lunedì 10 marzo 2014

[Recensione] Snowpiercer

Ho visto e amato Snowpiercer da subito, lo scorso venerdì.
Un film così ci voleva, e vorrei scriverne a lungo, riempire decine di cartelle per commentare, descrivere e condividere le sensazioni fortissime che mi ha scaturito la sua visione. Purtroppo, non ho avuto tempo di farlo nei giorni scorsi, e anche adesso non è molto. Dunque, sarò breve.
Con ogni probabilità, è uno dei migliori post-catastrofici di sempre. 
Senza dubbio, un film ferocemente politico dalla prima all'ultima scena. E attenzione a non confondere la retorica con la politica: Snowpiercer di Bong Joon-ho non è retorico. Al massimo, racconta- anche se in maniera diversa -cose che hanno già detto in molti. Ma, in questo caso meno, male che c'è ancora qualcuno che ribadisce le solite cose. 
E per raccontare questa storia incredibile il giovane regista coreano ha dovuto faticare non poco: dopo aver letto, dieci anni fa, il fumetto Le Transperceneige (mi dicono che sia bellissimo, ma non l'ho letto, anche se la Editoriale Cosmo lo ha pubblicato di fresco), ha contattato il grande Park Chan-wook, che nel 2005 acquista, tramite la casa di produzione Moho, i diritti cinematografici del film. Dopo varie traversie, il progetto parte nel 2008 in Corea del Sud, ma ha un pessimo esito, col governo e i produttori  ad intralciarne la lavorazione. Solo nell'aprile del 2012, con fondi in larga parte francesi e statunitensi e un cast di stelle internazionali (Chris Evans, Ian McKellen, Ed Harris e Tilda Swinton, fra gli altri), il film "riparte" in Europa, con le riprese svoltesi in Repubblica Ceca.
La storia è clamorosa.
Gli effetti speciali non stonano.
Il film fa stare bene perchè emana una libertà artistica piena: un aspetto che traspare dalle numerose scelte "impopolari" della sceneggiatura.
Chris Evans è insolitamente adatto al ruolo, McKellen fa il suo, Ed Harris è ad un livello altissimo, ma l'interpretazione più straordinaria va alla Swinton nel ruolo della "Ministra", uno dei più cattivi, terribili, odiosi personaggi della storia del cinema.
Colonna sonora di Marco Beltrami estremamente classica e suggestiva.
99% delle scene girate dentro il treno, con la macchina da presa che ricorre a soluzioni incredibili. Per un attimo sembra di tornare quasi alla limousine di Cosmopolis di Cronenberg.
Alla fine, è incredibile quanto un film simile sia lontanissimo da ciò che siamo abituati a vedere oggi. Bong Joon-ho non crede minimamente nella razza umana, e per oltre due ore non fa altro che ripetercelo. E lo fa con un tocco e una maestria formidabili.
Se si ama il cinema, Snowpiercer è davvero imperdibile.

domenica 9 marzo 2014

Matt Sorum's Fierce Joy, "Stratosphere" [Suggestioni uditive]

Matt Sorum's Fierce Joy
Stratosphere (Rok Dok Recordings, 2014)

