venerdì 16 novembre 2012

Si fottano Bella, Edward e chi li guarda!

Inutile dire che l'arrivo nelle sale dell'ultimo atto (harrypotterianamente studiato) della saga di Twilight abbia scatenato il delirio di quelle che qualche anno fa erano definite "simpatiche pischelle con un debole per un bel ragazzo avvezzo a succhiare il sangue altrui". Tuttavia, mi fermo a pensare e mi immagino queste mentecatte pseudo-gotiche di età compresa fra i dodici e i venticinque uscire dal cinema scortate da infelici maschietti sempre più arrapati dall'anoressia di Kristen Stewart: se da una parte sono convinte di avere visto un "bel film" o "un capolavoro", dall'altra sono divenute completamente inutili agli scopi di Madre Natura o chi per lei. Sì, perchè dopo il Duemila i fanatici di certi fenomeni hanno avuto vita breve: pensiamo, ad esempio, a chi ha fatto del Signore degli anelli una religione. Ad oggi, i tolkieniani si possono suddividere in tre categorie: i primi sono stati internati per aver preso a spadate la propria madre; i secondi sono andati ad Est con l'intenzione di trovare la Terra di Mezzo ma hanno preferito fermarsi a Budapest, dove tuttora risiedono, a bere vodka di pessima qualità sotto un ponte; i terzi hanno aperto qualche centro sociale di destra dal nome altisonante e sognano riforme parlamentari che permettano di usare il 25 aprile come ricorrenza della battaglia di Minas Tirith. Personalmente, ormai un po' di anni fa, ho rischiato di appartenere alla prima categoria. 
I fan di Twilight rimangono quelli della peggiore specie: nascono sfigati e moriranno sfigati. Lettori di opere scritte in maniera frettolosa e scadente (R.L. Stine coi suoi Piccoli brividi era nettamente superiore come scrittore), affascinati con orgoglio da cose che neanche cinquecento anni fa li avrebbero condotti al rogo (cosa per la quale potrebbe valere la pena di assumere un atteggiamento nostalgico), per fortuna stanno per estinguersi. Dopo che l'ondata di euforia di questo Breaking Down-Pt. 2 sarà passata, torneranno alla loro inutile vita, a quel punto priva di ogni scopo. Ma se i più saggi di loro avranno voglia di mettere da parte le masturbazioni mentali di Bella ed Edward ("che poverini non possono trombare") ma di continuare ad amare i vampiri, ecco tre film da vedere (che poi sono i miei film preferiti di vampiri generici, quindi niente Dracula e niente Nosferatu).

INTERVISTA COL VAMPIRO (1995)
di Neil Jordan


Tratto da Le cronache di vampiri di Anne Rice e magistralmente diretto dall'irlandese Neil Jordan, è il film sui vampiri più completo che esista: tratta del vampirismo vissuto quasi come una condanna, con due amici-nemici (Brad Pitt e Tom Cruise) che viaggiano attraverso i secoli, vivendo o sopravvivendo. Finchè, nella San Francisco del 1995, Louis (Pitt) decide di raccontare ad un giornalista tutta la storia, costellata di amori irrisolti (la torbida vicenda della piccola Claudia, interpretata da una Kirsten Dunst alle prime armi), dolore e tanta, tanta paura della luce. Titoli di coda da Oscar.

DAL TRAMONTO ALL'ALBA (1996)
di Robert Rodriguez


Perla unica e spettacolare nel panorama del cinema vampiresco: inizia come un thriller tex-mex servito su un piatto road-movie e va a finire come un horror splatter a sfondo demoniaco. Prodotto, sceneggiato (benissimo) e interpretato (un po' meno bene) da Tarantino, offre un gruppo di attori eccellenti (George Clooney giovane e sinceramente cattivo, Juliette Lewis agli inizi, Salma Hayek come dark-lady convince, Harvey Keitel è grande come sempre, Michael Parks veste per la prima volta i panni dello sceriffo Earl, Danny Trejo ha qualche anno e qualche tatuaggio in meno, serve tequila ai gringos ma è già cattivo come in Machete) e personaggi fenomenali (Richie, maniaco sessuale con l'apparecchio ai denti, Jacob, il prete in crisi che fa una croce con una mazza da baseball e un fucile a pompa, l'avvenente Kate, che da timorata di Dio si scopre essere un'abile cacciatrice di vampiri, il tamarro Sex Machine, dotato di pistola inguinale, e molti altri). Ironia della sorte: il direttore della fotografia Guillermo Navarro (maestro della luce anche in Jackie Brown e ne Il labirinto del fauno) è lo stesso dei due Twilight-Breaking Down. Chissà quanto rimpiange quel bar messicano da camionisti dove si svolge lo scontro finale di Dal tramonto all'alba

