venerdì 11 gennaio 2013

Inverno bonelliano [Pt. 2]

LE STORIE #4
"NO SMOKING"
testi: Ruju/ disegni: Ambrosini
114 pag., BN, 3,50 €

★★★★★

Le Storie sono la collana Bonelli di cui ormai attendo maggiormente l'uscita in edicola, perchè mi incuriosisce e mi appaga leggere un albo autoconclusivo che mensilmente affronta periodi storici e argomenti diversi, e poi perchè si tratta di un'operazione editoriale unica in Italia. Si dà il caso che questa quarta uscita sia un fumetto gangster, uno dei miei generi prediletti, sia che si parli di fumetti, che di cinema, che di letteratura: e manco a farlo apposta mi ritrovo fra le mani quello che, almeno per adesso, è il numero de Le Storie che mi è piaciuto di più. Un protagonista apparentemente timido e introverso come Angelì potrebbe risultare noioso, quasi inconsistente ai fini di una vicenda dove non mancano gli inseguimenti mozzafiato in auto, le sparatorie violente, gli spaghetti, le rapine, le "donnacce" (la bella Manuela) e anche elementi più pulp come il cattivissimo U Lupinariu: e invece è proprio Angelì il nucleo attorno al quale No Smoking si costruisce, fino ad arrivare ad un colpo di scena degno davvero di qualche grande maestro del cinema di genere. Nell'editoriale, Gianmaria Contro cita pellicole immancabili quali Scarface (non tanto quello di De Palma, quanto quello di Hawks), Gli angeli con la faccia sporca di Curtiz e La furia umana  di Walsh, ma si potrebbero "pescare" vari omaggi anche ad altri film (forse esagero, ma le sacche contenenti le teste dei rapinatori mi hanno fatto tornare in mente un capolavoro come Voglio la testa di Garcia di Peckinpah). E poi non è un caso che uno dei migliori fumetti italiani di gangster degli ultimi trent'anni fosse nato proprio per la collana Un uomo, un'avventura, sempre Bonelli: sto parlando del bellissimo L'uomo di Chicago di Alessandrini. Che Ambrosini fosse un disegnatore dalle forti tinte noir lo avevamo già visto sulle pagine di Dylan Dog e soprattutto di Napoleone (una serie che rimpiango molto), ma stavolta ha davvero raggiunto un ottimo risultato: sembra quasi di sentire "la puzza della strada", quella che faceva aprire i polmoni a Noodles in C'era una volta in America. E infine, standing ovation per Pasquale Ruju, che si conferma uno dei migliori narratori per immagini dei nostri giorni: il suo uso di un meccanismo talvolta "rischioso" e abusato come quello del monologo interiore risulta appassionante ed efficace. Da leggere e rileggere.