★★★½















Notte fonda. 
Sono al computer a scrivere di musica rock. In cuffia mi risuona per la terza volta dal pomeriggio Stratosphere, secondo album solista di Matt Sorum; ormai lo conosco, ma questo è l'ascolto migliore, perchè, come già aveva scoperto Novalis, sono convinto che la musica sia una creatura che la notte dà il massimo.
Guardo il Matt Sorum di oggi, una rockstar americana (ma norvegese da parte di padre) di cinquantaquattro anni un po' timida e un po' dandy, ma con le idee parecchio chiare: le stesse idee che, a poco più di vent'anni, lo portarono in studio come turnista di Tori Amos (allora leader della band Y Kant Tori Read) e che, nel 1985, lo fecero diventare il batterista dei Cult, la gloriosa band fondata da Ian Astbury in cui Matt militò fino all'autunno del 1990. Fu allora che, dopo un'audizione leggendaria, entrò a diritto nei Guns N'Roses, sostituendo di fatto Steven Adler. Con loro incise due album e partecipò al più lungo tour della storia del rock (per i profani, il Use Your Illusion World Tour), prima di essere cacciato (letteralmente) da Axl Rose nel 1998. 
Complice una serie di sfortunati (o fortunati) eventi, il buon Matt è stato, in ordine di tempo, l'ultimo ex-membro dei Guns ad imboccare la carriera solista: ne è testimonianza il misconosciuto Hollywood Zen (Brash Music, 2003), prima occasione per il batterista di dar prova delle sue capacità compositive, messe in dubbio già negli anni novanta proprio da Axl (lo considerava poco più di un turnista). E per quanto sia passato talmente inosservato da non venire neanche recensito dai più autorevoli biografi dei GNR (su tutti, l'attento e impagabile Ken Paisli), Hollywood Zen risulta ancora, dopo undici anni, un'opera più gradevole di tutti i dischetti autoprodotti da Izzy Stradlin e venduti su iTunes dal 2005 in poi. 
Oggi, dopo undici anni, Matt Sorum si è lasciato definitivamente alle spalle i problemi esistenziali narrati nella sua Confession: è un musicista a tempo pieno che va a promuovere l'arte a giro per le scuole americane, un produttore indipendente che prende parte a vari progetti (attualmente, è nei Camp Freddy di Dave Navarro) e che, di quando in quando, viene chiamato a collaborare a tour (recentemente, ha rimpiazzato Mikkey Dee nei Motorhead) e album in studio. E il suo nuovo progetto solista- rinominato Matt Sorum's Fierce Joy su consiglio di Lemmy Kilmister e benedizione di Ringo Starr -è figlio di questa iperattività musicale. Si sente già dal sontuoso Intro la smania di "spippolare", di manipolare il suono, di allontanarsi dal sound hard rock tipico dei Guns e dei Velvet Revolver e dal punk rock dei Neurotic Outsiders. Con la successiva The Sea siamo su una spiaggia hawaiana, la sabbia è viola, le onde dell'Oceano sono screziate di acido lisergico e il signor Matt Sorum una canzone così, molto probabilmente, non la scriverà più per il resto della sua vita. Così come la splendida, malinconica chitarra accompagnata dagli archi (veri e non sintetizzati) di Goodbye To You suona come totalmente estranea al panorama sonoro a cui ci aveva abituati il batterista. Batterista che, in Stratosphere, per scelta non ha mai preso in mano le bacchette: Matt, infatti, in questi undici anni ha imparato a suonare chitarra, basso e pianoforte, e questi suona, omaggiando nei suoni e nei testi la musica che lo ha indotto a suonare sin da piccolo. Ritroviamo ovunque l'ombra del Bowie di Ziggy Stardust (dall'eloquente ma deboluccia What Ziggy Says alla più solida Gone, da Josephine alla sbiadita conclusione The Lovely Tear Drop), dei Beach Boys (Land Of The Pure), di Hendrix (Lady Of The Stone) e dei grandi folk-singer del passato (notevole, in questo senso, la poesia-tributo Ode To Nick Drake). Peccato soltanto che i momenti peggiori del disco siano proprio quelli che vorrebbero suonare più hard n'heavy (Ford The Wild Ones, Killers N Lovers) e che spesso Matt si lasci trasportare un po' troppo dalla propria retromania, perdendosi nei meandri dell'effetto sonoro rudimentale, nell'eccesso di percussioni e arrangiamenti orchestrali e in una certa retorica dei testi (con tutto il bene che gli si può volere, come autore di canzoni non è Rod Stewart o Paul McCartney) . Per il resto, Stratosphere è un album ben prodotto, i Fierce Joy sono bravi musicisti e il disco promette di ricevere quella quantità di attenzioni che furono negate, undici anni fa, al suo sfortunato predecessore. 

venerdì 7 marzo 2014

[Recensione] 300- L'alba di un impero

Breve premessa per coloro che non hanno visto il primo film del 2007 

Nel 480 a.C. un plotone di trecento soldati americani seminudi lascia Sparta per andare a combattere contro quarantamila ribelli iraniani, iracheni e afgani. Muoiono tutti al grido di <<Ricordatevi di Alamo!>> e vengono ricordati, nei secoli a seguire, come i più belli eroi della storia dell'occidente.
Fine?
Sette anni dopo...

