giovedì 28 febbraio 2019

Il mese del cambio delle vesti [Album]

E' capitato di rado di scendere sotto zero di rado, quest'anno. Al resto delle giornate si è scampati grazie a temperature che non sanno di niente. Manca la pioggia neutra, sfibrante e insignificante a cui questo mese mi ha abituato negli ultimi ventinove anni. Ora, in compenso, c'è sempre questo sole, grande e perfino preoccupante. Non ho memoria di un febbraio intimamente intenso come quello che mi sto lasciando alle spalle (ci si avvicina, in parte, quello del 2007). Momenti quieti e importanti e un attimo dopo pensieri imbizzarriti hanno imperversato nelle praterie del mio cervello. E' normale: "solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo". Ho ancora in mente i miei piedi stesi di fronte al televisore in quella  prima domenica sera del mese e Paris, Texas davanti, il cellulare che vibra e si illumina della luce di un qualcosa in cui forse, stupidamente, non speravo nemmeno più. 
E poi chilometri macinati, sale di attesa aeroportuali, baci dati e presi, musica ascoltata a volume insostenibile, fotografie compresse in un freddo involucro di plastica blu, visioni di serie tv troppo belle per essere solo serie tv, notti brave, albe intraviste a metà settimana, novità spiattellate e tramandate, canzoni cantate a squarciagola con sotto una chitarra vera ad accompagnarci, saluti a un binario del treno, tante promesse, i risvolti poetici e un po' stucchevoli di cosa significhi condividere l'erba sulla panchina di un parco dove sei stato bambino, abbracci che sembrano disinfettare la cattiveria che irriga il mondo, visite a neonati e battesimi, flussi di coscienza intonati ad alta voce su un letto matrimoniale, memorie preziose, appunti nel caos per un libro che uscirà a breve e altri per uno che non uscirà mai, una sbornia di sogni e canzoni in corso da ben più di un decennio, un domani che sembra davvero così lontano.
E vada a fanculo chi continua sostenere che le cose belle prima o poi finiscono.
Non solo non finiscono, ma mutano.
Mutano e vanno avanti.
In eterno.

Casa dolce (?) casa (2005, regalato e ritrovato).
Ombre.
Roma di A. Cuaròn.
Discutendo del perverso fascino dell'anarchia.
Foto mandate da donne che sentono Dylan e pensano a te.
Bigliettini handmade.
Re Lucertoluccio.
Sballi ravvicinati del terzo tipo a Favard Park.
Regali di fine artigianato battesimale.
On the Beach (pt. 2).

I pini che a Baratti...
Stella di mare.
Di notte, sotto San Domenico, come tante altre notti.
Finocchi Freschi del giovedì.
I 30esimi, di quelli belli.
Io e Bobo, sempre sul pezzo da molti anni.




mercoledì 27 febbraio 2019

Dream Theater, "Distance Over Time" [Suggestioni uditive]

