venerdì 27 febbraio 2015

Jovanotti, "Lorenzo 2015 cc." [Suggestioni uditive]

Jovanotti,
Lorenzo 2015 cc.
(Universal, 2015, 2 Cd)














In tempi remoti, pubblicare un doppio album era una cosa importante. Significava che l'artista aveva superato il concetto di "raccolta di singoli" e questa sua scelta ne segnava, in qualche modo, il raggiungimento di una maturità umana e artistica che non avrebbe di certo lasciato indifferenti i fans. Con l'avvento del compact disc, che permetteva di contenere fino a ottanta minuti di musica, sorsero due tipologie di doppio album: il lavoro bello e necessario e il lavoro brutto e allungato.
Faccio un esempio di due opere appartenenti all'ultimo decennio molto diverse: Stadium Arcadium (2006) dei Red Hot Chili Peppers poteva tranquillamente essere composto da un solo disco, mentre il recente Down Where The Spirit Meets The Bone di Lucinda Williams (miglior album del 2014, per me e tantissime persone più competenti e preparate del sottoscritto) non avrebbe potuto essere che un susseguirsi di ventisette grandi brani. Proprio per supposta maturità, un grande artista sa decidere quali pezzi inserire e quali lasciare fuori o relegare al rango di b-sides, outtakes, scarti, materiale bonus (tutta roba utile che, nel periodo delle ristampe di molti classici, ha fatto la fortuna delle case discografiche).
Nel 1997 Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, , pubblicò un disco lungo e difficile: L'albero. Lo aveva registrato fra l'Italia, gli Stati Uniti e l'America Latina, coinvolgendo grandi musicisti e preferendo affiancare una vera band ai campionatori che tanto lo avevano reso famoso. Come si legge ne Il grande boh, tirò fuori materiale per una quarantina di pezzi, ne selezionò trenta e li incise. La Mercury dette la disponibilità per pubblicare un doppio, ma il Jova, in fase di missaggio, decise che i pezzi sarebbero divenuti diciannove. Una grande mossa di autocritica la sua, specie se si ascolta il risultato finale. L'albero è, a detta del suo stesso autore, il capolavoro di Jovanotti, un'opera coloratissima e completa dove il formidabile rap dei primi anni (e di tutti i suoi lavori migliori) incontra la passione per le sonorità alternative di mezza America. Solo il Lorenzo del 2008, quello ormai adulto e incupito di Safari, sarebbe andato vicino a replicare la magia de L'albero.
La sbornia per il cantautorato ha- ahimè -lasciato spazio a quella per la pista da ballo: ecco dunque arrivare l'atroce Ora (2011) e adesso, peggio che mai, il pretenzioso e borioso Lorenzo 2015 cc., che ci riconferma ciò che si sapeva da ormai tre lustri, e cioè che il Jova è ben contento di essere l'ennesimo cantante eco-bio-veg-democratic che si guarda allo specchio, osserva il ripetitivo microcosmo (fatto di buonismi e ninnananne politicamente corrette) che lo circonda e gode. Si dà il caso che questo tredicesimo disco sia un doppio album composto da trenta canzoni. Di buono c'è che sono tante e non rischiano di lasciare fuori nessun stereotipo. Almeno sulla carta, dovrebbe trattarsi dell'opera della maturità (è dal 2008 che usa queste parole per definire un proprio nuovo album), quella nata e registrata nella città dove è "ripartito da 0" Jovanotti, e cioè New York. Ma non gli piaceva tanto Cuba?
Jovanotti per primo ha paragonato 2015 cc. ad un cloud, una nuvola che- nell'era del cloundin' -fa piovere tutta la musica che uno desidera. Chi desidera questa musica la mattina si sveglia nel mulino del Mulino Bianco, fa una colazione col proprio partner che dura dalle sei alle nove ore, intervalla alle marmellatine biologiche lunghi e appassionati baci, poi esce per andare a lavoro (possibilmente col SUV, magari a metano, per sentirsi meno colpevoli) e ascolta L'alba, primo pezzo del primo cd. Si prosegue con Sabato, il singolo che è già stato remixato da 200 disc jokey più o meno sconosciuti (travolti dalla noia, potevate farlo anche voi col Garage Band dei vostri iPad) e si scivola giù, verso le banalità di Musica, dove si parla di musica nelle periferie e dove diviene immancabile la presenza della pop-star del Terzo Mondo Manu Dibango: perchè, in casi non ve ne foste accorti, in ogni disco di Jovanotti che si rispetti deve esserci almeno una collaborazione con almeno un artista del Terzo Mondo. A questo punto, il "jovanottiano" si sente ormai al sicuro, già totalmente rappresentato a un buon 70% dalle songs del suo beniamino.
2015 cc. prosegue con pezzi sconcertanti: Ragazza magica, Gli immortali, Il mondo è tuo (stasera), Libera, Perchè tu ci sei, Insieme. Il secondo disco è ancora più imperdonabile, poichè si tratta di una lunga sequela di riempitivi: gli ospiti world aumentano (ci sono la band afroamericana Antibalas e il cantastorie nigerino Bombino), il numero delle canzoni cala (12 invece di 18), mentre cresce la durata media di queste disco-ballatone melliflue e banali. Si parla in inglese (All The People, Gravity) e perfino in francese (La bohème), si parla tanto, ma si dice poco, e ormai è tardi. A sera, il "jovanottiano" e la "jovanottiana" tornano dal lavoro, mangiano poco, lei vomita convinta di poter riciclare ciò che ha appena ingurgitato e dice di essere felice. Lui ricambia amore e felicità e accende la televisione, sintonizzandola su RAI3. <<Muoviti a vomitare che stasera c'è Fazio... a vedere se intervista il Jova!>>.
Fazio c'è sempre, Jovanotti pure. Manca la musica, ma, alla fine, a chi importa più?
Ma soprattutto: la UFO Plast srl, per quella copertina, quanto ha pagato?