... mentre i trecento eroi delle Termopili resistono come bestie, nella ridente località marina di Capo Artemisio lo stratega Temistocle (Stapleton) guida un maxi-esercito alleato contro la marina iraniana di Serse (Santoro, non Michele, bensì Rodrigo); quest'ultimo è a sua volta aiutato, in battaglia, dall'avvenente regina-ninja Caria Artimisia I (Eva Green), sulla carta una donna greca a tutti gli effetti, ma all'atto pratico una folle e sanguinaria condottiera di Alicarnasso "afflitta" da simpatie filosocialiste e con la passione per i completi sadomaso vintage. 
Ora- e parlo da patito della sua opera -Frank Miller è un filonazista alcoolizzato e mezzo pazzo che ha bisogno di prendere le sue pillole come molti di noi. Okay, mi sta bene. Non faccio una piega di fronte a nulla, guardo The Spirit due volte, ingoio amaramente la pubblicità di Gucci Guilty Pleasure con Chris Evans e la Evan Rachel Wood, compro (pagandolo profumatamente) Sacro Terrore (Bao, 2012) e aspetto con ansia la ristampa della sua opera integrale messa in cantiere dalla RW Lion. Faccio tutto questo perchè Miller è un autore che ammiro, uno dei più grandi fumettisti di tutti i tempi, con i suoi pregi e i suoi difetti. Non so dire quando e se Xerxes uscirà, ma sono certo che lo leggerò. Tuttavia, posso aspettarmi molte cose, ma non di vedere prima il film e poi il fumetto: ma, si sa, il cinema fa miracoli, e così, a sette anni di distanza dall'atroce capitolo precedente, ecco 300- L'alba di un impero, che esce appunto prima della graphic-novel che dovrebbe averlo ispirato.
Cosa c'è da sapere di nuovo? Praticamente nulla, se non che il cambio di regia, passata da Snyder all'israeliano Murro, non ha arrecato alcuna modifica agli incalcolabili strati di patina computerizzata che avvolgevano il primo film, e che Miller- per fortuna -ha curato solo il soggetto della pellicola, senza intervenire come secondo regista. Per il resto, 300- L'alba di un impero si segnala- analogamente al suo predecessore -come una visione traumatica: sin dal prologo, non si capisce se siamo noi a seguire il film, o se è il film a seguire noi, rincorrendoci e molestandoci per oltre un'ora e mezza. Non si percepisce mai la sensazione di essere spettatore di un qualcosa che un minimo di attenzione lo necessità. Verrebbe da dire che Murro non ha tanto girato un film, quanto ripreso dei micro-spot pubblicitari (il prodotto pubblicizzato può variare dalle armi di Artimisia agli addominali dei soldati greci) in cui nulla deve mai durare più di trenta secondi, e ha montato tutto assieme. Seguendo dunque le orme di Snyder (che ha seguito per ben sei