Se è vero che nell'estate del 2005 ascoltavo Train of Thought tutte le mattine appena sveglio, nel letto, prima di andare in spiaggia e lo cantavo, facendo air guitar, sulla bici, è anche vero che i Dream Theater non sono mai stati il mio gruppo preferito. Certo che, per vari motivi, un disco come Images and Words se ne sta accanto ai vari Dylan, Guns, Neil Young, Allman, Dead, Stones, Maiden, Lynyrd, Zep e compagnia bella, ma da Octavarium in poi i Dream hanno fatto sempre meno parte della mia vita, dei miei ascolti, delle mie passioni. 
Un pezzo del mio cuore continua ad andare verso di loro, chiaramente, ma la sola presenza di James LaBrie (negli ultimi anni graziato da auto-Tune e in lizza per il ruolo dell'imperatore Ming in un remake disneyano di Flash Gordon) sarebbe bastata da tempo a giustificare l'abbandono di qualsiasi appassionato consapevole del fatto che, sì, c'è vita (e c'è progressive music) oltre i Dream Theater. 
A questa personale idiosincrasia negli anni si sono aggiunti, in ordine sparso: un cospicuo numero di album mediocri o direttamente inascoltabili; l'atteggiamento di restrizione intellettuale della loro fanbase prog-metallara (si veda la recente, demenziale indignazione per l'ingaggio più che secondario al Firenze Rocks); il fatto che, all'interno di un sedicente panorama progressive contemporaneo, le band egemoni siano altre e che tutte propongano musica che spesso conquista il mio interesse e il mio apprezzamento più di quella dei Dream Theater. 
Chi legge starà notando l'assenza di critiche a Mike Mangini, e va bene. Anche io vedo Mangini e rido, ma succede ogni qualvolta mi imbatto in un batterista coi guantini dotato di drum-kit a forma di castello di Grayskull o come quando vedo suonare la attuale formazione a tre batterie dei King Crimson (e si parla del più grande complesso progressive di tutti i tempi). Penso che sia normale per un fan di Art Blakey, Bernie Purdie, Levon Helm, Tony Allen o Gene Krupa, ma- andando oltre la risata -non ho mai visto alcuna nemesi o causa di rovine in Mangini. E se davvero pensate che Mike Portnoy sia stato per i Dream Theater ciò che Cliff Burton è stato per i Metallica, beh, cambiate spacciatore velocemente. 
Il nuovo Distance Over Time è superiore sia alle mie aspettative che all'inudibile singolo di lancio Untethered Angel (già negli annali del metal per lo sbellicante caso di plagio della copertina, copiata e incollata da quella dei veronesi Twintera). L'identità dell'album, i suoni, il mix, l'impeccabile produzione di Petrucci (sarebbe corretto parlare della sua migliore fino a oggi) iniziano infatti a emergere da Paralyzed, una canzone di quattro minuti a cui non manca niente e dove professionismo e abilità non pesano sull'animo dell'ascoltatore. Le barocche atmosfere- che avevamo apprezzato in pochi -del precedente esperimento teatrale The Astonishing sono molto più che lontane: qua si torna al basso pulsante di Myung e a chitarre che sembrano arrivare da oscure estensioni del cosmo. Lo stesso spirito di immediatezza (il disco dura miracolosamente 56 minuti) permea anche la successiva mini-suite Fall into the Light, devastata nei primi tre minuti da ritornelli che si confarebbero maggiormente ai Modà. 
Barstool Warrior stupisce subito per la perfetta architettura su cui viene edificata, poteva essere una canzone sofisticata, eclettica e in grado di alternare momenti di trasognata contemplazione a violente eruzioni strumentali: peccato che James LaBrie intervenga a 1'40'' e rifaccia capolino verso il quinto minuto a minare la credibilità delle geometrie tirate su da Rudess e Petrucci. 
Con Room 137 si torna a un metal di sintesi, elettrico, tirato, deturpato da un orrido eco nella parte finale. S2N è il classico caso di canzone progressive troppo lunga ma non interminabile, complessa ma non difficile, un susseguirsi di idee poggiate su un insolito- per i Dream -riff di basso elettrico che aprono le porte a At Wit's End, brutta, bruttissima copia carbone di Paradigm Shift dei LTE che inizia ad assumere un aspetto più credibile dopo quattro minuti, per poi perdersi di nuovo, fra insulsaggini pianistiche e uno sfumato "a sorpresa" messo lì forse per non prendersi troppo sul serio (i Dream Theater, possibile?). 
Out of Reach è la canzone con cui i Dream tornano, dopo diversi anni, a rincorrere un'idea di passaggio radiofonico: ballata senza pretese, stretta in un perimetro stilistico ed estetico che potrebbe suscitare gli interessi del pubblico extra-dreamers. Insomma, Another DayThe Silent Man o Hollow Years non sono mai sembrate così lontane, però ascoltare i vocalizzi di LaBrie nei dieci secondi finali senza mettersi a ridere potrebbe rivelarsi un buon esercizio di self-control. 
Pale Blue Dot si riappropria di una durata maggiore (otto minuti e mezzo) e lo fa partendo da un impasto di synth spaziale e favoleggiante. Il drumming di Mangini è disinvolto come non mai, le fughe di Rudess- così come le parti di chitarra, sia in arpeggio che solistiche -risultano di grande suggestione. Perfino LaBrie canta con naturalezza. Un tutt'uno solido e compatto che non tiravano fuori da almeno un decennio (e mi riferisco ai buoni momenti contenuti in Black Clouds & Silver Linings).
Non bastano di certo Paralyzed, Barstool Warrior o Pale Blue Dot a fare di Distance Over Time un disco di inarrivabile bellezza, ma questa brevità, questo "alleggerimento"- insolito per un gruppo da tre lustri in piena curva discendente ma profondamente pieno di sé -potrebbero suggerire che la deficienza è solo parziale. Pur trattandosi di un lavoro in retroguardia rispetto ai vertici creativi del 2003-2004, troviamo dei Dream Theater più rilassati e molto legati all'idea di band (il disco è il primo in vent'anni che hanno composto e inciso tutti assieme in neanche venti giorni). L'ambizione strutturale e l'epica strumentale di The Astonishing (che, come scrissi a suo tempo recensendolo, resta tutt'altro che un brutto lavoro ed è la migliore opera post-Portnoy del gruppo) lasciano il passo a canzoni che magari non diverranno dei cult domani ma che oggi scorrono fluide. 
Come se non bastasse, il debordante narcisismo di John Petrucci ha trovato la propria ragione di essere in una produzione che, vale la pena ribadirlo, è sopraffina. Magari loro per primi volevano scrollarsi di dosso la musica ipertrofica, tecnicistica e iperespressiva del quinqennio 2010-2015: sarebbe comprensibile, ma i metallari sono troppo spesso poco severi col proprio lavoro e al contempo pericolosamente orgogliosi e bigotti. E, proprio in virtù di questa scarsa capacità di auto-analisi, sperare che i Dream Theater si scrollino di dosso anche il cantante continua a essere utopistico.

