mercoledì 11 febbraio 2015

Steve Earle, "Terraplane" [Suggestioni uditive]

Steve Earle & The Dukes,
Terraplane
(New West Records, 2015)

★★★★













Una volta, in rete, lessi una grande verità, e cioè che esistono due tipi di musica: la musica pop e la musica dell'anima
Si sa, la prima va presa per quello che è: testi semplici, melodie poco immaginifiche, commerciale e dunque obbligatoriamente furba, ripetitiva, infantile. Tanto complessa da scrivere e immettere sul mercato (la concorrenza è tanta e spietata), quanto facile da reperire, ascoltare e memorizzare, la musica pop di rado si impone come un qualcosa che cambia il nostro modo di vedere il mondo, in quanto nata da un'esigenza innocua e facile da soddisfare: quella di ascoltare e riascoltare lo stesso motivetto il più a lungo possibile. Perciò, se si prende atto di questi limiti, si capisce bene che il pop non è un'etichetta da affibbiare a tutto ciò che vende più di un tot, quanto un genere musicale vero e proprio in cui ci sono più regole che in qualunque altro e a cui appartengono canzoni belle o brutte che- a prescindere  dal loro effettivo valore artistico -possono godere di un successo planetario o rivelarsi cocenti fallimenti. 
Molto meno semplice è spiegare cos'è (in assoluto e anche per quanto riguarda me stesso) la musica dell'anima, ma ai fini della recensione mi limito a dire che è quel tipo di musica suonata da gente come Steve Earle. Se poi ci sono una voce bella come la sua, dei testi degni di un romanziere (e Steve, con Le rose della colpa, si è cimentato pure col romanzo) e dei grandi musicisti di contorno, meglio ancora.
Ora, pur con qualche caduta artistica (cadute mai imperdonabili) e un'esistenza non facile segnata da carcere, droga, avvocati e sette mogli, Steve Earle è un artista che ha abituato il suo uditorio a standard parecchio, parecchio alti. Già ai tempi di Guitar Town (1986) e Copperhead Road (1988), era facile intuire che questo virginiano cresciuto in Texas aveva del talento da vendere e che proprio grazie a lui l'outlaw rock- che aveva avuto Gram Parsons come padrino e Townes Van Zandt come portabandiera -sarebbe sopravvissuto agli anni duri della musica di plastica, alle batterie elettroniche e a Reagan. Dopo la galera (Earle fu rinchiuso dal 1993 al 1994) vennero la disintossicazione e i capolavori assoluti della sua carriera: il semiacustico Train A Comin' (1995) e l'eterno El Corazon (1997). A questi fecero seguito i suoi dischi politici (Earle è da sempre un democratico pacifista di ferro), roba tosta come Jerusalem (2002) o The Revolution Starts Now (2004) e non marcette buoniste à la U2.
Con il nuovo Terraplane (in uscita il 17 febbraio, ma già godibile in audio-streaming) Steve è di nuovo coi suoi Dukes e ambisce a un risultato superiore al precedente The Low Highway (2013). Gli ingredienti principali a venire portati in tavola sono il blues e le chitarre acustiche dei "duchi", ulteriormente sporcate di fango per l'occasione. Alle spalle, c'è l'ennesimo matrimonio naufragato, quello con la cantante Allison Moorer, ma ad Earle non interessa fare gossip. Il suo Terraplane è un disco che profuma di aria condizionata, birra sudista (il disco è stato totalmente inciso alla House Of Blues di Nashville, con i fidi R.S. Fields e Ray Kennedy in console) ed eros. Ad un primo ascolto, suona come una versione più grezza e selvatica di quel bel lavoro prodotto da T-Bone Burnett che si rivelò essere  I'll Never Get Out Of This World Alive (2011). Il titolo Terraplane, ovviamente, fa venire in mente il Terraplane Blues di Robert Johnson, oltre che al macchinone anni Trenta che capeggia anche nella coloratissima copertina in perfetto stile Earle. E' un disco sul maschio adulto che rimane solo in un mondo distrutto e governato dalla futilità. L'incipit Baby Baby Baby (Baby) è una roba pazzesca che sembra uscire fuori da qualche 45 giri di Charlie Musselwhite, e allo stesso modo la rabbia mandolinesca su cui i Dukes costruiscono Acquainted With The Wind è un feroce omaggio a Chuck Berry. Non mancano le consuete grandi pagine di country texano: Gamblin'Blues parla di giocatori d'azzardo, ma ancora più convincente, nel suo genere, è Ain't Nobody's Daddy Now. C'è un piccolo accenno di sacralità nelle toccanti note gospel di Go Go Boots Are Back, ma poi è di nuovo il diavolaccio a prendere il sopravvento e a spingere il pedale sulla Terraplane di Steve e dei Dukes. E così via, in un tripudio di pagine di livello eccelso: lo strascicato singolo You're The Best Lover That I Ever Had, il romanzesco talkin' di The Tennessee Kid, la ballata meravigliosa e commovente (ma a me Steve Earle commuove spesso) Better Off Alone, l'avveniristico finale d'opera rappresentato da King Of The Blues sono testimonianze definitive di un uomo che la musica la vive sulla propria pelle e che per nulla al mondo smetterà mai di cantare. Almeno spero.