anni questo progetto prima di affidarlo a terzi), ci troviamo di fronte ad un nuovo vandalo della Settima Arte che, adottando regole e tempi consoni alla pubblicità, al videoclip cafone e ai videogiochi, li reinserisce in un contesto cinematografico. Deciso questo, visto che il soggetto è misero e la sceneggiatura lascerebbe presagire la durata di un cortometraggio, la produzione ha pensato bene di aumentare il numero di attori (o di modelli Calvin Klein), e ha puntato un po' di più sulla f-i-c-a: chi meglio di Eva Green, un'attrice che da tre anni ormai stenta a lavorare e accetta qualunque ruolo per un pezzo di pane e due spiccioli? Siccome poi il marketing è importante, sporchiamoli pure questi rudi guerrieri, ma non troppo: denti bianchi che si illuminano al buio, polvere in misura ridotta, qualche mèche bionda sparsa qua e là, sangue molto scuro e magari, dove possibile, assorbito con Lines Seta Ultra.
Comprensibile che Miller, in un delirio alcoolico che evidentemente funziona al contrario di quello di Bukowski, ha perso l'ispirazione e non ha più nulla da dire. Comprensibile anche che ben poco si poteva pretendere dal sequel di uno dei più brutti film di tutti i tempi (ai tempi dell'uscita, nel 2007, c'è chi parlò del "peggiore film degli ultimi trent'anni", e neanche esagerando troppo). Però non si può scrivere un film così male. Chissà se si alzerà in piedi la consueta compagine degli ottimisti (che purtroppo sono molti più di 300 coglioni) per pronunciare la dannosa frase <<Vabbè... ci sarà qualcosa di interessante a livello visivo...>>. E invece no. Mi dispiace, ma esteticamente il film è una vera merda, con colori piatti, seicento ralenti inutili ed effetti fotonici odiosi. E poi qualcuno spieghi a questo Murro- che è giovane, soltanto alla sua seconda regia e ancora riscattabile -che nei film normali vengono dosate le scene di azione e scene di panico, scene di amore e scene di dialogo: tutto questo, in 300-L'alba di un impero, non sembra però essere indispensabile. Infatti, a prescindere che i personaggi si squartino o si bacino, sussiste lo stesso movimento di macchina, la stessa fotografia, lo stesso montaggio e la stessa colonna sonora. E nel finale è tutto talmente frenetico che io, da un certo punto in poi, ho veramente fatto fatica a distinguere i cattivi dai buoni.
Ma, a conti fatti, 300-L'alba di un impero è solo il brutto sequel di un film già bruttissimo? Non proprio: al suo interno alberga  il vuoto totale del cinema blockbuster americano contemporaneo ed è possibile scorgervi la morte del cinecomic un po' più cupo e crudo. Una minchiata da denuncia penale. 

