venerdì 19 aprile 2013

La sindrome di "Get Lucky" [Suggestioni uditive]


Sul blog non parlo spesso di musica, eppure ne ascolto tanta tutto il giorno, di continuo. Appartengo a quella categoria di persone che, oltre a seguire nei limiti del possibile la scena musicale, possiede materialmente musica in qualsiasi formato: da diversi vinili a un intero scaffale di audiocassette, da oltre 100 giga di mp3 salvati sul computer e maniacalmente trasposti in un iPod Classic ad una sterminata collezione di cd. Ma non mi lascio montare la testa dalla "quantità". Sono un ascoltatore e non un collezionista, anche se nel caso di certi autori posso aver ricercato edizioni limitate e altre rarità. Non amo collezionare niente: compro fumetti per leggerli, ne compro tanti, e magari mi ritrovo con una collezione prestigiosa che vale un mucchio di soldi e a volte neanche lo so. Per la musica vale lo stesso discorso: non ho mai comprato un disco per fare del collezionismo, bensì per ascoltarlo, attratto dall'idea dei suoi contenuti e non dall'aspettativa che un nuovo "mattoncino" si aggiungesse al mio domino. 
Dunque, il reale motivo per cui non amo scrivere di musica è che spesso non esce qualcosa che mi colpisca a tal punto da dedicargli anche un piccolo post qui sul blog. Sarei un bugiardo se dicessi che l'ultimo album degli ZZ Top non mi è piaciuto, così come ho amato i nuovi pezzi dei Motel Connection e il loro disco Vivace, ma dovrei anche parlare male di What About Now dei Bon Jovi o di Apriti Sesamo di Battiato, e non c'è spazio per tutti. Ma di fronte a Get Lucky dei Daft Punk non ho saputo resistere.
Immagine dal video promozionale di Get Lucky
Get Lucky esce oggi e anticipa di un mese Random Access Memories, l'album che la contiene e che segnerà il ritorno dei Daft Punk all'album in studio dopo quasi nove anni. Fra un mese, avrò finalmente l'occasione di parlare del disco nella sua globalità, ma già solo questo singolo di lancio merita alcune riflessioni. La più importante è una riflessione sul coraggio. Il duo francese è famoso per rilasciare singoli di lancio che spaccano: nel 1997, il post-funk al vetriolo Da Funk e la house di Around The World; nel 2001, un inno dance come One More Time; nel 2005, le distorsioni potenti di Robot Rock; nel 2013, invece, scelgono un lento pezzo funky, cantato da un grande rapper (Pharrell Williams) e suonato con Nile Rodgers (chitarrista dei Chic). Alla base, ci sono un sound e una ritmica vecchi di quarant'anni, ma, come successe già con l'immenso Discovery (2001), i Daft Punk si appropriano di un passato che conoscono bene, lo attualizzano e lo rendono materia sonora che guarda al futuro più di qualsiasi altra opera più o meno avanguardistica. Il coraggio risiede proprio in questo tipo di atteggiamento: <<I nostri fans vengono da nove anni di canzoncine alla David Guetta? Bene, il nostro primo singolo sarà un synht-funky cantato da un rapper famoso>>, sembrano avere detto. Il gioco è riuscito perfettamente, e la canzone è una vera perla, che si stampa in testa al primo ascolto. La ascolto senza sosta da ieri e ho provato ad applicarla a vari momenti della quotidianeità: il massimo lo dà per apparecchiare la tavola. E poi, per quanto lenta e apparentemente "strampalata" (è strampalata perchè è diversa e troppo avanti rispetto ai ritmi cui gli ultimi cinque, sei anni di musica commerciale ci hanno abituati), risulta infinitamente ballabile. Insomma, soffro della sindrome di Get Lucky.

Così, mentre persone tristi parlano di scontri fra indie e neo-melodie da classifiche o fra Sanremo e il Concertone del Primo Maggio, due autentici geni del nostro tempo pubblicano il singolo di lancio di un album che- per parafrasare un caro amico -"potrebbe essere il disco del Ventunesimo secolo".

