venerdì 31 gennaio 2014

[Recensione] I, Frankenstein

Mia nonna sa cucinare molto bene il cinghiale in umido.
Sa cucinarlo bene perchè lo ha visto fare molte volte, sa con che tipo di carne ha a che fare, conosce le spezie e gli altri ingredienti con cui rendere questa ricetta eccezionalmente buona e sfiziosa. Però sa anche un'altra cosa: che prima di aggiungere tutte queste cose, il cinghiale va fatto marinare. Altrimenti saprebbe di merda.
Il cattivo cinema, al contrario della buona cucina, è povero di nonne attente e doviziose che conoscono bene le basi di ciò che portano in tavola. Ed è questo il motivo per cui secondo me Stuart Deattie, sceneggiatore australiano da poco passato alla regia, non ha mai visto un film sul personaggio di Frankenstein. Forse ha letto del personaggio, ma- badate bene -nemmeno nel romanzo di Mary Shelley (a leggerlo, quel libro, ci pensò il buon Kenneth Branagh nel 1994), bensì in un fumetto di tale Kevin Grevioux. Così, con l'aiuto dei produttori di Underworld (altra saga-stronzata che ai suoi tempi poteva arricchire, al massimo, qualche cenciaio fiorentino a cui avanzavano metri di pelle nera), va in porto questa ennesima versione cinematografica sul Prometeo Moderno. Peccato che in questo ridicolo action-fanta-horror ogni scena non sia nè moderna, nè tantomeno post-moderna (anche se uno degli intenti, vista l'ambientazione, vorrebbe essere quello), ma solo desolante. Il fatto poi che I, Frankenstein sia ridicolo, stupidamente scritto, mal recitato (Aaron Eckhart in primis è un cane) e assolutamente caciarone è soltanto un surplus. Tutto deve somigliare ormai per forza ai cinefumetti, ma dobbiamo avere la consapevolezza che, con simili premesse, il cinema di intrattenimento non andrà da nessuna parte: già Stephen Sommers con l'orrendo Van Helsing aveva dimostrato di non essere in grado di fare niente, nè un buon action-movie, nè un buon fantasy, nè tantomeno un buon film horror. E anche questo Deattie non è che sia messo tanto meglio in quanto ad idee: I, Frankenstein non ha lati positivi. E' soltanto un dimenticabile blockbusterone dove esplode tutto e che dopo venti minuti rompe i coglioni. 
Però la società civile mi ricorda che molto probabilmente questo senso di noia è un mio problema: d'altronde, sono io quello che ancora si sente dire, con un velato disprezzo, <<A te piacciono i film lenti>>.

giovedì 30 gennaio 2014

[Recensione] Nebraska

Nella vita la sensibilità è importante. 
Purtroppo, non sempre siamo liberi di diventare sensibili, perchè sensibili si nasce, vi si è predestinati- come insegna Jep Gambardella/Toni Servillo all'inizio de La grande bellezza (speriamo vinca l'Oscar, alla faccia di chi gli vuole male!) -e, in certi casi, può anche diventare una condanna molto dura, una condanna che necessita di una certa "preparazione". 
Il cinema è un tipo di intrattenimento che, in quanto forma d'arte, gioca molto con la sensibilità di chi ne fruisce, eppure se si è persone sensibili (oltre che di buon gusto) le vie di accesso a film meravigliosi, poetici e profondi sono alquanto facilitate: e Nebraska, ultima fatica di Alexander Payne candidata a cinque statuette, è indubbiamente un film bello, toccante e delicato.
Non mi vergogno, anzi, sono felice nell'ammetterlo: a me Nebraska ha commosso. E non di certo perchè ho chissà quale sensibilità deposta sul fondo dell'anima, ma semplicemente perchè questo gran bel film viene a ricordarmi perchè amo tanto il cinema. Mentre mi scorrevano di fronte agli occhi le immagini immortalate nel meraviglioso bianco e nero di Papamichael, mentre il vecchio, alcolizzato, meraviglioso Woody (Bruce Dern) attuava la sua ennesima fuga per andare a ritirare il suo biglietto della lotteria vincente, mentre il figlio David (Will Forte), stanco e inconsapevolmente schiavo delle stesse cose del padre, decideva di assecondarlo, mentre accadeva tutto questo in luoghi che distano da casa mia 8015 chilometri, ero consapevole di essere lì con quelle persone, di partecipare al rafforzamento del loro rapporto (un rafforzamento silenzioso, poetico e mai retorico o banale come sanno essere certi filmetti on-the-road ricoperti di melassa), al loro dolore, alla loro gioia, alla loro malinconia. 
In un certo tipo di contesto ci vergogneremmo ad ammetterlo, ma somigliamo un po' tutti al personaggio di Woody: prima o poi, a prescindere da qualunque sia la nostra condizione umana e sociale, ci fermiamo a sognare una fuga dal nulla, architettandola e fantasticandoci sopra un bel po'. Al contrario di molti altri road movies (penso a Thelma e Louise di Scott come al capolavoro Una storia vera di Lynch), la destinazione qui non ha alcun peso (basta la consapevolezza di venire da una parte della strada e di essere diretti nella direzione opposta, come insegna la prima scena del film): contano solo l'impressione di aver ottenuto la fuga e il senso di appagamento nell'avere qualcosa da lasciare ai posteri. Come un furgone e un compressore.