venerdì 22 febbraio 2019

Bob Dylan & Grateful Dead, "Dylan & The Dead: Rehearsals 6/1/1987" [Suggestioni uditive]

Quando mi accusano di esagerare, che i Grateful Dead (più di Bob Dylan) son solo una mia "ostica" fissazione, soffro. 
Soffro per tutti quelli che ne hanno ascoltato due pezzi senza capirli. 
Soffro per chi si perita nel dare la colpa alla scarsa linearità dei ritmi, ai troppi tempi e agli altrettanti contro-tempi, al fatto che il cantato non sia quello dei Beatles, di Michael Jackson, di Simon&Garfunkel o de Il Volo e che le storie narrate non siano quelle di cui si occupa, in prevalenza, la musica pop. 
Eppure è vero: come Dylan, i Dead non sono roba per tutti, ma solo per chi, un passo alla volta, sceglie di superare il limite del banale e del prevedibile per andare oltre il senso comune della Musica. Come i sei concerti tenuti in USA nel 1987 dalla formazione Dylan& The Dead abbiano prodotto solo un omonimo, mediocre disco dal vivo e tanto malcontento rimane un mistero, insondabile e paradossale.
Grazie a una recente lettura su Kindle (Jokerman di Clinton Heylin, non il più preciso fra i dylanologi ma sicuramente meno pedante e saccente di Greil Marcus), scopro, dopo tre lustri di inesausta passione, nuovi indizi su quei dodici mesi strani e- come racconta lo stesso Dylan in Chronicles -difficili. Jerry Garcia spiega ad Heylin: "Mentre stavamo lavorando a Dylan & The Dead, vivemmo un'esperienza davvero strana. Andammo a casa sua a Malibu, dove lui aveva sette od otto di questi enormi cani, credo che fossero dei mastini o roba del genere. Appena arrivati, i cani circondarono le mostre auto, e lui venne a prenderci e ci portò in questa enorme casa che sembrava un castello. Sai, un grande caminetto, pareti in legno, un soffitto altissimo. Su un tavolo c'era uno stereo a cassette portatile, di quelli da trentanove dollari, nel quale ficcò la cassetta del disco, la fece andare e quindi disse: <<Non pensate che la voce sia mixata un po' troppo alta in quel brano?>>. Così ce ne restammo lì ad ascoltare quello che sarebbe diventato uno dei nostri dischi che suonava su quell'aggeggio da due soldi, e lui proseguì dicendo che, a suo parere, ci volevano un po' più di bassi". Tutto questo avveniva tempo dopo quelle discusse sei serate, sicuramente in un periodo di fermo contemporaneo o di poco precedente le sessions di Down in the Groove (dove alcuni morti riconoscenti ricomparvero, scortati dal fido paroliere Robert Hunter). Se è vero che Jerry Garcia non fosse legalmente in grado di poter rimettere mano al missaggio dei nastri dell'87 e che nessuno dei Dead avesse alcun potere decisionale sulla tracklist definitiva, è altrettanto sicuro che a Dylan- specie dopo l'inizio del NET (7 giugno 1988) -di quel live importasse davvero poco.
Nel corso del tempo, (pochi) bootleg di scarso valore tecnico e collezionistico hanno serpeggiato in rete senza mai soddisfare nessuno: anzi, alcuni di questi hanno perfino rafforzato la comune ostilità sia dei Deadheads che dei dylaniani nei confronti di questo tour. Personalmente, iniziai a rivedere alcune convinzioni sull'argomento un paio di anni fa, imbattendomi in una John Brown di presunta origine soundboard caricata su YouTube. Poi fu il momento di una devastante Tangled Up in Blue musicalmente già identica a quella della JGB, a cui faceva eco una Drifter's Escape bella e nervosa, col basso di Phil Lesh a fungere praticamente da seconda voce. Tentai di abbattere certi scontati commenti di critica (magari giustificati solo dal fatto che Dylan & The Dead è davvero il peggiore disco live di Dylan) e tramite un bel post di approfondimento sul sito Expectingrain.com mi ritrovai al cospetto del centinaio di titoli suonati e provati in preparazione al tour. Canzoni rare, ricercatissime, roba che Dylan non suonava da una ventina d'anni e che Garcia e Weir, di contro, gli imponevano, loro che con quella musica c'erano cresciuti e che stavano cercando, in quello stesso periodo, di portare il Dead-sound nel futuro.