martedì 10 febbraio 2015

Birdman [Recensione]

La cosa che più apprezzo, da sempre, nel cinema di Iñarritu è che ha un notevole spessore di cose da dire e da lasciare e che riesce sempre a portarmi oltre quel genere di decine di visioni assorbite e succhiate via in un momento ogni mese. E' una dote che è andata perdendosi nel tempo: un po' perchè molti grandi maestri sono morti, un po' perchè troppi pochi ne sono rinati nell'ultimo ventennio.
Come nel caso dell'ultimo Antonioni, non tutti i film del regista messicano sono stati, per me, dei colpi messi a segno (continuo a detestare 21 grammi e non ho amato troppo neanche il recente Biutiful), ma sicuramente ci troviamo sempre di fronte a un cinema di pensiero, pura rarità in un'epoca di non-pensiero. Un'epoca che Birdman, prodotto da Fox e candidato a nove Oscar, riesce a descrivere perfettamente pur mantenendo il fascino di un'opera fuori dal tempo e dagli schemi. Obbiettivamente, chi se lo poteva aspettare un film che racconta di un attore da blockbuster in rovina (Michael Keaton nel ruolo dell'anno) che decide di tirare su uno spettacolo a Broadway tratto da Di cosa parliamo quando parliamo di amore? di Carver? E poi l'ambizione dell'attore non ancora famoso Mike Shiner (Edward Norton), i problemi con la figlia ex-tossica Sam (Emma Stone), la simpatia del manager Jake (l'attore dal nome impronunciabile è meglio conosciuto come "Alan di Una notte da Leoni"), l'idea del super-eroe che si insinua- fisicamente -nel cervello del protagonista e lo fa diventare il paladino della città, l'azzeramento dello scarto percettivo fra vita e teatro. E' tutto perfetto, tutto posato, dalla musica alla scenografia, fino alla geniale illuminazione di costruire il film in un lungo, tortuoso, falso piano-sequenza. E perfino la comicità è fantastica, perchè alla fine Birdman è veramente una commedia: tosta, nera, pirandelliana, ma comunque commedia
Iñarritu riprende la sua indagine sulla condizione umana e allarga le proprie mire, condannando aspramente lo star-system statunitense e ribaltandone i luoghi comuni per mostrare il proprio punto di vista. Lo fa esibendo una dote che mi piace avvicinare a Lynch o a Tarantino, e cioè costruendo la scena di modo che somigli alla Terra, solo spostata in un'altra dimensione. Il modo in cui si presenta il mondo di Birdman (che poi è il mondo di Babel, quello di 21 Grammi e prima ancora quello di Amores perros) oscilla fra l'allegorico e il disgustoso, ma Iñarritu non se la sente di dare spiegazioni compiute: lui che da sempre è un noto moralista (il sottotitolo del film è Le imprevedibili virtù dell'ignoranza) che non rilascia moralismi. 
Molto probabilmente il cinema tradizionale ha davvero fatto il suo tempo (qualcuno se ne è accorto da tempo, basta guardare Inland Empire o Maps To The Stars per rendersene conto) e Birdman è un'altra di quelle opere d'arte che arrivano da non si sa bene dove al solo scopo di rammentarcelo. Come dimostra il Birdman seduto sul cesso, alla fine del film, non siamo più noi a guardare i super-eroi, ma i super-eroi a guardare noi, ad assicurarsi che il livello di ossessione per la nostra immagine sia alla giusta temperatura e che si stia davvero tutti morendo.

