi dà una pacca sulla spalla sorridendomi. “Riconosco che
sia un discorso complesso e un po’ lungo, forse contorto, perciò- visto che voi
giornalisti avete le lettere numerate e prediligete la sintesi -ti farò
comunque dono di un riassunto della raccolta: A muso duro sull’autostrada è nato per essere letto in una stanza
buia ma guardando la luce che proviene dalla finestra”.
Ci perdiamo un po' nel divagare su poesia e poeti, dopodiché la conversazione verte inevitabilmente sulle sue letture e sulle sue influenze. “Ho avuto modo di leggere molte poesie nella mia vita, ma a conti fatti mi pare che, qualche secolo prima di Cristo, i lirici greci avessero già scritto praticamente tutto quello che valeva la pena leggere. Forse esagero, ma se anche ci fossimo fermati al Cantico dei cantici, saremmo stati a posto. Recentemente ho riletto l'Odissea da cima a fondo, e cosa può raccontare chi è venuto dopo a un libro così? Non gli manca niente ed è poesia che si dipana per tonnellate di pagine. Nel Ventesimo secolo si è scritto buona poesia, per carità. Montale, Eliot, Sylvia Plath, Ezra Pound, Dino Campana, Pasolini, ci mancherebbe. Ah, e Blood on the tracks, ovviamente! Non conosco i poeti contemporanei, né sono in grado di dire dove va la poesia oggi perché non credo di avere le conoscenze e la competenza necessaria a fornire risposte simili. I nuovi poeti italiani, o come si chiamano, per me sono dei completi sconosciuti. Ma se mi domandi delle mie dirette influenze, si potrebbe partire da Alcmane e fermarsi a Robert Hunter”. Una cameriera porta altro Negroni. La conversazione si sposta su concetti più astratti e le domande si vestono di filosofico. Una cosa del tipo: perché poetare? Ferruccio si chiude per un attimo in un difficoltoso silenzio prima di rispondermi. “Ora esagero, ma per me si scrivono poesie quando si ha modo
di scorgere la luce del sole che entra da una finestra di casa e si
sente l'attacco di Jungleland uscirci
dal cervello e rimbombare nella stanza. Si sceglie di fare poesia per
descrivere determinati elementi ed è bello sentirsi fragili e un po'
sopraffatti dagli eventi, in quel momento”. Scende definitivamente il sole e ci incamminiamo verso la macchina. Due chiacchiere veloci sul futuro: “Prima di salutarci, dimmi un po' quali sono le sue intenzioni per i prossimi anni”.
“In questo lungo
viaggio di sconvolgimenti personali e letterari, sono felicissimo
dell’atmosfera rilassata in cui ho appena pubblicato questa raccolta, ma sin da
principio ho messo un punto fermo che mi ricordasse ogni giorno che A muso duro sull’autostrada resterà un
libro di passaggio. Lo scorso giugno- quindi un paio di mesi dopo la
pubblicazione de Gli anni selvaggi
-mi sono rimesso a scrivere senza ben capire dove stessi andando. Avevo in
testa solo la realizzazione di un romanzo, di un’opera di finzione. Ho sovrapposto
una ventina di pagine sconclusionate e quello che ho letto ha finito col
piacermi molto. Da lì sono partito con una mappa concettuale molto precisa e
dei ritmi severi ma difficili da rispettare. Sarà un libro cubista. Ha un
titolo e una trama e per ora somiglia soltanto alla visione di qualcun altro
della mia scrittura. Spero possa rivelarsi un modo di uscire da determinati
elementi e provare nuove cose senza però rinunciare al mio stile e alla mia
personalità. Anche perché sono troppo vecchio per fingere di fregarmene di fare
qualcosa che non è quello che sono”.