VAMPYR (1932)
di C.T. Dreyer


Il primo film sonoro di Dreyer è anche uno dei suoi più belli e maledetti. Dimentico delle lezioni  sui vampiri tedesche (il Nosferatu di Murnau) e anglosassoni (il Dracula di Browning), il grande regista danese sfrutta le più "adulte" novelle di Le Fanu, un avvocato irlandese dell'Ottocento con il vezzo della scrittura e porta sullo schermo la storia di David Gray, improvvisato cacciatore che deve liberare dall'incubo una delle due figlie di un'aristocratica vampira. Girato fra Francia e Germania, prodotto e interpretato dal misterioso barone Nicolas De Gunzburg (che pretese il ruolo di protagonista sotto lo pseudonimo di J. West), è un film in cui la storia è semplice e ridotta all'osso: qua contano le suggestive ambientazioni e la messa in scena, superiore per impatto emotivo anche allo stesso Nosferatu e supportata dal direttore della fotografia polacco Rudolph Maté (già presente nei film precedenti di Dreyer e destinato ad un grande successo nella Hollywood degli anni '50). Il film fu un cocente insuccesso: la critica vi vide letture anti-cristiane e Vampyr fu censurato un po' ovunque in Europa. La versione che oggi è possibile reperire è quella ricostruita e restaurata da un team italo-tedesco nel 1998. Un capolavoro.   


  

martedì 13 novembre 2012

Autunno bonelliano [Pt. 4]

LE STORIE #2
"LA REDENZIONE DEL SAMURAI"
testi: Recchioni/ disegni: Accardi
Sergio Bonelli Editore
110 pag., BN, 3,50 €
★ ★ ★ ★ ★ 
Appena un mese fa, Il boia di Parigi inaugurava brillantemente la nuova avventura editoriale di Bonelli: storie di centodieci pagine, autoconclusive, senza un genere fisso. La redenzione del samurai è la seconda uscita della collana, molto atteso anche da chi non legge gli albi bonelliani ma ama quell'universo fatto di spade, coraggio e onore propri del nipponico mondo samurai. Da parte mia, non ho mai avuto spade giapponesi appese al muro di camera (sono fermo alla mia storica spada laser, gelosamente custodita), nè mi sono mai spinto oltre i grandi classici cinematografici (I sette samurai, che pur non essendo il mio film preferito di Kurosawa mi è piaciuto molto) o televisivi (da piccolo andavo matto per I cinque samurai): insomma, non sono un appassionato di samurai come lo stesso Recchioni o come alcuni conoscenti. Tuttavia, ritengo La redenzione del samurai un albo su cui c'è poco da dire: basta leggerlo una volta per realizzare che razza di capolavoro sia. Non solo i disegni del buon Accardi (new-entry bonelliana) testimoniano quanto in alto sia arrivata la sua perizia tecnica, ma anche la storia di Recchioni è magnifica, con personaggi fantastici e dialoghi originali. Credo che per i "criticoni" che appestano il mondo del fumetto nostrano, un albo simile potrà essere l'incentivo definitivo a mettere da parte il loro scetticismo e a godersi la lettura di una collana nuova, moderna e di alto, altissimo profilo.

