lunedì 9 novembre 2015

Spectre [Recensione]

Riassunto delle puntate precedenti (sì, è saltabile):
alla fine degli anni Novanta, i film su James Bond arrivano al ventesimo capitolo, ma l'euforia con cui sono stati accolte le iniziali pellicole con Pierce Brosnan inizia a vacillare. C'è bisogno di un nuovo volto e di un radicale ritorno alle origini del mito: senza dar peso alle ansie da prestazioni nei confronti dell'era Connery, i produttori scelgono Daniel Craig- un James Bond nuovo, all'apparenza freddo ma soprattutto identico a quello descritto da Ian Fleming nei suoi romanzi -e commissionano una sceneggiatura che parta dal primo libro, quel Casino Royale pubblicato nel 1953. Il successo dell'omonimo film di Martin Cambell uscito nel 2006 è epocale: è un reboot ad ogni livello e rivoluziona l'idea dello 007 autoconclusivo rimpiazzandola con una inedita formula di continuity. Craig diviene il Bond più amato dai tempi di Connery e anzi, a detta di molti, finisce col superarlo. Il cast è strepitoso, la regia magnifica, gli incassi superano ogni aspettativa. Bond si riaffaccia al cinema due anni dopo, ma Quantum of Solace si rivela solo un tiepido episodio di passaggio. Ha successo, conquista meno plausi critici del precedente ma comunque riesce a tenere in piedi una storia lunga e profonda che sembra destinata a durare. Di anni, poi, ne passano quattro ed esce il capolavoro: Skyfall è assieme a Goldfinger e Licenza di uccidere il più bello 007 di sempre. La regia viene affidata a Sam Mendes, autore britannico dai gusti raffinati e passato alla storia col suo American Beauty. Fioccano premi, saggi e James Bond- che è ormai un eroe che ama, soffre e si ferma a pensare alle proprie azioni e alle loro dirette conseguenze -gode di una popolarità che cinquant'anni prima sarebbe stata impensabile.
*
In Spectre, quarto 007 con Craig, troviamo di nuovo Sam Mendes in cabina di regia (c'è chi aveva ventilato un Christopher Nolan, ma va benissimo così). Non voleva dirigerlo, ma evidentemente deve avere letto un articolo scritto da qualche hipster nostalgico nei confronti dei suoi vecchi film e si è convinto a tornare. Se la regia in Skyfall godeva di un buon 60% dei meriti, stavolta la percentuale aumenta esponenzialmente, sin dal piano-sequenza iniziale ambientato durante il giorno dei morti a Città del Messico. In compenso, titoli di testa così orrendi non li avevano congegnati nemmeno ai tempi di George Lazenby e una canzone come Writing's On The Wall di Sam Smith si attesta come una delle tre più fetenti mai composte per la saga dal 1962 ad oggi.
Ci sono meno sorprese che in Skyfall e anche la sfaccettatura dei personaggi sembra essere tenuta maggiormente a freno: tuttavia, c'è una Lèa Seydoux tanto meravigliosa quanto convincente nei panni della miglior Bond-Girl dai tempi di Eva Green (il cui bel viso appare velocemente anche qua) e ottime prove le regalano anche Bautista, Ben Wishaw e Ralph Fiennes.
Lingerie a parte, la Bellucci ridoppiata da cani è fastidiosa e andava evitata, ma alla fine il segmento italiano è forse quello più maldestro e stereotipato di tutti i quasi 150 minuti di Spectre (nulla di inusuale, visto che siamo i primi a produrre quasi esclusivamente un cinema macchiettistico). Anche la corsa in macchina sul lungotevere non è paragonabile, per tensione e tecnica, all'inseguimento fra aereo (proprio così) e fuoristrada in Austria.
C'è un altro picco, secondo me, ed è la parte ambientata in Marocco: ambientazione superba, la scena nel treno dei ricordi- romantico e perfetto come il "Vodka Martini agitato e non mescolato" che Bond ordina e fa appena in tempo a sorseggiare -lo scontro a mani nude con il bestione, la corsa in Rolls-Royce verso la base della Spectre e verso il peggior nemico di 007: Ernst Stavro Blofeld.
Già, proprio il Blofeld già comparso (spesso dal busto in giù) ai tempi di Connery, Lazenby e Moore e reso eterno dall'interpretazione di Donald Pleasance in Si vive solo due volte (1967). Stavolta c'è Christoph Waltz, che ormai è giusto infilare dappertutto, specie se si tratta di fare il cattivo dal cervello fino e dal passato tormentato. Waltz è bravo, ha l'anello al dito e il gatto bianco sembra essere uscito dalla pubblicità delle scatolette Purina, ma il suo Blofeld non regge il confronto col passato e cade troppo in fretta per essere degno di rappresentare davvero la più grande nemesi di James Bond.
Per il resto, ritmo e music score ottimi, due ore e mezzo che filano via pulite, product-placement pazzeschi come sempre. Manca la scintilla di Skyfall, Casino Royale sembra un ricordo lontano (in effetti, sono passati nove anni), ma Daniel Craig è sempre James Bond ed è sempre un immenso piacere andarlo a vedere.

