martedì 29 gennaio 2013

[Recensione] Lincoln

Lincoln non è un biopic. 
Lincoln racconta come, nel 1865, il senato degli Stati Uniti approvò il XIII emendamento (quello che aboliva la schiavitù). 
Lincoln non spiega il presidente Lincoln, non spiega l'uomo Lincoln, non narra la storia della sua vita, nè ne descrive i romanzati retroscena. E nel portare a termine questa operazione (operazione a cui ha lavorato per oltre sei anni) Spielberg si avvale di uno dei più grandi attori viventi (Daniel Day-Lewis), circondato da una galleria di personaggi eccezionalmente recitati (Tommy Lee Jones nei panni di Thaddeus Stevens è solo uno dei tanti). Siamo sicuramente lontani dal peggiore "Spielberg 2.0", quello che ha macinato miliardi e strappato lacrime banali oltre ogni limite con orrori come A.I., Minority Report, Le avventure di Tintin e War Horse, quello che ha rovinato un personaggio meraviglioso con Indiana Jones e il teschio di cristallo e che ha torturato gli spettatori con tutti quei primi piani sul Tom Hanks di The Terminal. Così come siamo lontani dallo Spielberg che spaccia per grande verità storica un colossale videogioco bellico come Salvate il soldato Ryan (film di cui si salverei quaranta minuti) o che pretende addirittura di regalare lezioni di umanità al mondo con noiosi melò quali Il colore viola, L'impero del sole o ancora peggio Amistad. Dopo anni di attività cinematografica, sembra quasi che il papà de Lo squalo (quello sì che era un capolavoro!) si sia fermato e abbia voluto regalare una lezione di storia ad un pubblico che si aspettava un kolossal sulla guerra di secessione. 
Ed effettivamente la lezione riesce: Lincoln coglie ogni sfumatura politica legata alle vicende esposte, è preciso nei tempi, nella ricostruzione e nella recitazione di ogni singola comparsa. Ma è la precisione di una statua esposta al museo delle cere: bella e accurata, ma terribilmente fredda. Le luci del mago polacco Kaminski sono efficaci, così come le musiche del "veterano" John Williams e i dialoghi firmati da Tony Kushner (che torna con Spielberg dopo l'ottimo Munich). Per la maniacale ricostruzione di ogni attimo precedente all'approvazione dell'emendamento va sicuramente lodato il lavoro svolto in sala di montaggio, ma è l'unico momento in cui davvero si avverte l'odore di ottimo cinema. E così, dopo ben 150 minuti, si esce di sala, sicuramente arricchiti, ma indecisi fra il sostenere di aver appena visto un film candidato a 12 Oscar o un documentario di History Channel più lungo del dovuto e girato da dei veri professionisti.
[Ah, dimenticavo. Chi crede nell'Oscar come istituzione e come sinonimo di "grande cinema", sappia che 12 candidature sono un'esagerazione per un film simile. Dunque, o chi di dovere vuole veramente molto bene a Spielberg (in passato gliene hanno voluto anche troppo), o semplicemente il cinema è messo molto, molto male. Io, da parte mia credo poco nell'Oscar, anche solo per un motivo: Stanley Kubrick non ne ha mai vinto uno] 

Making of "Gianpoppo&Gianciccio" [Extra]

Sostenevo nella precedente rubrica Extra che mi sarebbe piaciuto scrivere su Gianpoppo&Gianciccio, altro sfortunato fumetto dalla lunga progettazione e dalla breve durata. E visto che negli ultimi mesi- complice una lunga operazione di "messa in ordine" domestica -sono riuscito a recuperare un cospicuo numero di schizzi e disegni preparatori, ho deciso di rispettare il mio buono proposito.

