venerdì 10 maggio 2013

Quella sporca trentina [Ombre elettriche]

PREMESSA

A tutti coloro che hanno pensato <<La Double "B" Production ha fatto due o tre liste e poi si è rotta le scatole!>> diciamo <<No!>>. La Double "B" è viva e vegeta, e viene in soccorso a coloro che continueranno a leggere le classifiche e a scoprire o riscoprire titoli e autori fondamentali nel cinema di genere. 
Locandina di Panzer 88,
in uscita prossimamente
Le ultime due settimane hanno lasciato una certa amarezza in bocca a tutti: la verità è che in questa fase pre-Cannes al cinema c'è veramente poco. Aspettiamo filmoni del calibro del Grande Gatsby e il b-movie L'uomo coi pugni di ferro, mentre lasciamo ai più coraggiosi il disonore di assistere al remake di un capolavoro come La casa di Raimi. Nel frattempo, scorriamo la lista di Cannes e di altri festival, e ci accorgiamo di come ben poco nutrita sia la schiera dei film di guerra in arrivo. L'unica opera che potrebbe suscitare qualche curiosità a tal proposito, è Panzer 88, un war-movie condito di horror che uscirà nelle sale europee fra estate e autunno. Così, abbiamo pensato che una filmografia "minima" di film sulla seconda guerra mondiale andasse fatta. Abbiamo selezionato dieci capolavori, dieci aborti e anche dieci vie di mezzo, vista la quantità di materiale prodotta sull'argomento. Leggete, scoprite e visionate. Del resto, un vero soldato non può farsi trovare impreparato al principio di una nuova battaglia. 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE IN 10 FILM IMPERDIBILI

1- LA SOTTILE LINEA ROSSA (1999) di T. Malick
Più che un semplice film di guerra è un trattato sull'uomo in guerra (ma anche in pace). Gli studi di filosofia di Malick (tornato al cinema dopo venticinque anni) confluiscono in un'opera maxima di ampio respiro, arricchita da immagini di grande impatto e una schiera di attori straordinari. Il Film dei film di guerra.




2- BASTARDI SENZA GLORIA (2009) di Q. Tarantino
Inutile starlo a dire, ma uno dei grandi maestri del nostro tempo approda al war-movie e lo fa in maniera impeccabile, confezionando un capolavoro di alta regia. La Storia è presa, smontata e revisionata. Come lo schiavo liberato Django si ribella, nel suo ultimo film, alla supremazia dei bianchi sfruttatori, così l'ebrea Shoshanna potrà punire personalmente Adolf Hitler e tutte le più alte cariche del partito Nazista. Film rivoluzionario nei contenuti e nel linguaggio, risulta al contempo ancorato al classico e conservatore nella forma. Ogni fotogramma gode della gioia di essere Cinema.
3- IL GIORNO PIU' LUNGO (1962) di Annakin, Marton, Wicki e Zanuck
Quattro registi per tre ore di durata. Un kolossal che abbraccia organizzazione e svolgimento dello sbarco in Normandia. Uno scultoreo John Wayne e un immenso Robert Mitchum sono solo alcuni dei grandi attori della vecchia Hollywood che prendono parte al cast (nel quale si segnala anche Sean Connery, in un ruolo minore). Ingiustamente "punito" agli Oscar (ne vinse solo due sui cinque cui era candidato).
4- LA CROCE DI FERRO (1977) di S. Peckinpah
Ricordato dai più come un maestro del tardo Western, Peckinpah firma con questo piccolo capolavoro uno dei più bei film di guerra di sempre: la squadriglia di esploratori tedeschi nella campagna di Russia comandata dal caporale Steiner (James Coburn) rimane in mente perchè- come in una sorta di moderno Mucchio selvaggio -non ha niente di eroico da dimostrare. La guerra non ha bisogno di eroi, la "croce di ferro" cui allude il titolo è solo una patacca. Nessuno deve dimostrare niente a qualcun altro: l'unica cosa da fare in guerra è salvarsi il culo. 
5- U-BOOT 96 (1981) di W. Petersen
Prima di emigrare negli USA e di realizzare alcuni fra i più brutti film di sempre, Wolfgang Petersen credeva in una forma di cinema di qualità cui oggi siamo poco abituati. U-Boot 96, girato fra il 1979 e il 1981 quasi interamente dentro dei sottomarini, ne è la dimostrazione palese. Al di là di momenti in cui si dilunga fin troppo (dura quasi quattro ore), è un'opera fondamentale, anomala per tanti versi e unica per molti altri.
6- LA GRANDE FUGA (1963) di J. Sturges
Basterebbe la corsa di Steve McQueen in moto verso il confine svizzero a far rimanere questo cult-movie nella Storia del cinema. E invece c'è molto altro: dalle scene nei tunnel alla rocambolesca fuga in bicicletta di James Coburn, tutto è spettacolare ed emozionante in questo grande classico che non viene mai a noia.
7- QUELLA SPORCA DOZZINA (1967) di R. Aldrich
Film crudo e poco incline al romanticismo bellico, è uno dei primi esempi di critica pesante al sistema interno all'esercito. Vanta innumerevoli tentativi di emulazione ed è stato omaggiato da numerosi maestri (da Walter Hill a Tarantino), ha avuto una serie televisiva prodotta dalla Fox e numerosi sequel più o meno apocrifi. 
8- FLAGS OF OUR FATHERS (2006) di C. Eastwood
Girato in cinquanta giorni con attori poco conosciuti, è uno dei più bei film di Eastwood, alle prese, stavolta, con la battaglia di Iwo Jima. La prima parte di un dittico su questo preciso momento storico (il secondo film sarebbe stato Letters from Iwo Jima) è la meglio riuscita, oltre a rappresentare uno dei punti più alti raggiunti dal cinema bellico del nuovo millennio.
9- SALVATE IL SOLDATO RYAN (1998) di S. Spielberg
Un ottimo film di guerra, filoamericano in tutto e per tutto, buonista come solo Spielberg sa essere e con una storia talmente stupida da risultare quasi fastidiosa. Fortuna che ci sono quei ventiquattro minuti iniziali che salvano il film, giustificando solo un paio di gocce della pioggia di Oscar che lo sommersero all'epoca. Ispirò serie TV e videogame (Medal Of Honor), tutti prodotti dalla Dream Works. Magari è solo un efficace giocattolone bellico con cui fare soldi che mostra troppo e insegna poco: ma il gioco è ben riuscito.
10- IL PONTE SUL FIUME KWAI (1957) di D. Lean
Prima di essere un'opera Hollywoodiana, è una pellicola fortemente "british", di quelle buone ma che non sempre resistono bene al trascorrere del tempo. Ad ogni modo, va visto solo per il tragico finale e le maestose interpretazioni di Guinness e Holden. Sette Oscar, fra cui miglior film e miglior regia.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE IN 10 FILM 
NON IMPERDIBILI MA NEANCHE DA DIMENTICARE

1- IL SANGUE DEGLI ALTRI (1984) di C. Chabrol
Arrivato al cinema come versione tagliata di una lunga e bellissima miniserie televisiva, tratto da un soggetto di Simone De Beauvoir e interpretato da una magnifica Jodie Foster, non viene mai ricordato come uno dei migliori lavori di Chabrol, ma va comunque consigliato a chi cerca qualcosa di diverso dal semplice "war-movie" stile Mel Gibson. Letteralmente disconosciuto dalla critica mondiale.



2- DOVE OSANO LE AQUILE (1969) di B. G. Hutton
In questa celeberrima pellicola inglese, l'aspetto storico e bellico conta ben poco: ciò che assume maggiore importanza è il suo lato da film di spionaggio, che tocca i livelli e i ritmi di un thriller in numerosi punti. Fenomenale.
3- PATTON GENERALE D'ACCIAIO (1970) di F. J. Schaffner
Scritto da un giovane Francis Ford Coppola e diretto da Schaffner con sobrietà ed eleganza, è un incrocio fra il film di guerra e un biopic che tenta di approfondire il più possibile un personaggio solo all'apparenza facile da inquadrare. George C. Scott è all'apice del suo istrionismo, che gli valse uno dei sette Oscar 1971.
4- IL TRENO (1964) di J. Frankenheimer
Sebbene iniziato da Arthur Penn, il film fu realizzato quasi interamente da Frankenheimer. Spesso, rimane adombrato da titoli più prestigiosi, ma ha il merito di essere stato uno dei pochi film hollywoodiani ad occuparsi di tematiche totalmente estranee agli americani. Qui c'è solo il popolo francese contro l'invasore tedesco. 
5- IL GRANDE UNO ROSSO (1980) di S. Fuller
Esistono due versioni molto diverse di questo film: quella più famosa (117') e amata, e quella edita in home video (156'). La prima è un normale film di guerra girato da uno che sa il fatto suo; la seconda- quella da tenere in considerazione -è molto di più. Samuel Fuller al suo meglio.
6- TORA! TORA! TORA! (1970) di R. Fleischer, K. Fukasaku e T. Masuda
Finalmente un film non forzatamente anti-nipponico! La grandiosità non sta tanto nei suoi contenuti (fra gli sceneggiatori si distingue Akira Kurosawa) e nei suoi personaggi, quanto negli effetti speciali, nella forma e nella tripla regia in cui i giapponesi danno una grande lezione di stile al "capo" Fleischer. Non a caso, Fukusaku firmerà, trent'anni dopo, un capolavoro del calibro di Battle Royale.
7- IL NEMICO ALLE PORTE (2001) di J. J. Annaud
Pur voglioso di mettere in scena dei bei personaggi e accurato nella ricostruzione della battaglia di Stalingrado, Annaud soffre di eccessivo lirismo in molti punti dell'opera e, al contempo, smania dalla voglia di regalare al mondo un nuovo videogame bellico. Si parla troppo e si spara molto, è vero: ma è anche vero che dopo Sette anni in Tibet, Annaud non poteva che migliorare. Sta a Call Of Duty come Salvate il soldato Ryan stava a Medal Of Honor
8- LA BATTAGLIA DI MIDWAY (1976) di J. Smight
Film fuori tempo (sembra degli anni cinquanta) e fuori moda, non è invecchiato molto bene e dimostra molto di più dei suoi trentasette anni. Tuttavia, è proprio la sua ingenuità a renderlo un balocco simpatico e poco noioso, che non impegna e quasi diverte. Gli inserti documentaristici in bianco e nero sono imbarazzanti.
9- QUELL'ULTIMO PONTE (1977) di R. Attenborough
Pur risultando ancora un film spettacolare e di grande impatto, è stato uno dei grandi fallimenti commerciali di Attenborough, tanto dotato quanto coraggioso nello scegliere di girare quasi tre ore di war-movie puro al tramontare degli anni '70. Cast indimenticabile: fra gli altri, Dirk Bogarde, James Caan, Michael Caine, Sean Connery, Elliott Gould, Gene Hackman, Ryan O'Neil, Anthony Hopkins, Robert Redford e Liv Ullmann.
10- IL COLONNELLO VON RYAN (1965) di M. Robson
Poche battaglie e tante scene di prigionia in questo melodramma bellico interpretato da Frank Sinatra e girato in Italia con numerosi attori italiani (Adolfo Celi e Raffaella Carrà, fra i tanti). Nel suo unire la star di Hollywood all'ambiente da film neorealista potrebbe apparire lievemente ingenuo, ma non lo è.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE IN 10 FILM
A CUI SPARARE A VISTA

