Giuseppe Vitale Trio, Juttin't Out
(Emme Record Label, 2018)
Per chi non avesse avuto ancora la fortuna di vederlo esibirsi dal vivo, questa prima produzione discografica del trio di Giuseppe Vitale (classe 1999 e originario di Vigevano) è sufficiente a dare un’idea della distanza che la separa da certa antipatia programmata cui ormai il jazz nostrano viene troppo spesso ricondotto e accostato. Juttin’Out (uscito per Emme Record Label lo scorso 30 marzo), fin dal titolo, ha l’ambizione di... continua a leggere su Free Fall Jazz.
Vivendo ho imparato una grande lezione, ossia che al mondo esistono solo due cose inossidabili: l'oro e Bob Dylan. Io, generalmente, investo sul secondo e così, appena quindici giorni prima del suo quarto concerto italiano in questa primavera, prendo due posti numerati in balconata al Mandela Forum e mi metto in attesa del 7 aprile. Non ho fatto i soldi, nè mi sono rimborghesito, nè miro a diventare uno di quei signorotti con la buzzetta che in vita loro hanno comprato quattro cd e che anche ad agosto si presentano col golfino sulle spalle ai concerti. Intanto- trattandosi del regalo di compleanno per Sofi -ho voluto scegliere personalmente dei buoni posti, e poi, vantando delle precedenti esperienze in questo palazzetto, ho preferito la balconata sia alla semplice tribuna (prezzo pressoché identico) che ai più economici secondo e terzo settore.
Il primo concerto di Dylan a cui ho desiderato prendere parte fu quello al Pala Malaguti (oggi si chiama Unipol Arena) di Bologna: si sarebbe tenuto il 10 novembre 2005. Con Nikke avevamo perfino fatto un sommo studio degli orari dei treni ed era andato delineandosi un piano secondo cui l'occasione per l'acquisto dei biglietti- troppo cari per le tasche di due sedicenni traviati da tutti i vizi di questo mondo -sarebbe stata fornita dalla vicinanza dei nostri compleanni (31 ottobre lui, 11 novembre il sottoscritto). L'impavida trasferta bolognese venne opportunamente bocciata dal parentado: inizialmente, sembrava che fossimo riusciti a barattare Dylan al Pala Malaguti per Robert Plant al più vicino Sasch Hall una quindicina di giorni dopo, ma poi i brutti voti, gli screzi familiari e altri tumulti interiori fecero il resto.
Bob Dylan @ Pala Malaguti, Bologna, 10/11/2005
L'estate successiva, forte anche della promozione del fortunatissimo Modern Times, Dylan tornò per una serie di concerti in località che oggi verrebbero ritenute "insolite": infatti, con l'eccezione di Roma (16 luglio), il NET toccò Pistoia, Paestum, Foggia e Cosenza. Va anche detto che il Pistoia Blues di quell'anno (il 27esimo) avrebbe fatto gola a chiunque (solo nella settimana precedente ci avevano suonato Ivano Fossati, Vinicio Capossela, Caetano Veloso e i Gov't Mule), ma io, in quelli stessi giorni, partivo per il mare e l'idea di organizzarmi o anche solo di provare a chiedere i soldi per il biglietto mi angosciava. Gino Castaldo, dalle colonne de la Repubblica del 17 luglio 2006, avrebbe definito il Dylan di Pistoia "sbilenco, vecchio e stonato".
Bob Dylan @ Pistoia Blues, Pistoia, 15/7/2006
Il biennio 2007-2008 rappresentò per me un netto stop da tutto ciò che ruotava attorno a Bob Dylan. Non ascoltai la sua musica, non comprai nè masterizzai alcun suo album, non mi curai di leggere la rassegna stampa che lo riguardava. Ascoltai, in generale, molto poco rock, presi le distanze dal dylanismo, non andai a vedere I'm Not There nè ne acquistai la colonna sonora (che ho riscoperto, anni dopo, anche grazie a Sofia). Le date di Torino e Milano prima, e di Trento, Bergamo e Aosta dopo non intaccarono minimamente la mia curiosità. Con lo stesso disinteresse finii le scuole superiori e di Bob Dylan non mi curai fino alla primavera del 2009, quando, inaspettatamente, un videoclip di MTV attirò la mia attenzione. Si vedeva un tizio sulla mezza età stempiato, pallido, col volto solcato da pesanti occhiaie, che camminava per strada, saliva le scale di questo motel di infima categoria (Astro Motel si chiamava) e con una busta di plastica rientrava in camera, andava per versarsi un dito di whiskey ma di colpo si arrestava. Fino a quel momento era stato un personaggio più che anonimo, triste, privo di rispetto per la sua persona ma non antipatico: tuttavia, il suo atteggiamento, la sua espressione (come accade in molti buoni film) cambiavano dopo aver udito un rumore insolito. Indugiava, afferrava un coltello dal piano cottura per poi gettarlo sulla moquette quasi subito, si muoveva nello squallore della sua stessa camera fino a trovarsi di fronte a una porta dipinta di bianco. Tirato il chiavistello, sembrava quasi di poterlo sentir trattenere un'imprecazione: una camera da letto con un cuscino macchiato di sangue e una catena a cui- ormai era chiaro -avrebbe dovuto esser stretto qualcosa che però non c'era. Il tipo, a questo punto, passava di diritto al ruolo dello stronzo: da dietro la porta bianca sbucava la protagonista, l'eroina di questa storia, una bella ragazza bionda, magra, col viso distrutto da lacrime e trucco sbavato e i vestiti logori. Una bottiglia di vetro esplodeva sulla testa del tizio con una violenza inaudita (non a caso, nel riquadro dove trovava spazio il titolo del clip, svettava, fra parentesi, la dicitura "explicit") e lui cadeva a terra, apparentemente svenuto. La ragazza tentava di fuggire dall'appartamento, mentre io mi domandavo chi fosse e cosa le avesse fatto il merdone e Dylan- ormai uno splendido sottofondo -cantava cose come "Continueremo ad amarci, graziosa piccola/ per tutto il tempo che durerà l'amore/ Oltre qui non c'è niente/ se non le montagne del passato". Poi il tipo si riprendeva e tornava alla carica, più rabbioso e incazzato di prima. Schiaffi, cazzotti, la ragazza che volava sul televisore distruggendolo e facendo venir meno la corrente in tutto il motel. Dio, sembrava l'incipit del primo Kill Bill, con lui che però si stufava, andava per metter mano a una siringa di narcotico e si vedeva infliggere una coltellata alla milza. "Giù per ogni strada c'è una finestra/ e ogni finestra è fatta di vetro/ Continueremo ad amarci, graziosa piccola/ per tutto il tempo che durerà l'amore". Stacco. La ragazza correva giù per le scale dell'Astro Motel con delle chiavi in mano e con un sorriso febbrile, disperato che le si delineava in volto metro dopo metro. Apriva una vecchia auto bianca ferma nel parcheggio e si sforzava di non guardare indietro: se lo avesse fatto, avrebbe visto il suo carceriere affacciarsi sulla balconata con passo incerto e la canottiera intrisa di sangue. La chiave da principio non entrava nel quadro, anzi, le cadeva proprio di mano. Arrivati fin qui veniva spontaneo urlarle <<Dai, cretina! Muoviti a partire, che lui torna!>>, e lui, puntualmente, tornava. Spiaccicava la propria mano sul finestrino, come lo zombie di un horror, proprio mentre la ragazza aveva trovato il modo di accendere il motore. Dettaglio del cambio, che veniva prontamente impostato in modalità guida. Alcuni metri in avanti, con il coglione che, in un ultimo disperato tentativo, sembrava perfino disposto a spendere le energie finali all'inseguimento dell'auto: un accenno di corsetta prima di fermarsi. La macchina faceva solo qualche metro, poi la ragazza si fermava, osservava la sagoma dello scemo nello specchietto retrovisore e, con un colpo deciso di cambio, accelerava a tutto gas in retromarcia centrandolo col paraurti posteriore. "Bene, la mia barca è nella baia/ e le vele sono spiegate./ Ascoltami, piccola, poni la tua mano sulla mia testa. / Oltre qui non c'è niente/ niente che non sia già stato fatto e niente che non sia già stato detto". Lui era riverso a terra con un buco nella pancia, frastornato da quell'ultima botta, presumibilmente moribondo. Lei scendeva dall'auto, gli girava attorno, si accovacciava e, alla fine, lo baciava appassionatamente. Incredibile, no?
Le tre date italiane del NET previste per un paio di settimane dopo erano state dichiarate sold-out da tempo. Forse era merito di Beyond Here Lies Nothin' o forse no, ma a me parve che una canzone di Dylan- per di più nuova, scatenata e moderna -avesse rinfocolato non di poco gli animi di noi ventenni. All'Università c'era chi aveva i biglietti da settimane: domandai a Lorenzo, uno dei pochi studenti con cui chiacchieravo (e chiacchieravamo principalmente di musica), se c'erano delle possibilità di ottenerli tramite alcuni suoi "canali" e a che prezzi, ma mi spiegò che era dura. Forse era vero, ma resta il fatto che lui al Mandela Forum finì con l'andare, mentre io me ne stetti a casa e mi sarei dovuto accontentare di scaricare un bootleg (qualità audience), di leggere qualche striminzito articoletto online e di contare i dodici giorni che mi separavano dall'uscita di Together Through Life, un disco che su una rivista del gruppo editoriale L'Espresso venne anticipato come "controverso" a causa di una (presunta) "copertina omosessuale". Ovviamente, anche in quell'occasione, nulla di più falso e travisato.