Gianpoppo versione "acne" (2003)
Se Talpwoman era nato e si era sviluppato fra i banchi di scuola, G&G era stato pensato tempo prima, ai tempi delle scuole medie. All'epoca disegnavo moltissimo e mi piaceva creare numerosi personaggi, pensati per ipotetiche serie. Dato che a undici anni è altamente improbabile che un editore si offra di pubblicare i tuoi fumetti (ma questo anche a ventiquattro), mi inventai una rivista: in realtà, disegnavo solo la copertina, di cui annunciavo- molto "marvellianamente"- gli incredibili contenuti. Ed è qui che iniziarono a comparire, verso il 2002, due ragazzi piuttosto bislacchi: uno, Gianpoppo, era basso e magro, con enormi denti da coniglio, occhiali dalla forma esagonale e capelli ritti suddivisi in tre parti; l'altro, Gianciccio, era alto e obeso, con un bel nasone, i capelli scuri tagliati corti e una maglietta su cui erano raffigurati due ossi incrociati. L'idea era venuta a me e a un amico osservando una coppia di studenti del primo anno che prendevano l'autobus con noi. Nacquero quindi come figure caricaturali (che, tradotto, voleva dire "presa per il culo"), ma io non mi limitai a trattarli come tali. Infatti, divennero due piccoli grandi uomini, due eroi della provincia più profonda e spietata. Gianpoppo era, già nei modi di fare e nell'abbigliamento, un piccolo-borghese di periferia, viziato, cinico ma con un suo codice d'onore; Gianciccio, invece, era il ragazzo povero, costretto ad arrangiarsi, amico di persone poco raccomandabili, insomma, un vero figlio della strada.
Gianciccio e Topolino (2002)
Le gesta di questi due rimasero nella mia testa fino al 2006, anno in cui mi ritrovai direttore artistico del giornale d'istituto e dunque padrone assoluto delle creature fumettistiche che ne avrebbero abitato le pagine finali. Dal momento che l'episodio conclusivo di Talpwoman non sarebbe uscito, iniziai a scervellarmi su cosa far pubblicare: da principio, presi in considerazione Le 7 giornate di Grecia, fumetto autobiografico a cui lavoravo dall'estate; tuttavia, avevo una gran paura di presentare una storia che sarebbe potuta risultare troppo personale, e bocciai il progetto. Tornai così alle "origini" e pensai che fosse una buona occasione per mostrare Gianpoppo e Gianciccio alle prese con qualche strampalata situazione. Scrissi una specie di soggetto di una pagina, dal titolo La casa acida, ispirato da un filmetto britannico che si intitolava, appunto, The Acid House. La trama, a grandi linee era questa:

Siamo in una località lagunare. Gianpoppo, giovanotto di periferia la cui unica preoccupazione è sperperare il cospicuo patrimonio familiare, viene invitato ad una misteriosa festa su un'isoletta. La villa palladiana che ospita l'evento è nota ai più come "la Casa Acida", dove si balla, si scopa e ci si droga. Alla festa, Gianpoppo incontra Gianciccio, spacciatore obeso perennemente in difficoltà col gentil sesso. I due si odiano a prima vista. Alle prime luci dell'alba, entrambi lasciano la festa, ma non trovano il vaporetto che li dovrebbe riportare in città, bensì uno strambo traghettatore chiamato Il Pittore. Questi scorta Gianpoppo e Gianciccio, assieme ad altri quattro sventurati, su una misteriosa isola vicina. Qua ne vedranno di cotte e di crude, incapaci di realizzare se si tratta della realtà o è una semplice allucinazione dovuta alle sostanze ingerite alla festa.
Le due tavole del secondo episodio di G&G (marzo 2006)

Inutile dire che anche in questo caso non avevo la più pallida idea di come sarebbe andata a finire la storia, ma sapevo che potevo dedicare moltissimo tempo ad organizzare il lavoro e a realizzare le tavole. Al contrario dell'anno precedente, avevo a disposizione solo due pagine per i miei fumetti, e i primi due numeri del giornale uscirono privi della sezione comics. Se questo, da una parte, ritardò il lavoro, dall'altra mi permise di curare maniacalmente i disegni. Tuttavia, la cura tecnica non fu lodata dal nostro piccolo pubblico, che si concentrò esclusivamente sulla storia, ritenuta priva di spessore e senso. Gianciccio era un personaggio già conosciuto: il fidanzato assassino di Talpwoman ora diventava un trippone drogato dal cuore tenero, e questa cosa non sembrava riscuotere il dovuto consenso. E poi G&G fu recepito come uno spin-off di Talpwoman. I primi due episodi usciti comparvero nei numeri III e IV del giornalino, e nessuno sembrò apprezzarli o capirli. Ma a me non interessava se la gente li capiva o meno: io volevo solo disegnare e mettere i miei personaggi in situazioni allucinate. Tuttavia, per il terzo numero avevo in mente di far comparire la mitica "donna talpa" e di presentare Lucignolo, la figura che avrebbe scortato Gianpoppo e Gianciccio nell'isola misteriosa. Ovviamente, il terzo numero non vide mai la luce, e G&G finì, per il sollievo di alcuni, nel dimenticatoio.