1- PEARL HARBOR (2001) di M. Bay
Oltre ad essere il peggior film di guerra di sempre, entra a diritto in una esclusiva top-ten delle peggiori pellicole della storia. Del resto, dietro la sventurata macchina da presa c'è Michael Bay. Diffidate di chi vi parla bene di questo film e urlategli in faccia tutto il vostro disprezzo. Più che un film, uno strumento di tortura.
2- IL MANDOLINO DEL CAPITANO CORELLI (2001) di J. Madden
John Madden aveva lasciato un buon ricordo di sè con Shakespeare In Love. E allora perchè ha dovuto fare questa love story in salsa bellica dove l'attore più espressivo è uno dei cactus che nascono sui muretti dell'isola in cui si svolge il film? Nicolas Cage si segnala per l'ennesima volta per la sua incapacità, così come Penélope Cruz risulta odiosa e fa venire una gran voglia di spararle. 
3- IL SANGUE DEI VINTI (2008) di M. Soavi
Strano che un regista in gamba e notoriamente anarchico come Soavi si sia lasciato convincere a dirigere questo troiaio revisionista tratto da un libro di Pansa, dove i partigiani sembrano le brigate della morte di Carpenter e invece i soldati dell'RSI arrivano direttamente dalla Terra di Mezzo. La regione Piemonte ha largamente finanziato questo film, così come il PDL e altre associazioni destroidi. Ormai i film vengono male quando li finanzia la Sinistra: figuriamoci quelli pagati dalla Destra.
4- MIRACOLO A SANT'ANNA (2008) di S. Lee
Avete presente i ragazzi di colore che vendono oggetti sul lungomare, quelli che negli anni '90 si fermavano a chiacchiere con qualche industrialotto e cui venne affibbiato l'irrispettoso appellativo di "vucumprà" senza che nessuno battesse ciglio? Ecco, togliete loro le borse di Prada e i cappellini di Gucci, dateli in mano un mitra e vestiteli da militari ed avrete Miracolo a Sant'Anna del regista dei diritti civili Spike Lee, che si è divertito a portare in guerra i suoi "fratelli" e a farli passare come un branco di baluba imbecilli.
5- I DIAVOLI ALATI (1951) di N. Ray
Dispiace enormemente dover inserire un'opera di Nicholas Ray in una worst-ten, ma ci vediamo costretti. Il suo primo film a colori è anche il peggiore della sua carriera, avvolto in un'indistricabile tela di luoghi comuni del genere che proprio non ci si aspetterebbe da un grande maestro. John Wayne all'apice del suo patriottismo, senza che nessuno gli spieghi che il patriottismo è un concetto superabile.
6- THE GREAT RAID- UN PUGNO DI EROI (2005) di J. Dahl
Clamoroso flop bellico di inizio XXI secolo. Non ha anima, non ha attori, non ha stile, non ha trama. Un aborto praticamente perfetto che tuttavia ha un pregio rispetto a Pearl Harbor: dura trenta minuti di meno.
7- LA BATTAGLIA DEI GIGANTI (1965) di K. Annakin
Pallosa e lenta cronaca filmica dell'offensiva delle Ardenne. Si salvano un paio di momenti discreti e le interpretazioni di Bronson e Fonda. In tv passa quasi esclusivamente in versione ridotta, e già basta a renderlo poco sopportabile. Figuratevi l'integrale da 165 minuti!
8- PRIMA VITTORIA (1965) di O. Preminger
L'esordio di Barbara Bouchet è anche uno dei più clamorosi passi falsi del maestro Preminger, intento stavolta a girare un kolossal su un argomento che non meritava neanche un cortometraggio. Se riuscite a vederlo tutto fino in fondo senza mai staccare, vincete una medaglia.
9- I CONQUISTATORI DEI SETTE MARI (1944) di E. Ludwig
Film propagandistico e vicino alla politica del partito repubblicano, non ha perso nulla dal 1944 ad oggi: era un film di merda allora e lo è anche adesso. Forse più di prima.
10- WINDTALKERS (2002) di J. Woo
Visto che nel suo periodo americano John Woo ha girato quasi esclusivamente brutti film, Windtalkers non fa differenza e, al contrario, potrebbe essere il peggiore della carriera del maestro cinese. E poi c'è Nicolas Cage che già provvede a mettere lo spettatore in una condizione di prevenzione.
  

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo VIII) [Trame]