Copertina del bootleg fiorentino Return to Me, Bella Mia (2009)
Da allora è stato tutto un mentire a me stesso. Me ne uscivo dicendo di avere voglia di mettermi in strada per Dylan e poi, magari all'ultimo, adducevo scuse ridicole per non andare a vederlo: è successo a giugno del 2010 per una strampalata data viareggina, in vista del mio 22esimo compleanno (suonò di nuovo al Mandela l'11 novembre 2011) e infine per quella che, almeno sulla carta, prometteva essere una gran serata ma che da ultimo venne "spostata" dal Comunale di Firenze al Gran Teatro Geox di Padova (succedeva appena cinque anni fa). Nel frattempo, era anche uscito Tempest, uno dei pochi grandi dischi ad aver visto la luce in questo XXI Secolo, Dylan aveva rilasciato un'intervista all'edizione americana di Rolling Stone che era pura e impareggiabile letteratura e le cronache del NET parlavano di scalette mozzafiato e concerti straordinari. Poi, a fila, sono piovuti dal cielo i cover-albumsShadow in the Night e Fallen Angels, intervallati dai blindatissimi concerti nei teatri (Manzoni a Bologna, Arcimboldi a Milano). Il Nobel (e con esso il conseguente, insensato dibattito le cui scorie continuano a essere sparpagliate nell'aria tutt'oggi) e la pubblicazione di quel "telefonato" triplo omaggio all'American Songbook che risponde al nome di Triplicate hanno fatto il resto, accentuando in me e in moltissimi altri la curiosità, se non la smania, di poter avere un data del NET a portata di mano e- magari più difficile -di portafoglio. Tuttavia, Bob Dylan non si è visto in Italia nè nel 2016, nè nel 2017, ragion per cui le serate previste in questa primavera sono risultate essere ben nove, divise in due segmenti (3-9 e 25-27 aprile).
Dylan & The Dead (qualche anno dopo...)
IL CONCERTO.
Scelgo una maglietta dei Grateful Dead per il concerto. Non amo le etichette, ma so che Jerry Garcia approverebbe e quindi agisco di conseguenza. Se si ama Dylan, è impossibile prescindere dal filo rosso che lo collega ai Dead e viceversa. Data la vicinanza e le condizioni di organizzazione "umane" del Mandela Forum, abbiamo deciso di rinunciare a farci spedire i biglietti a casa e optato per la formula del ritiro sul posto. Ragion per cui, appena parcheggiato Ginetta lungo viale Manfredo Fanti- sul lato di fronte al palasport -ci mettiamo subito in cerca di due cose: la biglietteria che sulla mail viene indicata come "ingresso B" e un paio di birre gelate. Facciamo il giro del palazzetto, ci imbattiamo in un inserviente che ci spiega che di ingressi ce ne è uno solo e che di conseguenza anche la biglietteria è unica. A parte questo dettaglio, la scelta si rivela vincente: la biglietteria ha sei sportelli di cui quattro liberi e sorge dirimpetto a quei chioschini dove una birra e un panino costano più di un week-end a Ortisei in alta stagione. Come ho scritto all'inizio, non sono un novellino e questo è il mio quarto concerto al Mandela. Mostro un documento e i biglietti sono in mano nostra: ordiniamo due birre e brindiamo a loro, a Bob, alla serata, alla vita. Sofi mi scatta una foto di fronte alla cancellata. Butto un occhio all'unica bancarella installata fuori, mentre tutto attorno a noi inizia a stringersi un pubblico che per certi versi trovo perfino più eterogeneo (e senza ombra di dubbio meno caciarone) di quello presente a Lucca per i Rolling Stones. Adocchio una maglietta della Triumph Motorcycles che altro non è che la replica di quella che Bob indossa nella copertina di Highway 61 Revisited, ma poi penso a quanto in realtà le Triumph mi facciano cacare e torno sui miei passi. La compagine bikers del pubblico è bella nutrita: tutti membri di alcuni Harley Davidson Club del centro-nord. Nessun fracasso: si tratta perlopiù di padri di famiglia o pensionati che amano stare fra di loro, "in branco". Anfetamine, stecche da biliardo, coltelli e altra roba sono rimasti sul set di Sons of Anarchy, ma vederli in un numero così nutrito fuori dalla cancellata di un concerto di Bob dà tutto un altro sapore alla vicenda.
Verso le 20:00 ci presentiamo al gate che conduce alla balconata e alla sopraelevata. Una ragazza che arriva a fatica a diciotto anni chiede a Sofi di porgerle la borsetta: una rapida controllata, mentre il mio giubbino di ecopelle nera neanche viene considerato. Nessun metal detector, nessuna perquisizione mirata alla sottrazione di acqua e cibo (tutto per farteli ricomprare dieci metri dopo i cancelli a un prezzo cinque volte superiore). Totale rilassatezza, con l'eccezione di un dettaglio che chi è un po' ferrato su ciò che ruota attorno al NET conosce bene: l'assoluto divieto di fare fotografie e video all'interno. Nessuno, specie negli ultimi anni, è mai stato così stupido da andare a vedere Dylan portandosi dietro attrezzatura professionale o semi-professionale (a che scopo poi, quando il divieto viene esteso perfino ai giornalisti e agli addetti del settore e nessuna telecamera può avere accesso negli ambienti in cui si tiene il concerto), ma la leggenda vuole che, sia in USA che nel resto del mondo, continuino a presentarsi, talvolta, degli sprovveduti con reflex a tracolla e obiettivi di ricambio e che le discussioni per lasciare quel materiale nelle mani della security possano protrarsi fino a concerto concluso. Da parte mia, ho un telefono senza fotocamera e nessuna macchinetta nascosta nelle tasche dei jeans, ma non nego che una foto o un video della serata mi piacerebbero molto. Un lungo corridoio ci conduce fino al settore 1, dove si trovano la balconata e i nostri posti. Ci accompagna una maschera del palazzetto. Tanta professionalità mi mette a disagio. Mi sembra di essere in Scandinavia: tutto perfetto, tutto fila liscio, pochissime file e quelle poche ordinate. Ovviamente, non faccio paragoni con le grandi arene estive bazzicate lo scorso anno: qua i posti (esclusivamente a sedere) sono risicati, la deontologia dylaniana non è per tutte le bocche, ecc., ma devo ammettere che l'organizzazione risulta vincente e i nostri posti- prima fila, mica lapislazzuli! -quanto di più bello potessimo ottenere.
C'è una discreta fetta di critica specializzata (per altro di origine dylaniana controllata e garantita) che ha bocciato inesorabilmente i concerti romani, il che mi dà da pensare: <<Stai a vedere che vengo io e Dylan è alla frutta, fa un concerto di merda e mi becco un anno funesto per tutto il NET!>>. Venerdì sera, fuori con gli amici, viene rivolto a me e Sofi il seguente discorso: <<A me Dylan piace, gli voglio bene, ma posso dirvi che dal vivo fa cacare>>. Chi parla lo ha visto nel 2011, sempre al Mandela, con Mark Knopfler in apertura e poi in un duetto frutto, all'epoca, di non poche contestazioni critiche. Inizio a sudare freddo. Migliaia di domande iniziano a tempestarmi il cervello, ma alla fine un quesito lo fanno a me, tranquillizzandomi su attendibilità e consistenza di quanto è stato sostenuto poco prima: <<No... ma che poi lo vedete con la Band, ossia con The Band! Giusto? E' ancora The Band la Band di Dylan, vero?>>. In pratica, è come se io, di fronte a una tavola imbandita, stessi ascoltando degli amici parlare di calcio e dell'andamento della campagna acquisti effettuata dalla dirigenza della Fiorentina e decidessi di intervenire dicendo <<No... ma ora è così, ma poi vedete che Cecchi Gori qualche cannoniere lo compra! Giusto? E' sempre Cecchi Gori il presidente della Fiorentina, vero?>>. Il paragone può rendere l'idea?* Ad ogni modo, sono le 20:30 e l'attesa si fa spasmodica. Dietro di noi una simpatica comitiva di genovesi, capitanata da un signore con occhialini tondi e maglietta col logo della serie di documentari The Blues prodotta da Martin Scorsese (a fine serata ci daremo la mano e ci complimenteremo a vicenda per le t-shirt e, sì, sarò un narcisista di merda, ma a certi concerti vado anche per queste soddisfazioni) sta prendendo posto e gioisce della severità riguardo l'impossibilità di immortalare i momenti salienti della serata. Effettivamente, questi smartphones pronti a filtrare ogni momento e ogni emozione, il semplicistico, allarmante concetto secondo cui tutto ciò che ormai non è "immortalabile" non esiste e questo presenzialismo volgare e avvilente, beh, hanno davvero stancato. Scarico parte dell'adrenalina facendo una corsetta lungo il corridoio e spingendomi fino all'estremità della balconata, da cui scatto una fotografia badando a non farmi vedere dalla sicurezza, già sul piede di guerra con chiunque osi anche solo azzardarsi a puntare il telefono in direzione del palco.