CONTENUTI SPECIALI
Disegni e altro

Gianpoppo e Gianciccio in compagnia del beccamorto Cimiblock (2002)

Un Gianciccio "noir" con tanto di lupara (2005)

Gianpoppo e Gianciccio incontrano Lucignolo, futuro maestro di vita (2005)

Autoritratto con Gianciccio (2006)

Annuncio "promozionale" per il terzo episodio mai utilizzato (2006)
Locandina mai utilizzata per il primo episodio (2005)

Due vignette destinate al terzo episodio mai realizzato (2006)
Studio di Gianciccio (2006)





lunedì 21 gennaio 2013

Cosa aspettarsi da "Sin City 2- Una donna per cui uccidere" [Scosse]

Basta guardare la grafica del mio blog per capire che Sin City mi piace. Tanto. Lo amo e lo odio Sin City: è un effetto che mi ha sempre fatto. Amo e odio le sue storie, i suoi personaggi, ma soprattutto quello che i suoi personaggi si dicono e quello che i suoi personaggi fanno. Sin Ciy non è solo un fumetto o un film: è semplicemente una gran bella opera d'arte, di quelle che mettono in piedi un universo in cui, a momenti, si vorrebbe quasi vivere. Anche se, come quasi sempre, si finisce con l'accontentarsi del sogno.

Di Sin City 2 si parlò già nel 2006. Rodriguez si era detto molto interessato a girare un sequel che "completasse" e approfondisse le situazioni e i personaggi presentati nel primo film. Poi il regista texano si perse in altri progetti, regalandoci opere riuscite solo in parte (Planet Terror) e capolavori del calibro di Machete, ma negli anni ha sempre continuato a puntualizzare che Sin City 2 si sarebbe fatto. Frank Miller, sfortunatamente sempre più lontano dal suo mestiere (i fumetti), si concesse prima a quel delinquente di Snyder per 300 e poi prese la briga di omaggiare i fumetti degli altri dirigendo The Spirit, stroncatissimo ma tutto sommato divertente. 
Ora che purtroppo Machete Kills (di cui ho già ampiamente parlato proprio qui sul blog, in questa stessa rubrica) è stato interrotto per motivi legali, Rodriguez pare avere preso di nuovo per mano il vecchio Frank Miller e assieme hanno approntato soggetto e sceneggiatura del sequel. Le scene legate all'episodio di apertura sono già pronte, stando a quanto dichiarato dallo stesso Rodriguez, così come il cast del film recupererà molti personaggi del precedente. Rivedremo il colossale Mickey Rourke nei panni di Marv, Michael Madsen in quelli di Bob e Bruce Willis tornerà per raccontarci chi era John Hartigan prima dello scontro con "quel Bastardo Giallo". Veniamo ora all'altra metà del cielo, la parte più bella e toccante dell'universo creato da Miller: ritorneranno sia la "valchiria" Rosario Dawson che la "piccola e tenera" Nancy. Ad aggiungersi alla "vecchia guardia" vanno: Ray Liotta, Juno Temple, Jeremy Piven, Josh Brolin (che sostituirà Clive Owen per il personaggio di Dwight) e Joseph Gordon-Levitt, reduce da un 2012 che lo ha visto all'opera con maestri del calibro di Nolan e Spielberg. Realizzato interamente in 3D (e qui devo dire <<Ahia!>>), Sin City 2- Una donna per cui uccidere uscirà nelle sale il 4 ottobre 2013 e pare sia già candidato all'apertura della Mostra del Cinema di Venezia. 
Da parte mia, sono affettuosamente curioso e commosso, anche se ho un interrogativo: Ava Lord, che è poi la "donna per cui uccidere" del titolo (la storia, semplicemente meravigliosa, la trovate qua), chi la interpreterà? Io un paio di nomi in mente ce li avrei... e voi? 