DYLAN DOG GIGANTE #21
"IL PARASSITA/ MORTE APPARENTE/ LA VOCE NEGATA/ QUALCUNO SUL FONDO
testi: Cavalletto, Gualdoni, Marzano/ disegni: Baggi, Ornigotti, Rinaldi, Stassi
Sergio Bonelli Editore
240 pag., BN, 6,20 €
★ ★ ★
Non sono mai andato pazzo per i "dylandoggoni", e leggendo questo ventunesimo esemplare della serie prendo più che mai le distanze dalle storie dell'Indagatore dell'incubo in grande formato. Tuttavia, c'è anche del buono nelle 240 pagine del gigante 2012. Dopo la pallosa e inconcludente storia "lunga" di apertura, Gualdoni e Ornigotti ci regalano Morte apparente, in cui da uno spunto non poi molto originale si arriva ad assistere ad una vicenda di compassionevole e divertente "irrealtà quotidiana". Si prosegue con La voce negata, dove lo stereotipo del "bravo ragazzo della porta accanto" coincide stavolta con un maniaco omicida collezionista di lingue: ne risulta un racconto troppo metaforico e discorsivo, supportato ottimamente dai disegni di Rinaldi. La vera chicca è alla fine, e porta sempre la firma di Gualdoni, affiancato stavolta da Stassi: Arthur Mills, anonimo cittadino londinese di settantatre anni, è il protagonista di una storia dove Dylan Dog è solo una comparsa. Che sia l'eccezione? Dico solo che questo signore ha avuto implicazioni in più casi dell'Indagatore dell'incubo, fra cui la prima, mitologica gita fuori porta ad Undead. Se non ci credete, comprate e leggete!

venerdì 9 novembre 2012

[Recensione] Amour

Fortemente sconsigliato alle persone troppo emotive, capolavoro annunciato, Palma d'Oro strameritata a Cannes 2012, Amour è uno dei film più belli e toccanti che mi sia mai capitato di vedere. Merito senz'altro della triste storia (cronaca intima di come la malattia entri prepotentemente nella vita di due ottantenni), della straordinaria attenzione ai dettagli sia visivi che uditivi (le luci del maestro Darius Khondji, storico collaboratore di Fincher, Jeunet e Woody Allen, si sposano perfettamente con la coinvolgente colonna sonora, comprendente alcuni Impromptus di Schubert e le spettacolari Bagattelle op. 126 di Beethoven) e della sconfinata bravura da parte di Trintignant (Georges) e della Riva (Anna) nel saper "vestire" e recitare il dolore, quello vero, quello che sembra quasi di poter essere toccato con mano. Le poche figure di contorno (il pianista, i vicini, il genero, le infermiere) finiscono con l'essere semplici "note a margine" della storia: il protagonista assoluto è l'Amore, incarnato in questi due anziani e unica cosa che rimane a Georges e Anna quando tutto è irreversibilmente perduto, anche la speranza e la dignità. Dialoghi splendidi, privi di qualsiasi forma di sentimentalismo spicciolo (se i signori di Hollywood avessero messo su pellicola una storia simile, ne sarebbe derivato un film patetico e mediocre) e senza esagerazioni: ogni parola è "pesata", ogni battuta scandita con un impeccabile senso della buona recitazione. Il finale apertissimo è una soluzione che fara discutere. Ad ogni modo, l'austriaco Haneke non solo si è portato a casa la sua seconda Palma d'Oro, ma ha realizzato il suo film migliore (superiore ai drammi Il nastro bianco e La pianista, così come ai più "avventurosi" Il tempo dei lupi e Funny Games), e temo sarà dura eguagliarlo.



mercoledì 7 novembre 2012

[Suggestioni uditive] Aerosmith, "Music From Another Dimension"