mercoledì 5 marzo 2014

[Recensione] Pompei

Esisterà, anche se per un convinto cinefilo, un genere che sin dalla tenera età viene prontamente evitato? Sì, e almeno nel mio caso, quel genere è il "peplum", o il film di "sandaloni", come li chiamava la mia povera nonna, altra devota cinefila. Non ho mai retto i pomeriggi di Rete 4 in compagnia di Maciste, Sansone e Ursus, come non ho amato nessuno dei trenta film su Ercole (no, neanche Ercole al centro della terra di "sua maestà" Mario Bava mi è mai piaciuto, per quanto avveniristico e girato cento volte meglio di tutti gli altri potesse essere) o le famigerate serie televisive di Italia 1; non mi piaceva la piega più storica dei peplum (trovo Spartacus il peggiore film di Kubrick e sono uno dei pochi cittadini italiani a non aver mai digerito Il gladiatore), ho sempre disprezzato ferocemente le incursioni bibliche dei vari Ben Hur e I dieci comandamenti, nè sono uscito di testa di fronte alla moda del "nu-peplum" iniziata col mediocre Troy (2004) di Petersen e ulteriormente peggiorata con i vari Scontro di titanti, Furia di titani, Hercules 3D e altra roba in confronto a cui una puntata di Xena sembrava diretta da Orson Welles. In seguito all'avvento di questo nuovo filone del "rinato" cinema mitologico-avventuroso, sono state attuate due regole molto precise:
1) I film compresi in questo genere devono tutti peggiorare, in forma e contenuti, ciò che poteva risultare godibile e positivo nelle pellicole americane e soprattutto italiane degli anni '50 e '60.
2) I film compresi in questo genere devono essere girati da una buona fetta dei peggiori registi che lavorano oggi.
E forse è proprio in virtù di questa seconda regola che non poteva esimersi dal girare un "sandalone" anche il britannico Paul W.S. Anderson, creatore della saga Resident Evil, marito di Milla Jovovich e noto, nell'ambiente di Hollywood, come "il Becco". E il Becco ha impiegato sei anni a preparare questa merda di film, per cui sono stati spesi- da una produzione per metà americana e per metà tedesca -80 milioni di dollari; soldi con cui, visti i problemi sorti negli ultimi mesi, lo stato italiano poteva ristrutturare una buona parte della vera Pompei. A vestire i panni del protagonista schiavo/gladiatore bretone Milo è stato chiamato il nobile Kit Harington (classe 1986), discendente diretto di Carlo II e inespressivo bietolone da tenere nelle macellerie modaiole di Hollister piuttosto che di fronte alla telecamera: a riprova che la televisione e il cinema sono ancora due mondi fortunatamente molto distanti- alla faccia di chi afferma il contrario riempiendosi la bocca di falsità e nomi assurdi -va fatto presente che Anderson ha scelto questo attore perchè lo aveva notato nel ruolo di Jon Snow de Il trono di spade (dove poi è altrettanto incapace). 
Per il resto, è semplice commentare la sceneggiatura e l'aspetto visivo di Pompei: un film talmente brutto e idiota da incitare lo spettatore a voler fare tutt'altra cosa che osservare lo schermo. Ogni personaggio che appare anche solo per un minuto lascia subito capire quale non-ruolo ha e che fine farà. Ogni scena è insulsa, fastidiosa, vuota. Gli effetti speciali, unico vero cavallo di battaglia della saga di Resident Evil, sono veramente gestiti male. E, più in generale, Pompei non è brutto rispetto agli altri film di Anderson o ad altri "peplum" usciti negli ultimi due, tre anni: è proprio brutto e basta. 
Credo che, come la saga dei Pirati dei Caraibi, Pompei abbia come unica utilità quella di far capire che un'idea di cinema avventuroso (le pretese storico-mitologiche passano in secondo piano) destinato ad un pubblico più giovane abbia già toccato il fondo e si sia messo a scavare. Colpa delle case di produzione e della sciatteria di base con cui certi progetti vengono pensati e portati avanti; ma è anche colpa del pubblico che accoglie con entusiasmo questi prodotti, e si tratta di un pubblico composto o da ragazzetti lobotomizzati o da ventenni e trentenni col cervello sfarinato da sei, sette ore di videogiochi al giorno, visioni di cartoni animati di merda e letture stupide. 
Pompei è per loro. 
Per gente che, se un dialogo dura quaranta secondi in più rispetto alla media e non sopraggiunge un terremoto a spazzare via l'intero emisfero australe, scrive su Twitter #questofilmmirompeilcazzo.

martedì 4 marzo 2014

Pharrell Williams, "Girl" [Suggestioni uditive]