sabato 19 gennaio 2013

[Recensione] Frankenweenie

Nel 1984, un 26enne Tim Burton girò una macabra parodia del Frankenstein di Shelley, dove il piccolo Victor riportava in vita il suo cane Sparky, morto in un incidente. Questo cortometraggio (26 minuti) prodotto dalla Walt Disney fu un cocente insuccesso di pubblico, tant'è che Burton fu addirittura licenziato dalla casa produttrice. 
Nel 2013, un Tim Burton invecchiato non bene e reduce da sei pellicole una più scadente di un'altra firma Frankenweenie 3D, lungometraggio animato prodotto ovviamente dalla Disney (qui ci sta bene un <<W la coerenza!>>) e ultima grande delusione per chi, come me, ha creduto nel talento di Burton (pur riconoscendone anche i grossi limiti) fino al meraviglioso Big Fish
Essendo miope e portando ormai sempre più spesso gli occhiali, non amo vedere film in 3D: anzi, se posso li evito con tutto me stesso. Tuttavia, il 3D ha saputo regalarmi anche grandi emozioni (su tutte, Tron Legacy, l'unico film in cui lo stesso 3D è funzionale alla storia), dalle pirotecniche sparatorie degli ultimi Resident Evil fino al più recente Lo Hobbit di Jackson. Frankenweenie parte col piede sbagliato, visto che propone un 3D totalmente inutile, fastidioso e applicato ad un cartone in stop-motion bianco e nero. Quindi, la "forma" già fa schifo. Il disegno è il solito disegno sviluppato da malati di mente e destinato ad altrettanti malati di mente: e cioè agli unici che ancora hanno il coraggio di spendere belle parole per queste bimbe anoressiche vestite di nero, bianche come mozzarelle, con gli occhi a palla cerchiati da spesse occhiaie. Va bene, a fine anni '90, ai tempi di Nightmare Before Christmas, poteva essere un'idea originale, ma quando si inizia ad applicarla ai film con attori in carne ed ossa e a qualsiasi altro cartone animato creato da Burton&co., rompe le palle. Gli unici che forse fanno un po' di soldi grazie agli imbecilli innamorati di questo mondo pseudo-goth-dark sono i tatuatori, felici come pasque di realizzare in serie teschi sorridenti, mostriciattoli e spose cadavere varie. Ma tanto, al di là della cupezza delle sue figure, Frankenweenie è una storia profondamente disneyana, con l'immancabile happy-end, la morale carina e "il mostro che è il buono e i buoni sono i mostri". Anche quest'ultimo meccanismo è affascinante, sì, ma dobbiamo prendere atto che non vi si può costruire sopra un'intera carriera cinematografica. La trama del film può funzionare, ha delle buone idee, ma lo svolgimento è più adatto ad un corto di mezz'ora scarsa (quindi alla forma della pellicola originale) che a un'ora e mezza di dialoghi noiosi e prevedibili quanto l'agnello in tavola a Pasqua; i personaggi sono piatti, morti, senz'altro adatti al pubblico "cadaverico" dei burtoniani d.o.c., che vi si ritroveranno con sommo piacere; non c'è un minimo di senso del ritmo, della tensione; nulla.
Insomma, mi viene da parafrasare una celebre battuta del compianto Groucho Marx: "Grazie, ho trascorso una piacevole serata al cinema. Ma non è questa".

[Recensione] Django Unchained

Potrei scrivere tonnellate di parole su questo film e condensarlo in una sola, cioè "capolavoro". Lo dico perchè amo sin dall'infanzia il genere western e mi piace molto Tarantino. Tenterò una via di mezzo.