VIII.
ALTRI GIRI DELLA FORTUNA,
GRAZIE AI QUALI CONTINUO
LA MIA CARRIERA DI UOMO DI MONDO

Mentre scrivo ho i reumatismi, la bronchite e il fegato fuori sesto. Ho due o tre ferite sul corpo che mi fanno male e ogni tanto mi danno un dolore insopportabile, e cento altri sintomi di prossima fine. Questi sono gli effetti del tempo, della malattia e della vita libera su una delle costituzioni più robuste e dei corpi più belli che si siano mai visti al mondo. Non soffrivo di nessuna di queste malattie, quando in Europa non vi era nessuno di spirito più allegro e più splendido di Sbelluccio Bellini.
All'epoca, io e Luca Pisano visitavamo i più esclusivi centri di vita notturna del continente, in particolare quelli degli staterelli dove il gioco era incoraggiato e i professori di quella scienza erano sempre i benvenuti. Nei principati di Monaco e del Lichtenstein eravamo particolarmente ben ricevuti. Non ho mai conosciuto corti più allegre e più belle, dove avevamo trovato più divertimenti e splendore che a Berlino, e di gran lunga di più che a Londra, la mia maledetta corte-caserma. I caratteristici palazzi affacciati sui canali dei Paesi Bassi erano, parimenti, un luogo ideale per noi marinai del dado e devoti clienti della traghettatrice Fortuna; d'altro canto, nella assolata Spagna o nelle micragnose Isole Faer Øer, era impossibile che un galantuomo si guadagnasse la vita senza venire molestato.
Dopo diciotto mesi di vita vagabonda, di cambi repentini di disponibilità economiche, di lingue e, in casi disperati, di identità, trovammo nella ridente Svizzera un luogo accogliente con noi formidabili giocatori incalliti. Fummo ospiti del nobile duca Becich, un signore come non ne esistono più al mondo. Questi aveva fatto fortuna con una sua piccola azienda tessile in Francia e poi in Italia, dove era riuscito ad acquistare il titolo di duca e a farlo poi valere in patria; là aveva ingigantito la sua fortuna in maniera memorabile, fondando uno studio di consulenze che lo faceva guadagnare in borsa i veri milioni. A poco più di quarant'anni, aveva preso moglie e si era trasferito dal centro di Ginevra in una sorta di reggia sull'omonimo lago, attorno alla quale aveva fatto edificare un piccolo borgo, composto da palazzine che ospitavano la servitù, i funzionari e i dipendenti del suo ufficio. Così, saggiamente, egli viveva in una sorta di splendido isolamento e mostrava di rado il suo volto in città, né era solito cercare persone fuori dalla sua proprietà. Il suo palazzo e i giardini erano stati pensati sullo stile settecentesco francese ed egli organizzava in ogni minimo dettaglio le due cene di alta società settimanali e le due serate improntate a discoteca mensili. Per quest'ultime, il duca, grande amante della musica e della danza, spendeva somme prodigiose. La settimana ducale era così composta: la prima delle due cene sovracitate si teneva il mercoledì, la seconda la domenica; il lunedì era giorno di riposo, mentre i restanti vedevano il tavolo da gioco come principale attrazione. Fu proprio un martedì quando io e Luca, sistemati a dovere in un palazzo del duca, fummo ricevuti con tutti gli onori al tavolo verde, con attorno la nobiltà locale che dichiarava che la nostra reputazione ci aveva preceduti. La prima notte perdemmo settantaquattromila dei nostri ottantamila euro, ma la sera seguente, al tavolo con un dentista di Lugano, io ripresi gli ottantamila e ne vinsi altri milletrecento. Potete esser sicuri che facemmo in modo che nessuno si accorgesse quanto eravamo stati vicini alla rovina la sera prima; ma grazie al mio elegante modo di perdere ero riuscito a guadagnare la simpatia di tutti, e il Ministro delle Finanze in persona accettò un mio pagherò, che potei saldare, con tutta la tranquillità di questo mondo, la notte successiva. Questa fu grosso modo la mia condotta di gentiluomo durante la nostra permanenza presso il duca Becich durata ben sei settimane.
Ma adesso trovo che ho già riempito decine di pagine, eppure mi ritrovo ancora da raccontare gran parte del più interessante periodo della mia vita, quando vivevo fra i più illustri personaggi d'Europa. Allo scopo di rendere debitamente giustizia a questa parte delle mie Memorie, dunque, cosa che è più importante di quanto non possano essere le mie avventure all'estero, taglierò corto con il resoconto dei miei viaggi e dei miei successi presso i salotti del continente, al fine di parlare di quello che mi capitò in patria.
Basti dire che non c'è capitale europea, all'infuori di Londra, in cui il giovane cavaliere Bellini non sia stato conosciuto e ammirato e dove non abbia fatto parlare di sé i più valorosi uomini, i più nobili e i più eleganti. Vinsi altri ottantamila euro ad un galà presso il Palazzo d'Inverno a San Pietroburgo (e quel brillante ministro X non me li pagò mai); ho avuto l'onore di vedere sua altezza reale il principe X ubriaco come qualsiasi barbone a Stoccolma; il cugino Luca fece parecchie partite a biliardo col celebre barone X a Saint-Tropez, e vi assicuro che non ne uscì sconfitto. Non tenevo mai dei miserabili libri di conti, a quei tempi. Non avevo debiti. Pagavo come un re tutto quello che prendevo e prendevo tutto quello che volevo. Le mie entrate dovevano essere molto larghe; i miei passatempi e i miei sfizi erano quelli di tutti i rampolli dell'aristocrazia del tempo: che a nessuno venga in mente che la moglie (di cui ero in cerca) era per me un solo pretesto per arricchirmi e sistemarmi, o di chiamarmi avventuriero, o ancora di dire che ero uno spiantato e che i miei rapporti umani si sviluppavano comunque tra persone di condizioni molto diverse. Spiantato! Io avevo tutta la ricchezza d'Europa ai miei ordini. Avventuriero! Altrettanto può esserlo un abile avvocato o un bel soldatino, com'è un avventuriero qualsiasi uomo che fa da sé la sua fortuna. La mia professione era il gioco d'azzardo, in cui allora non avevo rivali; il mio reddito era altrettanto sicuro quanto quello di un dirigente che riscuote il suo sessanta per cento, o di qualsiasi grasso gentiluomo di campagna che trae il reddito dalle sue terre.
Non sto, infine, ad enumerare i miei successi con l'altra metà del cielo. Quelle ragazze che conservano qualcosa in mio ricordo e che sono sopravvissute a mezzo secolo di sventure e guai, ecco, se la tengano stretta. Com'è cambiato il colore dei miei capelli, dal giorno in cui la marchesina Sczotarska se ne mise una ciocca in grembo, dopo la mia gara ad un autodromo privato poco lontano da Varsavia. Nell'evocare il ricordo di queste belle creature, io provo soltanto piacere. Vorrei poter dire altrettanto del ricordo di un'altra ragazza, che avrebbe rappresentato una parte importante nel dramma della mia vita; sto parlando della contessa di Monteverde, di cui feci la fatale conoscenza sull'isola di Maiorca, in un periodo di vacanza.
Clelia, contessa di Monteverde, viscontessa di Palestrina nello Stato della Chiesa, baronessa di Pontassieve nel Granducato di Toscana, era tanto conosciuta nel gran mondo ai suoi tempi che non c'è quasi bisogno che io entri nella storia della sua famiglia, che si può trovare in ogni Almanacco di Gotha che possa capitare tra le mani dei lettori. Era, non occorre che io lo dica, contessa, viscontessa e baronessa per diritto personale. I suoi possedimenti nella capitale e nello Stato della Chiesa erano tra i più estesi da quelle parti; e le sue proprietà toscane non erano meno magnifiche. Ella, quando la vidi per la prima volta nella hall dell'Hotel Hilton di Maiorca, era moglie dell'onorevole Sor Filippo Teobaldo di Monteverde, cavaliere dell'ordine del Bagno, ministro degli esteri per l'Onorevole e poi per il Cavaliere presso parecchi stati minori d'Europa. Questi era rinomato come uomo di spirito e bon vivant: aveva scritto versi d'amore e scambiato satire con alcuni grandi poeti e umoristi del suo tempo, aveva diretto alcune testate giornalistiche da vero editore liberale, e, come molti imprenditori nati e cresciuti in grembo alla capitale, aveva fatto parte del gran giro; in una parola, era citato come uno dei più eleganti e compiti gentiluomini del suo tempo. Non si poteva non ammirare lo spirito e il coraggio con cui si dedicava alla vita mondana; perché, sebbene tormentato dal parkinson e da una quantità di altri malanni, quel povero storpio, che veniva portato a giro su una sedia a rotelle e in preda ai suoi terribili dolori, lo si poteva vedere ogni sera a giro per i locali più esclusivi e vivaci dell'isola. A me piace un simile spirito indomito in un uomo: i più grandi successi nella vita sono stati raggiunti con un'indomabile perseveranza di questo genere.
Io ero a quell'epoca uno dei personaggi più conosciuti d'Europa e la fama delle mie imprese, delle mie risorse e del mio coraggio al gioco, faceva affollare la gente intorno a me tutte le volte che comparivo in società. Feci per la prima volta la conscenza di Sor Filippo in occasione di una partita a poker nella quale il molto onorevole cavaliere mi vinse settecento euro e io le perdetti con molta buona grazia e le pagai puntualmente, vi assicuro. In realtà, perdere denaro al gioco non mi ha mai fatto sentire antipatia verso il vincitore, e ogni volta che ho trovato qualcuno che mi era superiore sono stato sempre pronto a riconoscerlo e a rendergli omaggio. Il caro Filippo fu molto orgoglioso di aver sconfitto una persona così celebre e si stabilì fra noi una specie di intimità, che però, per un certo tempo, non andò al di là delle gentilezze che ci si scambiava durante i bagni turchi e delle conversazioni attraverso il tavolo del ristorante dell'Hilton; questa intimità andò gradatamente aumentando, fino a che fui ammesso alla sua più privata amicizia. Era una persona dal linguaggio molto franco e soleva parlarmi nel suo tono romanesco scorrevole e altero: <<Ma vaffanculo, a Belle'! Nun hai li modi più raffinati der barbiere sotto casa e er mi'maggiordomo, er negro, ja n'istruzione troppo mejo d'a'tua! Ma sei'n giovanotto originale e coraggioso, e me piaci, perchè me pari disposto ad annà a mori'ammazzato alla maniera tua!>>. Io lo ringraziavo ridendo del complimento e gli dicevo che, dato che lui sarebbe andato all'altro mondo molto prima di me, gli sarei stato molto grato se mi avesse fatto trovare un posticino comodo già preparato laggiù. Di solito si divertiva immensamente ad ascoltare i miei raconti sugli splendori della mia famiglia e sulla magnificenza di Agrestone; non si stancava mai di ascoltarmi o di ridere di quelle storie.
<<Ma tienete attaccato alle carte, Belle'!>>, mi disse quando gli raccontai della mia smania di prendere moglie. <<Fai quel che te serve tranne pija na'moje, contadinotto bello>>. (Mi chiamava con una quantità di strani appellativi.) <<Coltiva li talenti tuoi ner gioco, ma occhio, che 'na donna te sconfigge!>>.