venerdì 24 gennaio 2014

[Recensione] The Wolf Of Wall Street

Esistono ormai molti film sul denaro e molti modi diversi per realizzarne uno. E' chiaro che nel recensire l'ultima fatica di Martin Scorsese, The Wolf Of Wall Street (già candidata a cinque premi Oscar), è facile estrarre fuori dal cilindro paragoni con il vecchio Wall Street di Stone, una buona pellicola ricca di pregi, il minore ma pur significativo 1 chilometro da Wall Street e i più recenti e maldestri Wall Street- Il denaro non dorme mai e Margin Call (chissà perchè più la crisi miete le sue vittime e più le opere di denuncia si fanno garbate?). 
In realtà, un film a cui The Wolf Of Wall Street può essere tranquillamente comparato è Yuppies 2 di Oldoini: dopo che i Vanzina avevano mostrato- con un occhio davvero rivolto ad una certa realtà milanese -i rampanti professionisti del primo film, nel secondo questi yuppies trentenni figli della classe media vogliono entrare davvero dentro il potere, il potere vero, quello che non è astratto, quello che ogni giorno fa girare i miliardi e decide la vita, la morte e gli altri aspetti che coinvolgono il resto del mondo. Oldoini, da autentico autore di film cialtroni, si premurava di mostrare allo spettatore il "lato A" di questo mondo, senza però raccontare che per ottenere un potere di quel tipo le mani bisogna sporcarsele, e tanto. Tuttavia, è stato meglio così. Perchè Jordan Belfort (Di Caprio, ovviamente, da Oscar) è quel tipo di personaggio negativissimo che non può che rimanere simpatico, un uomo che sa come non ci sia alcuna nobiltà nella miseria e che sceglie di essere ricco oltre qualunque misura. Arriva a Wall Street in autobus, con una moglie "acqua&sapone" che gli dà il bacino di buon lavoro: in realtà, il lavoro va malissimo perchè è il 19 ottobre 1987, destinato a passare alla storia come "il lunedì nero" (il preludio a ciò che viviamo oggi). Belfort è costretto a reinventarsi, arruola uno stuolo di vecchi amici presi dalla strada e vicini di casa sfigati e, sfruttando quel poco che ha imparato in borsa, fonda quella che è destinata a diventare la più importante società di top rider della borsa americana. 
Il protagonista e anche il film vanno oltre: The Wolf Of Wall Street è un film eccessivo in tutto, lungo, sfarzoso, girato benissimo da uno dei più grandi registi di tutti i tempi, interpretato meglio (oltre a Di Caprio, segnalo Jonah Hill), montato divinamente, accompagnato, anzi, sorretto (perchè dai tempi di Mean Streets il soundtrack riveste un'importanza troppo primaria per parlare di mero accompagnamento) da una colonna sonora meravigliosa e fuori dal tempo (non c'è una canzone di Sandy Marton o dei Queen, grazie a dio). E gli eccessi vanno avanti per tutto il film: le droghe (chi ha i soldi veri si droga, come insegna all'inizio il broker anziano interpretato da Matthew McConaughey) sono presenti in una quantità che farebbe invidia al Johnny Deep di Blow, l'abbondanza di nudi integrali maschili e femminili fa dubitare della provenienza geografica della pellicola, il numero di parolacce che escono di bocca dai personaggi è spaventoso (un record per quanto riguarda la parola "fuck", stando a quanto si legge su Wikipedia), le risate abbondano indisturbate e solo sul finale si adagiano sul tappeto del dramma. I personaggi di contorno sono grandiosamente sgradevoli, perchè è chiaro che tutto ciò che gira intorno ad un losco figuro del calibro di Jordan Belfort (il vero Jordan Belfort appare alla fine del film in una piccola parte) è comunemente definibile "merda", merda incarnata in persone che il potere o lo leccano o lo desiderano a loro volta. 
E mentre Scorsese (che da bravo uomo di cinema ha litigato anche stavolta coi produttori che volevano tagliare il film di un'ora) gira il suo ennesimo filmone su ascesa e caduta di un grande personaggio come solo lui sa girare (ricorda molto, per struttura e durata, quel capolavoro di Casinò), tutto conferma le tesi di certi spettatori: la finanza è un circo nella giungla (scimmie e nani convivono benissimo nella società di Belfort, infatti) dove il biglietto può costare molto caro e dove tutto va avanti in un tripudio di cattiveria umana e testosterone alimentato da chili di cocaina.  E se gli avvoltoi, o meglio i lupi mannari di Wall Street sono avanzi di galera protagonisti di uno show continuo e ininterrotto, i loro complici più diretti e allo stesso momento le loro principali vittime risultano essere gli spettatori, ebeti totali, rincoglioniti "poveri ma onesti" che alla fine del film fissano, come cavie da esperimenti, Jordan Belfort, ancora una volta unico vero vincitore della partita.
Ah, è una storia vera.

