sabato 23 febbraio 2013

[Recensione] Anna Karenina

Anna Karenina viene scritto da Tolstoj fra il 1875 e il 1877 (anno della prima pubblicazione integrale), e rivoluziona praticamente l'intera letteratura europea dell'Ottocento. A mio avviso, si tratta del romanzo di Tolstoj più bello, nonchè di uno dei dieci libri più belli di sempre: Anna Karenina, semplicemente, ha tutto.  Ora, portare sullo schermo la tragica storia di una bellissima aristocratica votata al tradimento non è cosa da poco, specie se si ha davanti un soggetto (in questo caso, il romanzo di Tolstoj) di un migliaio di pagine. Tom Stoppard, sceneggiatore ma primariamente grande scrittore e autore teatrale, è l'uomo adatto per scrivere l'Anna Karenina degli anni 2000: l'essenza del libro, i personaggi principali, le situazioni tragiche e amorose vengono tutti inseriti in un contesto teatrale. Ed è all'interno di un teatro che l'Anna Karenina di Joe Wright va in scena, con attori di prim'ordine (tutti bravissimi, dal primo all'ultimo), costumi memorabili, musiche splendide (colonna sonora di Dario Marianelli) e scenografie accuratissime. 
Anna e Aleksei Karenin vivono a San Pietroburgo, sono sposati da otto anni, hanno un figlio e godono di una posizione di prestigio nell'alta società russa. Tutto va bene fin quando Anna non conosce, ad una stazione ferroviaria, il conte Vronskj, giovane e sregolato ufficiale dell'esercito. Parallelamente, vanno avanti altre due microstorie: da una parte, quella di Stiva, fratello di Anna che ha pensato bene di tradire la moglie con una governante; dall'altra, quella di Levin, giovane e ricco proprietario terriero dai forti ideali socialisti che finirà sposato con la brava Kitty (già promessa al conte Vronskj). Anna e il conte I si amano, ma sono costretti ad una relazione clandestina, visto che nessuno dei due vorrebbe compromettere la propria posizione sociale e Aleksei non concederebbe mai il divorzio ad Anna. Tutto cambia quando lei rimane incinta del giovane soldato e confessa al marito il tradimento. Fra scandali e pietose liti domestiche, Anna partorisce la bambina avuta col conte, e Aleksei dimostra la sua magnanimità dandole il proprio cognome; poco tempo dopo, Anna fugge col conte, lasciando entrambi i figli al marito e attendendo il divorzio. Nonostante abbia finalmente accanto l'uomo che ama, Anna è sempre più gelosa e tormentata: finchè un giorno, convinta che Vrosnkj stia avendo una relazione con una giovane principessa, si butta sotto un treno. 
Joe Wright (regista perfetto per questo genere di film) dimostra di averne fatta di strada dai tempi di Orgoglio e pregiudizio e di Espiazione, così come la Knightley continua a crescere e ad allontanarsi (per sua ma anche nostra fortuna) dalla principessa premestruata dei Pirati dei Caraibi, a favore di uno stile sempre più maturo e convincente. Da tempo non vedevo una trasposizione così fortemente personale (e, per certi versi, anti-commerciale), ma Wright dimostra di saper "uscire dall'esterno" e di chiudere il 90% del suo film su un palcoscenico, così come hanno fatto, nella tradizione dei grandi registi inglesi, autori del calibro di Derek Jarman o Peter Greenaway prima di lui. E questo giocare fra film, teatro e realtà finisce col funzionare, tant'è che l'ultima meravigliosa inquadratura mostra un campo fiorito "sfondare" la scena (dunque lo schermo) ed estendersi alla platea, a simboleggiare una fusione quasi totale fra spettacolo e spettatore e a ricordare che forse c'è un po' di Anna Karenina in ognuno di noi e che chiunque è infelice a suo modo. 

mercoledì 20 febbraio 2013

Cinedicola, una guida all'acquisto di riviste di cinema italiane [Album]