Io negavo questa possibilità, citando numerosi esempi di casi in cui avevo conquistato le più spocchiose esponenti del gentil sesso. <<Ma tanto te mettono sotto, caro er'mi provinciale! Appena uno se sposa, è vinto, fidate. Guarda me: me so'sposato co'na mi'lontana parente, la più nobile e bona ereditiera de Roma; io me la so'sposata quasi contro voja! È'na debole, fidate! Lo vedrai quant'è debole, eppure è la mi'padrona. È'na pazza, 'na stronza, eppure ha avuto la mejo su de me, su 'sta grande testa de antico ceppo. È 'na riccona, ma in un certo senso, io nun so'mai stato tanto povero da quanno me la so'sposata. Pensavo de mijora'la posizione mia e 'sta mignotta ha fatto der sottoscritto un essere spregevole; m'ha ammazzato! E tanto anche col mio successore, quanno io nun ce sarò più, sarà 'o stesso>>.
<<Ha un reddito tanto alto, la contessa?>>, chiesi io. A questa domanda, Sor Filippo scoppiò in una risata stridula, che mi fece arrossire non poco del mio cinismo: il fatto è che, vedendolo ridotto in quelle condizioni, non potevo che fare a meno di riflettere sulle possibilità che un ragazzo di spirito avrebbe potuto avere con la sua giovane vedova.
<<Ma nun ce prova'! Se ce tieni alla tranquillità, nun sta'a pensa'a mettite'nelle mie scarpe! Inoltre, io, nun credo che 'a contessa se sta a prenne'n marito un...>>.
<<Un che cosa?>>, dissi io, furioso e totalmente non più curante delle difficili condizioni di salute che aveva l'uomo di fronte a me.
<<E lascia perde'!Ma l'uomo che se la pijerà, se ne pentirà! Se nun fosse stato per quello stronzo de mi'padre e p'a mia ambizione, io potevo mori'n'pace; me trascinavo le malattie n'a'tomba dopo esse'morto ner'mi palazzo sur Giancolo ed esse'vissuto da signo'n tutti li salotti de Roma. E'nvece adesso ho sei palazzi e ognuno de questi me dà rogne e problemi. Diffida delle grandezze, Belle'. Prendi esempio da me. Da quanno me so'sposato e so'diventato ricco, so'stato er più meschino e'nfame uomo der monno! Guardame. Sto a morì, storpio e rattrappito, a neanche settant'anni. Quanno me presi 'a contessa de sti'cojoni, nun ce stava uomo della mia età che sembrasse giovane come me. Che'mbecille! Avevo'n vitalizio, 'na libbertà completa, conoscevo la mejo società der monno e rinunciai a tutto questo, me maritai e divenni'n disgraziato. Prendi esempio, Belle', e tienite le carte!>>.
Benchè la mia intimità col cavaliere fosse divenuta profonda, non chiesi mai in qualche camera alloggiasse la sua signora, visto che ero venuto a conoscenza, tramite un facchino, che ella vivesse completamente divisa da lui; e l'unica cosa che facevano insieme era il viaggio per raggiungere una determinata meta. La contessa di Monteverde viaggiava, inoltre, con una piccola corte personale. Nei suoi spostamenti si muoveva con una mezza dozzina di automobili. Nella propria (una BMW “Serie 7”) viaggiava con alcune amiche, i suoi cani di razza terrier e Carletto, il suo chaffeur di fiducia. In un'altra viaggiavano la sua segretaria e due cameriere. Sor Filippo aveva la sua Maserati e i domestici che seguivano la famiglia anche all'estero si organizzavano grazie a grossi e lussuosi suv di ultima generazione. Occorre far menzione anche della fuoriserie su cui viaggiava, da solo, il cappellano della contessa, Don Pardo, un prete spagnolo che fungeva da istitutore di suo figlio, il piccolo bisconte di Palestrina, un ragazzino melanconico e abbandonato, del quale il padre non si curava affatto e che la madre non vedeva mai, salvo un paio di ripassi di latino e matematica.
<<Nun te preoccupa'>>, mi disse una sera Sor Filippo, il cui principale soggetto di scherzo e di conversazione era sua moglie, <<La mi'contessa nun avrà mai niente a che vede'con te. A lei je piace la parlata nordica, mica er toscano. Poi va'n giro a di' che te puzzi troppo de stalla per trovatte'na donna come se deve; e due giorni fa, me dice: “Me meravijo, Filippo, che un signo'che è stato ambasciatore de du'primi ministri se possa abbassa'a gioca'e a be'co'gli scrocconi toscani de bassa nascita!”Nun te'ncazza! Io nun sto mejo de te, so'no storpio, e mi moje, se sa, è'na stronza!>>.
Questo fatto mi ferì molto e decisi di fare la conoscenza della contessa di Monteverde solo per mostrarle che il discendente di quei Bellini, che ella tanto sembrava andar denigrando, era un compagno non indegno di qualsiasi donna, fosse pur ella la più nobile e schizzinosa del mondo. Inoltre, desideravo conquistarla, acquisendo così, grazie a lei, i mezzi per fare nel mondo quella figura che il mio genio e le mie tendenze desideravano. Sentivo di essere uguale per sangue e nascita a qualsiasi Monteverde e decisi di piegare quella superba signora. E quando io prendo una decisione, considero la cosa come già fatta.
Luca Pisano ed io discutemmo sulla faccenda e stabilimmo rapidamente un sistema per fare i nostri approcci con l'altera signora di Monteverde. Don Pardo, l'istitutore del giovane visconte, andava pazzo per i divertimenti, per un bicchiere di vino australiano nei ritrovi all'aperto e per un rapido “pokerino” quando se ne presentava l'occasione; e io ebbi cura di fare amicizia con questo personaggio, il quale, essendo spagnolo e precettore, era disposto a mettersi in ginocchio davanti a chiunque rassomigliasse ad una persona di alto rango. Avendo visto il seguito di camerieri privati messoci a disposizione dalla direzione dell'albergo, la nostra Porsche e le automobili prese a noleggio per muoverci sull'isola, le massaggiatrici, il nostro caddie e i cavalli avuti in prestito da un ippodromo associato all'Hilton, Pardo fu lusingato dai miei approcci e fu tutto mio appena alzai il dito. Non dimenticherò mai lo stupore di quel povero iberico quando lo invitai a pranzare con due giovani conti miei amici in una saletta privata del Casinò di Maiorca: fu addirittura felice di vincere qualche soldo alle slot-machines, cantò alcuni brani del suo paese e divertì tutta la compagnia raccontandoci, nel suo orribile italiano, storielle sui tempi del seminario e su tutti i giochi di carte che mietono vittime in Vaticano. Lo incoraggiai a venirmi a trovare più spesso nella mia suite e a portare con sé il piccolo visconte di Palestrina per il quale, benché il ragazzo mi mostrasse antipatia, ebbi cura di far trovare sempre pronti dolci, balocchi e libri illustrati quando veniva.
Ottenni così il numero di cellulare della contessa e poi perfino la sua mail; disponendo, dunque, di uno smartphone ultimissimo modello che aveva la possibilità di ospitare due schede sim, corsi ad acquistarne una che sarebbe stata riservata esclusivamente a quella nobile creatura. Come negli antichi romances, la nostra corrispondenza amorosa venne tenuta segreta; il mio estro scrittorio e le reminescenze delle mie letture romantiche della pubescenza conquistarono nel giro di tre settimane la contessa di Monteverde, la quale iniziò subito a volermi vedere nella mia suite. Così, la sera, mi alzavo dal tavolo verde o lasciavo la pista da ballo mezz'ora prima del solito e tornavo in camera mia, dove ricevevo la più bella e ricca ereditiera d'Europa. Ci vollero due mesi prima di farci uscire “allo scoperto”: passeggiavamo assieme ogni pomeriggio, astenendosi dall'ostentare qualsiasi tipo di approccio troppo intimo. Non dimenticherò mai la meraviglia di Sor Filippo quando, al ritorno da una di queste passeggiate pomeridiane, vide che la sua bella signora era a braccetto con quel “volgare avventuriero toscano”, ossia il sottoscritto Sbelluccio Bellini. Salutò entrambi, ma sapevo che egli era venuto a conoscenza della nostra relazione e dunque dovevo guardarmi le spalle.
Quella stessa sera, scoprii di essere nel giusto. Sor Filippo mi ricevette con uno scoppio di risa, com'era sua abitudine, e mi presentò a tutta la compagnia come l'interessante giovane contandino convertito in arciduca. Era questo il suo modo di fare: rideva sguaiatamente e motteggiava su tutto. <<Signori>>, disse a colui che teneva il banco e a parecchi gioviali compagni di gioco coi quali soleva discutere su una bottiglia di Pommery giovane e un paio di tartine al caviale del Volga dopo la partita, <<Guardateve'sto giovin signore! Sta turbato da gravi paturnie religiose e mo'è corso dar cappellano mio, Don Pardo, che nun sa'n cazzo e ha chiesto consijio a mi'moje, 'a contessa de Monteverde; e mo'tutt'e due loro stanno ad aiuta'r giovane amico mio nella fede. Ma io me chiedo e, soprattutto, ve chiedo: avete ma'visto sacerdoti come quelli e'n fedele simile?>>.
Risposi che, per apprendere buoni principi, era sicuramente meglio rivolgersi a sua moglie o al suo cappellano che non a lui; ma egli non fu scosso dalla mia replica e proseguì:
<<Se vole de mette'le mie scarpe!>>.
<<Io non so di cosa stia parlando. E le sue scarpe saranno sicuramente piene di sassi!>>, dissi alzando il tono di voce.
<<Ah signori, nun vedete che piacere? Sto a'n passo dalla fossa e me devo senti' fortunato a sta'in una casa felice, co'na moje che sta talmente'nnamorata de me che già sta a pensa'de nominarme'n successore? Nun me vojo rivolge'solo a te, Sbellu, visto che sei solo uno de'dieci, venti stronzi che da ormai cinque anni ronzano attorno a casa mia e me rompono li cojoni! Nun è consolante vede'sta bella signora che, da brava mignotta qual'è, sta a prepara'tutto pe'lla dipartita mia?>>
<<Spero che non voglia lasciarci tanto presto, Sor Filippo!>> dissi io, con grande sincerità; in fondo, mi piaceva quel simpaticone romano.
<<Nun così presto come t'emmagini. O te metti d'accordo col'mi dottore o dici ar cuoco de condimme cor veleno l'insalata co'lli broccoli. E poi nun è detto che nun viva abbastanza da vedette d'anna'n galera. Aoh, 'o sai quante volte m'hanno dato pe'mmorto nej'ultimi quattro anni e ce stava sempre un paio de candidati alla porta de casa mia, pronti a entra'e fassi moje e casa? Ma forse nun te lo immagini neanche!>>, e scoppiò in una risata fragorosa e quasi fastidiosa.
In effetti, conoscevo bene questa storia. Quattro anni prima, ai tempi del suo secondo ictus, il Sor Filippo sembrava essere già proiettato verso il mondo dei morti, tant'è che la contessa aveva fatto dare l'estrema unzione al marito, ma poi, per un mezzo miracolo, i medici riuscirono a riportarlo in vita e quei pretendenti, sparsi per mezza Roma, dovettero tornare alle loro case, sconfitti da quel vecchio pazzo. Ma io non volevo entrare in quel circolo di gentiluomini, così non mi detti per vinto e dissi:
<<Signore, lasci che rida chi vince>>, e presi congedo dalla sala.
La settimana successiva, la seconda del mese di settembre, la contessa di Monteverde lasciò l'Hotel Hilton di Maiorca con tutto il suo seguito e fece ritorno in patria. Le vacanze erano finite. Piansi molto quella partenza e il cugino Luca mi fu di grande sostegno morale. Tuttavia, il brutto momento fu attraversato quando mi fu recapitata, quattro giorni dopo, la mia copia del “Corriere della Sera” sulla quale lessi il seguente annuncio:

E' morto a Pontassieve (FI), nel Granducato, il molto onorevole Sor Filippo Teobaldo di Monteverde, cavaliere dell'ordine del Bagno, membro del Parlamento per l'Onorevole e per molti anni rappresentante del Cavaliere presso diversi stati europei. Lascia dietro di sé un nome caro a tutti i suoi amici.

Il necrologio si concludeva con una scritta quasi minuscola, riguardante il funerale:

La vedova contessa di Monteverde era a Roma quando l'ha raggiunta la terribile notizia e si è affrettata a partire per la Toscana, dove si terrà il funerale in forma privata, presso la cappella di famiglia.

Quella sera stessa saldai il conto dell'albergo, ordinai che fosse messo il pieno alla Porsche e partii per Son Sant Joan, dove lasciai l'auto dicendo che mio cugino sarebbe passato a prenderla e si sarebbe imbarcato qualche tempo dopo, acquistai il primo biglietto aereo disponibile e raggiunsi l'aereoporto di Ciampino; da lì noleggiai una Mercedes “CLS” con conducente e in poco più di tre ore raggiunsi, dopo undici anni di assenza, il mio paese natale.


giovedì 9 maggio 2013

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo VII) [Trame]


VII.
FACCIO LA MIA COMPARSA NEL MONDO
IN MANIERA CONFACENTE AL MIO NOME E AL MIO LIGNAGGIO

La fortuna sorrise alla partenza del caro Luca Pisano, permettendogli di vincere una bella somma al suo tavolo da gioco.
Alle dieci della mattina seguente, un rumoroso Land Rover dell'esercito sostò sotto casa del monsieur de Rabelais, e questi scese le scale nella sua consueta maniera dignitosa.
<<Dov'è quel mascalzone di Marcos, il maggiordomo?>>, disse, dandosi un'occhiata intorno e non trovando me che gli aprivo lo sportello.
<<Aprirò io la portiera per lei, sir>>, disse un caporale che stava in piedi vicino alla macchina, e non appena egli fu entrato, la guardia saltò su accanto a lui, mentre un'altra saliva a destra, vicino al soldato che avrebbe guidato per tutto il viaggio; quest'ultimo altri non era che io con una barba finta, un po' di trucco messo a scurirmi la pelle e i capelli notevolmente accorciati. Mi ero informato abilmente negli ultimi due giorni, mettendo il naso nelle carte del capitano Walport, e avevo scoperto che i tre soldati cui affidare la missione non erano ancora stati scelti; ricordavo che, in questi casi, non è obbligatoria la presenza di un ufficiale, ma è gradito l'intervento di un sottufficiale; e con delle tabelle in mano sulle quali stavano schedati gli uomini di un'altra caserma londinese feci in modo che venissero contattati tutti e due i militari presenti quella mattina. Il terzo, come potei spiegare al telefono al colonnello Raider, era un uomo di fiducia del capitano Newport e si chiamava Wright. Il nome Wright compariva in un paio di documenti che mi aveva passato mio zio e la mia fototessera poneva il sigillo di garanzia ad un piano che risultava, in tutto e per tutto, geniale.
<<Che storia è questa?>>, domandò Luca Pisano al caporale.
<<Siamo diretti alla frontiera, sir>>.
<<Ma è uno schifo! Una vergogna...chiedo di essere accompagnato a casa del console di Francia>>.
<<Ho l'ordine di ammanettarla, se grida, sir!>>.
<<Tutta l'Europa sentirà parlare di questa cazzata!>>, disse il monsieur, infuriato.
Il silenzio non fu più rotto, se non dal mio compagno di viaggio che mi poneva un sacco di domande sulla mia caserma. Ero ormai un esperto di ogni tipo di fandonie e mi fu semplice raccontargli un mucchio di frottole, in particolare quelle sui buoni rapporti che correvano fra me e Walport, il quale mi aveva affidato questo delicato caso. Sapendo inoltre che le informazioni strettamente riservate non erano minimamente state rivelate ai soldati, potei gestire il piano di fuga come meglio mi parve; infatti, raggiunto il mare, lasciai i miei due compagni di viaggio in uniforme là, spiegando che io da solo avrei dovuto condurre il baro oltremanica e che un contingente di stanza a Brighton sarebbe venuto a prenderli nel giro di un'ora. Oltrepassai il mare e, dalla Francia, fuggimmo con un'automobile a noleggio verso la Germania.
Attraverso queste straordinarie vicissitudini fui di nuovo libero e mi rafforzai nella decisione, che già avevo preso, di non cadere mai più nelle mani di alcun reclutatore e di essere, da allora in poi, sempre e solo un gentiluomo.
Con una buona somma di denaro e con un buon giro di fortuna che ci accompagnò in quel momento, fummo in grado di fare una non indegna figura. Infatti, potei entrare rapidamente nella migliore società berlinese, dove posso dire che la mia persona e il mio modo di fare, oltre alla singolarità delle mie avventure, mi fecero accogliere nel modo migliore. Non vi era riunione della nobiltà in cui i due gentiluomini Bellini non venissero invitati. Ebbi l'onore di baciare la mano del cancelliere Merkel e di essere graziosamente ricevuto al Bundestag, e scrissi a mia madre una lunga mail sulla mia prosperità.
Che vita, ragazzi! Sapevo di essere nato gentiluomo, per il modo delicato con cui trattavo ogni tipo di affare, perchè certo si trattava di affari. Infatti, sebbene possa sembrare strano a dirsi, la nostra vita non è tutta un piacere, e posso assicurare ad ogni persona di bassa nascita che abbia l'occasione di leggermi, che noi dobbiamo lavorare quanto loro. Mi alzavo, è vero, a mezzogiorno. Ma non ero forse stato al tavolo da gioco fino verso le cinque, sei del mattino? Spesso tornavo a casa quando alcuni negozi aprivano e mi faceva bene, ogni tanto, osservare le camionette della polizia e dei militari spostarsi alle prime luci dell'alba e pensare che non ero più legato a quella disciplina, ma riportato alla mia situazione naturale.
Mi ero ambientato subito a Berlino, come se vi avessi sempre vissuto. Avevo un maggiordomo per seguirmi, un filippino che mi aggiustava i capelli ogni mattina, conoscevo il gusto del buon caffè quasi per intuito e sapevo distinguere il vino francese da quello californiano; portavo anelli per il solo gusto di esibire la mia ricchezza (seppur momentanea, lo ammetto), polsavo anche due orologi Rolex rimessi su fusi orari diversi, vestivo solo con le migliori firme proposte dalla moda dell'epoca ed estraevo portasigarette in oro massiccio ad ogni occasione. Avevo miglior gusto naturale per cravatte e gemelli di qualsiasi persona abbia mai conosciuto; sapevo giudicare una macchina buona quanto un qualsiasi dirigente automobilistico tedesco; ero senza rivali nel tennis, nel golf e nella caccia; sapevo scrivere e parlare con abilità anche il francese e il tedesco. Presi a ricevere lezioni di chitarra e cantavo alla perfezione ogni classico musicale inglese. Dove era, insomma, un più perfetto gentiluomo di Sbelluccio Bellini de Rabelais?
Tutti questi lussi, confacenti alla mia situazione, non si potevano naturalmente ottenere senza soldi, per procurarci i quali Luca Pisano aprì un casinò a Berlino, a due passi da Potsdamer Platz. Eravamo in società con un romano, ben noto in tutti gli stati d'Europa, il conte Filippo Maria della Scala, il più abile giocatore di poker che io abbia mai visto; egli, alla fine, si rivelò un vero mascalzone e scoprii che anche la sua contea era tutta un'impostura. Luca aveva un arto impedito; della Scala, come tutti gli impostori, era un vigliacco: fu soltanto l'abilità senza pari che avevo nel maneggiare un coltello e la prontezza con cui lo usavo che mantennero la reputazione della “ditta” e ridussero al silenzio più di un giocatore che aveva delle esitazioni sul pagamento delle sue perdite. Noi giocavamo con tutti, cioè con ogni persona di onore e di nobile lignaggio; non chiedevamo mai con insistenza le nostre vincite e non rifiutavamo di ricevere assegni invece di denaro contante. Ma guai a colui che non faceva fronte all'impegno quando un periodo prefissato giungeva alla scadenza. Allora Sbelluccio Bellini lo aspettava con il suo conto e vi assicuro che ci furono pochi debiti inesigibili; per contro i gentiluomini ci erano grati della nostra correttezza e la nostra reputazione, sul punto dell'onore, restava immacolata.
Oggi il gioco è stato snaturato ed è una professione solo per quei pochi buffoni che compaiono in televisione ventiquattro ore al giorno; quando io e il cugino di mio padre giravamo l'Europa grazie alle carte, erano altri tempi e il poker non era ancora venuto così di moda, pur essendo largamente conosciuto anche da persone ben meno nobili di noi. Ora che l'aristocrazia ha dovuto fondersi e sopratutto confondersi con la piccola e media borghesia, ora che anziani politici improfumati di incenso sbraitano sulla pubblica piazza discorsi più antichi del mio casato e che perfino i ragazzini delle scuole medie possono provare il brivido del gioco, come sono visti quei gentiluomini che hanno costruito fortune per merito delle carte? Come delinquenti, farabutti e profittatori. Eppure mi chiedo cosa abbia il loro modo di vivere di più onorevole di quello che avevo io a quei tempi?
L'agente di borsa che specula al rialzo e al ribasso, e compra e vende, e si impegna in prestiti a lungo termine, e si vale dei segreti di stato, che cos'è se non un giocatore? Può essere definito onorevole il mestiere dell'avvocato, in cui un uomo mente per qualsiasi offerta? Si può chiamare onorevole un dottore che non crede nelle ricette che prescrive ai pazienti e prende comunque dei soldi per dire che va tutto bene? Invece, secondo la moderna morale del mondo, sono disonorevoli quei gentiluomini che si siedono ad un tavolo verde e giocano il loro denaro. È solo una congiura delle classi medie contro quelli dei piani alti.
In questo periodo Luca Pisano, da sempre politicamente schierato, non metteva mai meno di dieci euro nelle sue donazioni sindacali. Dovunque andassimo, baristi e ristoratori ci ricevevano meglio di qualche maraja indiano. Avevamo l'abitudine di regalare il cibo avanzato ai nostri pranzi e alle nostre cene a ventine di barboni e zingari che albergavano nella ex-zona federale della città. Il pomeriggio, poi, era il momento della giornata in cui solitamente, dividendoci le zone del centro di Berlino, passavamo a ritirare i nostri soldi o a fare credito. Abbiamo messo alle strette personaggi veramente influenti nel panorama politico e culturale di allora, e visto che anche adesso mentre scrivo continuo a tenere il senso di rispetto e riservatezza di allora nei confronti di queste persone, mi dispenserò dal fornire i loro nomi e cognomi: mi basti dire che giornali di pettegolezzi come il “Bild” o il nostro “Chi” avrebbero saputo di che scrivere per un paio di mesi. Molte signore, che Luca conosceva da quando la città era ancora divisa, tentarono di ricattarci a loro volta, ma noi avevamo sempre quel qualcosa in più che le dissuadeva dal portare avanti simili tentativi.
Come si sarà visto, la nostra vita, nonostante gli agi e gli splendori, era piena di pericoli e difficoltà e richiedeva molto talento e coraggio per arrivare al successo.
Quando, dopo tre anni, la città di Berlino cominciò a non avere più segreti per noi, e dopo che tutti i debitori ci ebbero pagato quanto spettava, io e il cugino Luca decidemmo di riavvicinarci alla nostra patria. Così, senza perdere un sol minuto e dire una parola (il carattere del buon cugino di Pisa da questo punto di vista era ammirevole) o permettere che il segreto della nostra partenza fosse noto a qualsiasi persona mortale, mettemmo a pegno tre quarti dei nostri gioielli e del nostro guardaroba, acquistammo una Porsche “Cayman S” nuova di zecca presso la concessionaria Löwe di Baden e, col nostro denaro spicciolo, che ammontava in tutto a poco meno di ottantamila euro, scendemmo di nuovo in campo.



mercoledì 8 maggio 2013

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo VI) [Trame]