sabato 7 febbraio 2015

The Iceman [Recensione]

In un certo senso, si può dire che la storia di Iceman l'aveva già raccontata il Boss in una splendida outtake del 1978 poi inserita in Tracks. Frasi quali "I'm the Iceman, Fighting for the Right to Live" oppure "Got My Arms Open Wide and My Blood Is Running Hot" farebbero pensare che Sprigsteen quasi conoscesse, almeno di fama, il famigerato conterraneo Richard Kulinski (1935-2006), detto Iceman per due motivi: il primo, una grande freddezza nel lavoro e nella vita (anche se si scioglieva solo per amore delle figlie e della moglie), il secondo, la pratica adottata dalla fine degli anni Settanta in poi e mirata al congelamento dei cadaveri delle proprie vittime.
Non era un tenerone, Kulinski, e per rendere l'idea ci voleva un film all'altezza del personaggio, un'opera che scavasse a fondo e ne delineasse la complessa psicologia e l'inquietante monumentalità fisica. Entrambi questi aspetti sono stati resi nel migliore dei modi da The Iceman, film diretto nel 2012 dall'israeliano Ariel Vromen e con protagonista Michael Shannon, attore feticcio di Jeff Nichols e interprete che ci riporta con gli occhi e col pensiero al cinema degli anni Sessanta (quanti cattivi da film di Hitchcock sarebbe potuto essere, questo omone largo due metri e alto tre?). Intorno a lui, una sfilza di grandi caratteristi: da Ray Liotta a Winona Ryder, da Chris Evans (ma quanto è bravo poi Chris Evans quando si sceglie i progetti e non si traveste da coglione?) a James Franco. 
Vromen carica tutto sul protagonista, lasciando indietro sia gli stilemmi del classico gangster-movie (anche se qua e là esce fuori qualche debituccio verso Scorsese, ma credo sia inevitabile) che quelli del thriller oscuro e "invecchiato" à la Zodiac. E non c'è redenzione in The Iceman, o almeno non nel personaggio di Michael Shannon, che è un delinquente polacco vestito male e pure un po' antipatico, lontano da quei banditi fortissimi che bucano lo schermo e divengono modelli da imitare. Kulinski è un operaio, uno che lavora senza tregua per mantenere una famiglia: c'è chi lo fa scaricando container in un porto, c'è chi lo fa collezionando omicidi. Un bel po' di omicidi. 
I colpi di scena sono molto calibrati e tutto il film  percorre due binari: quello violento e quello intimo, privato, riguardante il Kulinski marito fedele e padre devoto. E se fotografia e montaggio si avvicinano più al cinema francese, la totale assenza della struttura narrativa che vede il Bene contrapporsi al Male  appartiene maggiormente al cinema (e più in generale alla cultura) orientale. Vromen ne ha un po' per tutti, specie nel monologo finale, girato in un primo piano scurissimo che mostra un killer ormai distrutto e rassegnato a finire la propria esistenza in carcere. Non è il film del mese nè un capolavoro, questo The Iceman, ma fa parte sicuramente di quella fitta schiera di film americani che vorremmo vedere più spesso e che o arrivano con cocente ritardo o finiscono sottotitolati, per la gioia di pochi, in qualche sito di streaming. Consigliatissimo però a chiunque, perchè chiunque sia abituato al concetto di "buon film" potrà sicuramente trovarci qualcosa di buono.

giovedì 5 febbraio 2015

Unbroken [Recensione]