Basta bazzicare qualsiasi edicola per accorgersi di quanta carta stampata riguardi il cinema. Anche adesso che un certo tipo di editoria è in crisi, le riviste di cinema continuano a riempire gli scaffali. Ma sono davvero tutte valide? Meritano realmente tutte di essere lette? Su ognuna di queste si possono leggere parole che appassionano ulteriormente al cinema? No. 
Prendiamo, ad esempio, Best Movie o Total Film: sono carta straccia costosa e inutile, in quanto incentrate quasi esclusivamente sulle novità e sulle anteprime; peccato che news e anteprime siano il pane quotidiano su internet, e chiunque può fruirne gratuitamente tramite numerosi siti web, siano essi generici (tipo BadTaste) o più "specifici" (irrinunciabile per gli horror maniacs è il portale Splatter Container), e agli stessi blog (in Italia, abbiamo Cineblog, che non è male). Spostiamoci sul versante pseudo-critico, e analizziamo Ciak. Ecco, io credo che Ciak stia alla "rivista di cinema" come Il cinematografo di Marzullo sta alla "televisione sul cinema": l'unico interesse di Ciak è vendere copie e convincere il lettore a recarsi a vedere qualsiasi film. Oltre ad avere il nefasto difetto di troppa pubblicità (ne ha più di quella merda di Rolling Stone, non sto scherzando), Ciak ospita critiche brevi e sterili (il massimo della cattiveria è "Questo film non mi è piaciuto molto, ma ha dei buoni momenti"): non ha il coraggio di approfondire, di portare avanti un discorso di critica vera, sincera, con "le palle". Insomma, quella che da molti è considerata la prima rivista di cinema italiana, è un semplice rotocalco che si occupa di film. Quindi, lasciando fuori costosi "tomi" di critica cinematografica come Cineforum, cosa rimane in edicola?

FILM TV. Settimanale di cinema perfetto: ricco, pieno di gente giovane che ha passione nel fare il proprio mestiere e anche di grandi veterani (fra cui Ghezzi, che è il miglior critico cinematografico d'Europa), regala (per appena 2 €!) anteprime, novità, recensioni di film in sala e di film alla televisione (quest'ultimi correlati da critiche più breve ma interessanti), una locandina ad ogni numero, e rubriche che vanno dall'orscopo cinematografico ai fumetti, dalla musica ai telefilm. Personalmente, lo leggo dal maggio 2001 e non ho mai perso un numero.




DUELLANTI. Rivista di critica realizzata superbamente, la preferisco alla Rivista del Cinematografo. Difficile e impegnativa, ma incredibilmente precisa nell'analizzare un film (analisi che può prolungarsi in una quarantina di pagine), senza mai apparire verbosa. Per chi ne sa già abbastanza sull'argomento, è un appuntamento irrinunciabile che nulla ha da invidiare al più "austero" Cineforum.






NOCTURNO. Destinata ai cine-maniaci spinti, si occupa prevalentemente di cinema di genere: fra i suoi redattori si annoverano coloro che hanno riscoperto molti autori e film scomparsi; non sempre la qualità è eccelsa (esagerano un po' nel definire capolavori film che erano orribili trent'anni fa come lo sono oggi), ma ogni pagina trasuda una vera passione per la Settima Arte. Non perdete alcuni DVD allegati e il dossier integrato, vera chicca per gli amanti dei numerosi generi che Nocturno affronta di mese in mese.






martedì 19 febbraio 2013

Collezione storica a colori n°3 [Bang!]