Pharrell Williams,
Girl (Columbia Records, 2014)
★★★★

















Pharrell Williams è un po' come il prezzemolo: è ovunque, perchè sta bene ovunque lo si metta. 
Che sia nel ruolo di rapper-produttore coi Neptunes o di cantante-polistrumentista-compositore nei N.E.R.D., che sia al cinema per fare un bel cameo in qualche brutto film o sulla copertina di una rivista di moda in qualità di CEO della Billionaire Boys Club, che sia nei singoli da top 10 dei colleghi rapper o nelle hit da discoteca firmate Daft Punk (Get Lucky, Lose Yourself To Dance) e Swedish House Mafia (One), il tuttologo virginiano può vantare una sfilza di successi professionali invidiabile. 
Tuttavia, c'è un campo che più degli altri sembra essergli stato meno congeniale in questi venti anni di attività: la carriera solista. Sembra strano per una figura così estremamente egocentrica, ma fino a ieri il catalogo di Pharrell "suono tutto io, faccio tutto io, produco tutto io, pago tutto io" Williams vantava un solo, isolato caso di pubblicazione solista. Sto parlando di In My Mind (Interscope, 2006), produzione milionaria che però non aveva suscitato il clamore della critica, nè aveva regalato, nel mondo, una prima posizione in classifica al cantante, già ampiamente abituato a vedersi letteralmente ricoperto d'oro. grazie ai singoli pubblicati con i suoi altri progetti. Effettivamente, In My Mind non era già allora assolutamente comparabile ai dischi dei N.E.R.D., nè poteva essere accostato ad opere di altri colleghi più esperti e navigati. 
Oggi, dopo ben otto anni di attesa, Pharrell è tornato all'attività solista, con Girl, un album completamente diverso da In My Mind e dal 90% di ciò che possiamo trovare pescando nell'oceano della musica hip-hop, rap, R&B, nu-soul, electro-funk e crossoveristica varia ed eventuale. Lo si capisce anche soltanto dal geniale singolo di lancio Happy (pure candidato agli appena conclusi Oscar 2014) dalla sontuosità "symphunk" (arrangiamenti orchestrali di Hans Zimmer, non credo occorra aggiungere altro) dell'apertura Marylin Monroe, quasi sei minuti di R&B preciso, mai banale e perfettamente in grado di presentare il contenuto dell'opera: la Donna, narrata attraverso dieci brani gioiosi e raffinati. Si evince subito che il Pharrell più tamarro e spacconcello del 2006 è artisticamente e umanamente maturato; basti notare la lussuosa produzione (e promozione) della Columbia che- come diceva sempre anche Lester Bangs -è ad ogni probabilità la migliore casa discografica di tutti i tempi. Se dunque vi piacciono culi e tette sbattuti sullo schermo del vostro televisore, campionamenti volgari, testi da mongoloidi e collanoni da delinquente, Girl non fa per voi. Pur nei suoi momenti più squisitamente "pop" (Brand New, cantata con Justin Timberlake, tanto per dirne una), il disco riesce sempre a tenere un livello eccellente, complice anche un sound lontano sia dalla "vecchia maniera" (scordatevi scratchin', loops, campionamenti, ecc.) che dall'avanguardia industrial del recente Yeezus di Kanye West: quindi vai con le chitarre semiacustiche di Know You Are (dove Pharrell duetta piacevolmente con una ritrovata Alicia Keys), vai con il ritornello "vocoderizzato" della superba Gust The Wind (scritta e suonata con gli amici Daft Punk), vai col funk d'avanguardia di Hunter (che sembra arrivare proprio dalle sessions di Random Access Memories). Meno riuscito, invece, l'ibrido col gospel della lunga Lost Queen, piena di archi e percussioni, ma un po' deboluccia. Una menzione speciale va però alla chiacchierata collaborazione con Miley Cyrus in Come Get It Bae: vero che la monella più famosa del momento non sa proprio cantare, però questo brano ballerino e spensierato potrebbe scorrere ininterrottamente (come solo Happy sa fare) per ore e ore a prescindere da giorno, luogo e stagione. La chiusura tiepidina di It Girl magari la ritroveremo nello spot di qualche balsamo per capelli, e non rende di certo giustizia ad un disco che, nel complesso, è davvero ottimo e che tornerà a "farsi sentire" ovunque perchè, come lo stesso Pharrell, sta bene dappertutto. 