Il giglio infranto (Capitolo III) [Trame]


IL GIGLIO INFRANTO
Capitolo III
Julian era al primo giorno di scuola estiva. Questa era ubicata in un palazzo che sorgeva molto vicino alla Sinagoga di Firenze. “Che strano... Nonna odiava gli ebrei- pensò -e vado a scuola vicino alla sinagoga...”. La professoressa Franca Saracini era nata a Rignano sull'Arno e si era trasferita a Firenze ai tempi dell'università, che aveva concluso a venticinque anni con una laurea sul Paradise Lost di Milton (correvano voci secondo le quali ella lo sapeva a memoria in lingua originale). Ora di anni ne aveva cinquantacinque, e buona parte di questi l'aveva spesa in Gran Bretagna, ad insegnare italiano nella fredda Newcastle. Odiava l'America e gli americani, con la loro lingua e la loro cultura, e qualsiasi cosa arrivasse dagli USA; tuttavia, in quella calda mattina di fine giugno, non sembrò particolarmente infastidita dal pesante accento dell'Iowa di Julian. Lo invitò a sedersi e gli offrì del caffè (espresso, ovviamente); il giovane rimase stupito da due aspetti in quella conversazione: l'inglese della Saracini era praticamente perfetto e la professoressa stava fumando, proprio davanti a lui, una lunga sigaretta (dalle sue parti fumare era considerato un vizio “da vecchi”, e quella donna non era poi chissà quanto vecchia). Gli fu spiegato che, per meglio integrarsi con gli altri compagni, avrebbe iniziato la lezione rispondendo ad una serie di domande poste dagli stessi coetanei, riuniti tutti in cerchio dentro l'aula.
Un quarto d'ora più tardi Julian Grant era sempre seduto, circondato stavolta da adolescenti come lui, di età compresa fra i quindici e i diciotto anni. Sudava molto, ma, almeno a giudicare dall'odore che aleggiava in classe, non era l'unico. Ripassò mentalmente, in maniera veloce, il conciso discorso della professoressa: “Ognuno di loro ha preparato una domanda da farmi; bene, cercherò di rispondere a tutti...”. Indossava una t-shirt e orrende scarpe da ginnastica che magari dalle sue parti erano anche giudicate eleganti. Pregò che non sorgessero problemi per la lingua, anche se gli era stato assicurato che a quella sede solo i migliori allievi di lingua inglese della città potevano avere accesso. La prima domanda fu posta da una quindicenne quattrocchi, brufolosa e con un seno enorme:
-Nel tuo carattere qual'è il tratto fondamentale?- al che Julian si grattò una tempia col dito indice della mano destra, capendo perfettamente il quesito e rendendosi conto che non era semplicemente una micro-intervista scolastica, ma qualcosa di ben più profondo. Deglutì e rispose:
-Una mescolanza di genuina felicità e di lieve timidezza.
-Qual'è la qualità che apprezzi di più nei maschi?- chiese appunto un ragazzo dalle labbra sporgenti e le ascelle cariche di sudore.
-La sincerità, il senso dell'amicizia.
-E nelle donne?- soggiunse una rara bellezza locale.
-Non saprei...- disse indugiante, puntando quella splendida sedicenne che lo stava tenendo inchiodato sulla sedia-Forse il sentimento materno...-