Visto che nell'ultima rubrica "Bang!" mi ero occupato delle iniziative da edicola di RCS e Il Sole 24 Ore, oggi spetta di diritto al gruppo L'Espresso.
Infatti, da domani, oltre al 54esimo Zagor a colori, troverete nelle edicole (al prezzo di 1 €) il primo numero della terza collezione storica a colori, e cioè Dylan Dog. Inutile dire che l'acquisto è consigliatissimo, sia ai fan più maniacali (come il sottoscritto) che a coloro che non si sono mai avvicinati all'indagatore dell'incubo. E non esiste ancora un applauso abbastanza fragoroso per le persone che hanno deciso, coraggiosamente, di portare avanti parallelamente a Zagor (arriverà al numero 71, ma non si escludono ulteriori "proroghe", viste le incessanti richieste dei fan dello spirito con la scure dei quali ho il piacere di fare parte) una nuova e impegnativa ristampa bonelliana. Gli albi saranno di formato identico sia ai Tex che agli Zagor e comprenderanno tre storie l'uno (e non aver letto L'alba dei morti viventi, Jack lo squartatore e Le notti della luna piena è come non avere mai visto La Gioconda). Dalle anteprime, posso dire che la colorazione sia stata molto più curata rispetto a quanto accaduto con i suoi due predecessori. Le rubriche saranno, come sempre, ricche e interessanti. 
Insomma: collezionare Dylan Dog in questa nuova, colorata veste è quasi un obbligo.


Cosa aspettarsi da "L'uomo d'acciaio" [Scosse]

Ormai, un regista che si approccia ad un film di supereroi deve aver visto i tre Batman di Nolan. Attenzione, non succede solo in casa DC, ma anche in casa Marvel (chi ha visto l'indifendibile Amazing Spider Man o sa, a grandi linee, di cosa parlerà Iron Man 3, ha già capito). Una volta visti i tre  Batman di Nolan, i produttori dicono al regista <<Ora tu prendi il tuo personaggio, lo tingi di nero, lo incupisci, lo fai stare male e forse, fra sette o otto film, lo facciamo anche morire>>. Fondamentalmente, questo è il meccanismo su cui Nolan ha fatto forza (specie per il secondo e terzo capitolo), e gli è andata bene: la sua trilogia è veramente il miglior traguardo mai raggiunto dal cinema fumettistico. E questo succede non perchè Batman sia migliore di decine di altri supereroi, ma perchè Nolan è un bravo regista, in grado di gestire un budget elevato meglio di chiunque altro al mondo e di saper mettere una sapienza tecnica sopraffina al servizio di una storia efficace. Questo "giochino" è piaciuto a tutti, soprattutto a quei magnati che hanno notato come i critici più snob elogiassero per la prima volta delle opere con protagonista un supereroe. <<Allora, lo sapete che si fa?>>, hanno detto alla DC, <<Una volta che ha finito con Batman, prendiamo Nolan e gli diamo, che so, Superman!>>. 
Intanto, alla Marvel, cioè alla Disney: <<Il nostro The Avengers è uno dei film ad avere incassato di più nella storia del Cinema ed è anche candidato agli Oscar. Tuttavia, non pensate che sia troppo poco dark? Mi raccomando, i prossimi film su Spider Man e Iron Man facciamoli più cupi. Fateli soffrire questi supereroi, che almeno ci dedicano un articolo di novanta pagine sui Chaiers!>>. Nolan scrive il soggetto di un film su Superman, intitolato Man of Steel, ma rifiuta la regia; viene così passato al livello di produttore esecutivo. Ed è allora che viene contattato Zack Snyder.