VI.
DO L'ADDIO ALLA CARRIERA MILITARE

Coloro che non sono mai stati lontani da casa non possono sapere cosa sia il sentire, in prigionia, la voce di un amico, e vi sono molti che non potranno comprendere la causa dello scoppio di sentimenti che ebbe luogo alla vista del cugino di Pisa. Nemmeno per mezzo secondo egli pensò a mettere in dubbio la verità di quanto avevo raccontato.
<<Sei il figlio di mio cugino Floriano!>>, gridò.
E credo che anche il suo cuore fosse commosso quanto il mio, avendo trovato, così all'improvviso uno dei suoi parenti; perché anche lui era in esilio, e una voce amica, uno sguardo, lo riportarono con la memoria alla patria lontana e agli antichi giorni della sua infanzia.
Fu con quache difficoltà che cominciai a spiegargli gli ultimi mesi della mia vita, dalla mia entrata nei servizi segreti fino a quando ero stato messo al suo servizio; descrissi dettagliatamente le istruzioni che avevo ricevuto dal ministro Walport e da suo nipote, il capitano. A quel punto, chiesi cosa nascondesse, oltre alla sua vera identità e alle sue nobili origini.
<<In realtà, caro Ferruccino, la mia sola congiura è un tavolo da gioco. Ma la regina è tanto sospettosa che vede una spia in ogni persona che viene nella sua lustra capitale, qui in mezzo a questo deserto di sbirri e ubriaconi. Io ti farei vedere città come Parigi o Berlino...>>.
Gli dissi che non vi era nulla che desiderassi di più che vedere qualche altra città, tranne Londra, e che sarei stato felice di liberarmi di questo odioso servizio militare. E infatti ritenevo, basandomi sulla sua splendida apparenza, dai mobili che stavano nella casa, dalla lussuosa automobile che stava in cortile, che il cugino di mio padre fosse un uomo di grande ricchezza e che avrebbe potuto comprare una dozzina, anzi un intero reggimento di agenti sostituti pur di riscattare la mia libertà. Ma mi ingannavo, e la storia che egli mi narrò sarebbe bastata a confermarmelo.
<<Sono stato in giro per il mondo>>, iniziò, <<dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, dopo che tuo padre, mio cugino, mi portò via da sotto il naso il feudo di famiglia, diventando un buon cattolico allo scopo di sposare la tua povera mamma. Tanto, ormai, quel che è stato è stato. È probabile, del resto, che avrei dissipato anch'io quella proprietà come fece lui e che avrei cominciato con un paio di anni di ritardo la vita che ho condotto dopo aver lasciato la Toscana. Vedi, sono stato al servizio di tutti e, detto in confidenza, ho debiti in tutte le capitali d'Europa. Lasciata la dirigenza in Ferrovia, mi sono battuto con gli operai di Torino contro i tiranni Agnelli, sono stato capitano rivoluzionario in Polonia contro i papisti e ho fatto il giro di tutta quella che un tempo si chiamava Unione Sovietica. Mentre te stavi nascendo, io ero impegnato a prendermi qualche pezzo di torta della vecchia Repubblica Federale Tedesca, ma nessuno mi ha dato niente e sono fuggito in Spagna, poi in Grecia e infine nel Golfo Persico, dove facevo il mercenario, un lavoraccio. Tornato in Italia, ho tentato di buttarmi in politica; avendo all'epoca toccato i quarant'anni, non contavo di vagabondare ancora per il mondo, ma non è stato così. La vittoria del Cavaliere avrebbe portato solo male, ed io me ne ero accorto e ho preferito vendere le mie proprietà a Pisa e dintorni e ripartire. Ed allora ho deciso che il gioco, il gioco sarebbe stato la mia vita. Il gioco e le belle donne!>>
Fece una pausa e si accese un toscanello, non prima di avermene offerto uno, che rifiutai. <<Le carte sono, da ormai vent'anni, il mio mezzo di sostentamento. Qualche volta ho fortuna, e investo il denaro in queste gemme che vedi. Sono gli unici modi in cui riesco a trattenere il denaro. Quando, invece, la fortuna non mi assiste, i diamanti vanno al monte dei pegni e io mi vesto di stracci e quant'altro. Ma in realtà, il mio grande segreto, è in una cassetta di sicurezza di Zurigo, in Svizzera. Là ci sono i soldi che, pur con enorme fatica e sacrificio, deposito e non tocco. Stasera, fra l'altro, ho una partita proprio con uno svizzero, un orefice che si chiama Maximilian e non parla una parola di inglese>>
Con un gesto di estrema eleganza, lasciò che il Rolex gli scivolasse giù dal polso e controllò l'ora, e poi, senza distogliere lo sguardo dal quadrante, mi chiese: <<Conosci le carte?>>
Risposi che sapevo giocare da soldato, ma non possedevo abilità particolari nel gioco.
<<Devi impratichirti questa mattina, ragazzo!>>, disse, <<E ti insegnerò un paio di cosette che varrà la pena sapere>>.
Fui ben lieto di avere quest'occasione di acquistare un po' di cultura e mi dichiarai felice di ricevere le istruzioni del cugino Luca. Ma il racconto che il monsieur aveva fatto della sua vita mi aveva colpito in modo piuttosto sgradevole.
Ad ogni modo, stabilimmo che io avrei continuato a fare la parte del maggiordomo e in presenza di estranei avrei mostrato di non conoscere una parola di inglese; che avrei dato un'occhiata alle carte che erano in mano ai giocatori mentre servivo lo champagne o il porto. Avendo un buon occhio e una grande attitudine naturale, fui presto in grado di dare a monsieur de Rabelais un valido aiuto contro i suoi avversari al tavolo verde. Non vi è poi bisogno di raccontare in tutti i piccoli accordi che avevamo preso tra noi; i giocatori del giorno d'oggi non hanno bisogno di essere eruditi. Ma la semplicità era il nostro segreto, come, a lungo andare, risulta essere semplice tutto ciò che al mondo ha successo. Se, ad esempio, toglievo la polvere da una sedia col tovagliolo, era per mostrare che il giocatore era forte a quadri; se la spostavo aveva asso e re; se dicevo <<Champagne o vino?>> significava fiori. Se mi soffiavo il naso era per indicare che c'era un altro compare impiegato dall'avversario, e allora, vi assicuro, avevano luogo dei veri prodigi di abilità.
La mia simulata stupidità era perfetta ed ero solito far sbellicare il ministro Walport nel corso dei miei rapporti alla Garden-House, fuori città, dove mi dava appuntamento. Tali rapporti, naturalmente, venivano concordati fra me e il cugino di Pisa in precedenza. Avevo istruzioni di dirgli tanto di verità quanto il mio racconto poteva contenerne, il che è sempre la cosa migliore.
Quando, per esempio, mi chiedeva: <<Cosa fa de Rabelais la mattina?>>.
<<Va in chiesa regolarmente. È molto religioso. E dopo aver udito la messa, torna a casa per colazione. Poi fa una gita in auto per le strade del centro fino all'ora di pranzo. Dopo pranzo si mette al computer; ho controllato le mail, ma non se ne ricava niente. Talvolta manda degli sms ad un amico banchiere di Bordeaux, un certo Mustache, chiedendo di versare sulla sua carta le cifre vinte a carte la sera precedente o facendosi anticipare soldi da giocare la sera stessa; ma anche lì, nulla di illegale. Vince spesso ma non sempre, e non è il libertino di cui si racconta in giro; fa venire sì delle signore a casa, ma spesso sono le dame che accompagnano ambasciatori, ministri, diplomatici e avvocati ai suoi pranzi e alle sue cene>>.
<<Lui e gli ambasciatori italiani parlano spesso nella loro lingua?>>.
<<Certamente, lui e un segretario del consolato hanno parlato ieri per più di un'ora e mezza delle mosse del ministero del Tesoro italiano e della crisi in America; ma soprattutto del ministero>>.
Si sarà visto che le mie informazionu erano molto minuziose e accurate, anche se non molto importanti. Del resto, non vi era ormai, fra telecamere e informatori, straniero che entrasse a Londra le cui azioni non fossero del pari spiate e riferite alla regina Elisabetta.
Quando gli ufficiali della mia ex-guarnigione vennero a sapere che in città vi era una sorta di bisca, fecero di tutto per essere ammessi al tavolo da gioco, e, nonostante i miei consigli in contrario, il cugino non si oppose a permettere l'ingresso a quei gentiluomini e un paio di volte ripulì loro le tasche di una buona somma di denaro. Invano gli dissi che avrei dovuto riferire al capitano l'accaduto, perchè i miei compagni, intimi con Walport quanto me, non avrebbero fatto a meno di parlare dell'astuto gioco di monsieur de Rabelais, ed egli sarebbe venuto a conoscenza del macello anche senza le mie informazioni.
<<Diglielo>>, rispose il cugino di Pisa.
<<Ti manderanno via, Luca>>, risposi, <<e allora io che fine farò?>>.
<<Stai pure tranquillo>>, disse l'altro con un sorriso,<<Non ti lascerò nella merda, stanne certo. Vai a dare un'ultima occhiata alla tua caserma e stai tranquillo; saluta i tuoi amici di Londra. Quei poveracci si metteranno a piangere, quando sapranno che avrai lasciato l'Inghilterra. E stai certo che te ne andrai di qui>>.
<<Ma come?>>, domandai.
<<Ricordati la storia del milanese Ferragni>>, rispose con un sarcastico sorrisetto, <<Vai a prendere i miei travestimenti, nel doppiofondo dell'armadio della mia camera da letto. Apri poi una busta da lettera, che contiene monete di molti paesi e varie copie di permessi di soggiorno, passaporti e carte di riconoscimento. Tutta roba che mi arriva dalla Svizzera, roba che scotta. Sbatti una tua fototessera su qualsiasi di queste carte e in un paio di giorni sarai partito>>.
Scoppiai a ridere e cominciai a smaniare.
Il giorno seguente, quando andai a fare il mio rapporto al capitano Walport, gli riferii dei giovani soldati britannici che erano stati a giocare dal de Rabelais negli ultimi tempi ed egli rispose, come mi ero aspettato, che la regina e il parlamento avevano deciso di espellere il viveur dal Regno Unito. Mi congratulai senza limitazioni per l'ottima mossa di sua maestà la regina e iniziai ad inveire verso il mio padrone, definendolo un vecchio avaro e senza morale. <<Quand'è che verrà cacciato, sir?>>, domandai.
<<Dopodomani. Dopo la sua colazione scenderà in cortile e non troverà più la sua Mercedes, ma un fuoristrada militare e due soldati che lo scorteranno fino alla frontiera>>.
<<E il suo bagaglio, sir?>>, continuai.
<<Oh, quello gli sarà spedito con comodo, più avanti, dopo che casa sua sarà stata messa a soqquadro, visto che il tuo aiuto non ci ha poi portato a scoprire chissà cosa>>.
Pregai il capitano di conservarmi la sua benevolenza e così presi congedo da lui.