giovedì 18 aprile 2013

[Recensione] Passione sinistra

Ricordate Ferie d'agosto, intelligente e formidabile commedia vacanziera datata 1996? La destra (quella dei primi Motorola) e la sinistra (quella simpatica, genuinamente disillusa ma non ancora clamorosamente rovinata) si incontravano, litigavano e ripartivano. Bei tempi!
Diciassette anni dopo, Marco Ponti fa incontrare di nuovo destra e sinistra: la destra è Giulio (Preziosi), venditore di barche razzista, Casanova opportunista ed evasore fiscale; la sinistra è Nina (Lodovini), comunistona romana coi soldi, attenta al prossimo e convinta che ci sia un futuro migliore. I due stanno rispettivamente con una svampita velina (la Riccobono) e un celebre scrittore (Marchioni). Si conoscono dal momento in cui Nina mette in vendita la casa al mare del defunto padre e Giulio è intenzionato a comprarla, a tutti i costi. I due litigano, si piacciono, scopano selvaggiamente. Contemporaneamente, i loro rispettivi partner iniziano una relazione clandestina. La storia va avanti fino a quando Giulio e Nina si pongono la stessa domanda: <<Stiamo giocando o ci amiamo veramente?>>. 
La trama, letta così, potrà apparire di una sconcertante banalità, e forse lo è anche. Tuttavia, il più grande merito di questo film è di avere un buon manico, e cioè una sceneggiatura brillante, scorrevole, priva dei difetti che affolano il nostro cinema (specie quello che tocca argomenti politici). Così, una storia non di certo originale e profonda finisce col risultare piacevole, in un paio di momenti anche spassosa. Le battute escono bene, senza forzature, e l'intreccio più antipatico del mondo (quello delle corna) riesce ad apparire più originale della consuetudine. Tanti personaggi sono efficaci: mi viene in mente il candidato sindaco di Roma, uno squallido incrocio fra Grillo e Renzi, rinchiuso in teorie nuove ma già datate (la rete, il giovanilismo e altre puttanate, giustamente prese di mira nel film) che rappresentano l'unico punto dove le visioni di Giulio e Nina vanno a braccetto; così come il personaggio di Marchioni, uno scrittore "voliano" che scrive solo per essere ospite di Fazio (altra stoccata notevole e inaspettata) e che, nel privato, è un debosciato puttaniere, triste, infelice e vestito malissimo. Inoltre, sono da lodare la bravura di certi interpreti (fra cui, inaspettato, Preziosi) e un'appropriata scelta della colonna sonora. I difetti del film italiano medio, in compenso, non gli mancano: fotografia di cattivo gusto, scenografia penosa, uso demenziale e totalmente fuori luogo della computer grafica (la scena al circolo dei canottieri e il finale sono esempi più che validi), uso del rallentatore quando il rallentatore è l'ultima cosa che uno spettatore un minimo preparato vorrebbe vedere, cadute di stile (il ridicolo cameo di Marco Travaglio) e una regia priva di anima. Infine, non dimentichiamoci che è tratto da un librino della Gamberale, raccomandatissima autrice figlia di papà che ormai scrive di tutto e su tutto: pensate che è stata lei a scrivere, sul Corriere della Sera di alcuni mesi fa, una riflessione sulla crisi in Grecia. Quando l'ho letto ho pensato: <<Poveracci. Già stanno male di loro, ma una riflessione della Gamberale è proprio una brutta forma di accanimento!>>. Per chi fosse interessato a seguire una delle peggiori penne del paese, la Gamberale mette tutti d'accordo, scrivendo  sia sul giornale dei padroni (La Stampa) che sul giornale dei padroni "vicini" agli operai (Il Riformista): altrimenti, se cercate il dolore "settimanale", comprate Vanity Fair.
Però un'ultima cosa la devo dire: Passione sinistra è forse l'unico titolo italiano consigliabile in questi giorni (almeno per chi cerca una commedia). Una volta tanto non si vedono personaggi a culo di fuori su un cornicione e non si odono quelle solite battute su gay, extracomunitari e handicappati che infarciscono il cinema per famiglie (e poi la famiglia andrebbe tutelata!). E sono bei pregi.