giovedì 10 gennaio 2013

[Recensione] La migliore offerta

Al di là dell'enorme peso mediatico che viene loro attribuito, gli Oscar non contano molto. Certo, fa sempre piacere vedere un film che abbiamo amato molto vincere una statuetta (finora, mi è successo pochissime volte), ma la realtà è che i registi i cui film vincono un Oscar non necessariamente possono risultare registi da Oscar. Giuseppe Tornatore è uno di questi: statuetta al Miglior Film Straniero conquistata nel 1990 (a 34 anni) con Nuovo Cinema Paradiso, e un paio di buone pellicole a seguire (Stanno tutti bene e Una pura formalità). Poi sono iniziati i problemi, quelli grossi. Uno dei problemi si chiama La leggenda del pianista sull'Oceano, tratto dal libro più breve (ma non per questo meno palloso) del mondo, Novecento di Baricco. Ecco, se ci sono trasposizioni cinematografiche di libri da evitare sono quelle ispirate ai romanzi di Baricco: una regola che ho inventato io e che, almeno secondo i miei gusti, questo film conferma in pieno. Il fondo fu toccato, nel 2000, da Malèna, un prodotto destinato al mercato dei segaioli coi guanti di velluto, intellettualmente disonesto, preconfezionato e spacciato per Arte pura. Le cose non migliorarono con La sconosciuta, uscito sei anni dopo e molto atteso come "ritorno al cinema di Tornatore": chi trova straordinari esempi di settima arte i lagnosi filmetti di Ozpetek, metterà La sconosciuta fra i suoi dieci film preferiti. Poi abbiamo avuto Baarìa, brutto, incomprensibile (non tanto per l'uso del dialetto, quanto per una trama priva sia di capo che di coda) e fotografato come una fiction di RAI 1. 
La cosa buffa è che La migliore offerta non mi è solo piaciuto: l'ho proprio ammirato. L'ho ammirato come Godfrey Rush (attore che da solo fa il film) ammira i ritratti di donne nella stanza segreta della sua villa. Il suo personaggio è quello dell'antiquario e battitore d'asta Virgil Goldman, misantropo, diffidente anche verso la propria ombra e poco incline a spezzare una routine fatta di costosissime cene solitarie, orari ferrei, appuntamenti importanti, aste prestigiose (durante le quali è aiutato dal complice Billy per portare a termine alcune truffe) e nessun legame sentimentale. Farà un'eccezione nei confronti di Clara (Sylvia Oeks),  misteriosa (abita da dodici anni in una stanza della sua enorme casa), agorafobica e ricchissima ereditiera che invita Goldman a valutare l'immenso patrimonio di famiglia. Il vecchio antiquario si innamora di questa fragile creatura che parrebbe assomigliargli molto, ed elabora (complice un giovane e vispo aggiustatutto di nome Robert, impersonato da John Sturgess) un corteggiamento lungo e complesso. Pian piano, lei aprirà a Goldman le stanze segrete della sua casa e della sua anima. Il problema è che- come dice lo stesso Billy (Donald Shuterland, sempre in gran forma) -"i sentimenti umani sono come le opere, si possono simulare". Ed è questo che il vecchio Goldman, perdutamente innamorato per la prima volta nella sua vita, non ha preso in considerazione...
Per prima cosa, va detto che al di là delle forti tinte di thriller (accentuate dalla seconda parte del film in poi), La migliore offerta non è assolutamente un blockbuster con Nicolas Cage sui misteri delle opere d'arte. E' vero che contiene molti temi: una storia d'amore quasi da fiaba, la malattia di una bella ragazza, le difficoltà di un uomo che si avvia verso il declino di accettarsi e piacersi (la tinta dei capelli). Ma al di là di tutto, l'opera di Tornatore non parla di truffe, nè di amore: parla della Bellezza. Dall'inizio alla fine, il film è una riflessione continua sull'estetica. La stanza segreta di Virgil è il luogo dove egli ha accumulato tutta la bellezza riprodotta e messa su tela da alcuni dei più grandi artisti di tutti i tempi, una bellezza accessibile  a lui solamente. Le donne dei quadri di Goldman, meravigliose e immortali, non possono tradirlo, dal momento che infrangerebbero la sua realtà e il suo unico modo di essere felice. Il colpo di scena c'è, ed è uno di quelli belli, inattesi, uno di quelli che ti colpiscono sulla poltrona del cinema come una coltellata. 
Non aggiungo altro, se non che non voglio sentire per un bel pezzo discorsi come: <<I film italiani fanno tutti schifo>>, <<Il nostro cinema è morto>>, <<Minchia, zio, stiamo messi merda, cioè, dopo questo film proprio ammazzati>>. Il nuovo di Tornatore vola al di sopra della pellicola italiana media (cioè del film voluto e prodotto da Procacci), e va bene così. Quarant'anni fa, storie di questo tipo, girate con questo stile, fotografate bene così e interpretate da un cast internazionale, le giravano registi del calibro di Visconti e Antonioni. Meditate su quest'ultimo punto. Meditate.