A riprova che per Dylan il piccolo tour coi Grateful Dead (e non, come indicato da molti, quello più apprezzato e mastodontico con Petty e gli Heartbreakers) fu decisivo tanto nel toccare il fondo quanto nel dare una svolta all'approccio nei confronti della propria arte, è apparso da alcuni giorni un bellissimo e fieramente non-ufficiale bootleg da 1,5 GB (74 file .flac per un totale di 54 canzoni da distribuire su 6 cd) intitolato Dylan & The Dead: Rehearsals 6/1/1987. Si tratta, in prevalenza, di brani ottimamente registrati in quel di San Rafael, California. Perle da sorseggiare piuttosto che da tracannare tutto d'un fiato. Un caso anomalo di box clandestino che fa ordine con parsimonia e intelligenza, senza includere false partenze o scarti sfacciatamente superflui. Ma, soprattutto, che rende partecipe l'ascoltatore del racconto di un uomo in crisi che muove i suoi incerti passi fra una sala prove in affitto e il soundcheck di uno stadio. Dylan & The Dead, nella sua offensiva essenzialità costellata di scelte sbagliate e bassi pesanti, non ha mai restituito l'idea che quei sei concerti avessero rappresentato un nodo tanto cruciale nella vita di Dylan. Il bivio era chiarissimo a lui e anche al suo pubblico: smettere di suonare o andare avanti per sempre (da lì a un anno, non a caso, il NET). Ecco, tutto questo dalle Rehearsals traspare. Sembra quasi di poter vedere Jerry Garcia prendere per mano il suo mito di gioventù e mostrargli la strada che porta al palazzo della Musa divina. La band li segue, aiuta Dylan nel riprendere familiarità con canzoni ormai divenute soggetti estranei al suo intimo d'artista, gli fa riscoprire perle abbandonate lungo il cammino o mai toccate dal vivo. Se la scintilla del performer "a vita" ha avuto un origine, quell'origine è da ricercarsi qua dentro.
I Deadheads avranno già messo le mani su questo bootleg, perché loro per primi riconoscono- a ragione -la maggior parte dei meriti del tour ai Grateful Dead e in tal senso avranno di che godere; ma i dylaniani, o almeno tutti quei dylaniani che ancora si inoltrano nella musica di Dylan con lo spirito di chi legge un un giallo senza soluzione definitiva, dovrebbero ugualmente scaricare e ascoltare tutta questa mole di roba.
Per inciso, The French Girl  è commovente.

giovedì 14 febbraio 2019

Sbatti Ryan in prima pagina! [Extra]


Copio e incollo da un comunicato ANSA datato 14 febbraio:


Sette donne hanno accusato di molestie il musicista americano Ryan Adams. Un articolo del New York Times descrive l'artista in termini di bugiardo manipolatore, includendo accuse di abusi psicologici da parte della ex moglie, Mandy Moore. Un'altra donna dice che Adams le ha spedito messaggi esplicitamente sessuali e video durante una conversazione skype quando era una ragazzina. La star, famosa nei primi anni 2000, ha negato le accuse e sui social ha scritto "Non sono un uomo perfetto e ho fatto diversi errori, chiunque pensi di aver ricevuto del male, comunque involontariamente, da me ha le mie scuse profonde e senza riserve, ma il ritratto che viene fuori da questo articolo è sconvolgentemente impreciso. Alcuni dettagli travisati, altri esagerati, altri ancora completamente falsi. Non avrei mai avuto relazioni inappropriate con qualcuno sapendo che fosse minorenne".