martedì 16 aprile 2013

[Recensione] Oblivion

Posso vedere di tutto, ma i brutti film di fantascienza sono quelli che sopporto di meno. Un brutto horror lo guardo, mi dà noia buttare via il mio tempo in quel modo ma penso anche che esistano modi peggiori per farlo; ma un brutto film di fantascienza proprio lo detesto. Lo detesto perchè la fantascienza è forse l'unico genere cinematografico "palloso" alla base, e sta alla bravura di chi fa film realizzare un capolavoro che, vuoi per la storia, vuoi per i personaggi o vuoi per le immagini, catturi e non faccia sentire il peso di una storia che, fondamentalmente, si ispira a due o tre canovacci vecchi di cinquant'anni. Non a caso, ogni anno esce almeno un buon film horror o di guerra, ma non necessariamente di fantascienza. Inoltre, odio praticamente tutti i film di fantascienza usciti negli ultimi quindici anni, salvo rare eccezioni, una delle quali è Tron Legacy di Joseph Kosinski. 
Durante il periodo delle riprese di Tron, Kosinski (che nasce come architetto e viene avvicinato al cinema niente meno che da David Fincher) parla con un giornalista riguardo uno dei progetti che ha in mente: è un film ad alto budget cui ha iniziato a lavorare nel 2005. Si tratta di Oblivion. Non è il remake dell'Oblivion del 1994, film uscito direct-to-video e precursore di Cowboys vs. Aliens, bensì un progetto totalmente "nuovo" e "originale". La trama è questa: nel futuro, gli alieni Scavengers (che non sono gli Avengers diventati minatori) distruggono la Luna e cambiano drasticamente la vita di noi terrestri. Ma non quella di Jack Harper (Tom Cruise), un marine basso e appassionato di baseball che, assieme alla sua partner Victoria (Andrea Riseborough), prende ordini da una mega-base orbitante e dà la caccia agli  Scavengers rimasti sulla terra. Allo stesso tempo, il compito degli uomini come Jack e Victoria è quello di mantenere attivi gli Hydro-Rings, robot che sembrano usciti dal cartone Wall E e che sono addetti a prelevare acqua dal mare e creare nuova energia. Una volta che gli Hydro-Rings avranno praticamente prosciugato il pianeta, forse, Jack e gli altri esseri umani partiranno per Titano. Tutto cambia quando Jack scopre, durante un giro di pattuglia, delle capsule contenenti degli esseri umani, fra cui- botta di 'hulo -una moglie che lui aveva avuto ma della quale non si ricordava. E sapete perchè? Andate a vederlo se proprio ci tenete o se siete così stupidi da non arrivarci da soli. 
Oblivion non è solo un brutto film di fantascienza, ma anche un brutto videogioco (consiglio, se proprio vi piace il titolo, The Elder Scrolls IV: Oblivion), una brutta storia d'amore, una brutta avventura sia umana che aliena, una brutta delusione, visto che Kosinski, almeno per quanto riguarda me, prometteva bene. 135 minuti di battute infelici ed effetti speciali fastidiosi per un film che non lascia assolutamente nulla allo spettatore "normale". Qualcuno potrà dirmi <<Eh, ma a livello di immagini è buono. E poi, oh, guarda che hanno fatto passi avanti con gli effetti speciali grazie a questo film...>>. E chi se ne frega? Se persone come Kosinski e i suoi produttori devono fare passi in avanti con l'effettistica computerizzata ma realizzare un film di merda, per me possono non farli i passi avanti: viviamo bene uguale. Sebbene lontani da quella tomba dell'arte su cui Michael Bay ha inciso il suo nome a caratteri cubitali, siamo di fronte ad un esempio di intrattenimento costoso e malriuscito, visti i 120 milioni di dollari investiti sul nulla di fatto. Non ho mai creduto alla frase fatta "i soldi non danno la felicità", ma una cosa è certa: non danno necessariamente il buon cinema.