Raccontato così, potrebbe sembrare un eccesso di accanimento, ma stare due ore senza preoccuparsi della selva di cellulari che illumina una platea o, peggio, che ostruisce la visuale è una lezione di civiltà non di poco conto in un mondo di oscenità social senza fine. I faretti della security non risparmiano nessuno, la gente si lamenta (<<Eh, ma io ho speso...>> è l'angosciante filastrocca che in molti non mancano di ripetere, come se un dispendio di denaro bastasse a comprare la libertà di fare ciò che si vuole sbattendosene delle regole più elementari). E poi, se ci si pensa bene, in ogni concerto sarebbe vietato documentare con audio, video o immagini ciò che succede sul palco. Poi sta tutto alla discrezione del management o dell'artista decidere di utilizzare o no il pugno di ferro. Dylan tiene sotto scacco il proprio management esattamente come- da oltre quarant'anni -tratta al proprio pari la più autorevole casa discografica al mondo: di conseguenza, le leggi del NET le detta lui. Torno al mio posto che il palazzetto è quasi del tutto riempito. Alla mia destra, due motociclisti inglesi con un secchiello di plastica contenente quattro grossi boccali di birra alla spina, due per ciascuno di loro. Li saluto, prima in italiano, poi in britannico. Anche loro sono sulla strada: fanno il tour italiano. Mancano meno di dieci minuti alle nove. Inizio a spiegare a Sofi che il pianoforte Yamaha è lo stesso che, dal 30 giugno 2012, è stato scelto per mandare in pensione il mitologico organo Korg CX3, a sua volta entrato nell'armeria del NET nel 2006, col preciso scopo di sostituire l'atroce pianola che, illo tempore, qualche giornalista aveva definito un perfetto "strumento di tortura" e che Bob aveva sadicamente imposto al proprio pubblico e ai suoi musicisti per ben tre anni. Potrei proseguire raccontandole che la chitarra è scomparsa dalla strumentazione di Dylan da molto tempo, e che anche l'armonica (il cui supporto è stato dato per disperso nel novembre 1994) non salta fuori dalle sue tasche più tanto spesso, ma le luci di colpo si spengono e lo stomaco mi si contrae. Gli orologi segnano le 21, diverse sedie sono vuote: qualcuno non ha ancora preso posto, ma Lui i ritardatari li tratta così e il "quarto d'ora accademico" forse è un ricordo del tour europeo con Mick Taylor e Santana (1984), ma è un'altra epoca, un altro mondo, un altro Dylan. I sette fari cinematografici che sovrastano il palco sembrano esser stati spenti da qualche tecnico malandrino, quando Stu Kimball sbuca da dietro una tenda e improvvisa un giro di accordi con l'acustica. In platea qualcuno si alza in piedi, noi applaudiamo composti. Delle sagome oscure, da film western, fanno il loro ingresso sulla scena: una di loro è senza cappello, somiglia a una shilouette di capelli a cespuglio venuta ad attirare su di sè tutti gli applausi. George Recell inizia a percuotere la batteria (per tutta la sera manterrà un suono incredibile, mai sentito nulla del genere in concerto prima d'ora, e non ho davvero idea di cosa possa conferirglielo), la band si compatta, una musica grandiosa prende forma e nove lampadine aumentano di intensità. "Un uomo preoccupato con un animo preoccupato" inizia a pestare i tasti del pianoforte (per tutta la sera verranno prediletti- non chiedetemi perchè -i tasti neri) e Things Have Changed (canzone Premio Oscar nel 2001) irrompe dentro al Mandela. Devono succedersi Don't Think Twice It's Allright, Highway 61 Revisited e Simple Twist of Fate prima che io realizzi veramente chi ho di fronte e a che razza di spettacolo stia assistendo. Ho passato i 28 anni, vedo concerti rock da quando ne ho 14 (dunque, ormai posso dirlo, metà della mia vita) ed è come trovarsi costretti a fare un reset completo di ciò a cui si è assistito fino a questo momento: nulla a che spartire con le mie precedenti esperienze, nessun termine di paragone, nessun collegamento.
Mentre Donnie Herron si trastulla con uno dei tanti intermezzi strumentali che ci regalerà stasera con la pedal steel e Charlie Sexton lo segue a ruota, Dylan muove la testa pian piano, la scenografia muta di nuovo- fino a poco fa il gioco di luci e panneggi mostrava una foresta, mentre adesso si delineano delle geometrie meno nitide -e quell'ipnotico, disinvolto swing ferroviario che apre Duquesne Whistle inizia a permeare ogni centimetro quadrato del palazzetto. Il genovese dietro di noi, tranquillo e pacato fino a un attimo prima, scatta in piedi travolto da quell'incredibile amalgama di generi e inizia a gorgheggiare dei lunghi <<Yeaaah! Yeaaah!>>: Tempest è uscito da quasi sei anni, ma le sue canzoni continuano a destare meraviglia anche in chi Dylan lo conosce bene e sa quanto in alto possa arrivare. A conclusione del pezzo, le luci vengono abbassate di nuovo fino quasi all'impercettibile: seguiamo, in silenzio, la sagoma del vecchio Bob aggirarsi nel buio e, quando i fari si riaccendono a mostrare solo le tende sullo sfondo, lui se ne sta al centro del palco, in piedi, le gambe divaricate di fronte a un microfono ad asta lunga. Una Melancholy Mood così ormai non sarebbe in grado di cantarla nemmeno Tom Waits: Donnie Herron e Tony Garnier ci mettono del loro, ma tutti gli occhi sono per Dylan, la cui voce risuona in mezzo all'uditorio ed è bellissima, migliore perfino rispetto a quello stile clean che ha conquistato tanto successo negli ultimi album. Quest'uomo di 77 anni (ma che potrebbe avere qualsiasi età, perchè, come cantava in My Back Pages, "I was so much older then/I'm Younger that then now") che dondola l'asta del suo microfono come un divo del rock&roll anni '50 stasera è proprio venuto a mostrarci l'anima badando bene, però, di farci tirar fuori le nostre. Segue una triade di pezzi opinabili: Honest With Me (unico brano che in tutta la sera non riconoscerò nè dal testo, nè dalla melodia) non mi fa impazzire neanche su "Love and Theft", mentre Tryin'to Get Heaven è solo uno dei picchi di quell'opera maxima anche detta Time Out of Mind e a cui Dylan, ventuno anni dopo la sua pubblicazione, continua ad attingere e a rifarsi (si dica quello che si vuole, ma, in termini musicali, tutto il NET post-1997 guarda a Time Out of Mind molto più che a qualsiasi altra pubblicazione dylaniana precedente). Pura epica che però- in questo arrangiamento live in tutto e per tutto simile a una brutta copia di quello incluso nel terzo cd di Tell Tale Signs -non decolla nè emoziona. Once Upon a Time resterà l'unico estratto da Triplicate: suonato bene e cantato meglio, ma terribilmente freddo, costruito, poco convincente: senza dubbio, l'unica canzone che potrebbe giustificare le feroci e puerili critiche intentate alle serate romane da una stampa o ignorante o semplicemente impreparata.
Prima dell'ultima strofa vado a pisciare ed è allora, di fronte al cesso, che realizzo che Bob Dylan esiste davvero, non me lo sono inventato. Non è solo una voce che da tanti anni risuona nel mio impianto, nelle mie cuffie, nella mia macchina e che mi aiuta a interpretare, accrescere e vivere meglio la vita. Se ne sta di là, a qualche metro da me, dietro il muro del bagno. Una stratosferica Pay in Blood- che, a mio avviso, è anche una delle cinque più belle canzoni scritte da Dylan nel nuovo millennio -restituisce la serata agli annali migliori del NET, Tangled Up in Blue (che da sempre sgomita per stare sul mio personale podio delle tre canzoni più belle di sempre) oscilla fra l'irriconoscibile e il recitativo: ecco, se c'è una critica da muovere alla scaletta (scaletta "fissa" ma di sacrosanta bellezza), è che i pezzi degli anni '70, in questa fase della carriera di Bob, sembrano fare più fatica rispetto a tutti gli altri. Ma da questo momento in poi il concerto risulterà solo perfetto, brano dopo brano: Soon After Midnight è addirittura più bella dal vivo che in studio, Early Roman Kings- fra i tanti blues lenti o veloci suonati stasera -è in assoluto il miglior dodici battute del repertorio, Desolation Row, semplicemente definitiva nel suo incedere jerrygarciano, mi fa inorgoglire di aver scelto la maglietta dei Dead. Il pubblico batte le mani a tempo, Dylan sembra divertirsi come un bambino, i ragazzi dietro di lui pure. Love Sick è una canzone tosta e difficile, eppure con quale violenta disinvoltura e con che classe viene gettata in pasto a un pubblico che, magari, da troppi anni ne ascoltava solo la versione dei White Stripes. Thunder on the Mountain potrebbe seriamente competere come miglior brano della serata: arrangiamento al fulmicotone, chitarre talmente tirate che sembra quasi di scorgere il fantasma di Chuck Berry intento ad aggirarsi sul palco, assolo di batteria che toglie il fiato. Con Autumn Leaves si torna dalle parti diTom Waits: sul finale- cantato però con un piglio virtuosistico da talent show immaginario -il Mandela viene giù e tributa a Dylan il più colossale scroscio di applausi della serata.