sabato 7 novembre 2015

Francesco De Gregori, "Amore e furto" [Suggestioni uditive]

Francesco De Gregori,
Amore e furto
(Sony Music, 2015)
½















Che De Gregori fosse il nostro (piccolo) Bob Dylan lo hanno sempre detto in tanti, sin dal suo apparire sulle scene, nei tardi anni Sessanta. I numerosi ingredienti provenienti dalla musica e dalla scrittura dylaniane si tramutarono, sin dai tempi di Alice non lo sa (1973), in piacevoli sfumature, piuttosto che ripiegarsi su se stessi e dare luogo a omaggi o covers. Una gradita eccezione fu rappresentata da Atlantide: musica di Dylan (quella di Three Angels), testi (notevolmente migliori di quelli di Three Angels) di De Gregori. Già la posteriore Se la vedi dille ciao- una If You See Her, Say Hello tradotta alla buona e riarrangiata -dimostrava sì l'amore per Dylan da parte del cantautore romano, ma pure poteva apparire forzata e leziosa. 
Oggi che De Gregori al massimo si concede di rivisitare e riesumare il proprio catalogo (Vivavoce, tanto osannato, è solo un rimpasto), l'idea di cantare esclusivamente cover del suo idolo potrebbe apparire moderna e, per molti versi, conturbante. Amore e furto ruba sin dal titolo (Love and Theft) e di nuovo ha (e fa) assai poco, eppure coinvolge e sa farsi piacere in più momenti. Alla fine degli anni ottanta, già Tito Schipa Jr. aveva realizzato un album di cover italiane di Dylan (Dylaniato), ma non è questo il punto. Il punto riguarda, al massimo, la necessità artistica e culturale di un disco come Amore e furto nel 2015, quando oramai la lista di tributes dedicati al Menestrello di Duluth è assai fitta: quelli di Odetta James (Odetta Sings Dylan), Brian Ferry (Dylanesque), Jerry Garcia e la sua band (Garcia Plays Dylan), la Charlie Daniels Band (Off The Grid: Doin'it Dylan), Steve Howe (Portraits Of Bob Dylan), Jamie Saft (Trouble: The Jamie Saft Trio Plays Bob Dylan) e i Mountain (Masters Of War) rappresentano solo una minima parte dei tentativi di affrontare la poetica dylaniana.
Amore e furto ripropone, dalla sua, una scelta davvero lodevole e oculata di brani dello sconfinato repertorio del Menestrello: intanto, sono quasi tutti pezzi posteriori agli anni Sessanta e, in alcuni casi, si tratta di canzoni confluite posteriormente nei bootleg. Un angioletto come te è una Sweetheart Like You suonata con una strumentazione tradizionale, senza la batteria elettronica e le morbide chitarre elettriche di Knopfler e Taylor presenti su Infidels. In quanto primo singolo estratto, mi ha parecchio deluso sulle prime, ma ad ascoltarla meglio si capisce di come il Principe abbia deciso di marcare i toni sociali che permeavano una buona fetta dei testi del 1985. Coraggioso rivisitare il Dylan cristiano di Slow Train Coming (l'unico disco della "trilogia della rinascita" che merita acquisto, ascolto e incenso), specie da parte di un laico ex-comunista romano qual è De Gregori: Servire qualcuno gode di un arrangiamento eccellente, ma la traduzione mi ha lasciato perplesso. Già che ci sono, dico lo stesso di Mondo politico (piacerà tanto ai lettori del Misfatto Quotidiano, quello sì), Una serie di sogni e Come il giorno (una I Shall Be Released suonata, mi pare, sulle note di Brownsville Girl). I risultati migliori arrivano da Via della povertà (il confronto con quella di De Andre' è inevitabile, d'accordo, ma stavolta è anche meglio), Non è buio ancora e Dignità. Particolare e originalissimo sul piano delle liriche anche Acido seminterrato, ma nemmeno questo gran capolavoro.
Fra pochi giorni compio ventisei anni. Potrei migliorare tantissime cose e lavorare molto su me stesso, e proprio per questo non mi metto a sparare sentenze su come De Gregori doveva affrontare la sua terza età, specie sotto il profilo artistico. Però una cosa devo dirla: era meglio quando era un misantropo.