domenica 14 aprile 2013

[Recensione] Come un tuono

C'è una cosa che amo vedere follemente in un film: il piano sequenza. Non a caso, amo i film di Welles e molte cose di Hitchcock, rivedo senza fatica ma, al contrario, sempre con vivo piacere Arca russa di Sokurov,  ritengo irrinunciabile il 96% della filmografia di Scorsese e una buona fetta di quella di De Palma, così come ho sempre ammirato certe scelte stilistiche di Godard e quei carrelli unici, straordinari di Kubrick. Per me, la scelta di un efficace piano sequenza influisce pesantemente nel farmi piacere più o meno un determinato film: non lo dico per "spirito formalista", ma perchè il piano sequenza è uno strumento rivoluzionario, uno dei più potenti cui un regista può ricorrere per aiutarci ad entrare nella sua storia. 
Dopo il piano sequenza iniziale di tre minuti con cui si apre, amo già Come un tuono di Derek Cianfrance. Il particolare del coltello che gira fra le dita sporche di olio, la maglietta di Ride the Lightning (non scelta a caso) dei Metallica, il pacchetto di sigarette infilato non in tasca ma dentro i jeans, Ryan Gosling ripreso solo di schiena che conficca il coltello su un asse in legno della parete, cammina a testa alta, si infila un giubbotto da motociclista, esce, attraversa un luna-park affolatissimo, la gente sembra conoscerlo, sì, deve essere uno di quelli "famosi almeno un po'" e arriva di fronte ad una gabbia sferica in ferro e tre moto, di cui due già occupate da una coppia di colleghi, e circondate da persone che sono lì per lui. A questo punto la macchina da presa non stacca, ma ruota di 180° e ce lo fa vedere: accanto all'occhio sinistro ha qualcosa, non si capisce se è una cicatrice o un tatuaggio. Poi lo vediamo meglio: è un tatuaggio, raffigurante un pugnale dalla cui punta scende una goccia di sangue. Butta la sigaretta e mette il casco. Il suo nome è Luke Glanton, è un eroe ma non lo sa: lavora come motociclista acrobatico in questo luna-park nello stato di New York. Scopre di avere un figlio, Jason, avuto con Romina (Eva Mendes), una cameriera del posto che ha tenuto il bambino e ora vive con la madre e il compagno, Kofy. La vita di Luke cambia di colpo: non può seguire il carrozzone del luna-park e si licenzia. Inizia a lavorare presso un meccanico, che lo invita a sfruttare la sua grande abilità motociclistica per rapinare banche, arricchirsi e poter dare una vita decente alla sua "famiglia". Luke diventa un fuorilegge, ma non fa male a nessuno: i soldi arrivano, ma il suo stile di vita sregolato non lo porta molto lontano...
Si sa che l'unico scopo di un trailer è invitare chi lo guarda a vedere un film: così, ogni trailer cerca di gonfiare il più possibile l'opera, ricerca la frase ad effetto e la citazione esagerata di qualche giornale. Il trailer di Come un tuono non fa eccezione, e vi si può leggere, in sovrimpressione, la definizione datagli da Variety: "un film straordinario".  Bene, non hanno esagerato. Si tratta davvero di una pellicola straordinaria in tutto: dal personaggio di Gosling a tutti gli altri, dall'incredibile quantità di fatti che riesce a raccontare in 140 minuti alle scene di azione girate ad alta velocità. Derek Cianfrance è un autore che, alla sua terza regia, sforna un film che ha il ritmo e l'intensità degni di un grande romanzo. Dalla storia di un uomo attorno a cui si crea- complice l'aspetto dell'antieroe -un alone mitologico si distacca una serie di eventi strettamente connessi, che si snodano in un arco di oltre quindici anni. Il povero motociclista fuorilegge finisce con l'essere, pur nella sua delinquenza, il paladino dei sentimenti più nobili e della vera libertà a cui tutti, nel profondo, ambiamo. E' anche una critica pesante alla famiglia standard, rinchiusa nel carcere delle villette a schiera, col giardino curato e la macchina pulita di fronte al garage. Opera ricca di sfumature e aperta a molteplici letture, quella che vede protagonisti Luke, Romina, Avery, Jason e AJ è pura e semplice Epica. Moderna, ma sempre e comunque Epica.

Al chiaro di luna... [Ombre elettriche]

Ben ritrovati, amiche e amici lettori che seguite già da due settimane la rubrica "Ombre elettriche", momentaneamente messa sotto sequestro dalla follia titanica della Double "B" Production. Il soggetto cinematografico del quale andremo a scrivere oggi è antico quasi quanto il cinema stesso: stiamo parlando del lupo mannaro (o "manaro", secondo la popolare dizione delle nonne che abitano incontrastate le nostre campagne). 
Ricorrono i 100 anni di
The Werewolf, e noi
festeggiamo la licantropia
al cinema.
Sin dai tempi antichi, c'è sempre stato il sospetto che l'uomo potesse trasformarsi in lupo, e i greci, i romani e i vichinghi non hanno mai fatto nulla per demolire queste credenze. Anzi, proprio i vichinghi, noti per non avere paura di niente e di nessuno, quando arrivarono a scoprire il Canada, decisero di raccontare a tutti la storia dell'uomo lupo, e gli aborigeni locali erano persone particolarmente impressionabili e credulone: per questo, anche adesso, il Canada è il paese al mondo dove l'uomo lupo è considerato patrimonio nazionale. Non è un caso, infatti, che il maledetto film perduto The Werewolf (1913) fosse una primordiale produzione fra USA e Canada targata Universal. Purtroppo, la smania delle origini dei canadesi è andata trasformandosi in pesante ossessione, fino al punto in cui ci ritroviamo oggi, costretti ad assistere a opere imbarazzanti, senza avere la possibilità di difendersi: dai vari Licantropia al recente Cappuccetto rosso sangue, dallo "Jacopone" di Twilight al televisivo Il ragazzo che gridava... al lupo mannaro. Altro interrogativo riguardo i film di licantropi potrebbe essere: perchè, salvo rare eccezioni, i grandi maestri dell'horror non hanno mai affrontato l'argomento nei loro film. Se si esclude il brutto Cursed di Craven, nè Carpenter nè Hooper hanno mai avuto interesse verso l'uomo lupo, così come altri autori. Chissà, magari sono superstiziosi. O forse non hanno voglia di confondersi con un mito ormai standardizzato e antico di migliaia di anni.
Insomma, esattamente a 100 anni dall'uscita di The Werewolf, possiamo decretare che questi poveri licantropi sono stati utilizzati per fare qualsiasi cosa  e che non può mancare, su questo blog, una filmografia ragionata sul peggio e il meglio del genere.