domenica 6 gennaio 2013

[Recensione] The Master

Ho visto il primo DVD nel 2001: avevo dodici anni compiuti da poco, mi trovavo a cena a casa di un amico fotografo e il film era Magnolia di Paul Thomas Anderson. Rimasi folgorato.
Stasera sono arrivato al cinema dieci minuti prima e ho indugiato fumando una sigaretta e guardando la locandina di The Master, il film che sarei andato a vedere. In un'altra sala proiettavano Jack Reacher, il nuovo con Tom Cruise, e un quartetto di trentenni "faceva la conta" fra i due film. L'intellettuale del gruppo (dico "intellettuale" visto che aveva la barbetta incolta da capra, il cappello a forma di preservativo, i Wayfarer da vista, puzzava di chiuso e brandiva un iPhone sintonizzato sulla home page di Mymovies) ha iniziato a indicare la locandina di The Master (una locandina tutto sommato brutta, diciamolo) e a parlare del cast. Una delle due ragazze presenti gli ha domandato se il film era opera di "uno famoso", e lui le ha risposto- con una sicurezza virile che avrebbe fatto bagnare qualsiasi femmina - <<Ma no... questo è quello di quell'esordiente... uno giovane... emerso da poco...>>. Poi ha abbassato lo sguardo, scorgendo in basso a sinistra la scritta a caratteri cubitali "Vincitore del Leone d'Argento come miglior regista", seguita a ruota da "Vincitore della coppa Volpi al miglior attore protagonista"; ed è allora che un ghigno da ebete gli si è disegnato in volto. Ovviamente, hanno deciso di andare a vedere Jack Reacher, che magari non è male.
Una cosa giusta però il 30enne l'ha detta: Anderson è giovane. Giovane, chiaramente, come si intende oggi, quando uno come Renzi (che ha 37 anni) è il più giovane di tutti. Il cinema, in questo, assomiglia molto alla politica. Il regista che aveva 29 anni quando ha girato Magnolia, ha ormai abbandonato il cinema corale, quello dai tanti personaggi e dalle molte storie che si intersecano. Già con il superbo Il petroliere (2007) era passato a dirigere film epici, monumentali, ma costruiti attorno ad una sola figura. In questo caso, The Master è la storia (con nomi cambiati e situazioni romanzate) di Freddie, reduce solo e alcolizzato (un Joaquin Phoenix da Oscar immediato) che incontra per caso Lancaster Dodd (interpretato dallo statuario Philip Seymour Hoffman), un guru tuttologo che altro non è che l'alter ego di Ron Hubbard (1911-1986), fondatore di Scientology (nel film, La Causa). Freddie rimane, suo malgrado, affascinato dai fittizi sermoni di questo astrofisicoromanzierecapitanopretefilosofo e finisce col diventare uno degli elementi più importanti della setta. Sono i primi anni Cinquanta, e Dodd si sposta come può per gli States, scortato dal suo fedele seguito (una famiglia numerosa, il genero e Freddie): porta avanti teorie folli, in bilico fra religione orientale e televendite di marchiana memoria, ma in molti sembrano rispettarlo, o addirittura temerlo. Dopo la pubblicazione del suo secondo libro, Dodd confessa a Freddie di riporre grande fiducia nelle sue capacità, facendogli intendere che il loro è un legame insolubile e che potrebbe essere proprio il giovane reduce, un giorno, a prendere il suo posto nel guidare la setta. In una meravigliosa scena nel deserto dell'Arizona, vediamo Freddie prendere una moto e correre via, alla ricerca di quella vita vuota che conduceva prima. Ma La Causa non si dimentica di lui...
Il problema di un film come The Master è che parla veramente di tante cose. Se lo volessimo vedere come una bella pagina di storia americana, è non solo la cronaca romanzata della nascita di una nuova religione (Scientology), ma la fotografia di una persona che, uscita dalla seconda guerra mondiale, è totalmente incapace di ritagliarsi un posto nella società civile: Freddie, privato del conflitto, non riesce a crearsi una vita, un'identità, e come lui migliaia di giovani americani all'epoca. Freddie è il cane randagio che incontra Lancaster, il padrone buono e protettivo, ma pur sempre un padrone. E il padrone pretende solo una cosa: la fedeltà. Questo meccanismo calza a pennello con La Causa, così come calza bene con Scientology, e più in generale con le tantissime sette più o meno religiose che tuttora continuano a imperversare sia in Occidente che in Oriente. Abbiamo poi uno scontro fra due grandi personalità: quella debole ma al contempo sfrontata, simpatica e coraggiosa di Freddie, e quella avida, tetra, fanatica e morbosa di Lancaster. Così, come nel Petroliere Daniel Day-Lewis era lo zelante self-made man alle prese con una comunità di bigotti indottrinati dal fanatico Padre Eli, qui Joaquin Phoenix è uno svogliato parassita imbottito di alcool fatto in casa e costretto a vedersela con un qualcosa molto più grande di lui. Forse i lettori di siti come Alfemminile.it vedono Scientology come un enorme toga-party, dove al posto dei soliti volgari coatti nostrani trovano posto personalità del calibro di John Travolta, Tom Cruise o Roby Facchinetti: ecco, queste persone possono lucidarsi il cervello leggendo qui la storia dell'organizzatore del toga-party, oppure guardare The Master, un film non semplice che affronta tematiche solitamente lasciate da una parte. E vista la bravura degli attori, la delirante complessità dei protagonisti (tutti accomunati da un'anaffettività terrificante) e la maestosità della regia di Anderson (che ha imparato a fare il regista guardando videocassette), sarà molto difficile che a qualcuno venga voglia di girare altre pellicole su questi argomenti. 
Almeno per ora.