giovedì 26 febbraio 2015

Led Zeppelin, "Physical Graffiti Deluxe Edition" [Suggestioni uditive]

Led Zeppelin,
Physical Graffiti Deluxe Edition
(Atlantic Records, 2015)
★★















PREMESSA


Nello scorso giugno ascoltai molti dischi tutti insieme, prendendo appunti sparsi e decidendo, da ultimo, di recensirli tutti in una volta sola. In cima alla lista trovavano spazio le riedizioni dei primi tre album dei Led Zeppelin, restaurati e rimasterizzati da Jimmy Page in persona nell'arco degli ultimi due anni. Pur trovandomi di fronte a tre diversi capolavori che già conoscevo alla perfezione, non potei fare a meno di giudicare duramente sia il prezzo che l'effettiva qualità del materiale proposto: inedite (si fa per dire) scialbe e per nulla memorabili, mix radiofonici che suonavano piuttosto offensivi (specie se si pensa agli originali) e grafica "in negativo" a dir poco penosa. Per gli stessi motivi, non ho dedicato mezza riga neanche alle pompatissime super deluxe editions di IV e Houses Of The Holy, altre due pietre miliari riproposte con metodologie analoghe e povere di qualsiasi extra. Ma con Physical Graffiti non ce la faccio. Compie quarant'anni e mi sembra giusto parlare sia della storia che ci lega, sia della mediocre ristampa che i media stanno incensando in ogni angolo del globo.