ATTENTI AL LUPO: 10 FILM LICANTROPICI DA NON PERDERE


1- UN LUPO MANNARO AMERICANO A LONDRA (1981) di J. Landis
Senza mezze misure, è il vero capolavoro dei film sui lupi mannari, nonchè uno dei migliori horror di tutti i tempi. Modernissimo nella trama e nella rappresentazione della trasformazione (tuttora risulta la migliore mai fatta), tocca vertici di genialità registica quando meno ci si aspettano. Non fatevi ingannare dal suo aspetto più comico: è un film del terrore in tutto e per tutto. La firma del genio è di John Lands, mica robetta.



2- L'ULULATO (1981) di J. Dante
Precede di pochi mesi il capolavoro di Landis, ed è il vero spartiacque fra il vecchio film di licantropi della Universal e un horror più moderno e autoriale. Da incapaci come Zack Snyder a colleghi ben più meritevoli tipo Wes Craven, L'ululato lascia il segno e continua, ancora oggi, ad essere una fonte di ispirazione senza pari per coloro che devono affrontare l'argomento. Ha avuto sette sequel, usciti fra il 1985 e il 2011.






3- WOLF-LA BELVA E' FUORI (1994) di M. Nichols
Elegante, romantico, suggestivo horror degli anni Novanta. Non fa molta paura, ma riesce a commuovere più di ogni storiella dove il vampirello ama la ragazzina anoressica: del resto, abbiamo un Jack Nicholson efficace e una Michelle Pfeiffer mozzafiato, calati nelle luci del maestro Rotunno e "orchestrati" da Morricone.





4- L'UOMO LUPO (1941) di G. Waggner
Oltre ad essere un piccolo capolavoro, questo horror licantropico è un vero e proprio punto di riferimento per il cinema mondiale, tant'è che quarant'anni dopo Landis e Dante si ispirano ancora al mostro interpretato da Chaney jr., che continua a non perdere il suo macabro fascino. Da vedere almeno una volta nella vita.






5- WOLFMAN (2010) di J. Johnston
Una volta tanto, Johnston firma una buona pellicola, remake, in questo caso, de L'uomo lupo. L'effetto speciale moderno c'è, ma non risulta troppo pesante e invasivo, così come è apprezzabile il rispetto nei confronti della vecchia sceneggiatura. Attori bravi e tensione ad alti livelli non mancano. A conti fatti, un buon remake, nonchè il miglior film di Johnston (insieme a Capitan America).





6- IN COMPAGNIA DEI LUPI (1984) di N. Jordan
Horror fiabesco e onirico, esteticamente impeccabile, si avvicina al grande cinema europeo di autori visionari. La mano deel giovane Neil Jordan dirige con maestria questo film un po' dimenticato da tutti. Se si cerca una lincatropia più fantasiosa e sognante, è il film perfetto.








7- LA LUPA MANNARA (1976) di R. Di Silvestro
Alla sua terza prova da regista, Rino Di Silvestro dirige un anomalo film italiano di licantropi. L'anomalia sta non solo nell'avveniristico uso di una "lupa mannara", ma anche nell'analisi di una licantropia che si rispecchia non solo nell'aspetto fisico, ma anche nel rapporto con l'altro sesso. La licantropia di Daniela (la protagonista) è una licantropia primariamente erotica, e ciò non può che andare bene al regista di Diario segreto da un carcere femminile (1973), Prostituzione (1974) e Sogni erotici di Cleopatra (1984). 



8- UNICO INDIZIO LA LUNA PIENA (1985) di D. Attias
Tratto da un bel romanzo breve di Stephen King, è il film che, quattro anni dopo, dopo L'ululato "standardizza" definitivamente la licantropia nel cinema moderno. L'utilizzo di giovani attori, la cittadina di provincia carpenteriana, la scena della caccia all'uomo lupo sono tutte trovate cui oggi siamo abituati: all'epoca erano "cosa buona e giusta".






9- I DELITTI DELLA LUNA PIENA (2004) di B. Yuzna
Nato nella corrente del nuovo cinema horror spagnolo, è un bel film di lupi abilmente ambientato nel 1850 in una Spagna antiquata e tormentata dalla superstizione. Ispirato ad una leggenda spacciata per storia vera, poteva rappresentare un nuovo modo di guardare alla licantropia sul grande schermo, ma è rimasto un caso isolato e dimenticato da molti.






10- BIG BAD WOLF (2006) di L. W. Dreesen
Anche se risalente al 2006, il film potrebbe arrivare dagli anni '80. Storia semplice ma al contempo cattiva, pesante, realistica. Il lupo mannaro si scatena in un college di majorette e giovanotti reazionari fissati col football. Chi è il vero mostro? Nulla di originale, va bene. Ma rispetto allo "Jacopone" di Twilight... 