  

martedì 7 maggio 2013

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo V) [Trame]


V.
CONDUCO VITA DI GUARNIGIONE E VI TROVO MOLTI AMICI

Dopo la guerra, il nostro reggimento fu uno dei primi a tornare in Inghilterra e fu accantonato nella capitale, la meno noiosa, forse, di tutte le città Europee. Il nostro servizio, sempre duro, ci lasciava ogni giorno poche ore libere in cui potevamo prendere qualche svago, se avevamo i mezzi per pagarcelo. Molti dei nostri andavano a lavorare in mestieri manuali, ma a me non capitò nessuna occasione del genere e per di più il mio onore me lo avrebbe impedito, perché, essendo un gentiluomo, non avrei potuto sporcarmi le mani con un'occupazione servile. Così divenni il man of honour del capitano Walport, il suo gentiluomo militare di fiducia.
Avevo respinto quest'offerta quattro anni prima, quando mi era stata fatta mentre ero al servizio dell'Italia, ma in un paese straniero come il Regno Unito è tutt'altra cosa. Venni subito a sapere che Walport era nipote ed erede del ministro della Difesa, Sir Maurice Ridley Walport, parentela che senza dubbio aveva favorito la promozione di quel maturo gentiluomo. Anche fuori dall'Iraq, il capitano Walport era un ufficiale severo, specie in caserma, ma era persona molto suscettibile all'adulazione. Me lo accattivai inizialmente per il modo in cui preparavo il caffè e, in seguito, ottenni la sua fiducia con mille piccole astuzie e complimenti che, per un personaggio del mio rango, sapevo sempre come impiegare. Egli era un buontempone, si dava alla bella vita assai più apertamente di molti altri nobili vicini alla regina; era generoso e non badava a spese; tutte qualità che sinceramente condividevo, e dalle quali, naturalmente, traevo profitto.
Non era molto amato al reggimento, perchè si riteneva che avesse relazioni troppo intime con lo zio ministro, a cui, correva voce, riferiva tutte le notizie dei militari all'opera a Londra. Ma io ero troppo occupato ad entrare definitivamente nelle grazie dell'ufficiale per badare a questi affari. Dopo tre mesi di soggiorno londinese, mi furono infatti evitate numerose esercitazioni, ronde di sorveglianza e parate militari, e ottenni, d'altra parte, numerosi guadagni occasionali che mi permisero di fare buona figura e di comparire con un certo éclat nella non poco umile società aristocratica di Londra. Ero sempre uno speciale favorito delle signore e il mio modo di fare con loro era tanto cortese che non si capacitavano come uno spiantato militare italiano fosse rifinito nei loro prestigiosi salotti.
Riuscii sempre in quel periodo a procurarmi un cellulare e a poter telefonare a mia madre, in Italia, per dirle che stavo bene, che non contavo di tornare in patria a causa delle follie che avevano anticipato (e causato) la mia partenza e che ero agli ordini della più illuminata monarchia d'Europa.
Una sera io e Walport stavamo attraversando l'elegante quartiere di Chelsea e l'ufficiale cominciò a farmi domande sulla mia famiglia, alle quali risposi con sufficiente chiarezza. Ero il discendente di una grande famiglia toscana, ma mia madre era quasi in rovina, mentre io mi trovavo a studiare legge a Roma, dove mi ero ingolfato di debiti e nelle cattive compagnie, avevo ucciso un uomo e sarei finito in galera se fossi ritornato. Mi ero arruolato in fretta e furia nell'Esercito Italiano, finché mi si era presentata un'occasione di fuga a cui non avevo saputo resistere. Il seguito già lo conosceva, visto che entrambi ricordavamo benissimo la vicenda di al-Najaf, dove ci eravamo incontrati. Walport disse che avrebbe avuto cura che restassi dov'ero, e io gli giurai eterna gratitudine; poi domandai perché, nonostante l'ottimo servizio offerto sotto la corona britannica, nessuno mi avesse promosso. <<Dopo che mi hai salvato la vita, Sbelluccio, ho parlato con mio zio, il ministro della Difesa, personalmente, ma chi ti aveva messo gli occhi addosso aveva già avuto modo di raccontare della tua pigrizia, dei tuoi vizi e della tua totale assenza di principi; aggiunse che era venuto a sapere delle tue risse con gli altri camerati e che, nonostante il tuo valore e la tua intelligenza, non avresti mai combinato nulla di buono>>.
La mattina seguente, ero di fronte al ministro a giustificare la mia condotta in un inglese impeccabile: <<Sir, spero che lei si sia sbagliato a proposito del mio carattere. Sono capitato in una cattiva compagnia, questo è vero, ma ho fatto soltanto quello che fanno altri soldati e, soprattutto, non ho mai avuto, prima d'ora, un buon amico e un protettore a cui far capire che meritavo una sorte migliore. Il ministro può dire che sono un cattivo soldato e mandarmi all'inferno, ma stia pur sicuro che io ci andrei all'inferno, pur di servire un reggimento>>.
Non ne potevo più della schiavitù delle armi e sapevo di dovermi ingegnare per raggiungere la libertà. Il mio piano era questo: dovevo rendermi utile ai Walport fin quando lo avessero ritenuto necessario, così che mi avrebbero dato ogni permesso di tornare da dove ero venuto. Una volta libero, in grazia della mia elegante persona e della mia buona famiglia, avrei fatto ciò che avevano fatto prima di me diecimila gentiluomini italiani: avrei sposato una signora, con un buon patrimonio e una buona posizione.
La fortuna era dalla mia parte, e il mio intervento, nell'ufficio del ministro, non era stato vano: infatti, il capitano Walport mi raggiunse alla caserma in una mattinata di fine marzo, per darmi una grande notizia.
<<Sbelluccio, ho parlato al ministro mio zio a proposito dei tuoi servizi e la tua fortuna è fatta. Ti faremo uscire dall'esercito, ti daremo un incarico nell'ufficio dei Servizi Segreti a Londra e, in conclusione, ti faremo muovere in un ambiente migliore di quello in cui la sorte ti ha messo da qualche tempo>>.
Il mio primo incarico fu smascherare un traffico di droga in cui rimase coinvolto anche il console olandese van Guldensack, e il vecchio Walport fu talmente contento che mi telefonò personalmente e mi invitò nel suo ufficio, dove ci raggiunse, poco più tardi, anche il mio amico capitano.
<<E' venuto da poco, a Londra, un gentiluomo al servizio della regina, un tale che si fa chiamare Léon-Luc de Rabelais, porta i simboli delle grandi logge e la croce dell'ordine dei Cavalieri di Malta. Parla indifferentemente tedesco, inglese e ovviamente, francese, ma noi abbiamo motivo di credere che questo monsieur de Rabelais sia nativo del tuo paese, l'Italia. Non hai mai sentito un nome come de Rabelais in Italia?>>
<<Rabelais!Rab...>>
Un lampo improvviso mi traversò la mente. <<No, signore>>, dissi, <<Non ho mai sentito questo nome>>.
<<Devi entrare al suo servizio>>, proseguì il ministro sfogliando un grosso fascicolo, <<Naturalmente non dovrai sapere una parola di italiano e, se il monsieur ti fa delle domande sul tuo accento straniero, digli che sei portoghese. Il servo che è venuto con lui sarà mandato via oggi, e la persona cui si è rivolto per avere un fedele maggiordomo ti accompagnerà da lui. Sei portoghese e hai servito nella guerra in Iraq i vostri vicini spagnoli. Hai lasciato l'esercito a causa della debolezza dei tuoi lombi. Hai fatto servizio per due anni con Sir Reginald Lancaster nella sua tenuta di Kensington; ora lui è via per lavoro, ma ha comunque firmato delle carte che lo proveranno. Poi sei stato con il dottor Floor, che darà ogni spiegazione in casi ce ne sia bisogno. Quanto al resto della storia, puoi sistemarla come vuoi, e farla romantica come piccante. Aggiungo solo che il de Rabelais gioca molto e vince. Conosci bene le carte?>>.
<<Solo un po', come tutti i soldati>>
<<Credevo tu fossi un vero esperto. Devi osservare se il monsieur bara: se bara lo abbiamo in pugno. Vede di continuo gli inviati dei vari consolati e soprattutto i giovani pranzano spesso da lui; cerca di non farti scappare una parola, ovviamente nelle lingue che conosci. Dorme con le chiavi della cassaforte attaccate al collo con un nastro. Duemila sterline per te se riesci a portare l'impronta di quella chiave. Ma ora vai a darti una tagliata ai capelli e una bella sistemata agli abiti>>.
Non riuscivo a non pensare al cognome de Rabelais. La parola “Rabelais” è un composto di “Ra” e “Belais”; la seconda parte, se pronunciata correttamente, crea la formidabile ed elegante assonanza francese “Beles” con il mio cognome “Bellini”; a questo sommavo l'enorme passione del cugino Luca Pisano per il romanzo Gargantua e Pantagurele, e iniziai a supporre che questo misterioso gentiluomo francese fosse in realtà il caro cugino di mio padre, che parlava francese meglio dell'italiano e che, privato dei suoi possedimenti per motivi politici, aveva riparato a Londra.
Prima di andare a presentarmi, andai nel cortile del palazzo in cui abitava, non distante da Buckingham Palace, a dare un'occhiata alla sua automobile. Un vecchio Mercedes 300 SL targato Parigi, un'automobile di strabordante bellezza estetica e di impareggiabile eleganza. Doveva essere proprio lui. Mi sentivo male mentre salivo le scale. Dovevo presentarmi al cugino di mio padre come un servo!
<<Tu sei il giovanotto che Monsieur Lancaster ha raccomandato?>>, chiese de Rabelais in un inglese formidabilmente intriso di accento francese.
Feci un inchino e porsi la lettera che mi era stata fornita da Walport. Mentre la leggeva, ebbi tutto il tempo di esaminarlo. Il cugino Luca era un uomo sulla sessantina, indossava una vistosa giacca doppiopetto blu dai bottoni dorati, una camicia di cotone misto a seta bianca e dei pantaloni chino; attorno al grasso collo gli passava il nastro di porpora di qualche grande loggia massonica, di cui riconoscevo alcuni simboli, e sul petto, gli brillava la croce di Malta. Aveva anelli a tutte le dita, un cronografo Rolex in oro giallo al polso, e aveva messo un ottimo profumo; infine, portava calze in lana merino a rombi alte fino al ginocchio e scarpe penny loafer di un marrone brillante; per leggere la lettera, aveva portato sul naso eleganti occhiali dalla montatura in osso. Un posacenere in cristallo e un toscanello aromatizzato al caffè stavano sul tavolo accanto a lui e completavano il costume di questo splendido gentiluomo. Come altezza era quasi uguale a me, vale a dire un metro e ottantatre, ma i lineamenti erano completamente diversi; per peso, inoltre rischiava abbondantemente di doppiarmi. Una barba folta ma non per questo poco curata gli nascondeva una bocca che più tardi mi accorsi avere un'espressione piuttosto sgradevole. Sorrise e potei notare che i denti superiori, giallastri e intaccati dal tabacco, sporgevano troppo; il suo volto mostrava sempre quel sorriso fisso, spettrale, niente affatto piacevole.
Fu molto imprudente da parte mia, ma quando vidi lo splendido aspetto di monsieur de Rabelais e la nobiltà dei suoi modi, sentii che mi era impossibile mantenere davanti a lui la mia falsa identità, e quando mi disse:
<<Ah, sei portoghese, vedo!>>, non potei resistere più a lungo e dissi (nella mia lingua):
<<Monsieur, sono italiano, e mi chiamo Sbelluccio Bellini, dell'Agrestone>>.
Mentre parlavo scoppiai in lacrime, non saprei dire perchè, ma non avevo visto nessuno della mia famiglia e della mia stirpe da sei anni e il mio cuore desiderava trovarne qualcuno.