venerdì 6 novembre 2015

Bob Dylan, "The Bootleg Series Vol. 12: The Cutting Edge 1965-1966 [Suggestioni uditive]

Bob Dylan,
The Bootleg Series Vol.12: The Cutting Edge 1965-1966
(Columbia Records, 2015, 2 Cd)














"Nella vita di un artista, anche del più dionisiaco e posseduto, sono rari i periodi di permeabilità attiva e totale con la propria ispirazione [...] Non capita mai o quasi mai, per usare un termine caro a Gurdjief, che uno sia così sveglio. Si rischia la vita più che a usare le droghe sbagliate, perchè a chi guarda nell'abisso, come avvertiva Nietzsche, succede che l'abisso guardi lui."
A. Carrera, La voce di Bob Dylan (Feltrinelli, 2011)

Il Bob Dylan del 1965 sentiva che c'era qualcosa nell'aria, un'ispirazione diversa, più intensa di quella che aveva respirato negli ultimi quattro, cinque anni della sua vita, più frizzante e selvaggia di quella che lo aveva condotto alla pubblicazione di The Freewheelin' o di The Times They're A Changin'. Le sue poesie necessitavano di un nuovo tappeto sonoro, più ricco e variegato, ma soprattutto dovevano andare oltre la loro dimensione politica e folk. Superfluo aggiungere che trovò nel rock l'ingrediente fondamentale di quella che tutti ricordano come la "svolta elettrica" (fischiata e contestata al Newport Festival 1965) e che avrebbe portato ad una superba trilogia di dischi: Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde. Con ogni probabilità, tre dei dieci album più importanti della storia.
Anche chi non si intende di musica, forse, conosce alcuni aneddoti riguardanti questi famosi seicento giorni. Dylan che rilascia conferenze stampa da manicomio, Dylan protagonista di videoclip e documentari, Dylan icona pop alla Factory di Andy Warhol, Dylan che registra un lungo sfogo chiamato Like A Rolling Stone, Dylan in tour prima con Mike Bloomfield negli USA e poi con gli Hawks in Inghilterra, Dylan che passa dalla produzione di Tom Wilson a quella di Bob Johnston, Dylan che si fa di acidi coi Beatles, Dylan che si allontana da Joan Baez, Dylan che scrive segretamente Tarantula, Dylan che sposa Sara, Dylan che va a Nashville ad incidere il primo doppio album della storia del rock, Dylan che, il 29 luglio 1966, si schianta in moto vicino alla sua casa di Woodstock, spezzando l'incantesimo e interrompendo un flusso di genialità e fantasia che sembrava semplicemente inarrestabile.
Non che dopo quel fatidico '66 il Menstrello di Duluth ci abbia privati di ulteriori capolavori (ne ha pubblicati almeno altri cinque), ma quei seicento giorni hanno rappresentato un unicum assoluto. E adesso ritornano, pazientemente documentati, nel dodicesimo volume della Bootleg Series. Come sempre, Columbia fa le cose in grande e stampa tre diverse versioni del disco: una Collector's Edition di cinquemila esemplari numerati comprendente diciotto compact (contengono "every note recording during the 1965-1966 sessions" e perfino ventuno pezzi registrati amatorialmente in camere di albergo inglesi e americane), nove 45 giri rigorosamente Mono e qualche cartolina, una Deluxe Edition di sei dischi (solo il terzo è occupato esclusivamente da ogni takes di Like A Rolling Stone) e infine un efficace (e umanamente accessibile) compendio dal titolo The Best Of The Cutting Edge, che poi è quello da me recensito.
E' risaputo: fra le tante fasi che hanno creato una certa mitologia attorno a Dylan, quella della "svolta elettrica" è una delle migliori, se non la migliore. Più di metà del primo cd è occupata dalle takes di Bringint It All Back Home: demo, versioni alternative molto belle di Subterrean Homesick Blues, Outlaw Blues e On The Road Again e perfino un paio di inedite (You Don't Have To Do That e la frammentata California). Uno "sprazzo" di Mr. Tambourine suonata con la Band ci conduce verso l'epòs delle registrazioni destinate a Highway 61 Revisited, quello che sin da allora sarebbe stato additato dal proprio autore come <<il disco migliore che abbia