Sono passati quasi vent'anni da quando- avevo da poco iniziato la seconda media -andai a vedere La maledizione dello scorpione di Giada. Ne sono trascorsi quasi 14 da quando vidi Match Point, rimanendo folgorato da un film che sembrava pensato, scritto e diretto da un regista trentenne in fissa con Dostoevskij e il tennis. Fu una visione unica, totalizzante, un qualcosa che andò a finire dritta in quell'empireo cinematografico personale dove identificazione e ispirazione sono le uniche cose che contano. Da quella fredda sera di gennaio, sono tornato in sala puntualmente, ogni anno, a consumare il rito del "nuovo film di Woody Allen", che è sempre arrivato come neanche le tasse e la morte saprebbero fare. Qualche idea qua e là, in questi 14 anni, l'avrei pure intravista, un quartetto di buone pellicole- prevalentemente commedie -ha comunque fatto eco al capolavoro, ma il ritrito, il superfluo e i luoghi comuni hanno finito col prendere il sopravvento. Davvero ho concluso la visione di Un giorno di pioggia a New York domandandomi cosa sia rimasto oltre ai belli appartamenti, ai bei maglioni,alle belle atmosfere.
Neil Young & Crazy Horse, Colorado
(Reprise Records, 2019)
"In una società inferocita e polarizzata c'era chi veniva bloccato a causa delle proprie opinioni e perdeva follwer perché veniva percepito in modi che potevano essere inesatti" è una frase che ho letto ieri notte addentrandomi nella lettura di Bianco, il memoir con cui Bret Easton Ellis è tornato nelle librerie senza venir meno alla parola data dieci anni fa e riguardante la decisione di non occuparsi più di narrativa. Mi è tornata in mente stamani, mentre il file .flac di Colorado (39esimo album di Neil Young e 13esimo co-firmato coi Crazy Horse) veniva barbaramente trasferito da BitTorrent in iTunes passando dal mio hi-fi. Ho pensato ai fan scriteriati di Neil Young, a quelli che lo hanno difeso nelle sue disavventure discografiche coi Promise of the Real, a quelli che sono diventati o audiofili o ambientalisti (o entrambe le cose) perché lui gli ha suggerito il come e il perché, a quelli che dopo Special Deluxe (sebbene superiore a Il sogno di un hippie) non hanno più aperto un libro, e più in generale a tutti quelli che, dagli archivi alle novità, hanno sempre tirato fuori dalle tasche della propria dialettica paroloni, sproloqui e voti altissimi. Ho pensato a loro e le parole di Ellis mi sono venute a confortare: la community younghiana (pericolosamente simile a quella che gravita attorno al Boss) è un perfetto specchio del tipo di società descritta in Bianco. E Colorado (annunciato a inizio 2019 col titolo di Pink Moon) ha tutte le premesse per conquistare le attenzioni e l'amore della suddetta società: il ritorno coi Crazy Horse in studio dopo sette anni deve- per forza -lasciar presagire un capolavoro. Non uno Zuma, magari, ma un Ragged Glory degli anni Dieci per forza.
Corro il rischio di perdere follower (che non ho), ma vorrei sottolineare che- con o senza i Crazy Horse -Colorado non è un capolavoro, e forse non è nemmeno l'ottimo disco che l'uditorio meno talebano (al quale sento di essere iscritto) si aspettava. Che Neil Young, a gusto mio, abbia prodotto solo tre album meritevoli di questo nome dopo l'incantevole Prairie Wind (2005) è risaputo, ma gli ultimi anni sono stati davvero nefasti, con la piccola, strampalata eccezione di Peace Trail. La ruffiana armonica con cui Think of me apre l'album è puro e semplice fan-service per chi si porta nel cuore il Neil Young più morbido. She showed me love offre lo stesso servizio in veste elettrica ma con almeno tre aggravanti: una durata inconcepibile, il fatto che ogni tre minuti, sommerso sotto i consueti strati sovraincisi (che poi, va bene che Young è l'unico sordo che da anni si permette di pontificare sulla qualità del suono e viene perfino ascoltato, ma che senso avrà avuto andare in culo, sulle montagne rocciose, a incidere roba che alla fine suona come le stesse cose registrate in città o al ranch?) trovi spazio un giro di accordi identico ai classici dei Crazy Horse (e no, non siamo ai livelli della spiritosa autocitazione di Albuquerque contenuta in Tired Eyes), l'impressione che a suonare sia una cover-band (discreta, per carità) di Neil Young & Crazy Horse.