Un momento importante per noi adolescenti ascoltatori di buona musica era quando, solitamente al sabato pomeriggio, cercavamo di convincere i nostri genitori ad "allungare il brodo" della paghetta per correre a comprarci un disco. Se poi le stelle erano ben allineate, potevano darci un ulteriore extra, esattamente come accadde a me nel rigido inverno del 2004. La Warner Music aveva messo in sconto tutti gli album in studio dei Led Zeppelin. Era una promozione che attendevo da tempo, specie da quando all'autogestione a scuola, nella precedente primavera, avevo visto The Song Remains The Same di Peter Clifton e Joe Massot ed ero rimasto folgorato dalla chitarra di Jimmy Page e dalla batteria di John Bonham.
Nota a margine: il mio primo contatto coi Led Zeppelin risaliva all'anno prima, quando al concerto di fine anno (non so se nelle scuole ancora sopravvive questa bella usanza) un gruppo che si chiamava Rock Shot presentò una versione strumentale fantastica di Black Dog e io sentii i ragazzi più grandi pronunciare il nome del gruppo.
Comunque, oltre ai dieci euro che avevo già racimolato, mia mamma me ne dette altri cinque: pensavo mi sarebbero avanzati, ma non fu così. Di fatti, ben poco era rimasto della promozione della Warner sul catalogo degli Zep, o almeno su quella fetta di dischi che interessavano a me. Chi la sapeva lunga mi aveva detto di comprare uno a caso dei primi quattro, al limite Houses Of The Holy, e di lasciare perdere gli ultimi album che erano robaccia. In effetti, la splendida copertina dello studio Hipgnosis di Houses Of The Holy faceva capolino dallo scaffaletto, con i suoi bellissimi colori caldi e quelle sagome di giovani ragazze intente ad asciugarsi (?) sulla scogliera, ma la mia attenzione fu catturata da un disco diverso, quello con la foto di un palazzo che sulle prime mi ricordò West Side Story e con la scritta, minuscola e in stile liberty, "Led Zeppelin" posta in alto. Notai altre due cose: il simbolo "2 Cd" stampato sul bordo e il prezzo di 15,90 euro, ovvero i quindici che avevo più i novanta centesimi che mi sarebbero serviti al ritorno per il biglietto del Pollicino. Faceva freddo, è vero, ma a quindici anni della temperatura ti importa relativamente e musica rock può significare anche "lunghe camminate sotto la pioggia". Così, comprai la mia copia di Physical Graffiti (che oltre al primo disco dei Led Zeppelin fu anche il primo doppio album della mia vita) e mi convinsi che non avrei ascoltato altro fino al mese seguente.
Due ore dopo ero spiazzato. I Led Zeppelin (o almeno, i Led Zeppelin di Physical Graffiti) sembravano molto diversi da come me li aspettavo, un po' per la complessità del tessuto sonoro (The Rover, In My Time Of Dying o Kashmir non rientravano propriamente negli standard popolari del 2004), un po' perchè le melodie di questo disco sono oggettivamente meno immediate rispetto ai riff leggendari di Communication Breakdown, Whole Lotta Love e Rock&Roll. E se pure è vero che in III c'era Since I've Been Lovin'You, in IV Starway To Heaven e che Houses Of The Holy ospitava The Summer Song, qua la ballatona da stadio era un oggetto del desiderio mancante. Ma il vero problema è che io non conoscevo tutta questa schiera di grandi canzoni, non avevo secondi termini di paragone e perciò, sul momento, Physical Graffiti mi parve un disco difficile da assimilare e apprezzare. Del resto, fu pubblicato dopo una gestazione lunghissima: le quindici