mai registrato>>. C'è il blues, ovviamente, che Dylan incontra scendendo lungo l'autostrada 61 dal Minnesota fino al Mississippi, ma c'è anche il rock, quello autentico e incontaminato. E non sono ingredienti casuali o dosati con incoscienza: basta ascoltare le due Like A Rolling Stone contenute qua dentro per rendersene conto. Un altro paio di inedite (già documentate in versioni "pirata" più vecchie del cucco e malandate e finalmente restituite alla bellezza selvaggia e visionaria delle origini) e il primo disco si conclude con la meravigliosa performance "sdoppiata" di Desolation Row: una demo dove il solo Dylan suona una versione asciutta ed essenziale al pianoforte per un paio di minuti e infine una superba alternate di undici minuti.
Ancora prove, ancora versioni alternative di brani celeberrimi di Highway 61 affollano l'inizio del secondo cd. C'è una Tombstone Blues da oltre sette minuti che galoppa inesorabile come non mai, e una notevole Queen Jane Approximately. Poi, a partire dall'ottava traccia, l'aria cambia, e con lei i musicisti, l'atmosfera, i suoni. La produzione si sposta da New York a Nashville: Dylan è ormai pienamente consapevole delle proprie capacità, sa cosa vuole e come ottenerlo e inizia con selezionare personalmente i musicisti che lo accompagneranno in una nuova avventura. La spuntano Al Kooper (l'organista più improvvisato e fortunato del mondo) e Robbie Robertson. In tasca ha soltanto molte idee, dispersive e frammentarie, appuntate a casaccio e bisognose di un ordine che solo il duro lavoro in studio sa impartire. E' così che va costituendosi Blonde On Blonde, il doppio capolavoro passato alla storia come un vero e proprio spartiacque musicale. Qua è possibile udire le prove, alcuni celebri outtakes e tante, tantissime takes alternative, già in partenza libere dai rimasugli folkloristici di Bringing It All Back Home. Se mancava la prova definitiva che Blonde On Blonde resta il massimo punto di arrivo della carriera di Dylan (o almeno di quella parte compresa fra il 1963 e il 1969), queste inedite versioni di pezzi che hanno già ampiamente fatto epoca cadono a fagiolo. Certo, I Want You (Take 4, Alternate Take) non sarà mai bella quanto quella definitiva, ma già suona morbida e al contempo vigorosa, dolce e sfacciata, orecchiabile e meravigliosamente rivoluzionaria.
Pur risultando meno coraggioso di Another Self Portrait (2013) e meno mastodontico di The Basement Tapes Complete (2014), questo The Cutting Edge è un bel bootleg, importante e- se preso nelle versioni espanse -esageratamente costoso come tutti i bootleg di Dylan (e non solo) sanno essere. Documenta un periodo irripetibile della storia del rock e conduce anche l'ascoltatore più esperto fin dentro all'essenza di queste grandiose canzoni. Quelle del '65-'66 sono poesie lunghe, appassionate, esaltanti, dense di romanticismo e rabbia e caos. Lo stesso caos che Dylan accettava senza essere sicuro che questi lo riaccettasse a sua volta, come ammise nella famosa intervista a Playboy. L'urgenza della protesta dei dischi precedenti cede il posto al sogno e al melodramma, l'apporto di musicisti esterni e di una produzione adeguata diviene una priorità assoluta. La Columbia aveva già portato sugli impianti stereo degli appassionati i frutti live di questa incredibile stagione (nel Vol. 6 e in parte del Vol.7), Scorsese concludeva il suo No Direction Home proprio con il tour inglese di Highway 61 Revisited: perciò, si può dire che The Cutting Edge chiuda definitivamente un cerchio che ruota da una cinquantina d'anni attorno a questa sfilza di capolavori e fa riflettere- forse con una punta di amarezza -che si trattava di momenti irripetibili ed eccelsi. Solo dieci anni dopo, grazie a Blood On The Tracks, Desire e la Rolling Thunder Revue, Dylan sarebbe tornato vicino a quelli standard di perfezione artistica e comunicativa.
Ma questa è un'altra storia.

martedì 3 novembre 2015

Game Therapy [Recensione]