Come succede in questi casi, si crea una frattura, una separazione in seno a chi segue e apprezza il personaggio. Per curiosità, sono andato a leggere anche il duro articolo del Times, che sembra somigliare molto a trappole mediatiche già viste e basate su dichiarazioni ad alto impatto emotivo e descrizioni artefatte. 
Per chi va oltre il giudizio spicciolo e la meccanica del #metoo, questi del moralismo social sono tempi duri e spietati. Le accuse contro Adams non sono state formalizzate, c'è già chi grida "al mostro!", ma è prematuro e- vista l'instabilità del soggetto -anche ingiusto. La sua reazione, a ora, si è tradotta in un comunicato stampa e in un video in diretta su Facebook che è stato velocemente cancellato. 
La società civile è piena di persone minate da mille debolezze e dipendenze, spesso sono colpevoli, altre volte sono solo bersagli facili. Personalmente, tendo a separare  da sempre l'uomo dall'arte. Insomma, non ho mai acceso un fuoco coi dischi dei Noir Désir o coi libri di Céline e spero di andare a vedere ancora a lungo i film di Roman Polanski.
Concludo dicendo che se qualcuno sta leggendo e ha già impacchettato i dischi di Ryan Adams per arderli sulla pubblica piazza, lo prego di contattarmi: di lui me ne mancano ancora parecchi.

giovedì 31 gennaio 2019

January in Satchidananda [Extra]

Filu 'e Ferru del primo gennaio.

Canvas.
A ogni azione corrisponde una reazione.

1a Liceo Classico A (2005-2019).

Triginta.

Definitely Dylan. 
Flippin'.
(Work in Progress) The Skull Series.
Sotto la neve, Piazza del Campo.

venerdì 25 gennaio 2019

"Il tempo è un oceano, ma termina alla spiaggia" [Extra]