E poi è il momento di Long and Wasted Years, la canzone che aspettavo, quella che da anni ambivo a sentire "in diretta", il mio brano preferito di Tempest. Perfetto esempio di sintesi carveriana e brano monumentale sin dal suo apparire nei concerti del NET a cavallo fra 2012 e 2013. Ogni secondo della Long and Wasted Years di questo 7 aprile 2018 fa accapponare la pelle: è un sussulto d'artista senza eguali, suonata alla perfezione e cantata in maniera abbagliante. Dylan canta, anzi, racconta il viale del tramonto, dà volume a un brano di neanche quattro minuti che da sei anni sta crescendo, giorno dopo giorno, caricandosi di ulteriori significati. Quest'ultima performance ruba applausi a scena aperta, ulteriormente amplificati dall'uscita di scena del gruppo. Ritornano tutti dopo pochi secondi. E' il momento degli encores. Donnie Herron impugna un violino (suona davvero di tutto questo tizio!) e inizia la ricostruzione totale della più famosa fra le più famose canzoni del repertorio di Dylan: ancora non possiamo saperlo, ma stasera Blowin'in the Wind, l'innocua canzoncina pacifista che ormai troviamo tradotta fra le pagine di ogni sussidiario di scuole elementari e superiori, sarà roba da primo amore. Come si fa a mantenere vivo e fresco uno dei pezzi di musica più famosi del Novecento? Semplice: basta chiamarsi Bob Dylan. Quasi un minuto di sola musica prima del fatidico "How many Roads...", un minuto durante cui non smetto di commuovermi mandando a memoria il monologo con cui si chiude- sempre sulle note di una Blowin'in the Wind del NET -Masked and Anonymous: "Che senso ha sapere di che cosa è capace la persona che ami? Tutto va a pezzi, specialmente l'accurato ordine delle regole e delle leggi. Noi guardiamo il mondo nello stesso modo in cui siamo fatti. Guardalo da un bel giardino, e tutto ti sembrerà allegro, sali su un altopiano, e vedrai devastazione e assassinii. Verità e bellezza sono negli occhi di chi guarda. Ho smesso di cercare di capire tutto molto tempo fa".
Perfino dopo un'ipotetica chiusura di quest livello, non viene meno il potere di Dylan di avvincere lo spettatore. E lo fa senza bisogno di conquistare niente e nessuno, ma mettendo in coda un'avventurosa, toccante e unica Ballad of a Thin Man, magistralmente orchestrata dal capobanda Tony Garnier (bassista della NET band da alcuni mesi prima della mia nascita, pensate un po'!) e da Charlie Sexton. Una piccola folla sfida, proprio da ultimo, la security e la platea si riempie di monitor luminosi. Alcuni temerari scattano pure col flash, ma ormai quei mastini dei bodyguards hanno gettato la spugna. L'ultimo, rallentato "Do You, Mister Jones?" sfuma in una standing ovation assoluta. I moticiclisti inglesi alla mia destra scalpitano urlando <<Like a Rolling Stoneeeeeeeeeee!>>, mentre il genovese dietro di noi riprende il suo mantra di incontrollati <<Yeeeeeeeeeeah! Uaaaaaargh!>>. I sette fari sono ora tutti accesi al massimo della potenza. Bob accenna un inchino, solleva lievemente un braccio in direzione dei suoi musicisti- che, per inciso, sono davvero la più grande backing band che io abbia mai avuto modo di vedere in azione su un palcoscenico -e controlla, con morigeratezza, uno dei suoi sorrisi enigmatici. Poi le luci si abbassano, tutti scompaiono lasciando il posto a un paio di tecnici che iniziano a scollegare cavi e microfoni. La luce torna a splendere dentro il Mandela Forum. Sofi è entusiasta, a tratti commossa. Provo un grande piacere, perchè tutti i luoghi comuni perpetrati dalla stampa italica e ulteriormente fomentati da conoscenti a cui mancano- e alla luce di quanto ho visto e sentito, mi pare ormai evidente -i mezzi e le conoscenze più rudimentali per criticare Dylan sono stati spazzati via da un eclettismo, una varietà, una bravura, una mutevolezza e un'inventiva che non hanno epigoni e, con ogni probabilità, non ne hanno mai avuti (almeno in ambito di rock e derivati). Il Nobel, il Pulitzer, l'Oscar, la legion d'onore, tutti i premi e i gossip di questo mondo, tutti i pregiudizi e le minchiate lette e sentite sino al pomeriggio stesso del concerto sull'artista e la sua opera vengono meno di fronte alla portata reale di cosa quest'uomo- non un fossile, nè un sopravvissuto, nè una "vecchia gloria" (tre cose che, in ambito musicale, esistono solo nelle terminazioni nervose di qualche mentecatto allo sbaraglio) -porta a giro da oltre cinque decenni: una ricerca della bellezza senza fine.
[*A onor di cronaca, basti pensare che The Band non è più la backing band di Dylan dal 1974 e che la loro ultima esibizione assieme si tenne il 25 novembre 1976, in occasione delle riprese per L'ultimo valzer di Martin Scorsese.]
La settimana prima di pasqua comincia alla grande. Il martedì grasso è un ricordo lontanissimo, così come dal mercoledì delle ceneri sembra passato un anno. La pioggia, la neve, i quaranta giorni di digiuno e penitenze quaresimali (tanto rivendicati da chi la sera guarda Rete4 nella speranza che qualcuno se ne esca con una barzelletta sul ramadam)sono passati alla velocità del vento. E' un martedì pomeriggio, esco di lavoro, torno a casa giusto in tempo per farmi una doccia e alleggerirmi di abito e riparto alla volta di Siena: Martina si laurea in medicina alle 16:00 e io non posso mancare. Rotolo verso la superstrada con The Captain and Me, album di altissimo valore dei Doobie Brothers, a tutto volume nello stereo e mi chiedo come mai nessuno produca più musica così.
Quando ci siamo scritti nella chat di Facebook a metà mattinata, Martina mi ha detto che forse sarebbe venuta anche Luna. Luna lasciò scuola il 24 novembre 2007. Era un sabato ed era stata assente per buona parte della settimana. La aveva accompagnata sua mamma, che però si era dovuta fermare in segreteria a piano terra per sbrigare le pratiche del ritiro, mentre Luna era venuta a salutarci. Allora me ne resi conto solo in parte, ma fu uno dei primi veri fulmini a ciel sereno della mia vita. Avevamo legato molto negli ultimi due anni, e per quanto lei- come il sottoscritto -non sguazzasse in acque troppo limpide su un piano di rendimento scolastico, mai mi sarei aspettato che se ne andasse ad appena due mesi dall'inizio dell'ultimo anno. Non ricordo cosa le dissi, ma provai un gigantesco senso di dispiacere e abbandono. Ecco cosa scrissi allora sul diario: Che orrore e che errore. Non ho molto da dire su questo adieux, ma è un saluto doloroso e come tale non me la sento di accettarlo per niente. Per quanto ne so e per il punto a cui sono arrivate le cose, potrei essere il prossimo. Il problema è che avevo talmente tante idee in testa che ora sono concretizzabili solo a metà. Sono davvero sconcertato: ma non poteva prendere una decisione del genere l'anno scorso? Sarebbe stato meglio. Quest'anno era ricominciato tutto in maniera più intensa, più solida, più bella. Cazzo, un anno fa eravamo legati ma non fino a questo punto! E ora, porca puttana, mi sento strano. Una settimana fa eravamo a giro insieme a congetturare il futuro, a fare acquisti, ecc. e ora? Ora sarà tutto diverso.