Perchè preoccuparsi per il nuovo Superman?
Il motivo principale di ogni mio dubbio riguardante Man of Steel è legato proprio al suo regista, Zack Snyder. Per me, si potrebbe dedicare un'ora al giorno solo al parlare male di Zack Snyder, che per quanto mi riguarda poteva continuare a fare le pubblicità alle automobili. Non dico che non mi piace il suo cinema, perchè non credo che sia giusto parlare di cinema. Sucker Punch è la patinata bruttissima copia di The Ward di Carpenter, è un videogame maldestro costato cento milioni di dollari dove chi non capisce niente ha anche il coraggio di trovare aspetti positivi. E non salti fuori il discorso "tutto è soggettivo", perchè non è vero: i film di Snyder sono oggettivamente orrendi (salvo 300, che tutto sommato diverte e ha un paio di buone trovate, e Watchmen, perchè per chiunque sarebbe stata un'impresa difficile), e chi li ritiene "soggettivamente" buoni ha dei gusti di merda. Dunque, non mi interessa se L'uomo d'acciaio (titolo dignitoso, in quanto tradotto dall'inglese) sarà tratto da un soggetto di Nolan, prodotto da Nolan e supervisionato da Nolan: è comunque frutto del lavoro di un mediocre regista, abituato a incontrare il favore di un pubblico (composto prevalentemente da nerd di infima categoria) solo perchè ha fatto film dove dei tartarugati se le danno di santa ragione o dove le fiche sparano a qualunque cosa si muova. Insomma, non è Michael Bay (autore del "tutto brutto"), ma neanche un Del Toro (che si era proposto come regista del progetto) o un Whedon.

Perchè non partire prevenuti per il nuovo Superman?
1) Se davvero l'influenza di Nolan si fa sentire, Snyder riuscirà a dare un freno alle sue solite minchiate, e il film potrà risultare accettabile. 
2) Il cast è ottimo (a parte Russell Crowe, che purtroppo deve mangiare) e  Henry Cavill potrebbe essere il miglior Superman di sempre (anche perchè, visti i precedenti...). 
3) La colonna sonora è del maestro Hans Zimmer. So che a tanti non gliene frega nulla, ma a me sì. 

Ne riparleremo il 19 giugno...

domenica 17 febbraio 2013

[Recensione] Zero Dark Thirty

Film tosto.
Film lungo.
Film-documentario.
Film definitivo.
Scrivo "definitivo" perchè nessuno, dopo lo Zero Dark Thirty della Bigelow, potrà più girare un film sull'Iraq e più in generale sul terrorismo, per il semplice fatto che sarà inutile. C'è già tutto qui dentro: dall'11 settembre alla morte di Osama Bin Laden, il film racconta i retroscena, le indagini e le sofferenze di chi ha pazientemente seguito ogni pista che potesse portare alla morte del leader di al-Qaida. 
Semplice. Cioè, si fa per dire. A parte le polemiche che ha scatenato negli Stati Uniti (basta sapere un minimo di inglese e girellare sul web per leggerne di tutti i colori), a parte la bravura di Jessica Chastain (la ricorderanno i fortunati che hanno amato The Tree Of Life di Malick) e del resto del cast (largamente sconosciuto a noi europei), a parte la perizia proffesionale della Bigelow (tanta camera a mano, come e se non di più che nel già splendido e pluripremiato The Hurt Locker), Zero Dark Thirty ha un pregio che pochissimi film "d'inchiesta" hanno: è crudo, è realistico oltre misura in ogni fotogramma, come è giusto che sia. L'unico interesse della Bigelow (che la distingue da tanti registucoli nostri connazionali finanziati da destra e da sinistra) non è mettere la storia al servizio delle proprie idee, ma mettere ciò che le riesce fare meglio (il cinema) al servizio della Storia, quella vera, "nuda e cruda". Il montaggio è frenetico e le immagini quasi "nervose" (soprattutto nello spettacolare blitz finale), ma la trama è incredibilmente lineare, limpida. Non è un thriller, non è un film di guerra, nè tantomeno un biopic su una brava agente della CIA: Zero Dark Thirty è Zero Dark Thirty. E come ogni film della Bigelow, o lo si ama o lo si disprezza. 
Io, sinceramente, l'ho amato fino in fondo.

venerdì 15 febbraio 2013

Inverno bonelliano [Pt. 3]

LE STORIE #5
"IL LATO OSCURO DELLA LUNA"
testi: Bilotta/ disegni: Mosca
114 pag., BN, 3,50 €