Making of "Talpwoman" [Extra]


Sono passati esattamente otto anni da quando abbozzai le prime idee riguardanti Talpwoman, fumetto demenzial-psichedelico a puntate (tre in tutto, di cui solo due pubblicate) che sarebbe uscito fra l'aprile e il giugno del 2005 sulle pagine del "Volta Pagina", giornale d'istituto del mio liceo. Iniziai scrivendo recensioni cinematografiche in quinta ginnasio, verso la fine del 2004, ma presto manifestai le intenzioni di sceneggiare e disegnare un fumetto mio. Partii da un'idea semplicissima: immaginai la rivoluzione privata di una studentessa bigotta, studiosa (ma non per questo intelligente) e oppressa dalla famiglia. Insomma, una storia semplice, come se ne vedono e se ne sentono tante fra i banchi di un liceo classico. Il modello di ispirazione di questa famigerata "donna-talpa" fu proprio una mia compagna di scuola. Unii lei ad un personaggio del videogioco Yoshi's Island, mia grande passione ai tempi del Super Nintendo: lo Yoshi Giallo, che come gli altri Yoshi colorati poteva tramutarsi in qualche animale bizzarro e che diventata una gigantesca talpa corazzata con tanto di cingoli (vd. disegno sotto a destra).
Buttai giù disegni e schizzi e li presentai ad una leggendaria riunione del giornalino, dove l'allora direttore responsabile Pietro approvò il progetto. Si sarebbe trattato di tre tavole a numero, per un massimo di nove vignette a tavola: totale libertà espressiva e linguistica. Effettivamente, lavorai senza alcuna idea di sceneggiatura: disegno e dialoghi nascevano vignetta per vignetta, seguendo un metodo di lavoro che oggi rifiuterei categoricamente. Ad ogni modo, il primo episodio di Talpwoman uscì e fece sorgere fra i lettori almeno un paio di domande: la prima riguardava cosa questo famigerato 7.B. mangiasse la sera o di quali droghe fosse solito fare uso; la seconda domanda era <<Ma di che cazzo sa questa storia?!>>. In effetti, era un esercizio di stile scritto malissimo, molto autocompiacente e volutamente esasperato, ma qualcuno finiva col riderci. Per un breve periodo, questa Talpwoman divenne un po' l'archetipo della sfigata "casa&chiesa" e fece nascere anche tutta una "gadgettistica" prodotta dal sottoscritto: ho disegnato quella meravigliosa talpa bionda ovunque, sui banchi, sugli schienali delle sedie in legno, sulla lavagna di classe, sui libri di testo miei e dei miei compagni. Le vicende narrate nel primo numero erano estremamente chiare:
- Il tutto inizia con Talpwoman a cinque anni, all'inizio della scuola elementare; il terribile Padre Padrone le molla un calcio in bocca e le vieta giochi e distrazioni, urlandole, in francese, <<Non è che l'inizio!>>.
-Dieci anni dopo, nulla è cambiato; incontriamo la Madre (modellata sulla Wendy Koopa dei videogiochi) che addirittura lascia la figlia senza cibo per tre giorni, perchè questa non ha finito i compiti in tempo.
-Vediamo però che Talpwoman, nel suo torpore vegetale e pur vivendo in un totale stato di sottomissione, è innamorata; infatti Gianciccio, romantico teppistello di periferia obeso e ignorante, va a trovarla di nascosto (qui inserii una scena lievemente "shakespeariana", con tanto di balcone).
-Gianciccio e Talpwoman decidono di fuggire con un Ape 50cc, allo scopo di lasciarsi alle spalle questa brutta esistenza piena di errori e imposizioni inutili; il Padre si mette di mezzo, pretende che Talpwoman stia a casa a fare i compiti, ma Gianciccio non è un santo e gli fa esplodere le cervella con una doppietta.
Prime due tavole del primo numero di Talpwoman (aprile 2005)
Devo dire che la vignetta finale (che potete ammirare a sinistra) non fu molto gradita ad alcune persone troppo sensibili; così, alla riunione dove decidevamo i contenuti del nuovo numero del giornalino (il terzo dell'anno scolastico e il più importante, visto che veniva stampato pochi giorni prima della fine della scuola) mi fu chiesto di "ammorbidire" i toni e di essere meno esplicito nelle scene violente. 
Il secondo episodio è ancora più veloce e immediato, ma mette comunque in scena un pesante sviluppo della storia:
- Talpwoman e Gianciccio sono braccati da due mesi; si sono rifugiati in una grande città e sanno di avere la polizia alle costole.
-La Madre di Talpwoman tenta di accordarsi col capo della polizia (il tetro Samuel O. The Rainbow) sulle condizioni della cattura della figlia; lei la vorrebbe "viva e laureata", ma il poliziotto non sente ragioni e dichiara che Talpwoman è una ricercata a tutti gli effetti, da riportare solo morta.
-La Madre, vedova inconsolabile, cede e sembra avere pensieri peccaminosi sul capo della polizia.
-Nel frattempo, Talpwoman e Gianciccio tentano di lasciare la città, ma uno sbirro li riconosce; spara per colpire la donna talpa, ma centra la testa di Gianciccio, che muore sul colpo.
Per ciò che concerne la lavorazione grafica di questo secondo episodio, ho molti ricordi: tanto per cominciare, sembrava che questo terzo numero potesse uscire in un'elegante edizione a colori; non so chi fu il pazzo della nostra sgangerata "redazione" ad avere messo questa voce a giro, ma me ne convinsi e lavorai esclusivamente in vista di un fumetto a colori (come si evince dalla prova di colore che ho messo in cima al post). E poi lavorai molto più velocemente: forse perchè (miracolo!) dovevo studiare e dunque avevo meno tempo a disposizione, o forse perchè dovevamo muoverci nel preparare il terzo numero e stamparlo entro l'ultimo giorno di scuola. Per la prima tavola adottai la furbata della splash-page americana (i palazzi sono copiati da un gigantesco libro di Little Nemo, che in quel periodo leggevo di gusto), mentre nella seconda pagina è possibile notare come gli sfondi siano tutti bianchi e poco curati. 
Poi venne l'estate, e con l'estate il grande vuoto. Da principio, mi salvò un'amica di lunga data, compagna di classe e appassionata lettrice e sostenitrice di Talpwoman: mi domandò cosa avessi in mente per il nuovo anno scolastico, che cosa sarebbe successo alla talpa e che fine le avrei fatto fare. Disegnai un bel capitolo finale (credo fossero un paio di tavole) e le regalai l'unica copia che avevo, cioè l'originale. Ma, verso la fine di luglio, mi trovavo al mare coi miei genitori e fui preso dalla smania di disegnare il vero episodio conclusivo di Talpwoman. Detestando la spiaggia, mi risultava estremamente gradevole rimanere a casa al fresco, assorto nei miei pensieri, nelle mie letture e nei miei ascolti musicali (che all'epoca si riducevano al glam-rock anni '80 e alle sinfonie di Mendelsshon). Il terzo episodio vedeva una Talpwoman sola e delusa, che decide comunque di dare filo da torcere alla polizia e alla madre, che nel frattempo si è accoppiata con un nuovo personaggio (tale Bartholomew). Inizialmente, mi balenò per la testa di farla morire, ma cambiai idea rapidamente; infatti, la storia sarebbe finita con la maturità di Talpwoman. La cosa buffa fu che quando tornai a scuola cambiarono (in meglio) molte cose per me, e diventai direttore del giornalino per l'anno scolastico 2005/2006. Decisi di dedicarmi ad altri fumetti (fra cui il famoso spin-off  dal titolo Gianpoppo&Gianciccio, di cui prima o poi mi piacerebbe parlare qui sul blog) e presi la decisione di non pubblicare il lungo episodio finale della donna talpa. 
Non so perchè lo feci, ma allora (come del resto anche adesso) agivo seguendo l'uccello, e non il raziocinio. Oggi sono tornato ad agire "d'uccello" e ho deciso di pubblicare questa ultima, sudata storia di Talpwoman.