AL LUPO, AL LUPO,
 ossia LICANTROPI DA ELIMINARE DALLA FACCIA DELLA TERRA

1- LA CROCE DELLE SETTE PIETRE (1987) di M. A. Andolfi
Conosciuto anche come Il lupo mannaro contro la Camorra, è il capolinea dei film licantropici. Non fa paura, non eccita (anche se ci prova, diciamolo) e non fa neanche ridere: fa solo schifo e mette tristezza.  Andolfi si dimostra uno dei peggiori registi di sempre, tant'è che potrebbe fare compagnia a Mattei e Fragasso per incapacità. Vedere La croce delle sette pietre è come assistere ad una puntata del Festival di Sanremo: un'esperienza trash vuota e inutile.




2- UN LUPO MANNARO AMERICANO A PARIGI (1997) di A. Waller
Dotato di un'imbecillità quasi innaturale, il sequel del capolavoro di Landis crede di essere un horror al passo coi tempi, quando, in realtà, è totalmente fuori pista rispetto alla linea produttiva di fine secolo e, soprattutto, rispetto all'originale. Se il film del 1981 godeva del suo essere un horror in grado anche di far ridere, questo è un film che non solo non fa ridere, ma è anche un pessimo horror.





3- LICANTROPIA EVOLUTION (2000) di J. Fawcett
Ennesima dimostrazione del predominio canadese sui licantropi, è noto anche col titolo originale Ginger Snaps. Per alcuni, è un'opera di culto assoluto: del resto, si sa che la religione è l'oppio dei popoli, così come la saga Licantropia è la stricnina dell'horror.







4- 13HRS (2010) di J. Glendening
Tentativo tutto britannico di unire i licantropi adolescenti di Twilight con una componente splatter di maggior spessore: ne viene fuori un guazzabuglio politcamente corretto senza capo nè coda. Protagonista: Tom Felton, il Draco Malfoy degli Harry Potter.








5- SKINWALKERS- LA NOTTE DELLA LUNA ROSSA (2006) di J. Isaac
Tedeschi e americani possono unirsi per molte cose, ma vi prego: non permettete che producano un film sui lupi mannari. Il risultato è scadente.









6- CURSED- IL MALEFICIO (2005) di W. Craven
Craven non è un maestro dalle vie di mezzo: o bene bene, o male male. Stavolta, al di là di una regia buona e della eccellente colonna sonora, è male male. Cursed non sta in piedi, è povero di invenzioni e sembra un film nato morto.







7- BAD MOON- LUNA MORTALE (1996) di E. Red
Lo stile del bellissimo Wolf viene riciclato da un misero mestierante, infarcito di effetti speciali e destinato ad un pubblico di lobotomizzati imbecilli. Una porcheria autentica, di origine controllata e garantita.







8- LYCANTHROPUS (1962) di P. Heusch
Primo caso di film sui licantropi italiano. Si salvano l'ambientazione suggestiva e le musiche "terrificanti" di Trovajoli. Per il resto, è spazzatura.










9- DARK WOLF (2003) di R. Friedman
Ignobile splatter poliziesco horror. Il rischio di schierarsi troppo dalla parte del buono, è quello di rendersi ridicoli: ecco, Dark Wolf ci riesce in pieno. Ridicolo all'ennesima potenza.







10- DOG SOLDIERS (2002) di N. Marshall
Sarebbe un ottimo film di idee: peccato per una messinscena sciatta, effetti visivi fin troppo scarni e una componente "dark" fin troppo pronunciata. Sopravvalutato sia dalla critica che dal pubblico. Marshall, ad ogni modo, ha avuto il modo di rifarsi, confermandosi uno dei migliori registi di genere degli ultimi dieci anni.