Per cominciare, sfatiamo subito un paio di opinioni insensatamente diffuse. Django Unchained (che, per chi non lo sapesse, è l'ottava pellicola diretta da Quentin Tarantino) non è nella maniera più assoluta un film iscrivibile fra gli "spaghetti-western". I motivi sono semplici: basti dire che non è un film italiano (aspetto "geneticamente" indispensabile), e inoltre che gli "spaghetti-western"sono andati in pensione nel 1978, quando uscì Stella d'argento di Fulci. Ad ogni modo, se Django fosse stato uno "spaghetto", sarebbe stato sicuramente il migliore: una vera delizia per il palato del cinefilo. Quando, nel 2007, alla Mostra del Cinema di Venezia, sono stati presentati trentadue titoli appartenenti a questo fortunato filone, è stato proiettato (quasi) tutto il meglio del genere. Tarantino potrà aver contribuito a "riscoprire" un paio di opere, ma per il resto si trattava di film già famosi, realizzati da persone che il loro mestiere lo sapevano fare e molto bene; e i frutti di questo mestiere sono stati celebrati al meglio, in quell'occasione, e fine della storia. Insomma, quello che voglio dire è: si può organizzare una retrospettiva dedicata al cinema espressionista tedesco, ma nessuno dovrà per forza girare un elaborato e ultratecnologico remake hollywoodiano de Il gabinetto del dottor Caligari; e la stessa regola va applicata al Django di Corbucci, che non si è "reincarnato" nel Django tarantiniano in seguito ad una elaborata operazione "cinefilologica". E questa cosa, almeno in Italia, sembrano non averla capita tutti, visto che sia in sala che (cosa ben più grave) sulla stampa specializzata si continua a parlare di "rimandi", "omaggi" e altre amenità. Lo si capisce analizzando, a grandi linee, la trama.
1858. Il dottor King Schultz (Cristoph Waltz) è un atipico dentista tedesco che da quattro anni pratica la professione di bounty-killer nel profondo sud degli Stati Uniti. Uomo colto, illuminato e contrario alla schiavitù, libera il nero Django (Jamie Foxx), lo "ripulisce" e gli chiede la sua collaborazione nello scovare i fratelli Brittle, macellai religiosi e torturatori di schiavi. Durante il viaggio, i due si conoscono meglio, Django racconta a Schultz del suo passato e del suo matrimonio con Brunhilda (Kerry Washington), una bella e giovane schiava da cui è stato separato per mano del suo vecchio padrone. Egli è animato dalla voglia di ritrovarla e di renderla una donna libera; Schultz è colpito dal racconto del giovane nero, in cui ravvisa (complice anche il nome della ragazza) delle notevoli analogie con L'anello del Nibelungo. Dopo aver trovato, nella piantagione del "gentiluomo" del Tenneessee Big Daddy (Don Johnson), i Brittle e averli uccisi, Schultz propone a Django di lavorare insieme fino allo sciogliersi delle nevi, dopodichè lo aiuterà a trovare Brunhilda. E così accade. Grazie alle ricerche effettuate al mercato di schiavi di Greenville, i due scoprono che la giovane è stata venduta al famigerato Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), imperatore del cotone. Introdotti nelle sue grazie con la scusa di acquistare per una cifra sbalorditiva un lottatore di mandingo, i due cacciatori di taglie arriveranno fino a Candieland, dove dovranno tirare su una gigantesca e precisa "commedia", in cui nulla dovrà andare storto. E invece...
Opera immensa e ambiziosa, Django Unchained risulta essere il più bel film western dai tempi de Gli spietati di Eastwood, nonchè l'ennesimo capolavoro del percorso registico di Tarantino. Inoltre, con i suoi 165 minuti di durata, è l'opera più lunga del regista (finora deteneva il primato Pulp Fiction, con 154 minuti). Come già successo nel precedente Bastardi senza gloria, è la Storia ad essere al centro dell'attenzione: in questo caso, è una "storia orribile" (per citare una frase di Schultz, all'inizio del film), quella della schiavitù. Stia buono Spike Lee, che non ha visto il film ma ne ha comunque parlato malissimo, accusando (per l'ennesima volta) Tarantino di essere razzista: la verità è che Tarantino, pur non esitando a mostrare i negri più cattivi del mondo (in Django spetta nuovamente a Samuel L. Jackson questo arduo compito), porta da sempre avanti un'idea di cinema fortemente anti-razzista. Nei Bastardi un ebreo interpretato da un ebreo (Eli Roth) massacrava i nazisti con una mazza da baseball, qui Django uccide americani in cambio di denaro. L'americano, o meglio l'americano degli stati del sud è una persona di merda, e va punito con qualsiasi mezzo. La violenza che si scatena su persone che hanno agito indisturbate torturando e massacrando negri è non solo giustificata, ma quasi istruttiva: lo dimostra Django quando chiama attorno a sè i "fratelli", domanda <<Volete vedere una cosa?>>, e scarica il tamburo della Remington sull'uomo che frustava sua moglie. Django è l'uomo che la Storia ha messo in gabbia, e che, una volta liberato, non indugia e agisce, ribellandosi alla Storia stessa. Invece, se analizziamo i neri di molti film di Spike Lee (il caso più clamoroso e vergognoso è Miracolo a Sant'Anna) avremmo a che fare con personaggi che il regista priva della loro forza, della loro dignità, riducendoli a figure in grado solo di subire, manco fossero dei venditori ambulanti da spiaggia.
Il cast risulta curato come e forse più di sempre: Jamie Foxx è bravissimo; Cristoph Waltz è uno dei più grandi attori di tutti i tempi; Leonardo Di Caprio è uno dei cattivi più cattivi della storia del Cinema; Samuel L. Jackson è la versione oscura, cinica e malvagia dello Zio Tom; Don Johnson è un precursore del KKK, ignorante e stupido come un leghista nostrano; Kerry Washington non è la classica creatura femminile tarantiniana, ma brilla per bravura e intensità nei panni di quello che è forse il personaggio più drammatico; Michael Parks (che ha vestito i panni dello sceriffo Earl McGraw già sei volte, di cui tre con Tarantino dietro la macchina da presa) interpreta un ruolo marginale, ma "l'importante è esserci"; e lo stesso vale per Tom Savini (i suoi cani rabbiosi parlano per lui), Zoe Bell (ha sempre il volto coperto da un fazzoletto rosso, ma i suoi occhi sono ben riconoscibili), Ted Neeley, Robert Carradine, Franco Nero, RZA e lo stesso Tarantino (visibilmente ingrassato). Insomma, ogni singolo personaggio, anche il più secondario, è interpretato con classe.
E come il cast, tutto il film è lavorato con una perizia certosina (non esistono errori storici, ad esempio, nella scelta delle armi) e una mano ferma tipica solo di pochi geniali professionisti del Cinema. La musica è meravigliosa, così come la fotografia di Richardson. Abbondano, come sempre, gli omaggi a vecchi film: da Sentieri selvaggi a Navajo Joe, da Mandingo a Spartacus, da Arancia Meccanica a Il buono, il brutto e il cattivo, da Taxi Driver al Django di Corbucci; così come non mancano analogie con altre opere di Tarantino, da sempre appassionato "autocitazionista".
Si esce dal cinema coscienti di aver visto un film praticamente privo di difetti. E sono cose che succedono molto, molto raramente.