CONTENUTI SPECIALI
Disegni e altro
Immagine pubblicitaria del ritorno di Talpwoman mai utilizzata

Vignetta del 2006 dove Talpwoman fa una comparsata

Autoritratto del 2005 con tanto di Talpwoman

Pensato per l'invito ad una festa in campagna e mai finito, vi compare una Talp-mobile

Talpwoman era talmente importante per me, da meritare addirittura l'acquarello




sabato 5 gennaio 2013

Comics on the road 2013

Fra le molte belle cose che la Scuola Internazionale di Comics mi ha offerto annovero sicuramente l'incontro con Lorenzo Bianchi, artista fiorentino a (quasi) 360° col quale ho avuto modo di stringere da subito un buon rapporto di amicizia, coltivato sia fra i banchi del corso di sceneggiatura che fuori dall'istituto. 
Che ci mettano davanti una pizza (offerta "a turno") alla pizzeria sottoscuola o un Double Big Whooper con tanta cipolla al Burger King, io e Lorenzo parliamo di una sola cosa: fumetti. E non ci limitiamo a dire <<Questa settimana ho letto questo...>> o <<Domani mi arriva questo...>>: parliamo di "fare fumetti", di come riuscire a pubblicare qualcosa, per conto nostro (magari tramite il Plural Vision Studio) o per conto di altri. Questa nostra intesa ci ha spesso portati a spasso per la Toscana (e non solo), rendendoci partecipi appassionati di tutto quello che il panorama delle fiere è in grado di offrire: dalla maestosa Lucca alla più piccola (ma non per questo meno ricca) Prato, è raro che ci sfugga una fiera cui prendere parte. E se il 2012 è stato un anno tutto sommato "discreto" da questo punto di vista, nel 2013 incrementeremo ulteriormente le nostre "gite fuori porta", che finiscono sempre col rivelarsi giornate piacevoli. Si ride, si mangia, si guardano i fumetti, si stringono mani, si scrive, si disegna, si parla di fumetti, si comprano i fumetti. 
Cominceremo domenica 13/01/13 da Empoli e poi ci terremo caldi fino al 26/01/13, quando partiremo alla volta di Arezzo
Stay tuned (on the road)...