La classe scoppiò a ridere. In particolare le ragazze erano divertite dal fatto che l'americano vedesse in tutte le femmine, anche nelle sue coetanee adolescenti, una giovane madre. Julian non diventò rosso e riuscì a nascondere il suo sottile senso del disagio dietro ad una fragorosa risata. Poi l'intervista riprese con un: -Quale capacità vorresti avere?-.
-Quella di scoprire se davvero siamo soli nell'universo o se Dio ha creato anche altre forme di vita...- e stavolta nessuno rise e tutti presero appunti.
-Quale difetto, invece, ti dispiacerebbe di più avere?-
-La bugia...l'esser bugiardo o anche solo il diventarlo mi terrorizzano-.
-Il tuo hobby preferito?-
-La pesca-.
-Qual'è la più grande felicità per un essere umano, secondo te?- domandò la splendida ragazzina di prima.
-Non avere nemici- affermò Julian Grant con una sicurezza mai uscita fuori precedentemente.
-Quale posizione vorresti raggiungere nella vita?-
-Mi piacerebbe lavorare al negozio di tagliaerba di mio zio Blake, poco fuori Des Moines...- e chissà cosa pensarono, nell'udire questa semplice aspettativa, quei giovani italiani con la testa che era solo in grado di recitare parole come “Liceo”, “Università”, “Specialistica”, “Carriera”, “Dottore”, “Casta”, “Massoneria”, e compagnia bella.
-Dove vivresti più volentieri?-
-Credo nel Tennessee. Adoro quella regione-
-Il tuo colore preferito?-
-Il giallo-
-Fiore?-
-Orchidea nera...-
-Animale?-
-Orso bruno-
-I tuoi libri preferiti?-
-Scheletri di King, Angeli e Demoni di Dan Brown e Meridiano di sangue di Arthur Miller. Ah, e la Bibbia, ovviamente...- e nessuno volle indagare su quell' “ovviamente”.
-La musica che ascolti di più?-
-Gli Slipknot. Sono dell'Iowa anche loro, sapete?- ma nessuno rispose, neanche un giovanotto grassoccio che non aveva fatto domande e che indossava proprio una felpa del celebre gruppo di Des Moines.
-Quale scrittore americano ami di più?
-Hemingway-
-Quale figura storica stimi di più?-
-Lincoln e Gesù Cristo...-
-Quale figura storica disprezzi di più?-
-Io non disprezzo nessuno-
-Il nome che preferisci?-
-Margareth-
-Qual'è il difetto che tolleri di più?-
-Il razzismo- rispose Julian tranquillamente. Una ragazza mulatta dette un sordo colpo di tosse e tutti gli alunni si lanciarono veloci ma eloquenti occhiate; tuttavia la micro-intervista proseguì.
-Il tuo piatto e la tua bevanda preferiti?
-Pesce di lago e coca alla vaniglia.-
-La stagione che preferisci?-
-L'autunno, o meglio l'inizio dell'autunno.-
-L'ultima domanda: qual'è il tuo motto?-
Julian si asciugò il sudore sulla fronte passandoci sopra la mano per ben due volte, poi rispose con un lungo sorriso:
-Show must go on!-
-Bene, abbiamo finito- esclamò la Saracini scattando in piedi. La professoressa era rimasta in disparte a leggere un quotidiano per tutta la durata dell'intervista. Si complimentò sbrigativamente con i suoi alunni e porse a Julian Grant un orario delle lezioni che avrebbe seguito per il resto del mese. Il giovane buttò un'occhiata veloce al foglio, ma il suo sguardo era indirizzato in realtà verso la ragazza che tanto lo aveva messo in imbarazzo con quella domanda sull'universo femminile. La vide uscire dall'aula con una borsa celeste a tracolla, e fu in quel momento che giurò a se stesso che non avrebbe mai lasciato Firenze senza averla avuta.