Il prossimo aprile saranno quindici anni dalla mia prima volta con Kill Bill Vol. 2
Da allora non sono più tornato in quel cinema di Tavarnelle chiamato Olimpia (che per altro ricordo distrattamente), ma il film mi commosse e spiazzò come poche altre cose avevano fatto fino a quel momento. Dodici mesi passati a maledire un sadico, pazzo bastardo senza faccia e in meno di dieci minuti mi ritrovavo al cospetto di tutta la sua umanità, un'umanità che dopo l'orgia di teste mozzate e arti amputati a cui avevamo assistito la primavera precedente metteva perfino a disagio.
Per la calma apparente con cui David Carradine si rivolgeva a Uma Thurman, per il flauto di Pan che si sovrapponeva a un frammento della colonna sonora de Il buono, il brutto e il cattivo, per quella combinazione di sandali e stivali solcanti il portico della cappella nuziale dei Due Pini, Bill divenne subito, a inizio proiezione, il mio personaggio preferito. Un individuo attempato e ferito, un padre single coraggioso, un guerriero nobile e consapevole in partenza della furia vendicativa che si sarebbe abbattuta sulla sua vita. 
Il finale chiudeva il cerchio mostrando una vendetta consumata a ogni costo e quasi masochistica, ma l'inizio fissava un'istantanea di storia del cinema che in seguito nessuno è più stato in grado di girare. Prima che il maritino Tommy uscisse a controllare che fosse tutto a posto, Bill si accingeva a voler raccontare un sogno meraviglioso fatto alcune notti prima, la Sposa lo interrompeva, Tommy sopraggiungeva e il film proseguiva fra convenevoli e sangue. Cosa Bill avesse sognato non lo si sarebbe mai scoperto e probabilmente a più di metà dei presenti in sala neanche importava, eppure io me lo chiesi fino alla fine. 
"Che può avere sognato un poveraccio che sta per dare un ultimo sguardo all'amore della sua vita prima che questo si sposi?" fu un quesito che rimbalzò brevemente anche su dei puntigliosi fan-forum apparsi in rete dopo l'uscita del primo volume. 
Un paio di anni dopo, durante un'autogestione scolastica, organizzai un piccolo corso sul cinema di Tarantino e feci vedere entrambi i film a fila, lasciando un'oretta scarsa di spazio al rito del dibattito. Io non posi la fatidica questione e l'uditorio, entusiasta, fece domande e osservazioni senza mai ritornare però sul racconto interrotto del sogno di Bill. Ci fu chi mi domandò se l'esplosione del cuore con cinque colpi delle dita potesse fosse una mossa realistica e io- che ho sempre detestato infrangere i sogni di chiunque -mi limitai a dire che bisognava saper bene dove mettere le mani.
Successivamente, smise di importarmi cosa Bill avesse sognato. Ero troppo preso dai certi rancori personali e di quel capitolo in bianco e nero continuava a toccarmi in profondità solo ciò che si vedeva e quello che si dicevano Carradine la Thurman. E quello che accadeva iniziava a infastidirmi, perché mi ricordava la nostalgia per cose che non avevo vissuto ma a cui sentivo inevitabilmente, inconsciamente, di essere destinato.
Un paio di settimane fa, mentre percorrevo undici chilometri di sabbia e macchia mediterranea in direzione di una solitaria caletta facendo i conti col mio libro finito e il suo piano di self-publishing, con un colloquio per un nuovo lavoro alle porte e con una festa a cui avrei preso parte la sera stessa, ripensai a Bill. E Bill faceva di nuovo quel sogno meraviglioso, dove un essere umano ne incontrava un altro e quest'altro lasciava un segno. In bene o in male, non aveva importanza: al risveglio sapeva solo che ne era valsa la pena e che voleva raccontarlo alla Sposa. Poi, chiaramente, il ruolo dell'assassino bastardo prendeva il sopravvento e la rabbia finiva con adombrare il resto. Lì sussisteva l'errore. La pallottola usciva dalla pistola di Bill senza che questi si fosse preso del tempo per elaborare e riflettere, innescando così la catena di eventi sanguinosi che avrebbe messo in moto il plot di tutta la pellicola.
Ma noi non siamo Bill e un po' di tempo- che, per carità, "è un oceano, ma termina alla spiaggia" -meritiamo di prendercelo. Noi potremmo ancora avere l'occasione di confessare le nostre aspettative e di raccontare il sogno meraviglioso fatto quella notte. E dovremmo trovare il coraggio di concludere sul serio i nostri irrisolti per poi ricominciare ancora e ancora, fino a visionare in maniera superlativa ogni esperienza, ogni pianeta e ogni viaggio, temporaneo e non. Saper trarre fuori il meglio, riviverlo intensamente, proiettarsi nel futuro e giungere alla conclusione che tutto questo è stato bello al punto da star male. 

To be born again...


mercoledì 2 gennaio 2019

Saluti di inizio anno dalla terra delle ninne nanne [Extra]