canzoni ospitate furono tutte incise fra il 1972 e il 1975, molte furono considerate (e lo erano) scarti di Houses Of The Holy e nessuna appariva troppo orecchiabile. Un doppio poi è sempre un azzardo: lo sapevano bene anche il Dylan di Blonde On Blonde, l'Hendrix di Electric Ladyland, gli Who di Tommy, gli Stones di Exile On Main Street e i Beatles del White Album, cinque opere complesse e sfaccettate, cinque capolavori che non conoscono data di scadenza e con cui tutti hanno dovuto fare i conti negli anni a venire.
Nei mesi successivi al mio importante acquisto, mi fu passato il primo compact dei Remasters zeppeliniani (una raccolta molto ben fatta, che tuttora potrebbe rappresentare, per i neofiti, il miglior strumento con cui avvicinarsi alla band). Copriva la prima fase della carriera del gruppo (1968-1974) e mi fu di grande aiuto per comprendere meglio l'imponente doppio disco. Fu come trovarsi dentro a una camera oscura: un poco alla volta, ascolto dopo ascolto, sentivo emergere sfumature nuove (The Rover e In My Time Of Dying), creare passaggi emozionanti che prima erano persi chissà dove (Kashmir, Bron-Yr-Aur, Ten Years Gone), le melodie farsi più orecchiabili (In The Light, Black Country Woman, Sick Again), le canzoni prendere finalmente forma. Eppure, scoprii che a molti Physical Graffiti aveva fatto lo stesso effetto: forse perchè somigliava molto poco sia ai primi quattro che a Houses Of The Holy, o forse perchè un po' tutti tendevano a spacciare per debolezza certi esperimenti che gli Zep si potevano permettere solo all'epoca, indipendentemente dalla volontà delle grandi case discografiche e con una propria etichetta (quella Swan Song del cui catalogo Physical fu proprio il primo numero). Sempre in questa occasione, capii anche l'immensa importanza che riveste, in generale, il secondo ascolto.
Oggi di Physical Graffiti, complice la sua ristampa, si torna a parlare molto. In questi quarant'anni, è continuato a piacere a tanti e a scontentare pochi. Al contrario di quanto occorso col successivo Presence, non si è assistito ad un processo di totale rivalutazione, perchè Physical convinse già nel 1975. Però è rimasto, a detta di tutti, il disco "difficile" degli Zed, lungo e ostico. Ho un amico che anni fa lo volle masterizzato su un singolo disco, lasciando fuori i pezzi più funkeggianti e portando la tracklist da quindici a dieci brani. Fu un esperimento curioso, ma utile a farmi capire che molto probabilmente anche io avrei effettuato la stessa, identica selezione. Analizzandone il lascito, ho ritrovato una magnifica The Rover in A Change Of Seasons dei Dream Theater e una passabile In My Time Of Dying nell'unico, omonimo album dei Pride&Glory, una vecchia band voluta da Zakk Wylde che pubblicava con Geffen. Di Kashmir continuo a considerare un capolavoro assoluto la versione presentata dai soli Page e Plant nel loro Unplugged (1994), così come amo le Ten Years Gone e Sick Again suonate sempre da Page coi Black Crowes in quel memorabile Live At Greek del 2000. Per il resto, non c'è tribute album che dedichi troppo spazio ai brani di Physical Graffiti, ma forse è meglio così. In questa ennesima, deludente deluxe edition zeppeliniana trovano spazio un paio di inedite e molte, troppe early versions delle canzoni presenti. Una buona opera di remix sulla batteria di Bonzo e la voce di Plant rilucidata al meglio, purtroppo, non bastano a giustificare i ventisette euro di spesa.