lunedì 24 febbraio 2014

[Recensione] The Lego Movie

Se i possessori dell'edizione DVD di Monty Python e il Sacro Graal datata 2001 e tuttora, credo, in commercio premessero il tasto "menu" e aprissero i contenuti speciali, troverebbero una buffa sorpresa: il video della canzone Camelot animato in stop motion con i mattoncini Lego e prodotto dalla celeberrima casa di giocattoli danese. Sono passati tredici anni prima che a Billund si decidessero a sfornare, con l'ausilio della Warner Bross., The Lego Movie, un lungometraggio creato con una tecnica mista di stop-motion e una computer grafica di qualità eccelsa. Nel frattempo, i videogiochi (ricordo bene Lego Island per PC, ed era il 1997) e le serie televisive sono serviti da "riscaldamento" per i produttori, sicuri e disposti ad attendere quanto tempo era necessario al fine di affinare ulteriormente una produzione da sessanta milioni di dollari e di ottenere così un risultato tecnico che definire stupefacente è dire poco. 
E se sul piano formale The Lego Movie è ineccepibile, per quanto riguarda storia e contenuti è ancora più straordinario. Immaginate solo che il protagonista, il proletario Emmet, è un ordinario operaio felice del proprio "essere pecora" e convinto che la realtà distopica costruita a tavolino dal grigio imprenditore Lord Business sia il migliore dei sistemi possibili. Le sue giornate proseguono fra caffè che costano 37 dollari a tazza, il martedì dei tacos ("Taco Tuesday"), una sitcom demenziale e sempre uguale (<<Tesoro, hai visto i miei pantaloni?>>, risate finte a seguire), il traffico vissuto all'insegna della felicità più totale e scandito dalle note di una terrificante e robotica canzoncina (<<E' meravigliosoooooooo!>>). Ci sono però persone che vivono in mondi di Lego alternativi e nascosti e disposti ad abbattere la dittatura di Business e che vedono proprio in Emmet il "prescelto" da una balorda profezia udita dal mago Vitruvius (nome non affibbiato casualmente, visto che Vitruvio Pollione, vissuto poco prima di Cristo, è il più grande teorico antico dell'architettura). E così, al fianco di Emmet, troviamo una galleria di statuette (e personaggi) proveniente dall'immaginario collettivo: da un Batman fanfarone e meno serio (anche giustamente) del Cavaliere Oscuro nolaniano ai due "Michelangeli" (Buonarroti, uno, Tartaruga Ninja l'altro), dai competitivi maghi Silente e Gandalf (le citazioni al Signore degli anelli fioccano) alla gatta repressa Unikitti, dallo svampito Lanterna Verde all'agente "bipolare" Poliduro. E nonostante il film strabordi di parodie dirette ad un pubblico magari più adulto (l'esercito di Lord Business è composto da innumerevoli statuette-terminator) e  di riferimenti satirici alla realtà odierna e alla cultura pop, The Lego Movie ofrrirà ai bambini un incredibile bagaglio di invenzioni fantasiose e intelligenti. Cosa che farebbe sicuramente felice Ole Kirke Christiansen (1891-1958), l'inventore dei mattoncini colorati: infatti, in danese "leg godt" significa "gioca bene", e i registi Phil Lord e Christopher Miller hanno giocato benissimo.
E' superfluo aggiungere che per un quasi venticinquenne che non ha mai smesso di incastrare mattoncini, il film sia una vera delizia degli occhi e dello spirito.