Qualche sparuto segnale di miglioramento, almeno nella musica, lo si percepisce in Olden Days, cantata un po' a cane, ma tant'è. Help me lose my mind ha un tiro un po' più convincente, ma- produzione a parte -siamo comunque sotto alla qualità di un brano qualsiasi contenuto in Life (1987). Con Green is blue realizzo una cosa che, negli ascolti successivi, si paleserà più che mai nella sua cruda e spietata concretezza: Colorado sarebbe potuto essere un buon disco di brani acustici e semi-acustici. Via i Crazy Horse, via l'onnipresente passaggio fa-la, via queste melodie trite e ritrite che rischiano di farci rivalutare i peggiori momenti di Living with War (quindi tre quarti abbondanti del dischetto anti-Bush datato 2004).
Risentendola stamani come parte integrante del disco, Milky Way l'ho trovata invecchiata male, peggiorata, superflua, stupidamente lunga. Eternity è divertente, simpatica, scanzonata: ma cosa ci fa, appunto, in un disco come Colorado? Volete mettere con ricopiare Behind that locked door di George Harrison allungandola di ventisei secondi e ribattezzandola Rainbow of colors? I Do. I Do è un capitolo a sé. Oltre a consolidare la teoria del mancato, ottimo album acustico, è l'unica grandissima canzone pervenuta nel canzoniere younghiano degli ultimi anni. Un colpo di coda che non risana né salva niente (del resto, cosa vuol salvare uno che per scelta registra, incide e pubblica indistintamente qualsiasi cosa, comprese forse le scuregge notturne di Daryl Hannah?), ma che ascolteremo volentieri nei prossimi mesi, quando di Colorado avremo già dimenticato anche la copertina.
Sin dal loro apparire sulle scene, i Tool rappresentarono una sorta di stella polare del progressive, anche se nel Belpaese, fino al 2006, il loro nome sembrava ricorrere solo fra i palati più raffinati. Dalle mie parti, in un sottobosco prog-metallaro dove i Dream Theater ci avevano metaforicamente abbandonati con la prima di una lunga serie di delusioni (Octavarium) e all'orizzonte si stagliava perlopiù una concorrenza mediocre, una cerchia di ierofanti iniziò a far circolare copie di roba chiamata Undertow, Ænima o Lateralus, cd pieni fino all'orlo degli ottanta minuti, musica che andava sentita in almeno sette od otto per poterla comprendere e i cui artwork geometrici, complessi ed esasperati, venivano fotocopiati a colori dal tabaccaio all'angolo. Quando Luna mi fece ascoltare nelle cuffiette Lateralus- era un'ora di attività alternativa -non capii, o meglio: percepii comunque qualcosa di perversamente fascinoso in questi pezzi, ma non potevo approfondirla camminando nel cortile di scuola con un tramezzino al tonno sullo stomaco.
In ogni caso, era il periodo di carnevale, che nel mio quartiere significava (e significa ancora oggi) strade chiuse, vecchi trattori New Holland a cui venivano attaccati carri bestiame ricolmi di bambini e casse monitor solitamente adibite al liscio che sparavano fuori ritmi latini. Uno spettacolo grottesco e deprimente che tuttavia The Grudge riuscì a spazzare via, coprendone ogni rumore superfluo, ambientale e artificiale, e mostrandomi per quasi un'ora e mezza un luogo che poteva essere solo un miraggio, completamente fuori dalla mia portata, un mondo dove era assente qualsiasi possibilità di esistere. Recuperai i precedenti Undertowe Ænima, maLateralus non smetteva di apparirmi come un disco perfetto nel suo genere (e non solo). Circa tre mesi dopo, uscì 10.000 Days, che acquistai in una confezione che, da sola, lasciava prendere piede al dibattito. Mi aspettavo e cercavo la continuità del discorso di una band che non era interessata a barricarsi dietro drum-kit a forma di castello delle fiabe o a mostrarsi smaniosa di raccontare melodrammi spalmati su cinque o sei concept-album e così fu: 10.000 Days era soltanto il frutto del lavoro di un gruppo di musicisti avidi di conoscenze, colti, esploratori di nuovi suoni e molto altro ancora. Eppure parte della critica, pur riconoscendogli determinati meriti, rimase fredda e si iniziò a parlarne come di un "ottimo disco di passaggio" tra due periodi della carriera dei Tool: il primo era quello che aveva preso il via col capolavoro del 2001, e fin lì tutto bene, ma il secondo? Banalmente, il secondo periodo