lunedì 23 febbraio 2015

Cowboy, "5'll Getcha Ten" [Suggestioni uditive]

Cowboy,
5'll Getcha Ten
(Real Gone Music, 2015)

★★★★
















Ad averlo saputo prima, forse era meglio nascere in epoche meno generose, riuscire comunque ad appassionarsi alla musica e diventare uno dei manager o produttori che, verso la fine degli anni Sessanta, si ritrovarono a lavorare per la Capricorn Records di Macon, Georgia, capitanata dai fratelli Phil e Alan Walden. Queste persone, solitamente appartenenti alla middle-class bianca e protestante, arrivavano un po' da tutto il Sud-Ovest ed erano molto diversi dai ricchissimi magnati dell'industria discografica che vivevano a New York, Los Angeles e Chicago. Illuminati sulla questione razziale e di idee progressiste, i produttori Capricorn erano abituati a muoversi in località sperdute, a frequentare saloon polverosi e malfamati e perfino fattorie e paludi pur di scoprire nuovi talenti della voce, della chitarra, dei fiati. La Capricon sarebbe divenuta l'etichetta sudista per eccellenza, dando fiducia a band spesso sconosciute e seguendo, con l'affetto che spesso si destinerebbe a dei figli, ogni artista messo sotto contratto nei suoi dieci anni di attività (avrebbe chiuso nel 1979 per poi riaprire prima a Nashville, nel 1991, e poi ad Atlanta, nel 2000, dove avrebbe chiuso nel giro di un paio d'anni). 
Un elemento non di poco conto fu che i fratelli Walden, emulando le major, decisero di aprire degli studi annessi all'etichetta: fu così che, sempre a Macon, sorsero i leggendari (e ancora visibili, per quanto chiusi da decenni) Capricorn Sound Studios. E fu proprio di là che, fra i tanti, capitarono i Cowboy, un sestetto nato principalmente on the road per volere dei suoi due leader, Tommy Talton e Scott Boyer. Tommy era una specie di hobo che, partito dalla natìa California con solo chitarra e quadernone di liriche, arrivò fino in Florida. Il sound della West-Coast si era ormai definitivamente imposto: i Doors e i Grateful Dead erano band da milioni di copie vendute, Neil Young era ormai un californiano d.o.c.g. e la seconda generazione, composta da futuri pezzi da novanta come Jackson Browne, stava già bussando alle porte. Il giovane Tommy Talton, invece, aveva preferito fare come Dylan (che in quei giorni lontani era a Nashville, a registrare Nashville Skyline) e puntare verso Sud. Boyer, invece, veniva da un paesello dello stato di New York e aveva un grosso problema: una rovente passione per il country-rock. I due si trovarono subito d'accordo e, ad Orlando, si misero sulle tracce di valenti musicisti per suonare canzoni che ricordassero i Poco, CSN&Y e Gram Parsons. Li trovarono e con Tom Wynn (batteria), George Clarke (basso), Bill Pillmore (tastiere) e Pete Kowalke (chitarra) fondarono i Cowboy, una band che non sarebbe certo passata alla storia della musica, nè avrebbe conosciuto il successo che tese ad investire altri complessi sudisti (e non mi riferisco solo alla sacra triade "Allman-Lynyrd-Marshall Tucker", che per noi southern-rockers è nettamente più importante del "Padre-Figlio-Spiritossanto"), ma che è comunque piacevole riscoprire.
Sono ben quattro gli album incisi in studio dai Cowboy, e i primi tre non sono mai più stati ristampati integralmente dall'anno della loro uscita ad oggi. Precisamente un anno fa, la Real Gone Music, etichetta specializzata nel riproporre tesori sepolti e dimenticati, ha presentato l'esordio Reach For The Sky (1970), timida silloge dalle sonorità soft-country prodotta dal noto Johnny Sandlin e abbastanza ai margini rispetto a quanto i fratelli Walden erano soliti offrire in quel periodo (tanto per dare un'idea, nel 1970 fecero uscire anche Ton-Ton Macoute! di Johnny Jenkins, Idlewild South degli Allman e l'esordio omonimo di Livingston Taylor, tutti dischi dalle forti venature blues che trovarono facilmente mercato e furono da subito riconoscibili come opere pienamente Southern). E oggi, a un anno di distanza, è arrivato, finalmente restaurato e su cd, il ben più noto 5'll Getcha Ten, pubbicato originariamente nel 1971 e secondo frutto della produzione di Johnny Sandlin.
Questo disco può essere definito, a pieno titolo, il loro capolavoro. E non solo perchè contiene la meravigliosa Please Be With Me (poi rifatta da Eric Clapton in 461 Ocean Boulevard), o perchè in diversi brani c'è- alla chitarra o al dobro, poco importa -una divinità chiamata Duane Allman, o ancora perchè il buon Pillmore passi in più di un pezzo dalle tastiere alla terza chitarra, cedendo volentieri il posto a un giovane e già fenomenale Chuck Leavell (futuro leader dei Sea Level e sessionman sia per gli Allman che per gli Stones, presso i quali è tuttora impiegato) e anticipando di pochi anni certi intrecci à la Lynyrd Skynyrd. 5'll Getcha Ten  è un grande disco, perchè quando un'opera inizia con un brano come She Carries A Child può trattarsi solo di un grande disco, e a riconfermarlo ci pensa la title-track. The Wonder è uno spettacolare lento che ricorda, senza problemi, tanti capolavori dell'epoca firmati dai Byrds o dalla Band. Ma finora, se si può dire, non c'è nulla di nuovo sotto il sole rispetto a Reach For The Sky: le effusioni hard rock di Shoestring e di Seven Four Tune e l'avvolgente cappotto bluesy che la chitarra di Duane Allman cuce addosso alla splendida Lookin'For You rappresentano al meglio i nuovi ingredienti che Talton e (soprattutto) Boyer- con la complicità di Sandlin e degli ospiti famosi -inserirono nel sound dei Cowboy. C'è spazio perfino per la psichedelia in Right On Friend (unico pezzo che stona notevolmente col resto in cui tornano a galla le origini West Coast di Talton) e per il country nudo e crudo, sia in un riempitivo mignon quale Innocence Song che nella splendida chiusura What I Want Is You. Ma la canzone forse più bella di 5'll Getcha Ten è un'altra ballata, quella meravigliosa All My Friends che risente di tutta una precisa atmosfera legata a luoghi, persone ed epoche che non torneranno più, ma che è bello poter almeno percepire, immaginare, sognare. 

giovedì 19 febbraio 2015

L'Oriana [Recensione]