venerdì 21 febbraio 2014

[Recensione] 12 anni schiavo

Ripetiamolo ancora una volta: Steve McQueen non è Steve McQueen.
Steve McQueen (nato a Londra nel 1969) è un regista britannico che non ha mai girato un film (lungometraggio) brutto. Nell'arco di appena tre anni abbiamo visto infatti due capolavori come Hunger e Shame, entrambi firmati da lui e interpretati da Michael Fassbender, ed entrambi incentrati su temi ben precisi: le forme di schiavitù, lo svilimento dell'essere umano, l'oppressione, lo sfinimento fisico (Hunger) e psicologico (Shame) della persona. E così, anche il più recente 12 anni schiavo, candidato a ben nove statuette e già vincitore del Golden Globe come migliore film drammatico, affronta gli stessi argomenti, ma da una prospettiva diversa e in maniera ben più ampia e "storica". McQueen trae il soggetto del film dal romanzo autobiografico 12 Years A Slave (1853) di Salomon Northup (Ejifor), virtuoso violinista newyorchese di colore che nel 1841 fu attirato in una trappola infernale: giunto dalla sua Saratoga a Washington come uomo libero per tenere dei concerti, fu in realtà incatenato e ridotto in schiavitù, gli venne cambiato nome e fu venduto al proprietario terriero "buono" della Louisiana William Ford (il grande Benedict Cumberbatch). Peccato però che il senso di ribellione sito nell'animo dell'uomo libero Northup fosse direttamente proporzionale all'imbecillità dei sorveglianti della tenuta in cui lavora, in particolare a quella insita nel cervello del razzista Tibeats (Paul Dano, come sempre talmente bravo nel rendersi insopportabile da essere costretto a chiudersi in casa per anni dopo l'uscita di un suo film, e chi lo ricorda nel ruolo del fanatico predicatore del Petroliere sa di cosa parlo): a quest'ultimo, infatti, fu tolta la frusta di mano dal suo stesso schiavo, che lo punì- seppur in minima dose -per le pene inflitte ai neri fino a quel momento. Graziato, per un pelo, dall'impiccagione (una delle innumerevoli scene da incubo, fra l'altro), Northup venne rivenduto allo spietato magnate del cotone Epps (un Fassbender tanto bravo nell'essere il debosciato di turno, quanto un po' troppo ancorato ad una certa "schematicità" del proprio ruolo), presso il quale passò molti anni all'insegna di qualunque privazione e di atroci punizioni corporali e morali. 
Sembra un pelo che abbiamo visto una certa realtà nel Django Unchained di Tarantino, e McQueen, nel dipingere la sua tela (impressionista, come impressionisti sono quelle albe e quei tramonti sulle paludi e sulle foreste sudiste, magicamente filtrate dalla fotografia di Sean Bobbitt) offre una visione analoga a quella dell'autore di Pulp Fiction sullo schiavismo, non tanto come pagina di un manuale di storia (se vi piace questo approccio, il cinema spielberghiano ne è zipillo), quanto come un ritratto degli uomini che lo schiavismo lo hanno portato avanti e lo hanno subito. Che sia il padrone Fassbender, a sua volta schiavo della moglie gelosa, della sessualità violenta e malsana e dell'alcool, o che sia il gretto sorvegliante Dano, lo schiavista è una figura sociale stupida come un bambino che non capisce assolutamente nulla. Il razzismo viene raccontato con una crudezza e una rabbia raramente riviste in altre pellicole e viene trattato per la piaga sociale che è: i razzisti (di ieri o di oggi poco cambia) sono davvero tratteggiati- senza vergogna o sterili buonismi da film per famiglie -come dei ritardati, gente che non capisce, non "ci arriva", ma che comanda e ha il potere in un determinato periodo storico e in quello che, praticamente, era un paese diviso in due nazioni molto diverse da loro (il Nord e il Sud). E chiunque delinea la propria vita anche in base alla razza, per McQueen ma anche per chi scrive, è una persona imbecille e priva di dignità.
Alla luce della schietta sincerità che continua a impregnare tutta l'opera del regista, della straordinaria prova di attore di Chiwetel Ejiofor (in molte locandine del nostro paese, stupidamente "adombrato" dai volti giganti di Fassbender e di un grande Brad Pitt "illuminista", che compare meno di dieci minuti in tutto il film), delle magiche atmosfere sudiste che mi hanno fatto tornare in mente più Walter Hill che Quentin Tarantino, delle fredde musiche originali composte da Hans Zimmer e dei più "umani", meravigliosi canti delle piantagioni al cui ascolto ci aveva già introdotto quella "vecchia volpe" di Scorsese con The Blues- From Mali To Mississippi (2003), 12 anni schiavo è un film potente, forte, privo di pietà per chi lo interpreta e per chi lo guarda, ma con una capacità di trasmettere emozioni totalmente fuori dalla media di questa nostra epoca della solidarietà fasulla e patinata. Un film magistrale.