[Recensione] Hitchcock

Se qualcuno aspettava un lungo biopic su Alfred Hitchcock (1899-1980), può evitare questo piccolo grande film biografico che, nel resto del mondo, tutti avevano visto già sei mesi fa. Ma se, d'altra parte, i  fan di Hitchcock e più in generale gli amanti del cinema vogliono gustarsi una bella storia vera e perfettamente romanzata, si accomodino. 
Hollywood, 1960. Alfred Hitchcock (A. Hopkins in stato di grazia) sta raccogliendo i favori di pubblico e critica dopo l'uscita del suo ultimo capolavoro, Intrigo internazionale. Sebbene in molti lo invitino a ritirarsi dall'attività di cineasta, lui vuole ancora lavorare e fare film. Contrario a tutto e tutti, decide di girare Psycho, un thriller dai toni forti in cui fa confluire tutte le sue frustrazioni e manie, arrivando a confidarsi, durante delle inquietanti allucinazioni, con Ed Gein, l'uomo che ispirò la figura di Norman Bates. Il film descrive tutto ciò che accadde al grande regista inglese nel periodo di lavorazione di Psycho: dal rischio che lui e la moglie Alma corsero nel ricorrere all'autoproduzione (800.000 dollari di budget, più di undici milioni di incassi) alla dura crisi che colpì il loro matrimonio, dalla rilassatezza (da tutti ritenuta non consueta) con cui Hitchcock trattò Janet Leigh sul set (che, come dice nel film, era <<abituata a Orson Welles>>) ai problemi con la censura (anche se in pochi potranno averci pensato, Psycho è il primo film americano dove viene mostrata una tazza del cesso), dal rapporto con attori e tecnici (svetta Ralph Macchio nel ruolo dello sceneggiatore Joseph Stefano) agli screzi in sala di montaggio con Bernard Herrmann, fino alle geniali trovate per promuovere un film ultraviolento che nessuno voleva e al trionfo commerciale.
Al di là dell'istrionico, divino Hopkins (forse era tutta la vita che aspettava un ruolo simile), la figura del film della quale non si può fare a meno di innamorarsi è quella interpretata dalla Mirren. Tutti parlano sempre della mania di Hitchcock nei confronti delle sue attrici protagoniste, ma si dimenticano che "Hitch" fu sposato con Alma Reville dal 1926 al 1980, quando morì. Alma era primariamente una sceneggiatrice (è stata accreditata nei film del marito dai tempi del muto fino al controverso Paura in palcoscenico del 1950), ma in realtà era una donna che conosceva il cinema meglio di tante persone: la scena in cui Hitch è a letto con la febbre e, per non perdere altri soldi, lei si reca sul set di Psycho e gira per due giorni come una vera professionista non è fantascienza. Alma Reville conosceva bene proprio il lato tecnico del cinema: oltre ad avere lavorato saltuariamente come attrice, era stata assistente alla regia di decine di film, nonchè montatrice del film muto Donna contro donna (1922). Ad ogni modo, tutti hanno sempre lasciato che la figura della moglie di Hitchcock venisse adombrata, ma, come sempre si sa, che "dietro ad un grande uomo c'è una grande donna". E così è anche in questo caso.
Hitchcock non verrà tanto ricordato come un capolavoro, ma ha un pregio che pochissimi film hanno: è un film voluto. Il regista inglese Sacha Gervasi ama profondamente il suo connazionale "maestro del brivido", ha voluto fare un film proprio sulla vita del grande regista nel periodo di Psycho, e pur inciampando in qualche sentimentalismo (il "bacino") e rimarcando troppo certi luoghi comuni (la passione per le bionde, ad esempio), rende perfettamente riuscita questa personale biografia di Hitchcock: si ride, si piange, ci si lascia coinvolgere dalle ordinarie vicende di un inglese panciuto e complessato che amava il cinema esattamente quanto noi. 

giovedì 11 aprile 2013

[Recensione] Bianca come il latte, rossa come il sangue

Ormai le cose vanno talmente tanto male che se qualcuno volesse uscirsene con una citazione, in un discorso parlato come in un testo scritto, dovrebbe prestare molta attenzione all'attingere da una fonte comunemente ritenuta "accettabile": ad esempio, è accettabile citare la frase x di Jim Morrison letta su una pagina Facebook che si fregia dell'elegante nome "Camorra and Love"; non è accettabile, d'altro canto, citare una frase x1 di Morrison estrapolata dalla canzone y contenuta nell'album k. Al di là del fatto che le frasi firmate "Jim Morrison" che ogni tanto fanno capolino sulla mia bacheca di Facebook si rivelano spesso dei falsi clamorosi (non gli sarebbero bastate ventisette vite per scriverle tutte), se la tipologia di citazione adottata appartenesse alla seconda categoria, verremmo immediatamente accusati di "saccenza". "Saccenza" è una brutta parola, creata ad hoc dagli ignoranti che devono attaccare, in qualche modo, chi ne sa più di loro su un determinato argomento: e visto che oggi, complice una serie di fattori, tutti sembrano intendersi di tutto, è largamente diffuso questo tipo di atteggiamento. Sempre di "saccenza" vengono accusate quelle persone che, senza secondi fini, parlano bene o male di qualcosa e la rapportano a qualcos'altro: <<L'Oz di Raimi non mi è piaciuto per questo, questo e quest'altro motivo. Però, se voglio vedermi un bel film di Raimi, guardo per la ventesima volta L'armata delle tenebre e...>>, inizia uno, <<Vabbè, basta, non ti piace...lo abbiamo capito! Non ci devi montare un discorso di due anni sopra!>>, conclude l'altro. Parlare di un libro che non sia di Saviano o Moccia è un comportamento "saccente", parlare di un film che non sia Il principe abusivo o I pirati dei Caraibi 347575935745 è da "saccenti", fare presente che Gassman ha letto Dante alla RAI quarant'anni fa e decisamente meglio di Benigni è da "saccenti". Scrivo tutto questo per introdurre una recensione di un film che mi ha messo in crisi, perchè ne stanno parlando tutti bene, così come tutti avevano parlato bene del libro (che non ho letto) da cui la pellicola è tratta: Bianca come il latte, rossa come il sangue