<<Non ho bisogno di un biografo, né per me né per la mia famiglia. Come ho detto un'infinità di volte, ho sempre respinto attraverso i miei avvocati tutte le richieste di scrivere la storia della mia vita eccetera, e i miei legali hanno sempre bloccato ogni tentativo di altri, letterario o cinematografico che fosse. Non permetterò mai, mai, mai una cosa del genere>>. Parole pronunciate, nel 1993, da Oriana Fallaci, scrittrice e giornalista fiorentina scomparsa nel 2006 e di certo poco bisognosa di presentazioni ulteriori.
I suoi avvocati, così attenti e amorevoli, devono avere evidentemente chiuso lo studio, dal momento in cui è stato permesso alla premiata ditta Procacci&Co. di produrre e distribuire, sia in televisione (due puntate mandate in onda su RAI1 il 16 e il 17 febbraio) che al cinema (il film dura 106 minuti, è uscito il 3 febbraio ed è la versione di cui sto scrivendo), questo terrificante L'Oriana, una biografia ai limiti del tragicomico sul personaggio della Fallaci.
Vittoria Puccini è una macchietta che odora di parodistico, la regia di Marco Turco è un'offesa verso chi bussa da un ventennio alla porta di Viale Mazzini e non ha spinte per superare nemmeno i custodi. L'adattamento cura molto le parti che possono suonare politicamente corrette e riduce alla durata di pochi secondi la parte finale della carriera della Fallaci, forse giudicata "poco costruttiva" da chi questo cesso di biopic lo ha finanziato di tasca propria. La stampa destrorsa ha tirato su un bel vespaio sull'argomento, ma ha omesso un particolare di non poco conto: se anche L'Oriana avesse affrontato con sereno realismo e un minimo di onestà intellettuale in più gli ultimi anni di vita della Fallaci, sarebbe comunque stato un film di merda.

mercoledì 18 febbraio 2015

Pops Staples, "Don't Lose This" [Suggestioni uditive]

Pops Staples,
Don't Lose This
(Anti Records, 2015)
★★★★















Se non fosse morto il 19 dicembre del 2000, Pops Staples sarebbe oggi un magnifico ometto centenario e avrebbe una marea di aneddoti da raccontare a una telecamera nel corso della conferenza stampa del suo quarto album solista, questo Don't Lose This che esce per la Anti Records. E' stato un grande maestro, uno dei primi a fuggire dalle piantagioni di cotone (ultimo di quattordici figli, era nato e cresciuto in una fattoria fuori Winona, Mississippi) per seguire gli insegnamenti di Robert Johnson, Charlie Patton e Son House. Ed è stato uno dei "padri fondatori" del soul, ottenuto miscelando blues e gospel
Solitamente, non mi convincono i dischi postumi, le canzoni "ritrovate" in un cassetto e gli album che "se fosse stato sempre vivo...": le ritengo operazioni commerciali di dubbio gusto, spesso mirate ad arricchire una o più famiglie o peggio ancora un singolo, potente e avido manager che ha solo avuto la fortuna di essersi circondato degli avvocati giusti. Chi conosce a grandi linee il destino riservato alla gigantesca quantità di nastri di Hendrix dopo il suo decesso, sa di cosa parlo. E neanche l'incantato mondo del Pop è alieno a simili nefandezze: basti pensare ai vergognosi Michael (2010) e Xscape (2014) prodotti, in comune accordo, dai familiari di Michael Jackson e dalla Epic. Ma nel caso di Don't Lose This il discorso si complica. Pare infatti che la figlia Mavis avesse ricevuto, al capezzale del padre, alcuni nastri incisi rudimentalmente da Pops nell'arco dell'anno precedente e che proprio lui si fosse raccomandato di <<Don't Lose This>>. Si trattava di dieci canzoni, prevalentemente blues e gospel, con le sole chitarra e voce. Da brava figlia e collega, Mavis Staples ha aspettato quasi quindici anni  prima di rendere pubbliche quelle registrazioni, che ha preferito ripulire e arricchire di nuovi strumenti e voci con l'aiuto di Jeff Tweedy (leader dei Wilco e co-produttore di Don't Lose This, oltre che vecchio amico di famiglia). Grande assente, nell'opera di sovraincisione, è stata Cleotha Staples, figlia maggiore di Pops morta nel 2013: ma in compenso, sia Mavis che Yvonne si sono date un gran da fare nel tirare fuori la voce giusta per i cori di Somebody Was Watching, Better Home e Friendship o nel costruire un suggestivo, toccante dialogo col padre nella sublime Sweet Home. Ci sarebbe da sventolare il cappello anche di fronte a quei piccoli ma impagabili "ritocchi" di rhytm guitar firmati da Jeff Tweedy, al solido lavoro di batteria del di lui figlio (neanche ventenne) Spencer e al bel piano Wurlitzer di Scott Ligon, pronto ad arrivare laddove la chitarra del patriarca Pops sembra cadere.
Non è un album allegro o frivolo, Don't Lose This. Evidentemente, il Pops di fine anni Novanta bramava un ritorno ad una certa essenzialità di matrice blues che fino a quel momento era rimasta abbastanza adombrata nella sua discontinua (tre soli dischi in oltre quarant'anni di fervente attività) carriera solista: basta ascoltare la sua ennesima versione di Nobody's Fault But Mine per rendersi conto di quanto il soul, l'R&B e perfino il funk fossero ingredienti ormai superati. Con questo non voglio certo dire che Jammed Together (1969), Peace In The Neighborood (1992) e Father Father (1994) fossero brutti dischi, ma nessuno di loro si avvicina, per intensità e qualità, a quest'opera postuma. La rilettura di un paio di classici degli Staple Singers (la già citata Better Home, ma soprattutto Will The Circle Be Unbroken) e le covers (spicca quella di Gotta Serve Somebody, picco creativo del Dylan cristiano rinato) fanno il resto e confermano Don't Lose This come la degna conclusione della parabola artistica di Pops Staples.