★★★★★

Oddio, parlare del nuovo numero de Le Storie è piuttosto difficile. O meglio, è difficile stendere, in poche righe, un sunto di una trama insolita e non semplice. Mi basti dire che la vicenda di cui è protagonista Lloyd, un astronauta in viaggio verso il nostro satellite, non ha niente a che spartire con la fantascienza "di azione" di certi fumetti (uno a caso è proprio Il lato oscuro della Luna, titolo del Martin Mystère numero 239), bensì con quella di taglio più psicologico. L'idea di base (una scampagnata cosmica diviene un cosmico incubo) non brilla per originalità, ma è il modo in cui essa viene affrontata a rendere Il lato oscuro della Luna un albo bellissimo, raffinato sia per la sua scrittura che per i suoi disegni (il lavoro di Mosca è impeccabile come è stato quello di Accardi, sempre sulle pagine de Le Storie). La Storia bonelli del mese ha fatto di nuovo centro? Dispiacerà ai "coltissimi" lettori che leggono solo fumetti comprati in sontuose librerie, ma sì, la Bonelli ha fatto di nuovo centro, confermando per l'ennesima volta che non esiste un fumetto "alto" e un fumetto "basso", ma solo un buon fumetto e un cattivo fumetto. E Il lato oscuro della Luna, è un ottimo fumetto.

MAXI DYLAN DOG #18
"EFFETTI SPECIALI/ IL PROCESSO/ LE SCARPE DEL MORTO"
testi: Cavalletto, De Nardo, Marzano/ disegni: Piccatto
292 pag., BN, 6,20 €
★★★★

Non nego che dal 2010 attendo con trepidazione il Maxi DD invernale, più che altro per la curiosità di sapere chi sarà l'unico e solo disegnatore del "mattone" bonelliano. Chi ha riletto il mio blog, avrà capito che non ho particolare simpatia per lo stile di Piccatto, soprattutto per il "Piccatto 2.0", e non è che abbia propriamente gioito quando ho appreso che lo one-man-show del Maxi 2013 fosse lui. Ma, si sa, il fumetto è composto da due cose: parole e disegni, e se le parole sono buone, non dovranno necessariamente essere accompagnate da buoni disegni (lo dico consapevole del fatto che Piccatto ha illustrato alcune delle mie storie preferite di sempre). E per fortuna, questo Maxi corrisponde alla linea di pensiero esposta sopra: le tre storie sono bellissime, e nel loro insieme rappresentano il migliore degli ultimi Maxi invernali. Un super-albo da comprare solo per il sosia di Kurt Russell (leggete Effetti speciali e capirete). Applausi al trio Cavalletto, De Nardo, Marzano.

MARTIN MYSTERE #325
"VOCI DAL PASSATO"
testi: Castelli/ disegni: Camagni
164 pag., BN, 5 €
★★★★

Sarà che è il creatore del mio personaggio bonelli preferito, ma a me l'Alfredo Castelli sceneggiatore piace da impazzire; anche se, come molti grandi di qualsiasi arte, non sempre fa centro. Ultimamente, mi ero lamentato per un generale abbassamento di qualità delle storie castelliane, ma Voci dal passato mi ha ufficialmente zittito. Al di là di alcune pagine sull'infanzia di Martin mai svelate prima, Castelli mette il suo personaggio sulle orme di antiche dottrine e scoperte collegate al suono e alla sua registrazione. E come dico sempre, c'è più "robba" in 160 pagine di Castelli che in un'intera stagione di Voyager...