Kurt Breckt era consapevole di essere completamente ubriaco. E la cosa non gli dispiaceva affatto. Barcollava nel tentativo di camminare, un po’ reggendosi alla spalla sinuosa della sua ragazza, un po’ reggendola a sua volta, visto che la bionda e procace Angela non era meno ebbra di lui. Aveva perso il conto di quello che avevano bevuto dopo il terzo Long Island e in quel momento non aveva una chiara percezione di ciò che gli stava davanti.
Lui e Angela erano arrivati da Amburgo due giorni prima e, per essere due fidanzati ventiduenni alla loro prima vacanza all’estero in coppia, fino a quel momento si erano comportati abbastanza bene. Ma quella sera, dopo essere usciti con un gruppo di tedeschi in vacanza come loro, avevano leggermente esagerato. Mentre rideva sguaiatamente e cercava di ricordare quando si erano separati dagli altri, vide, attraverso una specie di nebbia, lui e Angela che attraversavano una strada e passavano in mezzo ad un gruppo di alberi. Angela gli passò le braccia intorno al collo e lo baciò con passione; lui, pur ricambiando, con la coda dell’occhio si guardò in giro, e, tra i fumi dell’alcool, notò, in mezzo agli alberi, un ampio spiazzo con al centro una fontana.
Far girare i pochi ingranaggi del suo cervello liberi dal rum e occuparsi contemporaneamente di una ragazza ubriaca e focosa non era esattamente semplice, ma Kurt, con la schiena appoggiata ad un albero, alla fine riuscì a capire dov’erano finiti: i Giardini della Fortezza da Basso. La sua geografia di Firenze non era perfetta, ma da quanto ricordava dalle cartine, il loro albergo era poco lontano. E visto il modo in cui Angela cercava di infilare le mani sotto la sua camicia, era una fortuna che la distanza fosse poca.
Accarezzando delicatamente la guancia della ragazza le sussurrò:- Ti ho già detto che ti amo?
- Non serve…lo so già!- gli rispose, baciandogli languidamente il collo.
Il giovane accostò la bocca all’orecchio della fidanzata e sussurrò:- Il nostro albergo è qui vicino. Mi sembra il posto migliore dove concludere la serata…
Angela sorrise maliziosamente:- Ottima idea!- e lo accarezzò in modo lussurioso.
A Kurt venne voglia di prenderla lì, all’aperto, sotto le stelle. Tanto il parco sembrava completamente vuoto. Ma aveva sentito troppe brutte storie sull’Italia; anche nella sbornia si ricordò del famoso “Mostro di Firenze”, e decise che, con un letto a poche centinaia di metri, non valeva la pena di correre il rischio. Ma prima di dirigersi verso l’albergo, c’era una piccola questione da sistemare: era impossibile bere quanto lui quella sera senza pagare un piccolo prezzo.
- Dammi un minuto, piccola.- disse – Devo…beh, devo cambiare l’acqua al canarino!
Angela rise:- Sbrigati! E non maltrattarlo, stasera mi sento animalista!
Ridendo a sua volta, Kurt si addentrò nel boschetto; dopo pochi passi, sparì nell’oscurità.

Kurt inciampò tre o quattro volte prima di trovare un punto che gli piacesse. Si appoggiò con la spalla sinistra ad un albero e, con una certa fatica, si tirò giù la cerniera dei jeans. L’idea di una Angela eccitata che lo aspettava lo spingeva a sbrigarsi, ma i suoi canali sembravano in piena inondazione, e ci misero un bel po’ a finire di svuotarsi.
Tra questo, i pensieri erotici e la sbornia, nessuna parte del suo cervello era rimasta disponibile a concentrarsi sullo scricchiolio di rami spezzati ed erba calpestata dietro di lui. Era ancora preso dal tentativo di richiudere la lampo quando qualcosa di grosso si stagliò alle sue spalle nell’oscurità. Non vide una forma fendere fulmineamente l’aria, ed aveva ancora la testa abbassata quando questa gli venne staccata dal corpo.

Angela si era trascinata fino ad una panchina e vi era crollata sopra; l’eccitazione era scomparsa insieme a Kurt; si sarebbe probabilmente riaccesa con il suo ritorno, ma per il momento era subentrato lo sfinimento. Non si rese neanche conto di quanto tempo il ragazzo ci stesse mettendo per fare pipì: crollò presto in un sonno pesantissimo.