martedì 17 febbraio 2015

Aidan, "Témno" [Suggestioni uditive]

Aidan,
Témno EP
(Red Sound Records, 2015)
★★★½
















In Levnad, breve, misterioso e quasi crudele incipit di Témno (primo EP e seconda uscita discografica ufficiale dei padovani Aidan), si riassumono molti influssi e molte costellazioni, oltre all'intera anima di questo nuovo lavoro del gruppo. Non solo è possibile percepire un'atmosfera di tensione interamente costruita sulle note di una viola, ma in tre minuti e mezzo capiamo che il cerchio aperto col difficile esordio The Relation Between Brain And Behaviour si è irreversibilmente chiuso. L'ars poetica degli Aidan non si è arenata in un post-metal che citava Sleep e Melvins, ma è andata oltre, utilizzando, fra l'altro, un mezzo ormai in disuso quale può essere l'EP, ormai svilito- un po' in tutti i generi -a mero strumento di promozione commerciale e non a raccolta breve di canzoni inedite e omogenee. Merito delle scelte del gruppo e della Red Sound Records per cui Témno è uscito, lo scorso 9 febbraio.
A dimostrazione della crescita qualitativa che ha avuto luogo negli ultimi due anni, troviamo Negazione dell'appartenenza/ appartenenza della negazione: doppio titolo e doppio ossimoro per questo straordinario pezzo strumentale e ipnotico. Un brano che altera la percezione all'atto dell'ascolto è già di per sè sintomo di un eccellente lavoro. E se è vero che le canzoni sono pensieri e danno la sensazione di fermare il tempo, meglio ancora è riuscirci con un pezzo del livello de Il terzo escluso, forse il migliore dei quattro, con le chitarre in primissimo piano e la drum-section (che nell'esordio poteva suonare un po' come il "tallone d'Achille" degli Aidan) intenta a fare il suo lavoro al meglio. Sempre ne Il terzo escluso trova posto un'ulteriore, graditissima sorpresa (almeno per un consumato cinefilo come me), ovvero uno stralcio del dialogo sulla bellezza che hanno Alfred e Gustav in Morte a Venezia di Visconti. 
Non è una tematica casuale, quella della Bellezza, nè l'inserimento della componente filmica va preso come mero capriccio formale o come semplicistico e patriottico omaggio a un tipo di cinema ormai in via di estinzione. Tutto Témno cerca di mostrare che nella musica, arte del tempo e del suo fluire, si nasconde un'utopia estetica precisa. E' un messaggio, o meglio ancora una visione musicale che rsi avvicina di più agli sporadici capolavori dei Tool piuttosto che ad un ennesimo esercizio di stile (magari anche riuscito) di una band post-tutto e sludge-metal qualsiasi, ma è anche una concezione della propria arte lontana dal rozzo spirito di commercio che ha ormai investito ogni cosa. Una concezione che ritorna (come ritorna, fin dal titolo, Morte a Venezia) e si palesa, in maniera definitiva, nella quarta canzone, Ora puoi scendere nella fossa insieme alla tua musica. Meno "di impatto" rispetto a Il terzo escluso, ma comunque funerea e ben ricollegabile all'introduttiva Levnad (di nuovo la viola), questa traccia di chiusura di media durata (5'28'') riaccosta mondi incomunicabili, ne esplica i contrasti ricorrendo al momento più duro del dialogo del film e tentando di cancellare dal suo orizzonte lo scorrere del tempo. Gli strumenti vanno annullandosi uno dopo l'altro; rimane soltanto il synth, che va a sfumare, come l'anima dell'artista che spira nella fossa del titolo. Non sarei in grado di dire se la musica di Témno (quattro brani, 2+2chiuda un cerchio, vada avanti o addirittura torni indietro: ascoltando la tracklist al contrario (non le singole canzoni, sia chiaro!), sembrerebbe quasi che gli Aidan viaggino verso regioni presignificanti e simultanee di un canto non scritto e non trascrivibile (i pezzi sono comunque tutti strumentali). Tuttavia, la loro musica guarda al futuro, ponendosi oltre una determinata e ormai quasi parodistica collocazione "di genere" e protendendosi verso qualcos'altro rispetto al mondo che conosciamo. 