venerdì 4 gennaio 2013

[Recensione] La regola del silenzio

Da diversi anni i film di Robert Redford finiscono col piacermi molto: mi è successo nel 2007 con Leoni per agnelli, un paio di anni fa con The Conspirator e oggi replico con La regola del silenzio, un bel thriller uscito lo scorso 20 dicembre.
Attenzione, il film non si limita ad essere il racconto dai ritmi serrati che vede i buoni ex-hippie latitanti (una sfilza di attoroni del calibro di Susan Sarandon, Julie Christie, Sam Elliott, Nick Nolte e lo stesso Redford) scontrarsi contro i cattivissimi agenti federali, ma è molto di più: il meccanismo collaudato ai tempi di Come eravamo (interpretato, guarda caso, da Redford) stavolta si tinge di sangue, di pessimismo e di redenzione. L'azione (molto ben fotografata da Adriano Goldman) sposa le tempistiche del thriller, e il tutto passa attraverso una ricetta non tanto da film politico, quanto da film sulla politica. E' eccitante vedere un avvocato settantenne (vissuto sotto falso nome per trent'anni) tenere in pugno l'FBI e correre per quelli che un tempo furono i luoghi della rivolta giovanile (Big Sur, Flint, ecc.), prendendo coscienza del fatto che la rivolta, per lui e i suoi compagni dell'epoca, non si è spenta, ma ha solo cambiato meccanismi. Se una storia simile l'avessimo adattata ad uno sfondo "italico" avrebbe fatto ridere, per non dire vomitare, ma non pensiamoci: prendiamolo come un film che registicamente riunisce la maestria di Pollack, la smania di "storiografare" di Eastwood e i dialoghi (firmati da Lem Dobbs) del miglior Arthur Penn. Shia LaBeouf se la cava egregiamente nei panni del giornalista "maledettorompicoglioni", anche se in alcuni momenti risente dell'assenza di Optimus Prime sullo schermo. Innocente o colpevole, il personaggio di Redford è comunque un morto che cammina, un disilluso, una persona che ha vissuto più vite e che si è dimenticato la sua vita vera. E se c'è una cosa che davvero amo, è quando il passato viene a cercare certi personaggi.
Dunque ringraziamo ancora una volta Robert Redford, un uomo a cui il cinema deve molto.   

giovedì 3 gennaio 2013

Scene da una filmografia, ovvero pro e contro della nuova edizione italiana dei capolavori di Ingmar Bergman [Album]


Chi mi conosce personalmente o chi ha avuto modo di leggere un paio di miei post qui sul blog avrà avuto modo di evincere la mia grande passione per il cinema scandinavo, e in particolar modo per quello di Ingmar Bergman.
Ora, si dà il caso che 01 Distribution abbia iniziato a dare alle stampe, dallo scorso 21 novembre, moltissimi DVD del maestro svedese, tutti arricchiti da extra di vario genere e finemente impacchettati. Un procedimento analogo era già stato collaudato alcuni anni fa, quando Bim (pure coinvolta in questa ri-edizione) pubblicò una sontuosa Bergman Collection di dieci DVD, comprendente film conosciutissimi accompagnati solo raramente da contenuti inediti interessanti e da dei buoni book interni. A quelle pellicole se ne vanno ad aggiungere oggi molte altre, tutte interamente restaurate dalla Cineteca di Bologna. 
Nota: ogni DVD comprende, fra gli extra, un e-book critico curato dalla Cineteca di Bologna; il prezzo di ogni DVD è di 12,99 €; sono tutti a disco singolo salvo un paio, per un totale di 24 dischi e 32 film.

1- UN'ESTATE D'AMORE (1951)
Forse è il primo film bergmaniano al 100%, rimasto in disparte e ingiustamente bollato come "opera adolescenziale". Da recuperare a tutti i costi.
Extra: il film Città portuale (1948).

2- DONNE IN ATTESA (1952)
Commedia in rosa sui rapporti amorosi; si ride, ma si ride verde. Non un capolavoro, ma di sicuro una delle migliori commedie di Bergman.
Extra: il film Eva (1948) di Gustav Molander, su soggetto e sceneggiatura di Bergman. 