Aprì gli occhi ancora intontita: sul momento credette che a svegliarla fosse stato il delicato tocco di Kurt; bastò un’occhiata per capire che non era stato il suo ragazzo. La nebbia regnava ancora sovrana nella sua testa, e non riuscì ad identificare l’enorme forma irregolare che torreggiava su di lei, ma vide che si muoveva, e che due protuberanze si erano tese dietro la sua schiena, come a raccoglierla. La sola cosa che la sua mente riuscì a distinguere prima di collassare furono due grandi cerchi, nella parte superiore della figura, che nella luce della luna rilucevano dei colori dell’arcobaleno. Poi fu solo buio.
La gente dormiva, e non c’era nessuno in giro in quella zona, nessuno a Firenze che sentisse l’urlo di Angela Liszt.
Julian Grant si trovava in Italia da poco più di quarantott'ore, e già stava inseguendo una donna. Un estro donnaiolo era risaputo essere uno dei tratti fondamentali della famiglia Grant, tant'è che Othis B. Grant, vissuto ai tempi della Guerra di Secessione, disertò proprio a causa della figlia di ricchi proprietari terrieri che, fuggiti dall'Unione, ripararono a Filadelfia; il bisnonno Louis, invece, era un incallito collezionista di amanti, tant'è che divorziò quattro volte e riprese altrettante mogli, di cui l'ultima a settantasei anni. Fu con l'arrivo della nonna, Maureen Farrell, irlandese e fervente cattolica, che la famiglia Grant subì una brusca sterzata in direzione di una certa morale: e infatti anche i genitori di Julian erano la tipica coppia sposata da American Dream, e a lui tutto ciò non arrecava alcun problema; meno convinto di queste teorie patinate e cariche di ipocrisia e falsità risultava però il fratello maggiore, William, che appena raggiunse la maggiore età si battezzò con rito protestante (da questo fatto derivò una delle più furiose liti che lo stato dell'Iowa ricordi) e, nel giro di alcuni mesi, partì verso ovest alla ricerca di donne e divertimento.
Julian aveva in mano alcuni elementi a suo favore, il che lo rassicurava enormemente già in partenza: la ragazza parlava un inglese eccellente e, inoltre, si era mostrata curiosa di conoscere aspetti lievemente più profondi del giovane rispetto agli altri compagni di classe. Insomma, egli aveva avvertito la domanda sull'universo femminile più come un invito ad uscire allo scoperto, a vedere di cosa potesse essere capace nei confronti del gentil sesso. Già dal secondo giorno di scuola, il martedì, egli si fece trovare con un bicchiere di caffè in mano a dare il buongiorno a quella deliziosa ragazza, e lei rispose ogni volta con risatine, occhiolini e lievi rotazioni degli occhi. Passarono circa dieci giorni dal loro primo incontro, e Julian Grant già accompagnava a cena fuori Serena Costantini. In una mail indirizzata al fratello la descrisse nel seguente modo:
L'ho notata appena ho messo piede nell'aula, e ti assicuro che è la più bella ragazza che abbia mai incontrato. Ha gli occhi verdi ed i capelli castani, ed è alta poco meno di me. Una cosa di lei che sicuramente non ti piacerebbe è il fatto che non ha le tette grandi, ma ti assicuro che per me, in questo momento, è l'ultimo dei problemi.
La mail continuava con una descrizione della città, della scuola e di altri piccole e grandi esperienze di cui Julian era stato protagonista fino a quel momento; ma William era troppo occupato e non poté rispondergli.

giovedì 23 gennaio 2014

Iced Earth, "Plagues Of Babylon" [Suggestioni Uditive]

Iced Earth
Plagues Of Babylon (Century Media, 2014)