In una società dove le cose funzionano, un fenomeno come quello degli youtubers nemmeno esisterebbe. Ma viviamo in un mondo sbagliato e gli youtubers, purtroppo, esistono.
Vivono fra noi, respirano, fanno ciò che facciamo tutti, ma differiscono in una sola cosa: sproloquiano di fronte a telecamere, cellulari e webcam e caricano tutto in rete. Molti di loro vengono condannati all'oblio, una minima parte può anche meritare di essere seguita (con il giusto distacco, ovviamente), ma altri ancora formano una élite precisa, ovvero quella di un gruppetto che grazie all'alto numero di visualizzazioni ottiene gli sponsor, gli sponsor portano i soldi e così, a fine mese, questi odiosi e viziati giovanotti d'età compresa fra i 14 e i 30 si ritrovano più soldi in tasca di un medico. Inutile aggiungere che proprio in quanto vox populi vengono spesso invitati ad eventi, fiere, presentazioni e cene già pagate. Insomma, per fare peggio dovrebbero solo affibbiare a questi personaggi il ruolo di protagonisti di un film. 
Cosa che hanno già fatto. Un branco di produttori capitanati da un certo Cohen (dubito sia parente di Joel ed Etan) contatta Favij, Leonardo Decarli, Federico Clapis e Zoda (i quattro più amati recensori di videogames) e li coinvolge in un grottesco progetto dal nome di Game Therapy. Il risultato è allarmante.
Il soggetto, la sceneggiatura, la recitazione, la regia (di tale Ryan Travis), gli effetti speciali, le musiche, i costumi, le scenografie, la fotografia, tutto, in Game Therapy, risulta una solenne cacata. Un film di autentica serie Z, la cui visione induce una cocente nostalgia delle purghe staliniane e non solo fa riflettere amaramente su chi e cosa riesce ad ottenere un forte successo mediatico (si parla di numeri, nel caso dei video su YouTube, che doppiano molti cinepanettoni), ma mette di pessimo umore.
L'interazione fra cinema e videogioco può anche funzionare, si sa, ma questa sarebbe risultata datata già nel 1989. Questi pseudo-attori si muovono nelle peggiori condizioni, sparano battute che sono rimasugli dei rimasugli di qualche vecchia sceneggiatura di Federico Moccia non accettata e, soprattutto, agiscono per una storia che manca- preoccupantemente -di concedere allo spettatore qualsiasi partecipazione emotiva. Dietro e davanti a loro si muove un regista americano il cui talento rimetterebbe in discussione gli esiti artistici della The Lady di Lory Del Santo o del Jerry Calà più "maturo".
Non ci piove: il film più brutto dell'anno.

domenica 1 novembre 2015

Rod Stewart, "Another Country" [Suggestioni uditive]

Rod Stewart,
Another Country
(Capitol Records, 2015)
















Mentre tento di ascoltare il ventinovesimo album in studio di Rod Stewart, Another Country, una traccia alla volta senza passare ad attività più edificanti per il proprio udito, non posso che ripercorrere mentalmente il percorso di un cantante che non è tanto "nato incendiario e finito pompiere", ma è finito comunque malissimo. Certo, ce ne sono tanti nella storia della musica. Band, cantautori, rocker, addirittura punk che si sono sputtanati e accomodati solo per piacere ad un pubblico dal palato semplice e dai gusti massificati, svilendo la propria arte e talvolta rinnegando ciò che hanno fatto in passato o peggio ancora chi erano. C'è chi compie questa metamorfosi in maniera subdola e vergognosa, c'è chi la effettua onestamente e alla luce del sole.
Rod Stewart appartiene, a mio avviso, alla seconda categoria. Dalla fine degli anni Settanta il suo scopo è stato soltanto produrre un album ogni due anni e venderne più copie possibile, come fa ogni vera pop-star. Esatto, perchè a questo signorotto scozzese del rock gliene importa poco sin dai tempi di Blondes Have More Fun (1978). Il Rod che cantava nella band di Jeff Beck, quello che ha apposto la firma su capolavori del calibro di Gasoline Alley e Every Picture Tells A Story oppure il glam-rocker di Atlantic Crossing, allineatissimo con le mode e i diktat dell'epoca, non esiste più e forse iniziano a ricordarsene pure in pochi. Ed è un peccato, perchè Rod Stewart ha una voce della madonna ed è pure simpatico, ma da più di trent'anni ha il solo interesse di produrre musica mediocre per un pubblico mediocre (Unplugged And Seated escluso).
Il nuovo Another Country è composto al 95% da lui e contiene uno degli esempi più deleterei di soft-rock del momento: Batman Superman Spiderman. Una canzone brutta così forse Rod non l'aveva mai scritta. Ma perchè Love Is è tanto meglio? Please è tanto meglio? A Friend For Life è tanto meglio? Tutti pezzettini di un disco che convince poco sin da come si presenta, con un artwork degno di un neomelodico. E la cosa umiliante è che la voce c'è ancora e funziona pure bene. I concerti continuano a fare un sold out dietro l'altro, i suoi American Songbook si concedono di tanto in tanto un capolino in classifica (ormai siamo sui venti milioni di copie vendute) ma quest'uomo andrebbe tenuto lontano dagli studi di registrazione come un ex-alcolista dalla bottiglia.