lunedì 16 febbraio 2015

Cinquanta sfumature di grigio [Recensione]

Era dai tempi di Melissa P. di Luca Guadagnino che non si vedeva un film sul sesso, o meglio sulla formazione sessuale, vuoto e insulso come Cinquanta sfumature di grigio di Sam Taylor Johnson. Non che il cinema si faccia con i "se", ma davvero viene da chiederselo: chissà quale poteva essere il risultato, "se" davvero Erika Leonard James avesse ceduto i diritti dei suoi libroni per la trasposizione scritta da Bret Easton Ellis e diretta da Gus Van Sant? Probabile che il prodotto scaturito da questo incontro di autentici talenti sarebbe stato complessivamente superiore. Anche perchè da una novella simile perfino Bruno Mattei avrebbe saputo trarre un filmetto a luci rosse scorrevole, senza pretese e interpretato meglio dei due cani a cui è spettato questo "onore".
Sempre per essere chiari, ci tengo a specificare che io i libri non li ho letti e che, no, finora non me sono pentito. Temo di essere terribilmente snob in quello che leggo, così come lo sono in quello che ascolto e in quello che guardo. E di fronte a Cinquanta sfumature di grigio si palesa il pensiero che solo lo snobismo, quello autentico e genuino che ci portiamo dentro da tutta la vita, possa salvarci. La perdita di controllo a cui rimanda la frasetta ad effetto posta sulla locandina si verifica nel giro di otto minuti e va di pari passo con la perdità della lucidità di chi, seguendo questa storiella di passione fra una giornalista vestita come una ciellina e un giovane miliardario dall'oscuro passato e dalle capacità vicine a quelle di un super-eroe DC Comics, si annoia fino allo svenimento.
Qualche film sull'argomento da vedere al posto di Cinquanta sfumature di grigio? Tento un ordine cronologico, dopodichè mi perdo e sparo a caso:
1) Lolita di Kubrick.
2) Pretty Baby di Malle. 
3) Ecco l'impero dei sensi di Oshima (morto in questi giorni, fra l'altro).
4) L'adolescente  della Breillat (ma forse della Breillat vale la pena di vederli tutti i film).
5) la tripletta bertolucciana Ultimo tango a Parigi, Io ballo da sola e The Dreamers.
6) il recente Giovane e bella di Ozon.
7) Fish Tank di Andrea Arnold.
8) solo per chi se la sente, Visitor Q di Takashi Miike.
9) Turn Me On, Dammit!, film norvegese di cui mi sfugge la paternità (o maternità, non ricordo).
10) restando sui nordici, Fucking Amal di Moodysson, che ai tempi incassò quanto Titanic.
11) come dimenticare quell'altro recente capolavoro che è La vita di Adele?
12) Thirteen- 13 anni, che uscì quando anche io avevo (ancora per poco) tredici anni.
13) se riuscite a trovarlo, Naissance des pieuvres della brava Céline Sciamma.
14) c'è spazio pure per la commedia, grazie a Secretary di Shainberg.
15) Fuga dalla scuola media di Todd Solondz, che se avete delle figlie sarà bene vederlo dopo che hanno finito le medie. 
16) Charlotte For Ever di quel geniaccio di Serge Gainsbourg, che fra le tante ha trovato pure il tempo di fare il regista politicamente scorretto e di parlare di incesto.
17) Noche Blanche, con la Vanessa Paradis che ancora non poteva guidare neanche il motorino.
18) cult o scult che sia, anche Avere vent'anni di Fernando di Leo può rientrare, di diritto in questa lista.
19) Nymph()maniac: e c'è da chiederselo? Con ogni probabilità il film sul sesso definitivo.
20) qualsiasi videoclip di genere riusciate a trovare in rete sui siti specializzati. Devo proprio linkarli?