★★★

















Sono più di dieci anni (cioè dall'uscita e dal conseguente acquisto del mini-Cd The Reckoning) che mi interesso a cosa fanno gli Iced Earth, una delle più significative band heavy metal statunitensi di sempre; ed è spesso capitato che mi sia ritrovato ad ascoltare album fatti col cuore ma anche molto discutibili. Ad esempio, i recenti concept album Framing Armageddon (2007) e The Crucible Of Man (2008) potevano aver avvicinato alla band di Tampa gli appassionati di un metal meno grezzo e più "elaborato" e vicino al gusto epic, ma allo stesso tempo non avevano minimamente convinto lo zoccolo duro dei fan. La successiva uscita dalla band del cantante Matt Barlow e l'arrivo del più giovane canadese Stu Block aveva portato a Dystopia (2011), un album discreto dove il gruppo tornava a fare un classico heavy metal maideniano (non era un caso la presenza della brutta cover di The Trooper) senza proseguire saghe, sotto-saghe e pseudo-saghe. 
Oggi Stu Block è ancora là, e pure il fondatore e leader Jon Schaffer, l'uomo che ha preferito suonare in una band metal piuttosto che insegnare storia nelle scuole. E il nuovissimo Plagues Of Babylon testimonia come l'intesa fra il chitarrista e il cantante si sia rafforzata rispetto a tre anni fa, e di come gli Iced Earth siano ancora perfettamente in grado, dopo undici album in studio, di centrare alcuni bersagli. Quali? Per prima cosa, il bersaglio della coerenza: brani come Among The Living, The Culling o The End? suonano solidi, freschi e carichi di una rabbia sanguigna tutta loro, che torna a riabbracciare il trash metal con cui gli Iced Earth, che all'epoca si facevano chiamare Purgatory, esordirono nel lontano 1986. E cosa dire della stupenda ballatona If I Could See You? Una canzone di grande pregio e uno dei migliori pezzi del genere mai inciso dal gruppo, che dai tempi di Melancholy sa di essere molto a proprio agio con testi strappalacrime e atmosfere romantiche. 
Cosa non salvo di questo Plagues Of Babylon? La presenza di troppe canzoni di cui si poteva fare a meno: Chtulu (a me piace Lovecraft, però ultimamente, fra social-network, cinema e musica, ha rotto un po' il cazzo), Parasite, Spirit Of The Times (cover dei Sons Of Liberty, che sono un progetto parallelo di Schaffer) e Peacemaker sono davvero di troppo. E poi, mi dispiace, ma le performance vocali di Block talvolta appaiono un po' troppo "sopra le righe" e lontane da quel timbro che da sempre associo alla band floridana. Mi piacevano poco tre anni fa e continuano a piacermi poco anche ora.
Per il resto, nulla da dire, se non che per i fan di Symphony X e Volbeat c'è una piccola sorpresa. Buon ascolto.

martedì 21 gennaio 2014

[Recensione] Il capitale umano

Pochi film usciti negli ultimi tempi possono fare affidamento su un soggetto interessante come quello offerto da Stephen Amidon col suo romanzo Il capitale umano (Mondadori, 2008). Anche "adattando" la trama e l'azione alla Brianza bigotta, razzista e spietatamente ricca (ma meno ricca di una volta), le idee e i contenuti rimangono gli stessi. Un fuoristrada investe un ciclista, e attorno a questo spiacevole incidente si costruiscono- scandite in "capitoli" e andando a ritroso -le vicende di due famiglie, quella aristocratica dei Bernaschi e quella medio-borghese e rampicante degli Ossola: il nucleo della prima è composto dallo speculatore Giovanni (Gifuni), dalla accomodante e "accomodata" moglie Carla (Bruni Tedeschi) e dallo stupido figlio liceale Massimiliano (Pinelli), quello della seconda dall'immobiliarista in rovina Dino (Bentivoglio), dalla sua seconda moglie Roberta (Golino) e dalla sensibile figlia Serena (Gioli), a sua volta legata al Bernaschi Junior.
Peccato che Paolo Virzì sia un mediocre in un mondo di pessimi, perchè da un soggetto simile ci si poteva davvero tirare fuori un gran buon film. Peccato anche che gli attori italiani non ce la facciano: vero che non siamo in un film di Neri Parenti (Gifuni, Bentivoglio, l'esordiente Gioli e il ritrovato Gigio Alberti sono veramente la forza del film), ma le interpretazione della Golino, di Lo Cascio e della Bruni Tedeschi abbassano notevolmente la qualità della pellicola e i toni del dramma (la scena di sesso fra la signora Bernaschi e il romantico professorino di provincia farà rimpiangere la mitica accoppiata Moretti-Ferrari in Caos calmo). A questo proposito, so che sto per scrivere una banalità, ma la scrivo ugualmente: basta con questi attorucoli da due soldi che arrivano dalla televisione e si portano dietro le incapacità che comporta il fare televisione oggi. Certo, anche negli anni '60 succedeva, ma Tognazzi e Volontè non venivano dalla casa del Grande fratello, ma da una televisione diversa e d'avanguardia, perchè questo era la RAI di allora. 
Il finale morbido, bipartisan e piacevole è la riprova che in Italia nessuno ormai riesca a fare un cinema popolare che non sia anche un cinema populista (peccato, perchè il quartetto La bella vita, Ferie d'agosto, Ovosodo e Baci e abbracci con cui il regista livornese aveva aperto la carriera lasciava ben sperare), e che la critica pura e velenosa verso chi ha il potere (e il personaggio di Giovanni Bernaschi, una merda d'uomo che "ha scommesso sulla rovina di questo paese e ha vinto"- per citare un dialogo del film -, è uno di quelli verso cui indirizzare critiche molto precise) non va di moda. Una regia generalmente di poco gusto e pensata più per la televisione che per il cinema testimonia come il cinema di Virzì sia al servizio di produzioni incapaci di dare al film perfino un ottimo apparato tecnico. <<Tanto chi se ne frega?>>, dicono loro. <<Il 70% degli spettatori sono persi fra le cazzate del mondo, a comprare macchine e telefonini e al cinema ci vanno solo il pomeriggio di Natale. Il 30% restante che va a vederlo tanto è formato dai soliti quattro o cinque comunisti di merda...>>. 
Insomma, caro Virzì, hai una casa di produzione, hai i soldi, trombi (?) la Ramazzotti, perchè non lasci questi ottimi soggetti in mano a chi ha un po' più spina dorsale di te nel mostrare certe terribili verità dell'Italietta di oggi? Verità che, alla fine, non sono nulla di nuovo rispetto a ciò che il grande Lucio Fulci (un vero regista e un maestro) mostrava, col sorriso, già nel lontano 1975 in Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza.