martedì 27 ottobre 2015

Janis [Recensione]

"Il Rock&Roll è un lavoro duro."
                                                     Patti Smith, 1977

Anticamente, alle donne era preclusa l'arte della musica. Nell'età dell'oro della musica barocca, i conservatori europei non potevano ammettere studentesse e i soprani erano spesso maschi castrati (una moda che addirittura approdò anche nel Nuovo Mondo). Il gentil sesso non sempre poteva calcare le scene teatrali e ai tempi dello Stato della Chiesa qualche papaccio se ne saltò addirittura fuori con una legge che mirava ad esiliare da Roma le cantanti donne.
La donna e la musica erano due entità considerate fonte di pericolo e di immoralità, qualora unite. I bordelli straripavano di valide (e maledette) cantanti anche ai primi del Novecento. I borghesi e gli aristocratici mantenevano le ballerine e le riempivano di belle promesse fin quando non se ne stufavano, abbandonandole sulla strada o, peggio ancora, alla mercè di qualche pappone. Il jazz fu un'ancora di salvezza e un appiglio primario per moltissime cantanti della prima ora: Billie Holiday, Ma Rainey o Big Mama Thornton nascevano come prostitute o donne poverissime, ma anche forti e disposte a tutto pur di arrivare il più lontano possibile grazie al dono del canto. Bessie Smith, detta anche "l'imperatrice del blues", fu una delle prime a stipulare un contratto con una casa discografica (la Columbia) e a vendere miriadi di dischi (800.000 copie nel 1923!), ma fu anche un'artista avvolta nella sofferenza più cieca e destinata a morire giovane in seguito ad un incidente automobilistico, devastata da alcool ed eroina. Gli stessi vizi che fecero ammalare di epatite e uccisero, nel 1959, Billie Holiday e che, undici anni dopo, si sarebbero portati via anche un'altra cantante, una bianca. Janis Joplin, la cui vita è narrata in un bel documentario di Amy Berg al cinema in questo periodo.
Janis parla della vita di Janis Joplin, folle e geniale figura che gettò il ponte fra le grandi black singers della tradizione popolare e le hippies della prima ora. Texana, di Port Arthur, crebbe ascoltando Bessie Smith, Ella Fitzgerald, Hank Williams e Leadbelly. Militò in alcune formazioni bluegrass prima di scoprire le droghe e la bottiglia e, soprattutto, prima di scappare di casa per trasferirsi a San Francisco, dove nel 1966 si unì ai Big Brother & The Holding Company, punto di partenza della sua inarrestabile ascesa artistica. Tutto ciò che avvenne dopo il Festival di Monterey (1967) è storia: l'uscita di Cheap Thrills (1968) e l'allontanamento dai Big Brother, il soul screziato di rock di I Got Dem Ol'Kozmik Blues Again Mama! (1969), la fondazione della Full Tilt Boogie Band e l'incisione di Pearl, uscito postumo nel 1970.
Il documentario della Berg indaga su quei brevi e furiosi ventisette anni di vita passata a cantare, bere, drogarsi, soffrire e fare l'amore. Racconta di come la Joplin, col suo carattere egocentrico e ardentemente lunatico, divorasse chiunque decidesse di averla accanto sia come partner musicale che nella vita. Descrive le disavventure amorose di una voce possente e intensa, svela i segreti reconditi di testi un po' amari e un po' dolci, come quel Southern Comfort di cui era accanita consumatrice. Ma al di là della sua dimensione prettamente biografica, Janis mette sotto la lente di ingradimento il mestiere della cantante come nessun altro rockumentario ha mai fatto prima d'ora e non tanto casualmente decide di partire da lei, da Janis: la più grande di tutte le cattive ragazze del rock&roll.