Ormai sono abituato a veder progressivamente uscire dalla mia vita persone molto importanti e a decretarne l'assoluta insostituibilità; ho preso coscienza, da tempo, che numerose figure per me essenziali sono divenute poco più di presenze passeggere, spettri che risvegliano per qualche ora o- ad andar bene -per qualche giorno umori e sensazioni che pensavo sepolti fra l'adolescenza e la maturità. Ma all'epoca ero nuovo a questo genere di cose. Sette giorni prima di quel fatidico 24 novembre ero andato con Luna a Firenze. Non lontano dalla stazione c'era un negozio di street-wear, dove lei mi aveva fatto provare una maglietta e me l'aveva regalata per i miei diciotto anni. Poi eravamo tornati a casa sua a Certaldo, avevamo cenato, guardato Blow con Johnny Deep, fumato un paio di sigarette riflettendo sulle cose importanti della vita ed eravamo andati a letto. Dalla mattina in cui mi abbracciò sorridendo e salutandomi, ho rivisto Luna altre due volte: la prima, il 5 agosto 2008 a Siena, quando uscimmo a cena per festeggiare i diciotto anni di Maggie e lei, neopatentata, mi riaccompagnò a casa con una Ypsilon nuova di pacca annunciandomi il suo imminente trasferimento a Roma, e poi il 17 marzo 2017 a un'impegnativa cena di classe dove a fatica riuscimmo a domandarci cosa stessimo facendo di lavoro. Due cose di lei conservo ancora gelosamente: quella t-shirt da raver (che di estate ancora indosso con fierezza e piacere) e la compilation Land di Patti Smith, masterizzata su doppio cd e con le liner notes pazientemente ricopiate a mano. Per il resto, nè una telefonata, nè un messaggio: ma a entrambi deve esser stato bene così.
La discussione di Martina si protrae fino alle 17:30, ma io non smetto di tener d'occhio le due porte di ingresso dell'aula magna. Un altro paio di tesi dopo la sua e la commissione si ritira per discutere sui voti dei laureandi. Ne approfitto per uscire a fare una telefonata e a prendere una boccata d'aria ed ecco che me la vedo venire incontro: Luna, elegante e impeccabile come al solito, capelli più lunghi di come li ricordavo (lei che al liceo non disdegnava rasarsi) e un sorriso smagliante. Ci abbracciamo e iniziamo a parlare come si ci fossimo salutati all'uscita da scuola delle 13:30, poi le indico Martina. Mi domanda se hanno già letto il voto, ma le dico di no, che è arrivata in tempo. Il 110 viene annunciato meno di mezz'ora dopo: seguono l'alloro, gli abbracci, i baci, le strette di mano, lo spumante. Lasciamo Martina al suo momento di gloria (meritatissima), e ci fermiamo a ragionare con Riccardino: noto con piacere che Luna si ricordi di me come di un intenditore di musica e di un fine lettore. Finiamo in un angolo io e lei a parlare dei ching, dello smettere di fumare, della sobrietà, della collezione dei libri Adelphi della sua mamma, di una maglietta regalatale da una militante americana di Greenpeace mentre eravamo in Grecia (luglio 2005) e che tuttora indossa la sera per andare a dormire, delle nostre rispettive relazioni sentimentali e del loro auspicato futuro prossimo, della trilogia marsigliese di Izzo (che io non ho letto ma che mi consiglia), di una zuppa di pesce francese che pare sia molto buona, del fatto che anche lei, prima o poi, dovrebbe andare in Marocco, del prezzo incivile delle case a Firenze, della bellezza di non uscire più fuori la sera, del vuoto pneumatico del clubbing, e infine, per citare Ciccio De Gregori, "degli amici che vanno e ritornano indietro/ e hanno perduto l'anima e le ali". Martina non è mai stata fra questi, mentre Luna temevo che potesse esserlo. L'ho temuto per più di dieci anni. Erroneamente, ci convinciamo che una persona che sparisce o che per molto tempo non si fa vedere e non si fa sentire abbia qualcosa da nascondere, che la sua vita sia una merda, la sua personalità si sia disintegrata in mille pezzi, che i fallimenti abbiano di gran lunga superato i traguardi. Un timore precostituito da anni di malignità e cattivi pensieri (pantano nel quale, ahimè, sono immerso quasi quotidianamente e a livelli diversi) spazzato via in una manciata di minuti. L'anima è intatta, le ali non si vedono, ma sono convinto che sotto quel cappottino grigio, saldamente legate alla sua persona, ci sono ancora e funzionano bene.
The Grateful Dead, The Best of the Grateful Dead Live
(Rhino Records, 2018, 2 Cd) ★★★★★
Nel novanta percento dei casi, non darei spazio a una recensione focalizzata su un greatest hits, per di più contenente solo materiale live. Inoltre, nel novantanove percento dei casi, mi verrebbe anche spontaneo cassare una raccolta simile a quella qua sopra come l'ennesima trappola ordita dagli industriali del music business ai danni degli aficionados. Ma quando si parla di Grateful Dead, si parla di un universo in cui niente accade per caso. David Lemieux ha definito The Best of the Grateful Dead Live come l'altra faccia del doppio best of uscito nel 2015, in occasione dei cinquant'anni del gruppo: un'antologia retrospettiva che farà la gioia di chi i Dead già li venera, ma che è soprattutto rivolta- complice l'allettante prezzo di vendita -a presentare questo doppio biglietto da visita ai neofiti. L'avventura inizia con la St. Stephen presentata al Fillmore West il 27 febbraio 1969 (già in uno dei tre migliori live albums di tutti i tempi, ossia Live/Dead) e si conclude con So Many Roads suonata al Soldier Field di Chicago il 9 luglio 1995 (data indelebile nella mente di ogni deadhead, in quanto ultima esibizione con Jerry Garcia). Nel mezzo, ere geologiche attraversate da una pioggia fittissima di capolavori. Aspetto interessante della raccolta: come nel gemello in studio, nessun brano qui è inedito. Ogni canzone è già apparsa su album e raccolte e la cernita mira dunque a fare il punto sulla carriera live del gruppo appropriandosi del concetto (storicamente tipico della comunità deadheads) della best version ever: ovviamente, cosa dire sulle Bertha e Wharf Rat di Skull&Roses (che per chi scrive è uno dei tre dischi preferiti dei Dead)? E quanto inchiostro vogliamo ancora spendere sulla Morning Dew suonata in Inghilterra il 26 maggio 1972? L'unica, vistosa pecca del primo cd (e, in generale, della raccolta tutta) è che non presenta brani incisi fra 1973 e 1974, quando- almeno a mio avviso -il 1973 ha ben poco da invidiare ai precedenti, fosse anche soltanto per il fatto che il più bel concerto dei Dead è stato inciso a Veneta, Oregon, il 27 agosto di quell'anno. Il buon Lemieux avrebbe potuto estrapolare da qui Truckin', invece di battere, nuovamente, su quella comparsa su Europe '72. Perfetta, invece, la cinquina messa in fila all'inizio del secondo dischetto: tre monumentali brani tratti da Dead Set (fra cui quella Fire on the Mountain che si contende un pezzetto dei nostri cuori con quella, più scarna, presentata a Red Rocks nel maggio 1978) e due dal suo gemello eterozigote Reckoning. Per chi si fosse perso Without a Net (che negli anni non è mai stato ristampato a dovere sul mercato europeo), questa sarà anche l'occasione giusta per ascoltare il duetto con Branford Marsalis su Eyes of the World. Quasi in coda, un pezzo da novanta inaspettato: una Blow Away (Brent Midland firmava la musica e John Perry Barlow i testi) di dodici minuti registrata a Filadelfia nel 1989 e precedentemente inclusa solo nel cofanetto Crimson, White and Indigo. Grandissima assente del cd 2? La Althea suonata al Nassau Coliseum durante il tour di Go to Heaven. Ma per il resto siamo a livelli dionisiaci: apprendimento senza fondo nè fine. Musica che continua a essere e sarà sempre uno specchio rivolto verso l'infinito.
- l'ennesima bastonata elettorale (chi se ne intende però mi rassicura che il "risultato politico c'è", mah...);
- un cambiamento lavorativo sostanziale (nuova mansione che svolgo alzandomi prima e venendo pagato meglio);
- un raffreddore strascicato per la bellezza di sei giorni, un numero inestimabile di giravolte spirituali alberganti il mio animo inquieto.
Proprio una di queste ultime mi porta a riflettere sui rapporti umani che intrattengo con chi mi sta intorno qua in paese. Il paesone (21.000 abitanti) non è propriamente la realtà romantica dei romanzi di Piero Chiara, nè quello immortalato su cartoline e calendari guarniti di girasoli, tramonti e balle di fieno. Al contrario, è un surrogato di vizi e mali comuni che però può ospitare angoli di assoluta bellezza. Di questi angoli, girellando sotto il freddo sole marzolino e chiacchierando con le persone giuste, inizio a scorgerne parecchi, ma nessuno di questi ha a che fare con certe amicizie rinsecchite o con alcune storiche e anacronistiche compagnie della zona. A tal proposito, passo alcuni giorni a riflettere fino ai limiti della meditazione, mentre, in contemporanea, coltivo il mio angolo zen dotandolo di nuovi , simpatici orpelli.
Il grosso leccio che piantammo quando ci trasferimmo all'Agrestone (fine 1995), è stato tagliato alcuni anni fa. Nessun rimpianto, sia chiaro, ma continua a risultarmi difficile spiare gemme e germogli degli altri giardini per contemplare l'inizio della primavera. Quest'anno, la tv ha parlato di un equinozio anticipato al 20 marzo: non so se, quel fatidico giorno, nei loro studios già girellavano in bermuda e sandali, ma a casa mia la temperatura non ha superato gli 8° e la mattina alle 06:45, uscendo dal garage, ho intravisto della brina sulle macchine del vicinato. "La primavera bussa alle porte, entra dalle finestre/ s'infila sotto le gonne delle donne", canticchio andando a lavoro, col climatizzatore impostato sui 22° e naso e bocca saggiamente infilati nell'imbottitura della giacca a vento più pesante che posseggo.