[Recensione] Die Hard- Un buon giorno per morire

Se Die Hard- Un buon giorno per morire è da un lato un action-movie a sfondo spionistico difettosissimo nei contenuti e nei personaggi (cattivi mentalmente ritardati, un McLane Jr. inutile "quanto un buco di culo sul gomito" e agenti CIA che sembrano più adatti al "tombolone" del circolo ARCI che alla vita da uomini d'azione), dall'altro vanta un attore protagonista del calibro di Bruce Willis, che da bravo vecchio saggio sa benissimo darsi un freno nelle sequenze di azione più dure ed estreme e ha già annunciato che il sesto capitolo della serie sarà l'ultimo. Ed è qui che sta la "serietà" di un franchising come Die Hard, nel fatto che non diventerà mai un film su dei palestrati rincoglioniti che continuano a darsele di santa ragione anche da vecchi (e chi ha visto I mercenari sa bene di cosa parlo). E poi, scusate, prima di regalare sette e passa euro a quell'infame di Vin Diesel che tira i freni a mano nel nuovo Fast and Furious 6, sarà meglio darli a Bruce Willis, che almeno è un attore, un professionista, uno che, a distanza di venticinque anni esatti, sa ancora vestire i panni di John McLane con classe e disinvoltura. Insomma, Die Hard- Un buon giorno per morire non rimarrà come il miglior film di azione dell'anno, ma vanta un paio di sequenze ottime (l'inseguimento in macchina a Mosca e lo scontro nella sala da ballo abbandonata) a livello di regia. E qui esaurisco quel poco di buono che c'era da dire sul film.
I veri problemi nascono quando si analizzano la trama e i contenuti. Io non so se il regista John Moore (già dietro la macchina da presa in Max Payne) e Skip Woods (lo sceneggiatore) abbiano mai letto un giornale dal 1989 ad oggi. Viene da chiederselo, vista la "nostalgia di Guerra Fredda" imperante nel quinto Die Hard. Da come vengono rappresentati i cattivi a come si comportano i buoni, nel film si respira l'oleosa puzza del peggior cinema anni ottanta: aspetto già di per sè comico, visto che il primo capitolo della saga, Trappola di cristallo, irruppe nel 1988 in tutto il mondo come un action-movie puro ma innovativo- sia nella forma che nei contenuti -rispetto alle varie "rambate" commissionate dai peggiori presidenti U.S.A. di sempre. Trovo ridicolo che l'unico modo per far infuriare un vecchio ma sempre efficace Bruce Willis/ John McLane sia dirgli, con marcato accento sovietico, <<Reagan è morto, americano di merda!>>: battute di questo livello sarebbero risultate di cattivo gusto venticinque anni fa; perchè, allora, riproporle oggi? Moore poteva approfittarne e mostrare la Russia di oggi, quella della mafia, dell'oligarchia, e invece no: le uniche cose che gli interessano della Russia di Putin sono un paio di discoteche frequentate dai Ceceni, un tassista che canta Frank Sinatra e idolatra gli States e le automobili di lusso rubate per tutto il film (i due McLane rubano una Maybach con la facilità con cui un quattordicenne scippa una vecchietta). E poi, tanto per non farsi mancare niente, il finale del film è ambientato a Chernobyl, dentro la vecchia centrale. Addirittura, McLane Jr. tenta anche un discorso a sfondo sociale in questa scena, risultando molto poco credibile ("credibile" è ben più grave di "irreale"). Dulcis in fundo, il vero cattivo del film è l'uomo che, nel 1986, aveva causato di proposito l'incidente alla centrale nucleare, e i McLane devono farlo fuori a tutti i costi. Ci riescono, demolendo l'ex-centrale nucleare (il particolare della stella con falce e martello avvolta dalle fiamme sembra uscito da filmati di propaganda del senatore McCarthy). Padre e figlio si allontanano da Chernobyl con il seguente scambio di battute: 

MC LANE Sr.- Non è che ora ci cresce un terzo braccio?
MC LANE Jr.- Naaa... al massimo perdi i capelli! 

Ora, questa è una foto di uno dei molti bambini "figli di Chernobyl", uno di quelli a cui i capelli, purtroppo, non potranno mai nascere.

Io ne manderei una copia a John Moore.