della carriera dei Tool è ora, adesso, in questo balordo 2019, e chi non è in grado di cogliere l'importanza di tutto questo merita solo di ricevere in dono, alla prima occasione, un paio di orecchie nuove in grado di spalancare le ulteriori porte di cui i Tool e pochi altri custodiscono le chiavi. Non dovrebbe essere difficile immaginare che dopo un silenzio di tredici anni una nuova uscita discografica rappresenti, per un gruppo, un evento importante e pure rischioso. In tal senso, lascio a chi legge il compito di immaginarsi cosa significhi, per una band già non molto propensa alla notorietà e del tutto disinteressata alle dinamiche dello star-system, tornare a proiettarsi sul panorama discografico senza minimamente preoccuparsi di ciò che è accaduto "là fuori" alla musica in quasi tre lustri. Di inutili e spesso stupide battute sulla pigrizia artistica ne ho già sentite a bizzeffe riferite a Chinese Democracy e ormai sono vaccinato. Mi limito a far notare che quando un gruppo di artisti si costruisce un mito solido nella storia della musica con le idee con cui se lo sono costruiti i Tool, cinque dischi in trent'anni sono più che sufficienti. Inoltre, i Tool non sono mai scomparsi dai radar: magari senza annunci né clamori, al cambiare del decennio hanno continuato la loro carriera concertistica con brillanti risultati mettendo a congelare qualsiasi iniziativa di natura discografica, video, cinematografica e uscendo di rado con comunicazioni pubbliche (dall'annuncio ai Grammy del 2008 in cui dissero che erano da poco rientrati in studio a un breve comunicato del 2012 dove veniva riportato che un fantomatico quinto disco fosse più o meno a metà della lavorazione, si è dovuto attendere il 2015 per poter udire- solo in concerto e in una versione perennemente metamorfica -Descending) ma restando sempre disponibili a dialogare col loro fedele pubblico. Fear Inoculum è l'album più atteso e- superfluo aggiungerlo -ambizioso del panorama musicale contemporaneo. Contiene sette canzoni, tanto lunghe quanto belle: canzoni aliene, fantascientifiche, diverse, oblique, nelle melodie e negli arrangiamenti. Dopo una campagna di pre-order da 38,90€, la confezione "fisica" del disco viene provocatoriamente venduta alla bellezza di 80€ in un boxset che di Fear Inoculum rappresenterà lo stampo fumante, industriale, metallurgico, evolutivo. Lo scorso 7 agosto, la title-track ha scalato le classifiche digitali di tutto il mondo e ha stuzzicato tutti, soprattutto quella frangia di pubblico che non ce l'aveva fatta ad accaparrarsi i biglietti per il concerto di Firenze (prima data dei Tool nel nostro paese dal 2 settembre 2007). Dura dieci minuti, un record per un singolo nell'era di Spotify, ed non è certo avido di momenti di fascino. Una melodia sospesa e sfuggente, che si modifica ed evolve senza improvvisazioni o inutili orpelli; elementi che evocano il passato della band, ma al tempo appaiono inequivocabilmente nuovi. Echi che vanno e vengono dai confini nebbiosi dell'arrangiamento, rafforzati da tutta la fiumana di video caricati dai fans ansiogeni, dalle versioni mixate, ripulite e immesse su YouTube di Invincible e Descending e dal puro e crudo valore dell'attesa. Fear Inoculum spalanca le porte a una restante ora e dieci che coglierebbe impreparato chiunque, oltre ad annichilire un morto, a spiazzare il più cinico degli ascoltatori, ad affascinare un veterano collezionista e probabilmente, allo stesso tempo, un poppante che non ha mai ascoltato un pezzo con chitarra, basso e batteria. Da subito ci si rende conto che l'ascolto di Culling Voices, Pneuma e 7empest evoca l'altro. Spiegare, raccontare quelle che con fatica sono definibili "canzoni" dovrebbe essere il compito di ogni buon critico, ma qui si può soltanto prestare orecchie e anima ad ascoltare. Non occorre fare altro. Concludo riappropriandomi velocemente di alcune parole che ho espresso su Facebook per condensare Fear Inoculum cercando di prescindere dalla sua natura di clamoroso caso discografico: assolve al compito ultimo delle opere d'arte, riuscendo a far vacillare- nel 2019 della tuttologia globale -le preordinate convinzioni di chiunque. In particolare di chi fomenta giudizi agili su cose che non si conoscono.