lunedì 6 maggio 2013

Le memorie di Sbelluccio Bellini (Capitolo IV) [Trame]


IV.
NEL QUALE CERCO DI TENERMI LONTANO
IL PIU'POSSIBILE DALLA GLORIA MILITARE

Sono costretto ad ammettere che dopo la morte del capitano Mangini, cominciai a comportarmi nel peggiore dei modi e mi procurai una pessima compagnia. Invece di conquistarmi la simpatia dei miei superiori, pensavo soltanto al mezzo di rendermi la vita più facile e mi attaccavo a tutti i diversivi e alle distrazioni che potevo. Scesi a poco a poco a mescolarmi con gli altri sottufficiali e a condividere i loro divertimenti. Bere e giocare erano i nostri passatempi preferiti, e sarei sicuramente caduto nelle mani del demone del saccheggio e delle droghe se fossi rimasto più a lungo nell’esercito, ma accadde una cosa che mi fece allontanare dal servizio militare in una maniera piuttosto originale.
L’anno in cui il Cavaliere manifestò l’intenzione di ritirare le truppe italiane dall’Iraq, il nostro reggimento ebbe l’onore di partecipare ad alcune gloriose battaglie, in una delle quali io fui colpito da un pesante mattone sulla testa e mi vidi ricoverato nell’infermeria di campo, assieme ad una decina di soldati e un paio di ufficiali. Uno di questi, il tenente Ferragni, milanese in tutto e per tutto, era messo veramente male e aspettava solo che un chirurgo più esperto arrivasse con un elicottero per poter amputare un arto di cui rimaneva ben poco. Io fingevo di essere impazzito in seguito al colpo ricevuto in testa, e, con i pochi mezzi a disposizione nell’infermeria, nessuno dei presenti poteva comprovare la mia condizione. Così, scesa la notte, sgattaiolai fino alla branda del povero Ferragni, estrassi il coltello dalla fondina della mia uniforme e glielo puntai alla gola.
<<Gvande figlio di puttana!>>, furono i suoi primi sussurri quando, stancamente, aprì gli occhi, <<Aspetta che ti vibecchi e anche con una gamba sola tvovevò il modo di ammazzavti!>>, e seguirono alcune bestemmie.
Gli spiegai che avevo deciso di promuovermi e pretesi che egli mi avrebbe lasciato prendere la sua borsa, la sua uniforme e i suoi documenti di riconoscimento, altrimenti a nulla sarebbe servito l’imminente intervento del dottore. Per risultare ancora più credibile, afferrai velocemente un mitragliatore e alcune munizioni, dopodiché lo imbavagliai e lo ammanettai alla branda.
Provai un gran senso di sollievo quando, uscito dall’infermeria, notai la presenza di due sole guardie; il mio reggimento aveva lasciato il campo alcune ore prima, diretto verso la capitale di quel maledetto paese, e i soldati rimasti in quella retrovia si contavano sulle punte delle dita. Feci un cenno ad un alpino che non avevo mai visto da quelle parti.
<<Sono il tenente, Fevvagni>>, dissi tirando fuori un buffo accento milanese,<<Ho appena vicevuto il comando di lasciave il campo e povtave documenti dei Sevvizi Segveti a Nassivya. Dovveste munivmi di una macchina>>.
In cinque minuti, il mio Land Rover blindato sfrecciava attraverso il deserto a tutta velocità; guardai nello specchietto retrovisore scomparire le ultime luci dell’accampamento. Dopo un’ora buona mi fermai e, datomi un’occhiata attorno, cosparsi la mia divisa con un po’ di alcool etilico e le detti fuoco. Rimasi a gustarmi lo spettacolo per alcuni minuti, prima di ripartire. Avendo ammesso di essere diretto a Nassirya, presi tutt’altra direzione; spensi il satellitare, col quale sarebbe stato assai comodo per i miei commilitoni rintracciarmi, e decisi di aiutarmi solo con le mappe cartacee. Nel portaoggetti trovai dei sigari toscani spezzati, me ne accesi uno e osservai sorgere il sole sul deserto. Sentivo di essere ad un livello che mi si addiceva ed ero fermamente convinto a non decadere mai più dal rango di gentiluomo.
Nella tarda mattinata arrivai ad uno sperduto villaggio di pastori, non lontano da al-Najaf, città dalla quale sarei voluto andare diritto al confine con l’Arabia Saudita, e poi verso il caro vecchio continente. Fu lì che venni gentilmente fermato da un contingente di militari inglesi, presso i quali mi spacciai senza intoppi per il tenente Ferragni dell’Esercito Italiano. Conoscevo molto bene la loro lingua e ciò rafforzò non poco la mia credibilità. Le mie credenziali, sebbene non munite di una foto di riconoscimento, non lasciarono dubbio alcuno, ma i soldati che mi avevano interrogato decisero comunque di contattare il capitano Walport, loro ufficiale. Questo gran pezzo di gentiluomo era un marmittone sui sessant’anni, e i racconti bellici che lo riguardavano erano giunti, seppur romanzati e arricchiti, anche alle orecchie della mia guarnigione.
Andò a finire che fui costretto a parcheggiare il mio fuoristrada e fermarmi a pranzo con Walport ed altri dieci ufficiali, anziani quanto se non più del mio ospite. Gli inglesi, da bravi colonizzatori esperti, si erano stabiliti in uno dei più sontuosi palazzi della città, e lì consumai un pasto che mi riportò alla mente le prelibatezze del Natale al mio paese lontano. Furono stappate ottime bottiglie di vino rosso e bianco, quasi tutte francesi, e mi furono dedicati svariati brindisi. Nonostante la raffinatezza della compagnia e la cultura di tutti i presenti, era soprattutto Walport a mostrarmi ogni genere di gentilezza e a subissarmi di domande su Milano, che, per i documenti che avevo in tasca, risultava essere la mia città; e io rispondevo meglio che potevo. Ma questo meglio, devo ammetterlo, era piuttosto mediocre. Non sapevo niente di Milano, dei signori del castello sforzesco e delle famiglie nobili di lassù, ma spinto dalla vanagloria e dalle tendenze che avevo in quei tempi di vantarmi e di parlare in modo non sempre aderente alla verità, inventai mille storie. Gli descrissi il sindaco e i ministri nativi di lassù, dissi che l’ambasciatore italiano a Londra era mio zio, e arrivai, addirittura, a promettere al mio amico una lettera di raccomandazione per lui. Quando l’ufficiale mi chiese il nome di mio zio, non ero in grado di dargli il nome vero, e, maledicendo il mio errore, gli dissi che si chiamava Ferragni, esattamente come me. Quanto alle storie sul mio reggimento, naturalmente, non mancavano.
La mattina seguente avrei lasciato al-Najaf e, scusandomi, dissi al mio amico Walport e a tutti i presenti che mi sarei ritirato. Ma l’austero ufficiale, mi invitò a sedermi nuovamente e riempì di nuovo il mio bicchiere con dell’ottimo brandy. Non volevo apparire scortese e accettai con un largo sorriso il suo invito; mi osservò bere un sorso il liquore e toccandosi i baffi mi domandò: <<A quale membro dei servizi segreti deve portare quei dispacci, tenente?>>.
<<All’agente Garrone>>, risposi prontamente, riportando alla memoria un tizio in giacca e cravatta che aveva fatto capolino al nostro accampamento l’anno prima. A queste parole Walport scoppiò in una fragorosa risata e, schioccando rumorosamente le dita, fece avvicinare una guardia che non aveva mai lasciato la sala e ordinò di arrestarmi seduta stante.
<<Signore>>, replicai, <<Sono un’ufficiale italiano>>.
<<Lei è un impostore, un bugiardo e un disertore. L’ho capito in queste ultime tre ore e l’ho sospettato da quando mi è giunta la notizia del suo arrivo stamani. Abbiamo saputo che un uomo è fuggito da un campo italiano e io ho subito pensato che quell’uomo fosse lei. Le sue menzogne e le sue stronzate me lo hanno confermato. Ha la pretesa di portare dispacci ad un agente che è morto da dieci mesi. Deve raggiungere una città che è nella direzione opposta a quella in cui si trova. E come se non bastasse, ha uno zio ambasciatore a Londra che risponde all’assurdo nome di Ferragni. Ti vuoi unire a noi come mercenario, o vuoi essere riconsegnato ai tuoi?>>
<<Consideratemi arruolato, sir>>, risposi.
Potrei raccontare molte storie sull’esercito, ma essendo stato io stesso soldato, tutte le mie simpatie sono per la truppa e senza dubbio si direbbe che i miei discorsi hanno tendenze immorali e farò quindi meglio ad essere breve. Non voglio fare alcun romantico racconto della Guerra in Iraq, alla fine della quale, l’esercito di sua maestà britannica, tanto rinomato per il suo disciplinato valore, aveva come ufficiali e sottufficiali dei nativi del Regno Unito, è vero, ma era composto anche da uomini arruolati o rapiti, come me, da quasi tutte le nazioni di Europa. La vita che conduceva il soldato semplice era spaventosa, per qualsiasi persona che non avesse coraggio e resistenza di ferro. I castighi erano incessanti e ogni ufficiale aveva la facoltà di infliggerli. Non ho inoltre intenzione di fare la storia delle battaglie combattute dagli inglesi più di quanto ne abbia avuta di fare quelle sostenute al servizio dell’Italia. Feci il mio dovere in queste come in quelle, ed ebbi la furbizia di distinguermi durante l’assedio finale a Baghdad, dove salvai la vita al capitano Walport e uccisi uno dei più fidi collaboratori di Saddam.
Fu allora che il generale Murphy, comandante del mio reggimento e figura straordinariamente vicina a Sua Maestà, mi diede due medaglie d'oro al valore davanti alla truppa schierata, e mi disse: <<Ora ti do questa ricompensa; ma temo che un giorno o l'altro finirai male>>.
Giocai quelle medaglie e quel denaro che avevo raccolto fra i cadaveri durante l'assedio, spendendo fino all'ultimo centesimo, e fino a quando la guerra finì non fui mai senza almeno un dollaro nel portafogli.