Coltivando un misto di delusione e disinteresse nei confronti delle notizie dal mondo, ho gradualmente dismesso l'idea dell'importanza del quotidiano cartaceo. Dove abito, l'uomo medio vota PD ma legge La Nazione, rotocalco nazional-popolare perfetto per chi è di bocca buona e buono stomaco e a cui, dai tempi del liceo in poi, io e i miei amici abbiamo dedicato offese, filastrocche e parodie di ogni genere. Sulle pagine del Vernacoliere, La Nazione diviene spesso "La Fazione" e "La Delazione", mentre, a Firenze, dove tutt'oggi è ubicata la redazione centrale, non disdegnano definirla "La Bugiardona". Chi studia scienze della comunicazione dovrebbe dedicare una tesi di laurea al razzismo e al gentismo spiccioli insiti nei bugiardini di cronaca locale, mentre un comico professionista di quelli seri- perciò, nè la Litizzetto, nè Crozza -avrebbe una miniera giornaliera di spunti e idee da inserire nelle proprie invettive contro ottusità, demenza e oscurantismo. La Nazione è il giornale che trovo al bar, dal barbiere, nelle sale d'aspetto, nei pubblici uffici: dopo averne letto tre pagine una persona sana di mente dovrebbe quantomeno rifarsi la bocca. Per un appassionato di terze pagine (altro settore giornalistico in crisi irreversibile) e inserti culturali, il panorama attuale dei quotidiani ha ben poco da offrire. Il Fatto mi umilia, il Corriere fa schifo, La Stampa gli tiene degnamente compagnia (ma sotto l'egida di un diverso padrone), la Repubblica ha la profondità (e la grammatica) di Cioè, quel poco di buono che continuano a inserire sul Venerdì tratta solo di cucina e ristorazione, mentre L'Espresso e Panorama sembrano i protagonisti- uno a sinistra, l'altro a destra-del famoso gioco della Settimana Enigmistica intitolato Trova le differenze. Se tutta l'informazione di carta ormai si somiglia e dice le stesse cose, nulla sembra essersi più uniformato dei giornali di area libertaria e sinistrata. Il Manifesto era l'unico quotidiano che ogni tanto poteva continuare a fare il suo ingresso in casa nostra, ma dopo questa vergognosa campagna mediatico-elettorale a favore di L&U lo abbiamo definitivamente depennato. Una decisione legittima e assennata, che però mi fa sorgere una domanda: in un futuro totalmente a digiuno di Alias, chi mi segnalerà dischi come El Buen Gualicho (Casa del Arbol, 2017 ★★★½) di Natalia Doco?
Jimi Hendrix è uno dei chitarristi rock più noti al grande pubblico, e con ogni probabilità è anche il migliore mai apparso sulle scene. Se la cronologia e la biografia dell'artista e la ricostruzione del contenuto dei suoi album abbozzati e mai realizzati hanno offerto largo campo alle dispute filologiche, l'abbondanza e la scarsa rilevanza di outtakes, alternate version e frammenti superstiti rendono necessario un discorso storico-critico. Più o meno otto anni fa, infatti, venne massicciamente pubblicizzato un evento discografico della Sony Music: consisteva nel presentare un "nuovo" disco di materiale "inedito" a firma Hendrix. Valleys of Neptune era in realtà ben altro: era il primo tassello di una trilogia voluta dalla Hendrix Foundation che provasse a fare ordine in una produzione confusionaria e incompiuta (quella post-1968) e che fosse in grado di offrire alle nuove generazioni prodotti più curati rispetto al passato. Co-regista di questa operazione di recupero fu ed è ancora oggi Eddie Kramer, l'uomo che nel 1997 salvò in blocco l'opera postuma di Hendrix consegnando ai posteri First Rays of the New Rising Sun, ossia quanto di più simile ad un quarto album in studio del mancino di Seattle potrete ascoltare in vita vostra. Alcuni mesi dopo, gli fece eco South Saturn Delta, meno omogeneo ma comunque pieno di bella roba davvero mai udita, comprendente materiale che addirittura risaliva al 1967. Kramer è la persona che ci ha abituati ad aspettarci grandi cose dagli archivi hendrixiani, essendo lui per primo amico del mancino di Seattle e un frate certosino quando si tratta di tirare fuori il meglio da nastri che, a quasi cinquant'anni dalla morte del chitarrista, continuano a sembrare infiniti. Il successivo People, Hell & Angels (2013) ha definitivamente mostrato che i tempi di Alan Douglas- ossia colui che per un quarto di secolo ha avuto l'esclusiva su questa immensa mole di materiale -sono lontani e che, insomma, non capiterà più di ascoltare una canzone di Hendrix con basso e batteria aggiunti da qualche scalcagnato turnista negli anni Ottanta. A inizio marzo, la trilogia auspicata dalla Sony si è conclusa con l'uscita di Both Sides of the Sky (Sony Music, 2018 ★★★★), che mantiene tutte le promesse possibili e addirittura regala un risultato perfino superiore alle aspettative. A partire da una versione alternate di Mannish Boy migliore di quella ospitata nella leggendaria raccolta Blues (1994) fino al duetto con Stephen Stills di Woodstock, tutto ciò che è qua dentro attesta un rispetto e un amore incondizionati da parte di Kramer per Hendrix. Imprescindibile per chi ama la chitarra elettrica in toto, ancor più indispensabile per gli appassionati dell'Hendrix più "scarno" e orientato al rock blues.
Dopo un mese di reciproche promesse e rimandi, ieri sera io e Sofi siamo riusciti in un'impresa che ormai ci appariva sovrumana: andare a cena fuori io e lei da soli e, già che c'eravamo, abbinando un bel concerto al solito "mangia&bevi". Con anticipo ero venuto a conoscenza del fatto che, a fine marzo, Angela Baraldi sarebbe uscita dalle mura della sua Bologna, avrebbe scavallato l'Appennino e sarebbe giunta nel nostro comune per portare i pezzi di quello che- fra quelli che ho sentito -è stato uno dei due, tre migliori dischi italiani del 2017, ossia Tornano sempre (Woodwarm Label, 2017 ★★★½). Rocker di grande caratura, chiamata al battesimo del fuoco da Lucio Dalla ai tempi di DallaMorandi e poi eletta sua eccelsa corista nella turné di Cambio, paradossalmente nota al grande pubblico più per il suo ruolo di attrice protagonista di Quo vadis, Baby? (film e serie tv ideati da Salvatores usciti a cavallo fra 2005 e 2008), la Baraldi è tornata ad un disco solista dopo dodici anni di sodalizio con Massimo Zamboni e progetti assolutamente non all'altezza della sua bravura (mi viene in mente l'interludio Post-CSI). Dal vivo, presenta un set infuocato: la title-track di Tornano sempre stabilisce le prerogative di un'ottima serata, l'omaggio a Bowie di 1000 poeti, il surrealismo di Michimaus, un'accorata versione di Pissing in the River della Patti Smith fanno il resto. Lei calcia via la bottiglietta d'acqua che il tecnico del suono le ha messo a fianco dell'asta del microfono, scende fra il pubblico, pesta i suoi stivali di serpente sulla pedalina degli effetti, si toglie la giacca da biker color ocra, rende onore al suo rimpianto mentore prima con la sconosciuta (almeno a me) La signora e poi- roba per gente non esattamente di Faenza -con Anidride solforosa. E poi ancora brani dall'ultimo album ci conducono a una tiratissima I wanna be your dog che si fonde con una (prevedibile?) Io sto bene dell'amico (suo) Giovanni Lindo. Per quel che mi riguarda, una serata dove solide certezze hanno trovato degna conferma. Chi invece oscilla senza andare oltre fra le nuove voci di X-Factor e la Pausini che per vendere dischi visita i bimbi negli ospedali troverà la Baraldi a dir poco spiazzante. Se si parla di sicurezza, emozionalità, presenza e personalità, ieri sera ci siamo assestati davvero svariate spanne sopra la media nazionale (e, manco a dirlo, popolare). Un piacere sentirla, vederla, applaudirla.
La fatidica questione che sento di dover porre in introduzione a questo post è: c'è vita oltre la noiosa normalità cui Eric Clapton ci ha abituati? Una normalità che negli ultimi anni non solo ha permeato ogni suo album di canzoni edite o inedite, disco live e raccolta, ma che è riuscita ad appiattire perfino quel poco di costruttivo dibattito critico che attorno a Clapton era andato faticosamente costruendosi. Anche io, fino al giro di boa dei vent'anni, sono stato convinto che Clapton fosse un bolso chitarrista partorito dall'industria musicale per compiacere quelli che siedono in qualche macchinone e che in tutta la vita hanno comprato quattro, cinque cd (fra cui, appunto, l'Unplugged di Clapton) e su di essi hanno basato la loro (breve) lista di opinioni musicali precostruite. <<Hai comprato anche tu Unplugged? Perfetto, ora anche tu sai cos'è il blues!>>, ma non è così che funziona. Per quanto, paradossalmente, Unplugged sia il disco di Clapton ad avere venduto di più, nonchè l'album live di maggior successo di sempre (26 milioni di copie), ai miei occhi non rappresenta alcuna rinascita artistica, nè lo consiglierei ad anima viva come principale strumento di introduzione ai diabolici segreti del blues (a meno che l'anima viva in questione non mi stia sui coglioni, ovviamente).