domenica 25 ottobre 2015

Sinfonie di autunno (Pt. 2) [Suggestioni uditive]

I Dead Weather del 2015 (la Mosshart è bionda... ma perchè?)
Horehound, il primo album dei Dead Weather, uscì nell'estate del 2009 e mi piacque immediatamente. Dopo aver scoperto (con vergognoso ritardo) Elephant (2005), avevo fatto incetta di tutto ciò che riguardava, anche solo marginalmente, Jack White, e Horehound arrivò proprio al momento giusto. Ancora oggi, faccio girare volentieri Hang You From The Heavens, I Cut Like A Buffalo, Treat Me Like Your Mother, Will There Be Enough Water e perfino la cover di New Pony. Addirittura, all'epoca, arrivai a sostenere che i Dead Weather fossero il progetto più completo e rappresentativo che Jack White avesse mai portato avanti. Ma Sea Of Cowards (2010)- se si eccettua lo spettacoloso Blue Blood Blues posto all'inizio -sgretolò tutte le mie aspettative. Fu un album deflagrante, con quelle oscene rifiniture post-indie e quella atmosfera ambient che mal si adattava alla voce di Jack e a quella della Mosshart. Il nuovo Dodge And Burn (Third Man Records,) si confronta con storie violente e urbane, lascia spazio agli archi e alla vena di songwriting della Mosshart (che comunque coi Kills svolge un pregevole lavoro). Ha un paio di bei pezzi (Open Up e I Feel Love), ma per il resto è un'annacquata miscela di rock, country, swamp, garage e pop che non scalfisce minimamente alcuna emozione.
Recuperato in lieve ritardo, ma con vivo piacere, il pregevolissimo Stuff Like That There (Matador Records, ★) degli Yo La Tengo. E' un festoso guazzabuglio di inedite, pezzi propri rivisitati (come è una rivisitazione pure la copertina, ispirata a quella di Fakebook) e splendide cover, fra le quali spiccano I'm So Lonesome I Could Cry di Hank Williams e Friday I'm In Love dei Cure. Piacevole e caratteristico come solo molti dischi del trio sanno essere, non sarà l'album che vi risolve la stagione o la vita, ma merita uno, due, anche tre ascolti.
Altro risultato arriva, invece, da una band che un tempo attirava su di sè un certo scherno, se non addirittura offese gratuite e prive di fondamento: sto parlando dei canadesi Annihilator, che con Suicide Society (UDR, ½) firmano il terzo ottimo album di fila in pochi anni. Sarà merito dell'etichetta, sarà quel che sarà, ma dall'omonimo Annihilator (Earache Records, 2010) in poi si sono reinventati magnificamente, scoprendo come incanalare l'energia del loro viscerale trash metal in una varietà di forme più ampie. Un altro disco metal del 2015 di fronte a cui sarà bene togliersi il cappello, in grado di segnare l'equilibrio fra durezza e fruibilità. Meno cupo del precedente Feast (2013) e forse anche per questo ancora più convincente. 
Poi ci sono domande destinate a restare senza risposta. Una di queste è: ma quanti dischi hanno fatto i Saxon? Oppure: da quanto tempo esistono i Saxon? Grezzi, immediati, beoni, inglesi fino al midollo, questi ultrasessantenni sono a giro da qualcosa come quarant'anni e pubblicano album a cadenza biennale (con qualche eccezione) dal 1979. Il vero problema dei Saxon è che non hanno mai consegnato al grande pubblico un vero e proprio capolavoro: certo, c'è stata una sfilza di buone opere all'inizio degli anni Ottanta (da Wheels Of Steel a Denim And Leather) e qualche discreto lavoro disseminato qua e là, ma ad oggi il talento dei Saxon sguazza allegramente nell'oblio. Ne è un'ulteriore riconferma il nuovo Battering Ram (UDR, ½), che come il precedente Sacrifice (2013) è stato prodotto assieme ad Andy Sneap e che si fregia del bell'artwork di Paul Raymond Gregory. Battering Ram puzza, è pieno di canzonacce e di pochi spunti interessanti, oltre a risultare fondamentalmente anonimo.
Joe Bonamassa