3- MONICA E IL DESIDERIO (1953)
Il matrimonio è la tomba dell'amore. Una teoria sempre molto cara a Bergman, che qui getta i semi delle sue riflessioni sul rapporto fra uomini e donne, sull'adulterio, sull'eros. Per capire con che capolavoro abbiamo a che fare, mi basta dire che senza questo film non sarebbe esistita la Nouvelle Vague. 
Extra: il documentario italiano Bergman e la censura. Il caso "Monica e il desiderio", fortemente sconsigliato ai cattolici.

4- UNA LEZIONE D'AMORE (1954)
Commedia debole già in partenza, non trova arricchimenti in questa nuova edizione home video.
Extra: comprende solo l'e-book critico.

5- SORRISI DI UNA NOTTE D'ESTATE (1955)
Film ricchissimo di contenuti, personaggi e situazioni, è la miglior commedia di Bergman. Da vedere almeno una volta nella vita. 
Extra: il making of Sul set di "Sorrisi di una notte d'estate" e il documentario Bergman e la censura. Il caso di "Sorrisi di una notte d'estate".

6- L'OCCHIO DEL DIAVOLO (1960)
Non dico nulla sul film non avendolo mai visto.
Extra: il documentario/intervista italiano Ritratto di un regista (2008) di Gian Luigi Rondi.

7- FANNY E ALEXANDER (1982)
Uno dei film più belli di sempre: lungo, estremo, meraviglioso, perfetto. Torna finalmente in doppio DVD dopo aver visto la luce in un'edizione molto costosa diversi anni fa (da me segretamente bramata, ma mai ottenuta). Un bellissimo regalo, pensato per chi ama il Cinema.
Extra: il making of Dokument Fanny och Alexander (1986) curato dallo stesso Bergman.

8- CRISI (1946)
Esordio alla regia di Bergman: si tratta di una pellicola difficile da digerire e importante solo per il suo valore storico. Roba da fanatici.
Extra: Sete (1949) di Bergman e Spasimo (1944) di Alf Sjoberg; quest'ultimo film potrebbe quasi valere la spesa di tutto il (doppio) DVD.

9- IL SETTIMO SIGILLO (1957)
Cult-movie che si presenta da solo, in un'edizione restaurata benissimo (la famosa shilouette finale è nitida come non era mai stata) e arricchita (per coloro che se lo gustano in svedese) da sottotitoli in italiano incensurati. 
Extra: il making of Sul set de "Il settimo sigillo" e il documentario Bergman e la censura. Il caso de "Il settimo sigillo".

10- IL VOLTO (1958)
Ispirato dal cinema espressionista tedesco e leggermente snobbato dalla critica nostrana, è il film di Bergman che più si avvicina al thriller nei toni e nei contenuti. Da rivalutare.
Extra: intervista a Max Von Sydow. 

11- LA FONTANA DELLA VERGINE (1960)
Il capostipite dei rape&revenge movies è un'opera dai ritmi impeccabili che ha come sfondo un medioevo violento e primitivo. Oscar come miglior film straniero e censuratissimo in Italia.
Extra: il making of Sul set de "La fontana della vergine" e il documentario Bergman e la censura. Il caso de "La fontana della vergine".

12- COME IN UNO SPECCHIO (1961)
Primo tassello della "trilogia del Silenzio di Dio" (e, se si vuole, della "tetralogia isolana"), è uno dei punti più alti della produzione di Bergman. Un film unico e irripetibile, con un cast come sempre immenso.
Extra: interviste a Max Von Sydow, Gunnar Bjornstrand e un inedito Backstage.

13- LUCI D'INVERNO (1963)
Secondo capitolo della "trilogia", è il miglior film mai fatto sulla figura del sacerdote.
Extra: Sul set di "Luci d'inverno" e Bergman e la censura. Il caso di "Luci d'inverno".

14- IL SILENZIO (1963)
A dieci anni dall'uscita di Monica, Bergman torna ad indagare sull'erotismo: lo fa puntando la luce su un eros meno adolescenziale e più scandaloso, analizzando senza troppo pudore i meccanismi di un tabù come l'incesto. Capitolo conclusivo della "trilogia", è indubbiamente il suo film più kafkiano e fra i più censurati (fino ad oggi, visto che questa è una versione integrale mai portata in Italia).
Extra: il documentario Light Keeps Me Company (2000) di Carl Gustav Nykvist (figlio dell'immenso direttore della fotografia Sven) e Bergman e la censura. Il caso de "Il silenzio".

15- A PROPOSITO DI TUTTE QUESTE SIGNORE (1964)
Film leggero ma curatissimo, questa brillante commedia non sfigurerebbe accanto a qualche excursus metalinguistico di Woody Allen (che non a caso è un accanito sostenitore della pellicola). Notevole.
Extra: il documentario Casa del cinema: Liv Ullmann parla di Bergman e Fellini.