Leo (Filippo Scicchitano) ha 16 anni e frequenta il terzo anno di Liceo Classico Cavour di Torino. Parla inspiegabilmente romanesco stretto (Mario Brega era molto più "nordico") ed è il tipico sedicenne che nella realtà non esiste. Qui ci troviamo subito davanti ad un difetto ormai diffusissimo nel nostro cinema: l'invenzione di un'adolescenza che non esiste da nessuna parte in questo paese. Non esistono quelle felpe, non esistono quei colori, non esistono quei tagli di capelli, quel gusto (buono o cattivo, dipende) nell'arredamento di una cameretta, quei modi di vivere e di pensare. Il film è iniziato da dieci minuti, e già non vi è alcuna differenza fra Amore 14 di Moccia e questa farsa sentimentale di Campiotti (che aveva esordito bene, nel 1994, con Come due coccodrilli, ma si era smerdato velocemente con film quali Mai + come prima e Il sorteggio o una serie televisiva come Maria di Nazareth): entrambi hanno in comune la falsità e la patinatura. Se non altro, Moccia lascia fuori temi "pesanti" come la malattia e la morte, risparmiando allo spettatore una sua visione di altri aspetti della vita. Campiotti no. Campiotti vuole dimostrare qualcosa, e fa scendere l'ombra della morte su questa storiella da mentecatti: infatti, Leo si innamora di Beatrice (Gaia Weiss), che purtroppo si ammala di leucemia, ma non prima che un professore-boxeur sognatore bello come il sole (Luca Argentero) inizi a spiegare l'amore di Dante per Beatrice, sfoggiando un prontuario di luoghi comuni che ci martellerà per tutto il film. Leo inizia ad andare a trovare Beatrice, dona il midollo osseo sperando che sia compatibile col suo, le tiene compagnia e cerca di farla ridere. Farò due esempi, tanto per dare un'idea dei livelli di mancanza di rispetto che può raggiungere un film ai giorni d'oggi. Dapprima, Leo le regala tre cd, che lui stesso definisce la colonna sonora della sua vita: si tratta degli album dei Modà (che compaiono sulla locandina come autori della colonna sonora). Se una persona sta morendo, un regalo del genere non può che accellerare il corso della malattia, ma non in questa storia: infatti Beatrice non solo lo ringrazia, ma trova addirittura la forza di ballare Se si potesse non sentire. Il secondo esempio è ancora più grave: visto che le condizioni della ragazza sembrano peggiorare, quale miglior regalo del pallone della Roma autografato da Totti? A questo punto, inizio a darmi gli schiaffi, sperando di stare sognando tutto e di risvegliarmi in una fumeria d'oppio a Chinatown. Dal momento in cui Beatrice, che nel corso della chemioterapia si è avvicinata parecchio a Dio, sembra essere sulla via della guarigione (grazie al midollo di un altro donatore), Leo cambia atteggiamento e scopre che, in realtà, è innamorato di Silvia, la migliore amica che egli aveva precedentemente respinto. La storia va avanti fra siparietti con i genitori che "nun me capiscono", partite rionali di calcetto, pianti nei cessi, tappeti di fragole e pseudo-aforismi indegni perfino di un libro della Mazzantini (<<Ogni cosa è un colore, ogni emozione è un colore...>>). Mi trattengo dal riportare il finale, limitandomi a quella che è la morale del film: Morto un papa, se ne fa un altro
Non per fare sempre il "Bastian contrario", nè per passare da "saccente" (così mi riallaccio alla mia introduzione), ma io mi sono domandato come un film simile possa trovare non solo un suo pubblico, ma anche delle persone che hanno studiato e che lo definiscono "profondo", "realistico", "coraggioso". Io inizierei a fare una raccolta firme per mandare in rieducazione i critici professionisti che lo stanno elogiando, mentre per quelle pecore che vanno a vederlo, ci ridono e ci piangono ed escono dal cinema felici e contenti basterà mettere un guardiano all'uscita e porre loro una semplice domanda: <<Ti è piaciuto il film?>> oppure <<Ti sei rivisto/a in questo film?>>. Se la risposta è <<Sì>>, non c'è altra soluzione che il linciaggio seduta stante. 
Quando stasera sono tornato a casa, sul digitale terrestre, stava finendo L'orgoglio degli Amberson di Orson Welles: non scrivo che consiglio di vedere quello piuttosto che Bianca come il latte, rossa come il sangue, perchè non vorrei apparire troppo "saccente".