sabato 12 gennaio 2013

[Recensione-Scontro] Jack Reacher Vs. Cloud Atlas


Jack Reacher di Christopher McQuarrie è il tipico film d'azione intelligente. Intelligente perchè mette davanti a tutto un vero protagonista (Jack Reacher, appunto): fortissimo, grintoso, formidabile e che pur col suo metro e cinquanta (per forza, è Tom Cruise) di altezza fa piazza pulita come farebbe quell'impedito di Vin Diesel (il tipo di attore che Linneo avrebbe inserito volentieri nel suo catalogo delle specie animali). La regia è buona, senza troppe piroette pretenziose o effetti speciali dannosi; inoltre, c'è un lavoro di sceneggiatura eccellente, portato avanti dallo stesso McQuarrie, regista e sceneggiatore, fra gli altri, de I soliti sospetti (che non a caso, nel 1996, gli valse l'Oscar come miglior sceneggiatore): la storia infatti non è intricata e i personaggi sono tutti molto ben delineati (bravissimo Robert Duvall nei panni del marine in pensione), anche i più stupidi (l'avvocato non capisce veramente niente, i poliziotti anche meno). Werner Herzog (il grande maestro del cinema, esatto) è il cattivo del film, ed è cosa "buona e giusta". Tom Cruise veste un personaggio libero dall'imbecillità dei suoi ruoli "da duro" (su tutti, Top Gun e L'ultimo samurai) e si muove fra cazzotti ben assestati, una mira degna del miglior John Wayne e delle battute fenomenali. Infine, desidero puntualizzare che questo film contiene uno dei migliori inseguimenti di auto degli ultimi anni, lontano anni luce dalle cromature testosteroniche alla Fast and Furious. Insomma, chi esce dalla sala ammirando Jack Reacher e invidiando la sua forza e il suo carattere, può stare tranquillo: è puro cinema di intrattenimento, di quello buono. E va bene così. 