sabato 18 gennaio 2014

[Recensione] Lo sguardo di Satana- Carrie

Esattamente quarant'anni fa, nel gennaio del 1974, la casa editrice Doubleday pubblicò la prima edizione di Carrie di Stephen King. Sulle prime, le vendite non furono eccezionali, ma dopo l'uscita della prima edizione economica, il romanzo andò letteralmente a ruba, vendendo oltre un milione di copie.
Non voglio scrivere del come e del perchè Carrie rimane una delle opere basilari di King, quasi un "abbecedario" con cui potersi avvicinare alla letteratura horror, nè ho deciso di "scomodare" il film di De Palma risalente al 1976, con Sissy Spacek nel ruolo della protagonista: sono entrambe grandi opere che non meritano di essere disturbate per recensire questo nuovo Lo sguardo di Satana di Kimberly Peirce, un film che pure nella sua fredda e moderna bruttezza pone alcune questioni.
Il film parte bene, anzi, benissimo: belle musiche di Beltrami e una Julianne "Giulianona" Moore perfetta nel ruolo della fanatica signora White. Ecco, il "buono" finisce tutto nel giro di un quarto d'ora e lo spettatore si ritrova davanti alla versione orrorifica di Una spia al liceo, con attricette tutte "belline" e "perbenino" che però non sanno fare il loro lavoro. Così, quell'aria minima da film horror serio e sfrontato viene meno nell'arco di venti minuti, per colpa anche di dialoghi che sembrano uscire dal diario di terza media di una bimba(minkia) invece che da un libro del "Re del Terrore". Dopo appena un'ora, il sangue e l'eros si mescolano, ma sono robetta da poco, nulla di paragonabile- come quantità -a quanto faceva vedere De Palma quarant'anni fa (il cinema in America va indietro, si sa); e poi subentrano gli effetti speciali, unica spesa "giustificata" dei trenta milioni di budget investiti dalla MGM. La Grace Moretz si sfoga e facendolo viene ridotta a insignificante copia sanguinolenta di qualche mutante uscito da un (brutto) film della Marvel. 
Potrei riaprire la mia consueta polemica sul cinema di genere, ma mi limiterò a rivangare il mio pensiero di sempre: lasciatelo fare a chi ne è capace. Capisco la smania della signora Peirce (che aveva assestato un gran bel colpo con l'esordio Boys Don't Cry) di dirigere un horror, ma proprio non ne è capace, non ha il mestiere di certi "grandi minori" emersi negli ultimi quattro, cinque anni. Ma la vera condanna di questo Carrie 2.0 non è tanto la regia, quanto la sceneggiatura, il contenuto: ribaltando totalmente gli intenti sia del romanzo che del primo film, il nuovo Sguardo di Satana è il classico filmetto cerchiobottista senza anima, incapace di prendere una presa di posizione solida, vera, antipopolare. <<Deve fare paura?>>, si chiedono i produttori, e si rispondono da soli <<Sì, ma non troppo, e senza offendere, senza essere sgradevole, senza disturbare nessuno, ecc.>>.
Insomma, senza essere cinema.