Come prima recensione della mia nuova rubrica Suggestioni uditive, mi sembra doveroso iniziare con un gruppo che ha scritto pagine fondamentali della storia del rock, che ha lasciato parecchie impronte (e anche alcune cicatrici) nella mia esperienza terrena e che è tornato ad incidere un disco dopo otto anni e a pubblicare materiale inedito dopo undici (Honkin'On Bobo, del 2004, era una raccolta di cover blues e R&R): gli Aerosmith.
Premessa personale: nel maggio del 2004 mi trovavo in Svezia e, non disponendo ancora di un lettore mp3 (il mio primo iPod sarebbe arrivato ben tre anni e mezzo dopo), avevo come unica fonte di musica un pratico e grazioso lettore cd portatile Panasonic color "giallo Ducati"; non potendomi portare da casa la mia già allora consistente discografia, ero stato costretto a fare una "cernita", e i dischi che avevano avuto l'onore di accompagnarmi erano solo tre: Killers degli Iron Maiden, Meteora dei Linkin Park e Desire di Bob Dylan. Una graziosa compagna di viaggio mi chiese in prestito Desire (l'album di Hurricane, per intenderci) e io, forse per fare una cosa più equa, risposi che glielo avrei dato in cambio di Permanent Vacation degli Aerosmith. Fu amore a primo ascolto. Quell'album mi avrebbe accompagnato in quel viaggio, così come in molti altri. Ho cantato decine di canzoni degli Aerosmith fino a finire la voce, mi sono scatenato con i loro brani più "hard" e ho ballato con infinita passione le loro "ballads". Iniziare con una recensione di uno dei miei gruppi preferiti è dunque una sorta di obbligo morale per me. 
Music From Another Dimension è uscito ieri, dopo otto anni che la band di Steven Tyler e Joe Perry non pubblicava niente di nuovo (nel frattempo, sono fioccati inutili dischi live multipli, raccolte, colonne sonore, ecc.). Se c'è una cosa da dire riguardo alla tempistica delle rock band è questa: più una band ci mette del tempo ad incidere un album, più quell'album sarà brutto. Basti pensare a Chinese Democracy, che con i suoi sedici anni di gestazione e i suoi costi spropositati (è l'album più costoso di tutti i tempi) è risultato comunque essere un disco mediocre. Se gli Aerosmith già nel 2001 con Just Push Play mostravano di avere poco da dire (salvo le superbe Jaded Fly Away From Here) e che l'incontro fra il loro tipico sound "hard blues" e alcune ritmiche più "elettroniche" non funzionava, con questo nuovo album che- a detta loro -dovrebbe segnare un ritorno ai fasti degli anni '70-'80 meritano più che mai di andare in pensione. E alla svelta, anche! LUV XXX è un brano di apertura indegno perfino del peggior Kid Rock, e pure le successive Oh Yeah e Beautiful non riescono ad "alzare il tiro".  Lo squallido trittico di partenza, lascia il posto alla gradevole ballata Tell Me e al graffiante blues Out Go The Light, primo brano veramente convincente del disco: ricorda un pò certe perle di Permanent Vacation come Rag Doll o Dude. Dopo l'ingiudicabile Legendary Child, si fa spazio What Could Have Been Love, pezzo che ricorda i fasti di Get A Grip, intenso e romantico come pochi altri. Il disco prosegue fra alti e bassi: prima con l'inutile riempitivo Street Jesus e lo splendido duetto con la cantante country Carrie Underwood dal titolo Can't Stop Lovin'You. I successivi quattro pezzi scaraventano definitivamente Music From Another Dimension nell'abisso dei dischi da dimenticare. Giusto l'organo del penultimo brano (Something) riporta l'ascoltatore ad un sound più apprezzabile. Chiude l'album Another Last Goodbye, titolo giusto, splendido brano "di coda", testo eccellente, ma... musica mediocre che farà rimpiangere a tutti coloro che la hanno sempre odiata la sopravvalutata I Don't Want To Miss A Thing. Poveri Aerosmith. Ma soprattutto, poveri fan degli Aerosmith!