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C'era una volta Larry Wachowsky, che si era rotto le palle di essere uno dei due fratelli Wachowsky e aveva deciso di diventare donna. L'operazione riuscì (neanche poi tanto bene), ma risultò essere estremamente costosa. Allora Larry (che nel frattempo era diventato Lana) si ricordò che la sua nuova compagna di toilette Natalie Portman gli aveva regalato, alcuni anni prima, un romanzo intitolato L'atlante delle nuvole di David Mitchell. Parlò al fratello Andy di tirarne fuori un film, i cui giganteschi incassi avrebbero contribuito a coprire le spese mediche. Nel 2009 il progetto Cloud Atlas iniziò dunque a prendere forma, in gran segreto. Tutto era avvolto nel mistero, perchè i Wachowsky forse già sapevano che si sarebbe trattato di un film di merda e un po' si vergognavano. Dopo tutto, almeno un film a garbo lo avevano girato (Matrix) nella loro carriera (non uno di più, parliamoci chiaro). Il cast fu scelto di conseguenza: Tom Hanks, non lavorando ormai da anni con Spielberg ed essendo di conseguenza disoccupato, aveva bisogno di forti somme di denaro, per farsi una pensione; Hugh Grant, a causa delle sue numerose famiglie, giustificò la sua partecipazione con frasi come <<C'è crisi>> o <<Scusate, ma devo portare a casa la pagnotta>>; Halle Berry aveva in vista una chirurgia plastica al pancreas e alcune centinaia di migliaia di dollari in più non le avrebbero fatto scomodo; Susan Sarandon- che io amo e apprezzo molto -doveva comunque trovare il modo di continuare a comprarsi quantità industirali di sigarette; a pensarci bene, l'unico grande assente è Nicolas Cage. La trama, noiosa e inconsistente, ha il vantaggio di essere facilmente riassumibile. Cloud Atlas è un film che contiene sei storie, le quali si svolgono in un arco di tempo che va dal 1839 al 2321; i vari attori vestono molteplici ruoli in tutte le epoche e questi episodi hanno qualcosa in comune: fanno cacare. Cento milioni e passa di budget, tre registi (ai Wachowsky si affianca Tom Tykwer, regista teutonico famoso per il buon spy-movie The International e per l'imbarazzante Profumo), due direttori della fotografia ed effetti speciali freddi come la morte, e per cosa? Per quasi tre ore di pastiche fanta-storico-filosofico firmato da una coppia di artisti fra i più sopravvalutati della storia del cinema? Esatto. Cloud Atlas è come il film di  Operazione vacanze: la dimostrazione che al peggio non c'è mai fine. 

Play It Again, "Sam"! [Extra]


Sam è un progetto a fumetti a cui lavoro da agosto. 
Sam è una semplice fiaba metropolitana.
Sono alla ricerca di un disegnatore.
Chiunque fosse interessato può contattarmi inviando una mail a ferrucciobellesi@gmail.com.
Oppure rivolgendosi alla mia pagina Facebook (http://www.facebook.com/ferruccio.bellesi) o a quella del Plural Vision Studio (http://www.facebook.com/PluralVisionStudio).
O ancora contattandomi tramite questo blog.
Vi ringrazio anticipatamente.
E spero che il 2013 possa essere l'anno di Sam.