16- PERSONA (1966)
Opera rivoluzionaria, sperimentale, meravigliosa, Persona torna in questa nuova edizione semplicemente imperdibile. Perchè? Perchè è Persona, perchè è un capolavoro che si spiega solo se viene visto.

Extra: comprende solo l'e-book critico.


17- IL RITO (1969)
Il film più "da camera" di Bergman è anche uno dei più teatrali, violenti e crudi (lo stupro finale ne è solo un esempio). Rivalutato solo recentemente, è un autentico tour de force per appena un'ora di durata.

Extra: comprende solo l'e-book critico.


18- SUSSURRI E GRIDA (1972)
Se esistesse un "podio-Bergman", metterei su di esso Il posto delle fragole al primo posto e Sussurri e grida subito dopo: è un'opera che non si limita a portare elegantemente in scena il dolore e l'odio, ma anche a darne una spiegazione, analizzando, separatamente l'una dall'altra, le vite private di quattro donne meravigliose. Come se non bastasse, è uno dei dieci film meglio fotografati della storia del cinema (giustamente, Oscar) e il più grande successo commerciale di Bergman.

Extra: comprende solo l'e-book critico.


19- SCENE DA UN MATRIMONIO (1973)
Tanti lo ritengono sopravvalutato. Per me, è più utile di un mese di sedute psicoanalitiche. Dialoghi da manuale.
Extra: il film televisivo The image makers (2000) di Ingmar Bergman.

20- SINFONIA D'AUTUNNO (1978)
Il primo dei film tedeschi di Bergman è un'opera estremamente attenta alla messinscena, all'uso delle parole e della colonna sonora (una delle migliori, fra le tante belle della sua filmografia): soffre, tuttavia, dell'apporto della recitazione troppo hollywoodiana di Ingrid Bergman (già malata durante le riprese) e di una Liv Ullmann non ai suoi massimi storici come attrice.
Extra: comprende solo l'e-book critico.

21- UN MONDO DI MARIONETTE (1980)
Bizzarro thriller psicologico pensato inizialmente per la televisione, è l'ultimo film del periodo tedesco di Bergman, che lo girò e ambientò a Monaco di Baviera. Spettacolare alternanza fra bianco e nero e colore e almeno due sequenze memorabili (il sogno e il finale in carcere).
Extra: comprende solo l'e-book critico.

22- DOPO LA PROVA (1984)
Dato l'addio al cinema, Bergman approda alla televisione con questo piccolo e meraviglioso omaggio al teatro, il suo primo mestiere e la sua passione più grande. Interpreti clamorosi, personaggi eterni.  

Extra: comprende solo l'e-book critico.

23- IL POSTO DELLE FRAGOLE (1957)
Un'opera d'arte, un capolavoro assoluto. C'è tutto, non gli manca niente e non c'è troppo. 
Extra: il cortometraggio Karin's Face (1984) di Ingmar Bergman, il making of Sul set de "Il posto delle fragole" e Ingmar Bergman e la censura. Il caso de "Il posto delle fragole".

24- A LOVE STORY: LIV & INGMAR (2010)
L'indiano Dheerjai Akolkar indaga sulla storia d'amore fra Liv Ullmann e Ingmar Bergman. Un disco bonus leggermente forzato, ma valido per un extra inedito.
Extra: il documentario ...But film is my mistress (2010), prodotto da Scorsese e diretto da Stig Bjorkman. 

CONCLUSIONE (?)

Questa è una bella raccolta? Lo è senza ombra di dubbio: la qualità audio video è eccellente e gli extra sono validi, soprattutto quelli inediti. Tuttavia...
Tuttavia non cambia il destino di molti capolavori di Bergman estremamente difficili da reperire in DVD nel nostro paese. Ad esempio, tre anni fa la Flamingo Video e Teodora curarono un'edizione che ospitava per la prima volta in home video La vergogna (1968) e Passione (1969), opere molto belle e importanti, facenti parte della "tetralogia isolana" e inspiegabilmente non riproposte da 01. Sempre in questo cofanetto era compresa la prima parte del documentario di Bjorkman inserito come extra nel 24° DVD. Ma ad ogni modo, chi vuole a tutti i costi vedere i film citati sopra, può acquistare tranquillamente il cofanetto di Flamingo Video.
Destino ben più beffardo spetta ai seguenti titoli, famosi ma introvabili: L'ora del lupo (1968), L'adultera (1971), Il flauto magico (1974), L'immagine allo specchio (1976), L'uovo del serpente (1978), Il segno (1986), Vanità e affanni (1997) e il testamento artistico Sarabanda (2002). Insomma, forse si poteva aspettare un po' più tempo, ma fare un'edizione leggermente più completa.