Aerosmith, Music From Another Dimension (Columbia, 2012)

★★




martedì 6 novembre 2012

[Recensione] Io e te

Dopo un'assenza di nove anni dalla macchina da presa, Bernardo Bertolucci torna al cinema con un film piccolo (nel senso buono), giovane e quasi ingenuo. Lo fa traendo ispirazione dal romanzo di Niccolò Ammaniti Io e te, storia che vede l'incontro-scontro fra due tipi di adolescenze: quella sognatrice e ancora fieramente attaccata all'infanzia di Lorenzo (il 15enne Antinori, cupo ma simpatico) e quella più matura e di conseguenza disillusa di Olivia (la brava Tea Falco, incrocio fra la Jill Claybourgh de La Luna e la Eva Green di The Dreamers); il liceale brufoloso che vuole solo leggere Tex e bere Coca-Cola accoglie la sorellastra eroinomane, provata da una giovinezza spregiudicata e dal difficile rapporto con il padre, nella cantina dove si è rifugiato per non andare in settimana bianca. La macchina da presa filma (su pellicola, non in digitale) con discrezione la convivenza di questi due "figli dello stesso padre", prima sofferta, poi sempre più amorevole: come sempre, la fotografia in Bertolucci riveste un ruolo fondamentale, e alle grandiosità del maestro Storaro (storico collaboratore del regista di Parma nelle sue produzioni miliardarie, fra cui Novecento e L'ultimo imperatore) vengono preferiti gli ambienti "da camera" di Fabio Cianchetti, che dopo  L'assedio e The Dreamers può ritenere concluso un ideale trittico bertolucciano delle "porte chiuse". Dialoghi generalmente forti, anche se un po' sbiaditi in certi momenti (va ricordato che Bertolucci odia scrivere film pensati per la lingua italiana e che non lavorava ad una sceneggiatura al 100% italiana dal 1981, anno del sottovalutato La tragedia di un uomo ridicolo con Tognazzi e la giovanissima Laura Morante) e privi del ritmo fenomenale di The Dreamers. L'incesto (abbondantemente presente ne La Luna) e la difficile condizione della tossicodipendenza sono alcuni dei temi di fondo del film, girato in questa splendida cantina alto borghese dove i barattoli di nutella di Lorenzo e le sigarette di Olivia si confondono fra oggetti appartenuti a nobili decaduti, statue di cani e tappeti di zebra. Alla fine della "settimana bianca", i due fratellastri si salutano nel mezzo di strada, entrambi consapevoli che Lorenzo continuerà a nascondersi e che Olivia continuerà a drogarsi, ma anche coscienti dell'amore reciproco sbocciato in quei sette giorni passati in cantina. David Bowie canta Space Oddity e la macchina da presa vola su una Roma che deve ancora finire di svegliarsi: un'atmosfera da "sognatori".


  

lunedì 5 novembre 2012

Pescando nel carrello di Ferru

ASSO
testi: Recchioni, Uzzeo/ disegni: Recchioni, Leomacs, Carnevale, Rossi Endrighi, Melaranci, Bertelé, Dell'Edera, Venturi, Simeone, LRNZ
NPE
128 pag., Colore, 15 €
★★★

Le recensioni del mio "carrello della spesa" di Lucca iniziano con Asso di Roberto Recchioni, un'opera annunciata, attesa e già ampiamente criticata prima della sua uscita. Seguo Roberto Recchioni da alcuni anni: è un autore che ho scoperto (come molti credo) leggendo l'ormai mitologica storia di Dylan Dog Mater Morbi e i vecchi numeri di John Doe. Questa sua raccolta di brevi racconti "autobiografici", inizialmente, non aveva suscitato in me la dovuta curiosità, ma tutto è cambiato quando il "RRobe" ha postato sul suo celeberrimo blog (un blog fenomenale) il "book trailer" del volume. La pubblicità influisce enormemente sulle nostre scelte e questa ne è la prova: sabato ho acquistato Asso e la sua lettura mi ha alquanto divertito. Peccato che lo stile di disegno di Recchioni non vada di pari passo con la sua qualità scrittoria, ma alla fine la collaborazione di artisti del calibro di Leomacs, Bertelé e Venturi alza notevolmente il livello grafico delle storie. Non è il capolavoro che molti fans aspettavano e lo sconsiglio ai moltissimi che odiano il Recchioni più "personale", mentre io me lo rileggo e lo ritrovo divertente.