Primo giorno dell'anno in cui io e tutti i miei coetanei, volenti o meno, passeremo dagli -enti agli -enta.
Vado a pranzo da mia sorella, nel Chianti Senese. Ho già l'iPod collegato all'uscita AUX di Ginetta e decido di scegliere con più cura del solito la prima canzone dell'anno, perché per quanto il tristissimo 2018 sia ormai alle spalle sento il bisogno di celebrare questo traguardo.
E perché è importante fare delle scelte e dare valore anche a se stessi. Non lo dico per individualismo, ma perché stamani, guardandomi, allo specchio, ho visto il risultato di sonno arretrato e, soprattutto, di un eccesso di scelte sbagliate. 
E poi basta merda. In materia, ho letto e sentito di tutto fino all'alba del 2019. 
Per capodanno, a lavoro, la voce di Massimo Ranieri usciva da un televisorino della cucina. 
Il liscio dominava la sala dove avevamo servito un'ottantina di ospiti (su un totale di duecento), mentre una musica da discoteca riminese (e no, non è un complimento) rimbombava in una saletta per giovani. 
Ho sorriso e fatto gli auguri a un centinaio di persone che sembravano sinceramente felici e ferocemente esaltate dai soliti discorsi e dalla stessa zolfa di tutti i capodanni. Eppure è grazie a loro se ho capito che anche il più umile e occasionale dei lavoretti è una palestra per la sopportazione dell'ipocrisia. 
La si può dominare, l'ipocrisia. 
Ci si può convivere nella vita pubblica senza mai smettere di condannarla e, allo stesso tempo, sognando un anno nuovo di lotta e orgoglio: per me, questo significa avere buona volontà nei confronti di quello che il buon Lucio Dalla chiamava "l'anno che verrà".
Poi c'è la dimensione privata, quella dove il coraggio di manifestare se stessi non può e non deve venire meno. Scegliere il bello- ciò che ci piace e ci arricchisce come esseri umani  e ci rende migliori -non è un atto edonistico dettato dalle possibilità materiali, ma l'unica forza necessaria per affrontare un progetto di vita sia personale che collettivo. 
Non capisco chi, intimorito, si autocensura quando si tratta di fare scelte che esulano dai luoghi comuni e che ripudiano il mainstream, la consuetudine, la normalità: quante occasioni per palesare la propria intelligenza e la propria superiorità (parola di cui non dobbiamo avere paura) ci hanno riservato gli ultimi trecentosessantacinque giorni?
Ci sono dei profeti del pensiero unico la cui unica preoccupazione è  quella di crescere bestie da soma (o pecore al pascolo, per adottare una variante ovina), entità che devono lasciare questo mondo senza avere raccolto un'emerita sega e, possibilmente, più malate e impoverite di quando sono arrivate.
Non prendiamoci in giro: non sarà Carlo Conti col suo ultimo dell'anno registrato su RAI1 ad asciugare le lacrime, il sangue e il sudore.  Si prenda, piuttosto, Days Between, una delle perle inedite che i Grateful Dead presentarono negli ultimi due anni di concerti, pezzi lunghi, canzoni eteree che prendevano forma sera dopo sera e avrebbero dovuto costituire un quattordicesimo disco in studio mai nato, ma ricostruito- non ufficialmente e in maniera mai riconosciuta né condivisa dagli ex-membri del gruppo -solo in seguito dalla consueta schiera di appassionati, bootleggers e filologi. 
So che ce ne sono a bizzeffe, ma sul momento mi risulta difficile trovare qualcosa che parli del tempo in maniera così precisa.
Come le sorelle So Many Roads o EternityDays Between non è mai stata presentata in italiano.  
Lo stesso titolo è di difficile traduzione. Letteralmente, significa "giorni fra", ma "fra" che o cosa non è dato saperlo. Alcuni siti suggeriscono "giorni di pausa", ma io preferisco optare per una soluzione maggiormente astratta e suggestiva: " i giorni di mezzo".
I giorni di mezzo.

C'erano giorni
e giorni,
e poi c'erano i giorni di mezzo.
L'estate vola e agosto muore,
il mondo diventa scuro e crudele.
Arriva il luccichio della luna
sugli alberi infestati di nero
L'uomo canta la sua stessa canzone,
il santo se ne sta in ginocchio,
gli spericolati ne escono distrutti.
I timidi invocano le loro richieste
e nessuno sembra sapere molto di più
di quanto chiunque possa vedere.
C'erano giorni
e giorni
e poi c'erano i giorni di mezzo,
quando navi fantasma con vele fantasma
solcavano il mare percorrendo maree spettrali.
Il fulmine del sole
colpisce gli sfocati occhi luminosi
La malinconia di un altro giorno andato,
una primavera bagnata di sospiri,
una candela speranzosa indugia
nella terra delle ninne nanne,
dove i cavalieri senza testa svaniscono
fra grida selvagge e solitarie.
C'erano giorni
e giorni
e poi c'erano i giorni di mezzo,
quelli in cui tutto ciò che volevamo
era solo imparare, amare e crescere.
Una volta tirati su nei nostri panni,
abbiamo detto loro dove andare.
Camminava a metà strada intorno al mondo,
sulla promessa di un bagliore,
camminava sulla cima di una montagna,
a piedi nudi nella neve.
Ha dato il meglio che ha potuto,
quanto bastasse non lo sapremo mai.
C'erano giorni
e giorni
e poi c'erano i giorni di mezzo,
lucidati come una pentola ricolma d'oro,
la più bella mai vista.
La fiducia sopravvive nei cuori dell'estate,
ancora teneri, giovani e verdi.
Lasciati sugli scaffali a raccogliere polvere
di cui non conoscono il significato,
dei valentini di carne e sangue
morbidi come il velluto.
Sperando che l'amore non li abbandoni,
i giorni di mezzo giacciono lì.