Poi, il 21 aprile 2009 (lo so perchè è un evento registrato nel mio diario di allora) ho comprato Blind Faith dei Blind Faith e ho iniziato a vederci più chiaro: tuttavia, più che di un formidabile bluesman bianco, mi sono ritrovato al cospetto di un rocker col cuore diviso fra Inghilterra e America, un musicista specializzato in ballate davvero emozionanti (Can't Find My Way Home, Presence of the Lord) e ferratissimo nella creazione di riff e assoli superbi (Had to Cry Today, Do What You Like). Più mi sono addentrato nella moltitudine di opere che vedono la firma o anche solo il coinvolgimento di Clapton, e più che la critica ufficiale- specie quella straniera -ha preso le distanze dalla sua figura. Specie negli ultimi anni siamo approdati a un revisionismo quasi totalizzante: Clapton è sempre più spesso descritto come un idiota, un mestierante quasi incapace di suonare ma circondato dai migliori turnisti al mondo e molto abile a muoversi nella giungla del music business. In un articolo del 2016 che si riferiva al recente raggiungimento dei suoi 70 anni, la rivista Noisey ha simpaticamente condensato così il chitarrista: "Uomo bianco scopre chitarra. Uomo bianco piace chitarra. Chitarra divertente. Chitarra suona bene. Cocaina". Insomma, il profilo storico-musicale ormai divenuto moda è il seguente: un ubriacone inglese che aveva ascoltato due dischi di blues da bambino dimostra di essere in grado di tenere una chitarra in mano e, capitato al posto giusto al momento giusto, ha successo, scopa chiunque gli capiti a tiro, ruba la moglie a George Harrison, sniffa, si buca, va alle sfilate di Armani, si compra la Ferrari, rimane turbato dalla morte del figlio piccolo, entra in clinica, si ripulisce, mette la testa a posto, va a caccia, va a pesca, fa tre figlie da vecchio, si ammala, fa un tour di addio e non potrà più suonare. Sicuramente potremmo trovare del vero in queste sbrigative affermazioni, ma la parata anti-Manolenta che ha preso piede recentemente mi sembra infondata, stupida e molto poco costruttiva. A tal proposito, l'uscita nelle nostre sale (per soli tre, deprimenti giorni) di un film come Life in 12 Bars cade a fagiolo e potrebbe riportare l'intero dibattito ad una dimensione più sensata, oltre a tentar di fornire esaustive risposte a numerose domande.
La prima e la più importante: "Clapton is God" per davvero? E se mai lo è stato, quando e perchè è successo? Nei 137 minuti del film, Lili Zanuck non nasconde una particolare predilezione per il Clapton giovane e, guarda caso, il periodo meglio trattato (e con ogni probabilità il più importante sotto ogni punto di vista) e maggiormente approfondito del film è quello relativo ai Cream. Siamo nel 1966, Clapton ha ventidue anni, ha lasciato gli Yardbirds nel febbraio '65 passando per i Bluesbreakers, coi quali ha pure registrato un disco: non ci sono dubbi che, fra i tanti allievi di John Mayall, sia lui quello col curriculum più ricco. A Londra, in Armon Road, è da poco comparsa la scritta "Clapton is God", ed effettivamente l'operazione che i Cream compiranno all'interno della musica rock (e, forse vale la pena ricordarlo, in appena trentasei mesi) finirà con l'assumere tratti demiurgici. Intanto, codificano definitivamente le regole del perfetto power-trio, rivisitano e stravolgono il blues classico condendolo con elementi orchestrali e variopinti, si scambiano posto sia alla voce che in sede di composizione. Come dimostra Fresh Cream (uscito a fine '66), sono una band psichedelica già prima che la Summer of Love esploda, mentre Disraeli Gears, prodotto da Felix Pappalardi e registrato da Tom Dowd, è il loro capolavoro, nonchè il disco in cui il genio di Jack Bruce rimbalza dal basso al pianoforte, dalla voce all'armonica a bocca. Clapton continua a portare sulle spalle l'onere di essere il dio (almeno in Gran Bretagna, dal momento che negli USA si sta muovendo, parallelamente, Mike Bloomfield, che per chi scrive è- assieme a Duane Allman -il miglior bluesman viso pallido della storia) della chitarra fino al 1968, anno in cui i Cream fanno uscire il doppio Wheels of Fire e lui "abdica", cambiando di nuovo pelle, genere e band.
Dovrebbe seguire una fase abbastanza importante della carriera di Clapton. Anche dando per buono che già dalla fine del 1968 egli non sia più il "God" di cui sopra e cancellando dalla memoria Goodbye (disco di addio dei Cream posticipato al 1969 e fortemente voluto dal solo Jack Bruce), gli anni '60 vengono chiusi da un capolavoro anomalo come Blind Faith, sospeso fra le influenze della Band e alcune massicce iniezioni di progressive rock. Questo suo crescente interesse per la musica americana trova uno sfogo "pratico" con la partecipazione a un grosso tour promozionale organizzato dalla Atlantic per Delaney&Bonnie, un duo che l'etichetta ha da poco messo sotto contratto strappandolo alla concorrente Elektra. Clapton si aggiunge "in corsa" ad una backing band leggendaria dove già militano Jim Gordon, Rita Coolidge, Bobby Keys, Jim Price, Bobby Whitlock, Carl Radle, Dave Mason e- opportunamente celato dietro lo pseudonimo di Angelo Misterioso -George Harrison. Oltre a legare profondamente con Delaney Bramlett, Clapton entra in contatto con l'humus culturale del sud degli Stati Uniti, impara a conoscerne odori, sapori, suoni. Fa incetta di 45 giri a marchio Stax, assiste alla nascita del southern rock, ascolta musica alla radio che non avrebbe mai avuto modo di sentire se fosse rimasto in Inghilterra, ma soprattutto conosce JJ Cale e il Tulsa sound. Forse, se c'è stato un mentore oltre a John Mayall nella vita di Manolenta, quello è stato Cale. JJ Cale è la persona che ha preso il Clapton chitarrista blues rock e lo ha spronato a scrivere ballate delicate e romantiche, trasformandolo nel raffinato singer solista degli anni '70. Oltre a questo, gli ha regalato successi radiofonici (After Midnight) e soddisfazioni, arrivando a concedere brevi respiri di alta qualità ad alcuni dei numerosi dischi mediocri che Clapton ha dato alle stampe nell'arco degli anni. Qualche esempio? Angel in Old Sock, Traveling Light in Reptile dovrebbero bastare. Non è un caso che il suo personalissimo, omonimo esordio datato 1970 risulterà essere il diretto risultato di questi mesi di crescita e apprendimento. Ecco, adesso mettete in conto che Delaney&Bonnie, JJ Cale e gli inizi solisti di Clapton in Life in 12 Bars non vengono menzionati. Il regista- che purtroppo non è Martin Scorsese o Cameron Crowe -opta per il gossip e ci angoscia con la risaputissima storia di Pattie Boyd: insomma, favolette che ormai sanno anche i bambini.
A questo punto, il film si sputtana. Intanto, liquida in meno di dieci minuti l'esperienza di Derek & The Dominoes (il che, tradotto, significa trattare con leggerezza uno dei punti cardinali dell'esperienza umana e artistica del protagonista), poi prende una brutta piega e si concentra su un argomento soltanto: le dipendenze. Tramite uno sciapo montaggio computerizzato si susseguono infatti le copertine di 461 Ocean Boulevard, There's One in Every Crowd, No Reason to Cry, Slowhand, Backless, Money and Cigarettes, Behind the Sun, August e Journeyman, tutti bollati dalla voce off di Clapton come <<dischi fatti quando ero ubriaco e che mi dà fastidio risentire>>. Liberissimo di farseli stare "antipatici", ma in questo elenco trovano spazio due capolavori della musica rock, un paio di ottimi album e un'affascinante occasione mancata che da sola meriterebbe un documentario di 45 minuti di approfondimento (mi riferisco a No Reason to Cry). Come se non bastasse, gli arrosti post-1985 non hanno nulla a che spartire con le opere precedenti e agli occhi di un neofita che si reca a vedere il film potrebbe quasi sembrare che tutto ciò che Clapton ha inciso dopo Layla e prima di Tears in Heaven sia un unico blocco di merda, roba da buttare, quando, verosimilmente, le famose "ultime cartucce" le ha sparate proprio fra la disintossicazione da eroina e prima di conoscere Lory del Santo.