PAPERINO E IL MISTERO DEGLI INCAS
testi e disegni: Barks
Rizzoli Lizard
240 pag., BN/Colore, 25 €
★★★★

Dedicato a tutti gli amanti dei paperi di Carl Barks, questo splendido libro raccoglie ben venti storie di Paperino firmate dal famoso maestro canadese. Volume accuratissimo sia nella forma che nel contenuto, si apre con un'interessante introduzione di Donald Ault, mirata ad approfondire sia il lavoro che la vita (per niente facile) di Barks. In appendice, un'utilissima guida-saggio delle storie presenti. Rapporto qualità prezzo impeccabile.

ELEKTRA ASSASSIN
testi: Miller/ disegni: Sienkiewicz
Marvel-Panini Comics
272 pag., Colore, 32 €
★★★★★

Dopo aver fatto capolino per poche ore nelle edicole italiane la scorsa primavera come numero 49 delle Leggende Marvel, il capolavoro partorito dal buon Frank Miller (qui solo "regista" e sceneggiatore) nel lontano 1986 non poteva sfuggirmi a Lucca, e sono riuscito a prenderlo ad un prezzo ragionevole. Mi ha letteralmente fulminato: è vero, tenevo le aspettative alte, ma non al punto di commuovermi in certi punti. Non mi meraviglio: lo stile di Frank Miller ha da alcuni anni un certo ascendente sui miei sentimenti. Non esiste una riga di troppo, i disegni di Sienkiewicz sono di una qualità e di una particolarità sbalorditive, e la storia è semplicemente magnifica. Si discosta dalle opere "revisioniste" che Miller aveva portato a termine fino a quel momento (Devil: Rinascita alla Marvel, Il ritorno del cavaliere oscuro alla DC), in quanto la vicenda che coinvolge Elektra non ha niente a che vedere con l'universo dei super-eroi, quanto con quello di esseri umani che  come tutti noi amano, soffrono e muoiono. La storia di questi due giovani innamorati (Elektra e Murdock, per chi non lo sapesse), il loro successivo incontro con Matt vestito da Devil e lei che è pagata per ucciderlo, la violenza che trasuda da ogni pagina coloratissima (il bianco e nero di Sin City è ancora lontano, così come la cupezza noir di Ronin) e la scrittura unica nel suo genere fanno assurgere Elektra Assassin al pantheon dei più bei fumetti di sempre.

31-12-1999
testi: Baldazzini/ disegni: Canossa
Granata Press
80 pag., BN, 9 €
★★★★

Amo la Granata Press e vanto una discreta collezione dei volumi che ha pubblicato fra il 1989 e il 1996 (anno della chiusura), collezione alla quale, grazie a questi giorni lucchesi, sono andati ad aggiungersi ben sei pezzi. Ne ho scelti due: il primo, è questo splendido fumetto underground che sembra uscito dalla Factory di Andy Warhol. L'idea di ambientare più storie la notte di capodanno era di Luigi Bernardi (storica autorità fumettistica a 360°), e ha dato i suoi maturi frutti in questi sette episodi dove un quadro di Lichtenstein (disegni paurosamente belli) viene calato in un'ambientazione cyperpunk. Un'opera romantica, tragica e coinvolgente. Oltre che incredibilmente rara.

FUOCHI
testi e disegni: Mattotti
Granata Press
68 pag., Colore, 40 € [variabile]
★★★★★

Pubblicata sulla collana "Suggestioni", questa graphic-novel venata da una poesia cui siamo generalmente poco abituati risulta essere, almeno a mio parere, il capolavoro di Mattotti. Capolavoro che è stato ristampato recentemente da Einaudi e continua ad essere acclamato da pubblico e critica come una delle opere che hanno più influito sul felice connubio fra mondo dell'illustrazione e mondo del fumetto vero e proprio. Nel suo genere, è un prodotto di altissimo livello, confezionato in modo impeccabile.








domenica 4 novembre 2012

Impressioni di novembre, ovvero Lucca Comics 2012

Ero assente da Lucca Comics (& Games) da ben nove anni.
Pur odiando i cosplayers, i games e tutta la detestabile gadgettistica che affolla le bancarelle della città toscana, sono ampiamente soddisfatto: le impressioni ricevute durante le conferenze stampa a cui ho partecipato, il colloquio con una casa editrice riguardante il mio primo progetto professionale (presto conto di parlarne sul blog) e le chiacchiere scambiate più o meno velocemente con autori, editori e lettori mi infondono fiducia non solo da semplice appassionato, ma soprattutto da studente di sceneggiatura che non vorrebbe arrivare a trent'anni e piangersi addosso dicendo <<Mamma, quanto vanno bene le cose in Norvegia!>>. 