L'esperienza insegna che quando un film viene proiettato privatamente a casa del Papa, non si rivelerà poi un granchè. 
Ha ovviamente destato scalpore l'anteprima vaticana di Unbroken, secondo film della Jolie regista, che al contrario di quello che si può pensare non è per niente "accia" dietro la macchina da presa. Prendete In The Land Of Blood And Honey (2011), melò bellico ad alto tasso lacrimare che da noi uscirà (forse) doppiato (forse) in home video a breve: il classico buon film di guerra e sentimenti che ben poco ha da invidiare a Il paziente inglese e che vale un'ottantina di Mandolini del capitano Corelli. E già in quell'occasione, pur con un budget abbastanza ridotto, Angelina aveva dimostrato di essere un'ottima direttrice di interpreti.
Con Unbroken, purtroppo, le cose si complicano. Il film dura molto, a momenti annoia, a momenti esagera. Esagera, ad esempio, lo spirito da "Sogno americano" che permea ogni singolo istante  e che permette al mezzofondista olimpico Louis Zamperini di sopravvivere a un'infanzia difficile, ad un incidente aereo, a quarantasette giorni alla deriva nel Pacifico (indubbiamente la parte più riuscita di tutta la pellicola) e a due anni di torture e vessazioni in un campo di concentramento giapponese al cui confronto Auschwitz era un asilo nido. Intensa e riuscita la recitazione del meritevole Jack O'Connell, totalmente a suo agio nel ruolo che nel 1957, quando il soggetto fu depositato, doveva andare a Tony Curtis. Dialoghi piuttosto prevedibili, scritti da quattro diversi sceneggiatori (fra cui i Coen, mica i Vanzina!) e adattissimi per un pubblico il più ampio possibile. Peccato che, anche a ripensarci, Unbroken non lasci nello spettatore un'idea che sia una degna di essere tramandata e che le cose da dire su un film così insipido siano davvero poche.

martedì 3 febbraio 2015

Bob Dylan, "Shadows In The Night" [Suggestioni uditive]

Bob Dylan,
Shadows In The Night
(Columbia Records, 2015)
★★½















"Dylan ha cessato da tempo di essere un semplice artista. Ormai è una geografia, un universo semiotico, un'intera cultura concentrata in un singolo performer [...], un'infinita partita a scacchi tra la parola e la voce. [...] Dylan mantiene il diritto di cantare bene o male, di comportarsi in modo generoso o scostante, di salire sul palco lucidissimo o stordito, di presentare canzoni mai sentite in arrangiamenti straordinari o di ripetere una routine di brani che ci escono dalle orecchie. [...] Anche quando dà il peggio di sè, Dylan si rifiuta di essere mediocre."
Alessandro Carrera, La voce di Bob Dylan (Feltrinelli, 2011)

Il Bob Dylan del 2015 ha ancora addosso il sapore della libertà, e questa cosa rincuora.
Non si presta ad essere ospitato in salotti televisivi in cui si parla di eccessi, cadute, divorzi, overdose, disintossicazioni e ritorni in forma smagliante. Non smette di vivere on the road (il Never Ending Tour dura dal 1988 e, stando a quanto ho letto in un live reportage sul Buscadero di gennaio, prosegue piuttosto bene). Non è morto. Ma soprattutto non accenna a smettere di pensare, scrivere, suonare, cantare, incidere, produrre e vendere musica. Si è guadagnato (anche giustamente, dico io da dylaniano e dylaniato) il diritto di fare ciò che vuole. Vendere o meno, da qualche decennio a questa parte, gli interessa poco, e fidatevi: non è una frase fatta. 
Da anni racconta di odiare la tecnologia digitale e di incidere i propri dischi con microfoni e amplificatori che ormai si trovano solo su qualche bancarella e nelle teche dei collezionisti. Esige che sulle copertine degli album trovino spazio scritte quali "Viva-tonal recording" e "Grammophone Company", roba che la Columbia utilizzava negli anni Cinquanta: e non lo fa perchè è un vintagista consumato, ma perchè tutto questo fa parte della sua esperienza terrena di uomo e artista e lo fa stare bene. Shadows In The Night è il suo trentaseiesimo album in studio e il quarto a presentare esclusivamente brani non originali: tuttavia, non siamo di fronte ad una nuova raccolta di canti tradizionali pensata come un seguito di World Gone Wrong (1993) o dello strambo Christmas In The Heart (2009), bensì ad un disco di cover. Cover di Frank Sinatra, per l'esattezza. 
Dylan ripropone dieci pezzi di repertorio dell'artista a cui, specie negli anni Sessanta, veniva contrapposto in maniera totale. Gli dedica un tributo tardivo, originale, appassionato e assolutamente non smosso da motivazioni particolari (occasioni, ricorrenze, anniversari, eccetera). La copertina ha una resa grafica che ricorda le soluzioni della Blue Tone ed è un palese omaggio a quella, mitologica, di Hub-Tones (1962) di Freddie Hubbard. Le canzoni, rigorosamente registrate in presa diretta e senza sovraincisioni, faranno storcere il naso a chi si aspettava fiati, coro e orchestra tipici di questi traditional pop. Le canta col tono grave e baritonale che sfoggia nei concerti e che, in tempi recenti, mi ha impedito di apprezzare molti aspetti di Tempest (2012). Non c'è un brano che sia uno a potersi adattare, anche solo per sbaglio, ad una qualsiasi heavy rotation dei nostri tempi, ma poco importa: Dylan non è  un astro dello swing, non si chiama Michael Bublè, non ambisce a far sentire le sue Autumn Leaves o Full Moon And Empty Arms (cito i due pezzi che mi hanno maggiormente convinto) dentro i centri commerciali. Ha ormai scavalcato i concetti di classifiche, indici di ascolto, test di gradimento, passaggi in radio e in televisione. E Shadows In The Night è la prova ulteriore che anche sentirlo cimentarsi con un repertorio non suo (e con esiti tutt'altro che brillanti) può comunque rivelarsi un'esperienza interessante e istruttiva. Scrivo "istruttiva", perchè qua dentro non ritroverete My Way o New York, New York, ma pezzi di Sinatra "minori", lontani nel tempo (i brani originali sono materiale uscito fra il 1947 e il 1959 e spesso basato su standard risalenti agli anni Venti e Trenta) e molto poco conosciuti nel Vecchio Continente.
E' davvero vecchia musica pensata per vecchie persone, quella di Shadows In The Night, che a dispetto del titolo e di certi passaggi un po' più oscuri, di notturno ha ben poco e in più momenti non sembra prendersi neanche troppo sul serio. Purtroppo, a me piace Bob Dylan che canta Bob Dylan, anche quello del nuovo millennio, quello che ruba a destra e a manca e tira fuori capolavori come Love And Theft (2001) e Modern Times (2006) o dischi semplicemente belli come Together Through Life (2009). Forse queste canzoncine mi avrebbero detto poco anche se le avessi ascoltate cinquant'anni fa. Lo so, è una faccenda di gusti, e i miei sono quelli di un romantico mezzo scemo che non si è ancora stancato di sentirsi rotolare via come una pietra scalciata e che non condivide questa operazione di tributo. Poi mi fermo a pensare che quest'uomo, dopo quasi quaranta album e a settantaquattro anni, continua a far discutere il mondo sulle sue scelte artistiche e allora mi guardo intorno, sorrido e penso che è davvero il più grande di tutti.