Ogni speranza di ascoltare Clapton intento a descrivere il tour da cui fu tratto E.C. Was Here, o a raccontare dei giorni in cui ai Criteria Studios si prodigava in lunghe jam con Freddie King, o ancora di quanto avanguardistica si rivelò la registrazione di Just One Night sfuma nel giro di pochi secondi. Viene preferito un argomento assai più doloroso: e non mi riferisco alla collaborazione con Phil Collins (tragica oltre ogni aspettativa), bensì alla morte del piccolo Connor. Si susseguono molti filmati inediti e tutto assume un atteggiamento un po' morboso. La genesi di Tears in Heaven parebbe riportare il film su un piano convincente: commuove senza mai andare sopra le righe, il che non guasta, ma di fondo un problema gigantesco persiste. Tears in Heaven (canzone bella, ruffiana e di vitale importanza, per carità) è uscita come singolo nel 1992 ed è di fatto la canzone più recente inclusa in Life in 12 Bars. Avete capito bene: un documentario di due ore e un quarto non è in grado di presentare musica che abbia meno di ventisei anni di vita! Dallo scialbo lavoro di Zanuck sembra venir fuori che dai fasti dell'Unplugged in poi nulla di importante sia accaduto nella carriera di Clapton all'infuori della creazione del Crossroads Festival. Eppure ci sono undici dischi in studio (una buona parte è monnezza, ma- lo abbiamo visto -la carriera di Clapton è un susseguirsi di alti e bassi) e quattro live che sono pronti a provare il contrario. Fa piacere vedere i filmini domestici della nuova famiglia di Manolenta, lui che si dimostra un padre affettuoso e giocherellone, le figlie che sorridono e giocano, ma insomma: due parole sul discusso tributo a Robert Johnson (2004) le vogliamo dire o no? Un assaggio del meraviglioso concerto in duo con Steve Winwood al Madison Square Garden (2008) vogliamo darlo? Menzionare il concerto al Lincoln Center in cui Clapton si esibisce con Wynton Marsalis (2011) è di troppo disturbo? E che ne è stato dei 70 anni festeggiati alla Royal Albert Hall? Non è dato saperlo. Un sornione B.B. King ringrazia Clapton per l'amicizia e le attenzioni riservate a un certo tipo di musica e tutto finisce bene. L'approccio e, francamente, anche la forma ricordano Super Quark, il che aiuta a condurre lo spettatore verso l'agognato mondo dei sogni.
Domenica. Si sapeva da qualche giorno che le condizioni meteo si sarebbero prestate perfettamente a una copiosa nevicata su tutto il centro Italia. Mi sveglio prima delle nove, alzo la serranda per controllare, vedo piovere, mi rimetto a letto con un paio di One Piece da finire di leggere. Dopo colazione, faccio un giro su Facebook, mentre dallo stereo riparte The Union di Elton John e Leon Russell, per buona parte ascoltato in cuffia stanotte. Lo lascio, nonostante manchino giusto tre canzoni. Passano un paio d'ore e il quartiere inizia a imbiancarsi di una neve sottile. Arriviamo all'ora di pranzo che dal cielo cadono fiocchi costanti, determinati, precisi. Verso le 15 esco: la campagna coperta di neve sembra dormire, il solo guardarla rappacifica. Telefono a Sofi e le dico che la passerò a prendere per andare a fare un giro. Scendo tranquillamente verso la parte bassa del paese, la strada è molliccia ma vuota, i chicchi si infrangono silenziosamente sul lunotto di Ginetta, mentre nell'abitacolo risuona- vista l'occasione -Cold Rain and Snow dei Dead, versione Truckin' Up to Buffalo. Ero abbastanza sicuro di aver caricato sull'iPod quella incisa nell'ottobre del 1984 ad Augusta, ma l'effetto desiderato arriva comunque, dal momento in cui mentre percorriamo la salita della via Nova entro in un'altra dimensione.
Imbocchiamo l'Autopalio in direzione Siena. Ci godiamo una superstrada semideserta a velocità lievemente rallentata rispetto al solito. La Ginetta ha le gomme invernali, ma non perchè le ho messe io (me ne guarderei bene): infatti, la proprietaria precedente ce l'ha venduta così, coi pneumatici termici inclusi nel pacchetto. Onestamente, alla guida non sento alcuna differenza. La neve sembra aver misteriosamente arginato Monteriggioni e le sue torri, così come le amene campagne tutte attorno alle Badesse, ma mano a mano che l'uscita Siena Nord si avvicina il bianco torna a essere un colore dominante. Scendiamo da via Fiume e risaliamo lungo via Caduti di Vicobello. Guardo fuori dal finestrino e vedo un po' gente preoccupata, se non direttamente incazzata. Una coppia di signori di mezza età cerca di coprire alla meglio, con un grosso telo, una station wagon, mentre i figli piccoli ridono facendo a pallate. Mi si palesa così una mezza metafora della vita: da una parte i bambini, spensierati e intenti a godersi ogni gioioso secondo di un'esperienza che- almeno in zona -non si verificava da alcuni anni, e dall'altra gli adulti, rifidi, ingrigiti e arrabbiati. Per un attimo mi sembra quasi di sentire lui dire a lei <<Ma come si permette, questo tempo di merda?! Io stasera devo andare qui... e domattina, domattina, porca puttana, ho un appuntamento di là...>> e poi ancora un interminabile susseguirsi di "io", "io" e "io". E va bene: ma allora tanto vale la pena sottolineare che tutti domani avremo qualcosa da fare, che tutti, bene o male, avremo bisogno di spostarci per farlo, e che tutti dovremo fronteggiare questa robusta nevicata. Perciò, inutile starsene tanto a concentrarsi solo su di sè. Lungo il cammino, ho conosciuto più di un individuo che pretendeva che il mondo si adattasse alle sue esigenze e non viceversa: un modo di vivere forse "comodo" ma che non mi sento nè di condividere, nè tantomeno di rispettare. Nel frattempo, Porta Camollia si staglia di fronte a noi, mentre le mie dita alzano il volume dell'impianto Kenwood e Don't Fear the Reaper irrompe come un tuono sulla strada.
Coi Blue Oyster Cult nello stereo e la mia donna seduta vicino mi sento bene. Più ci avviciniamo alla nostra area parcheggio in San Prospero, più la neve sembra aumentare. Il Siena gioca in casa, ma si trova posto agilmente. Lo sbalzo termico è importante, visto che dai 22° della Ginetta passiamo a -1° nel colpo di un battito di ciglia. Un'ondata di gelo e chicchi ci investe. Lascio scivolare il cappuccio del mio giubbotto sulla papalina, stringo entrambe le mani nei guanti che mi ha regalato mamma per natale e abbraccio Sofi. Mi sono chiesto più volte come avessero fatto Bob Dylan e Suze Rotolo a non morire di freddo nel febbraio del '63 durante la rapida photosession che avrebbe dato i natali alla copertina di The Freewheelin' ma mi do sempre la stessa risposta: Dylan è Dylan. Nulla è più figo di Dylan sulla neve, sia essa quella all'angolo fra Jones Street e la West 4th nel Village o quella ancora più gelida di chissà dove in un imprecisato punto della Rolling Thunder Revue. Dylan, semplicemente, può. Sofi fa una foto mentre io mi blocco di fronte alla chiesa di San Domenico innevata e avvolta dalla foschia. Maggie diceva che San Domenico è la chiesa più bella di Siena e in certi giorni non me la sento di darle torto. Sospiro, riguardo compiaciuto la foto sullo schermo del Samsung, assaporo quella sensazione che la neve tende a infondere alla mia anima e di cui ero digiuno da troppo tempo.
Passeggiamo per il centro, ma il vento non ci permette di arrivare fino in Piazza del Campo. Noto che molti negozi da orario continuato sette giorni su sette (Siena conta 60.000 abitanti ma non per questo rinuncia alle barbare usanze di metropoli dieci, venti volte più popolose) hanno i bandoni tirati giù. Dunque un'autentica, robusta nevicata non solo è un ottimo strumento per far riavvicinare l'uomo al proprio io interiore, ma talvolta riesce pure a mettere marginalmente in crisi questa strampalata società dei consumi di cui siamo vittime e carnefici. Rientriamo in paese col buio: lascio Sofi a casa, vedo un amico per le classiche quattro chiacchiere e ne approfitto per fargli notare lo spettacolo incantato della piazza deserta e imbiancata dalla neve. Alcuni fiocchi illuminati dalla luce dei lampioni hanno iniziato ora a cadere larghi e fitti. Ormai non sento più neanche il freddo e penso che potrei camminare attraverso il gelo fino a intirizzirmi. Di fronte al cinema, una piccola folla sta uscendo dallo spettacolo di metà pomeriggio: babbi e mamme si salutano, altri ragionano sul film appena visto (l'ultimo di Muccino, eh, mica Kurosawa!), mentre i figli rotolano via, chi sfidandosi, chi scivolando sulla neve fresca. Non ci sono tv o videogiochi, niente happy hour in qualche rifugio vanziniano, niente centri commerciali, nessuna campagna di marketing, non c'è chi compra, non c'è chi vende. Solo neve, freddo e qualche sorriso a cancellare, per un attimo, questo mondo affannato.