Gli ospiti di prestigio, come sempre, non potevano mancare all'appello: Kevin O'Neil ha presentato la nuova edizione de La lega degli straordinari gentlemen, edito per i tipi della Bao; gli amanti dell'universo DC avrebbero potuto stringere la mano ad autori del calibro di Lee Bermejo, Geoff Johns e Jim Lee; meno peso mediatico ma non meno importanza per Enrique Breccia (creatore di Alvar Major), un grande maestro della scuola sudamericana per la quale io, personalmente, vado matto.





Parlando di editori, segnalo Nicola Pesce Editore (al cui stand Roberto Recchioni presentava il suo Asso), che oltre alle novità ha dato alle stampe un'edizione "immensa" del primo Tex gigante (disegni del rimpianto Buzzelli) e due volumi de I Disney Italiani (ospite Cavazzano); a seguire,  l'Editoriale Aurea vantava la presenza al suo stand di Andrea Domestici, autore di Autopsia Psicologica, splendida novità nell'ambito della graphic-novel nostrana. A chi invece cercava roba buona a poco prezzo ci pensavano Rizzoli Lizard (quasi tutto il catalogo al -25%, compreso il bellissimo volume Paperino e il mistero degli incas di Barks, prontamente messo nel "carrello" dal sottoscritto) e Magic Press (gli amanti di Mike Mignola svenivano direttamente di fronte allo stand, e così quelli di Frank Miller). Star Comics ha puntato molto (forse troppo) su Davvero della Barbato, mentre Mondadori sfoggiava con orgoglio la ristampa integrale negli Oscar di Tutte le avventure di Giuseppe Bergman di Manara (presente in fiera). 



















Fra le numerose conferenze merita un discorso a parte quella della Marvel/Panini, se non altro per come è stata gestita: vertendo principalmente sulla serie AVX, il pubblico è stato diviso fra "chi sta con gli Avengers" e "chi sta con gli X-Men". Io (come dimostra la foto a fianco) stavo con gli Avengers. La situazione nata nella sala del Palazzo Ducale è stata veramente sbellicante, tra faccia a faccia paratelevisivi fra i membri delle rispettive fazioni e la consegna di gadget firmati Hasbro (il mio gigante ghiacciato lo potete ammirare sotto, al centro). Le anteprime sono state parecchie, annunciate dall'inossidabile presidente Lupoi: fra le tante, è stato ribadito nuovamente che l'omnibus di Howard il Papero, già pubblicato negli Stati Uniti, arriverà nel 2013 in Italia.






Notevole anche la conferenza Bonelli del 3 novembre, quando il pubblico ha incontrato Aldo Di Gennaro, Paola Barbato, Giampiero Casertano, Roberto Recchioni e Andrea Accardi (il copertinista e i quattro autori dei primi due numeri del nuovo progetto bonelliano, Le Storie). Fra il pubblico, era presente anche un altro caro maestro sceneggiatore, cioè Pasquale Ruju. Parlare del futuro di Sergio Bonelli Editore vuol dire parlare del futuro del fumetto italiano, rappresentato a Lucca Comics 2012, fra gli altri, da autori classici come Alfredo Castelli, Giancarlo Alessandrini, Ivo Milazzo (nella foto sotto, intento a disegnare allo stand Rizzoli), Mino Milani, Lucio Filippucci e tantissimi altri.


Vorrei ringraziare Tuono Pettinato (nella foto piccola, allo stand Rizzoli), disegnatore eccezionale e persona gentilissima, per aver "adornato" un mio quaderno praticamente vuoto con un suo disegno con dedica.
                                              



















Alla mia lista della spesa e al mio carrello dedicherò un post prossimamente.