domenica 1 febbraio 2015

Italiano Medio [Recensione]

C'è una buona fetta di gente che pensa solo ad arrivare al sabato vestita in un certo modo. 
C'è chi alle 20:00 è a fare l'aperitivo, alle 23:00 va a ballare e alle 02:00 si cala una pasticca. 
C'è chi vuole solo vedere un determinato genere di film: mi riferisco a questo pubblico di post-adolescenti che sembra gradire esclusivamente "cazzotti&cazzate".
E poi c'è un certo tipo di rivalsa, quella di autori come Maccio Capatonda e la sua cricca. Una piccola squadra nata negli anni novanta, grazie ai finti spot di Mai dire e approdata poi a serie televisive di maggiore durata (Mario su MTV, venti minuti a puntata). Una squadra che, in questo primo approdo sul grande schermo, recupera il surrealismo tematico e lo sfondone linguistico (cose vecchie quanto la commedia popolare stessa), che ruba e non si vergogna ad ammetterlo, che omaggia il cinema vero del passato e del presente (si va da Kubrick ad Hunger Games) e attinge alla grande fonte della cultura pop. La demenza in Italiano Medio c'è, deve esserci e non ha epigoni. Oggi che il cinepanettone è finalmente irrancidito, che i comici della tv fanno brutti film (Biggio&Mandelli su tutti) e che- mentre tutti gli altri generi sono già morti -i produttori uccidono l'ultima forma redditizia del cinema italiano, Italiano medio sembra un fulmine a ciel sereno, riesce a fare centro laddove neanche Smetto quando voglio era arrivato. Maccio Capatonda ci regala la sua consueta galleria di grandi caratteristi (Herbert Ballerina e Rupert Sciamenna su tutti, ma anche la brava Tabita si comporta benone) e gira perfettamente. Parla di noi, certo, e non ha bisogno di essere quadrato o lineare: nel mondo dell'Italiano medio (allegorico, caustico e profondamente simile al nostro) non c'è spazio per bontà e cattiveria, per giusto e sbagliato. 
Lontano da tutto e tutti, odiato da molti, costato pochissimo e girato con un'intelligenza e una premura che gente come Virzì o Genovese possono solo sognare, Italiano medio è la grande commedia del nostro tempo, un carnevale che racconta questa epoca di falsa crisi, prendendosi gioco di una società fasulla e distruttrice come forse solo il Sorrentino de La grande bellezza ha saputo fare. Godiamocelo, Maccio Capatonda! Anche perchè, non appena ritornerà Checco Zalone, tutti saranno di nuovo intenti a sorridersi e volersi bene.