Va da sè che "il troppo stroppia", ma Joe Bonamassa esagera. Sono uno dei pochi a non avere particolarmente gradito i suoi recenti lavori (sia Different Shades of Blues che Muddy Wolf At Red Rocks mi hanno lasciato freddo): è vero che, a trentotto anni, vanta un curriculum che farebbe invidia a chiunque (11 dischi in studio, 3 di collaborazioni, 12 live), un numero di copie vendute da far scomparire qualunque gazzilloretto fuoriuscito dal G3 e un prestigio oramai inattaccabile, ma un altro concerto pubblicato or ora è troppo. Live At Radio City Music Hall (Provogue, ★) sancisce il ritorno di Bonamassa ad una dimensione urbana del suo blues solido e duro come una roccia: c'è la solita band di fenomeni alle sue spalle, una maggiore iniezione di R&B, un paio di pezzi nuovi e una sfilza di grandi performances del pianista Reese Wynans, vero lato positivo di tutto il concerto. Per il resto, grandi schitarrate, qualche chiacchiericcio col pubblico newyorkese e una boria introvabile altrove, almeno nel grande panorama del blues.
Sempre parlando di boriosi, è vero che la nostalgia può avere rotto le scatole, ma di fronte a 1989 (PAX AM, ★) di Ryan Adams non si può fare a meno di essere nostalgici e di rimpiangere i lontani fasti degli Whiskeytown e del loro Strangers Almanac (1994). Il povero Ryan approda ad un particolare esperimento, quello del cover album track-by-track e decide di riproporre un disco di Taylor Swift, disco che non conosco, come non conosco la musica di Taylor Swift: tutti dicono che questo rifacimento è assai migliore dell'originale. Non voglio azzardarmi a pensare allora a come possa suonare quello della Swift! E pensare che quel Live At Carnegie Hall uscito ad aprile mi era sembrato uno dei migliori risultati dell'Adams solista. 
Ma questo autunno- cocenti delusioni a parte -me lo ricorderò perchè davvero ha visto uscire uno dei dischi più belli della stagione e di tutto quest'anno: Gates Of Gold (Proper/Bertus, ★) dei Los Lobos. Un ritorno in grande stile per una delle più grandi american band di ogni tempo (a detta di alcuni, la più grande fra quelle in attività). A spasso da 35 anni, reduci da successi e insuccessi, i lupi di Los Angeles sono ormai padroni di quel microcosmo sonoro e immaginario che hanno costruito esclusivamente grazie alla propria abilità di musicisti e compositori. L'ibrido punk-mariachi dei primi anni si è sviluppato, ha assunto forme (letterarie prima ancora che musicali) mutevoli ed è maturato nei numerosi capolavori che hanno disseminato lungo la strada (io li ho scoperti con l'opera maximaThe Neighborood, del 1990) . Quella stessa strada oggi li conduce a canzoni autunnali e solari, lontanissime da quanto hanno prodotto di recente (penso ai disgraziati frutti usciti dalle fucine Disney o anche a Tin Can Trust) e vicinissime ad un'idea di disco perfetto e iper-organico che ogni grande gruppo dovrebbe tenere presente. L'artwork è meravigliosamente evocativo, gli undici brani toccano tutto ciò che Hidalgo e compagnia hanno esplorato, in studio, dal 1984 ad oggi: troverete i mariachi messicani (Poquito para aqui, La tumba sera el final), le atmosfere più roots (Made To Break Your Heart, Gates Of Gold), splendide ballads della West-Coast (Magdalena, Song Of The Sun), la ruvidezza del blues (Mis-Treater Boogie Blues, I Believe You So) e qualche parentesi sperimentale (There I Go). 


Vivissimi complimenti anche all'amico Chris Cornell, che con Higher Truth (Universal, ½) firma il suo quarto disco solista e tira fuori dal cilindro un mazzo di canzoni davvero valide. Registrato con Brendan O'Brien (che per alcuni generi è davvero un altro Rick Rubin, ovvero una sorta di Re Mida della console) nel molteplice ruolo di produttore, chitarrista, tastierista e percussionista, con Anne Marie Simpson al violoncello (gli archi qua sono molto importanti)  e con il veterano Matt Chamberlain (un curriculum che esalterebbe qualsiasi grunger) alla batteria, è un agile disco semi-acustico che funge egregiamente da "lato B" del bellissimo live Songbook (2011). Voce- come al solito -magnifica, arrangiamenti riuscitissimi. Che altro dire? Il più bel disco solista di Cornell dai tempi dell'esordio Euphoria Morning (1999).
Ah, sempre in questo autunno è uscito il disco più brutto dell'anno. Anzi, chiamarlo "disco" è già un complimento: Avicii, Stories (Island Records, ★).