Blind Guardian, "Beyond The Red Mirror" [Suggestioni uditive]

Blind Guardian,
Beyond The Red Mirror
(Nuclear Blast, 2015)

★★★★
















"Successo e fallimento sono le due esperienze della vita adulta", disse Cesare Pavese. Virando questa affermazione verso l'universo Metal, persone come i Blind Guardian risulterebbero le tipiche eccezioni che confermano la regola. Tedeschi, solidamente uniti dal 1984 (anche se, allora, si facevano chiamare Lucifer's Heritage), cresciuti all'ombra del successo di band quali Helloween o Grave Digger, strenui sostenitori del "gioco di squadra" e incalliti compositori, già nella prima ora, di quella rivoluzione power che proprio in Germania trovò la propria scintilla di inizio. Gli ascoltatori più attenti amano differenziare alcune fasi nella carriera dei Bardi (ad esempio, dagli esordi fino al 1992, anno di uscita del sublime Somewhere Far Beyond, vengono collocate pesanti influenze trash e speed che si adattavano fino a un certo punto a draghi, spade, re del nord, battaglie, onore, sangue e acciaio), ma sono i primi ad ammettere che i Blind Guardian siano la più grande band power metal mai esistita: più raffinati dei Manowar, più romantici dei connazionali Grave Digger, più completi degli "allievi" Hammerfall, Hansi e soci costituiscono, ad oggi, una realtà insuperata in ambito metallaro.
Beyond The Red Mirror segue- coraggiosamente e con un ritardo di vent'anni -uno dei loro maggiori successi di critica e pubblico di sempre, e cioè il meraviglioso concept album Imaginations From The Other Side). Dalla doppietta iniziale The Ninth Wave e Twilight Of The Gods, si capisce che tutto il disco (il decimo della loro carriera) correrà sul filo di una pericolosa reminescenza del passato. I gorghi del "già sentito" potrebbero essere vicini, ma l'insistita capacità di ricavare una tremenda energia dal caos che loro stessi scatenano porta i Blind Guardian a scrivere alcune fra le pagine misteriosamente più potenti della loro carriera, direttamente proporzionali al livello che la loro tecnica può avere raggiunto in questi anni della maturità artistica: The Throne, Beyond The Red Mirror e Ashes Of Eternity sono scrigni senza fondo, ogni volta che si apriranno uscirà qualcosa di nuovo, soprattutto nel sentirle proposte dal vivo. E basta spingere la mano più a fondo per veder emergere altri tesori e toccare lo strato (massicciamente presente in tutto ciò che i Blind Guardian hanno inciso da A Night At The Opera in poi) più affine alla musica folk e sinfonica. Miracle Machine e la semiconclusiva Gran Parade sono grandi canzoni popolari con cui una band-feticcio del Metal incontra di nuovo il Sublime. Scrivo "di nuovo" perchè era già successo negli anni Novanta, sia col già citato Imaginations che con Nightfall In The Middle Earth (il disco tolkieniano). E il Sublime di Beyond The Red Mirror è la risposta dei Bardi alla vastità e alla potenza della natura, una risposta fatta di terrore, di vertigine e di esaltazione. Altrettanto sublimi, in questo senso, sono gli scenari aperti dall'ingente opera di produzione che contraddistingue ogni disco dei Blind Guardian: dirige come sempre Bauerfeind (il sesto componente della band, un po' come Ian Stewart nei Rolling Stones), suonano le orchestre sinfoniche ungheresi e cecoslovacche, il pianoforte trionfa sulle pianole, i cori chiamati ad intervenire non sono realizzati con Pro Tools ma arrivano da Budapest, Praga e Boston.
E' il primo febbraio, e c'è da scommettere che sia appena uscito uno dei più bei dischi Metal dell'anno.