giovedì 13 novembre 2014

Dracula Untold [Recensione]

Esce l'ennesimo Dracula
Devo ancora riprendermi dal Dracula 3D di Argento, non sono preparato a sorbirmi un reboot fanta-horror ad alto budget (100 milioni di dollari) facente parte del filone dei "New-Horror Movies" targato Universal. Ormai so che è del tutto inutile confidare in un cinema horror classico e magari un po' più "povero" rispetto alla media: per carità, non pretendo un nuovo Murnau o un nuovo Coppola (per me, dopo il suo inimatibile Dracula di Bram Stoker, potevano davvero chiudere la famosa "baracca&burattini"), ma almeno un po' di decenza.
E invece no: non c'è limite alle cattive intenzioni e questo Dracula Untold fa ridere come non fa ridere nemmeno il nuovo film con Ficarra e Picone. Pensato per ragazzini che necessitano della loro dose di patinatura quotidiana e girato da cani da tale Gary Shores (neanche Wikipedia lo considera e forse neanche esiste), questo "epico" racconto sulle origini di Vlad l'impalatore ci presenta un Dracula ultra-cattolico (ci mancherebbe!), generoso come San Francesco e veramente pronto a tutto pur di scongiurare la minaccia islamica.
Dopo appena mezz'ora la noia regna incontrastata, il ritmo è fiacchissimo, non riesci ad affezionarti a nessun personaggio e la pellicola non rende nè come fantasy, nè come horror, nè come film storico. I cattivi sono cattivi perchè glielo hanno detto: Maometto II (D. Cooper) è un antagonista che va ben oltre i limiti del buon gusto. I buoni sono dei coglioni vestiti da ebeti e interpretati in maniera ridicola: lo stesso Vlad, divenuto Dracula, non riesce a mostrare alcuna implicazione psicologica nella propria crudeltà. In generale, il casting è pieno di attori fuori posto e scelte sbagliate, gli effetti speciali sono vergognosi e il finale sembra una parodia- scura ma poco vampiresca -de Il ritorno del re, oltre ad essere privo di qualsiasi senso di chiusura: il che fa pregiudicare un sequel.
Come il recente Frankenstein, anche Dracula Untold prende un cattivo per antonomasia della cultura letteraria e cinematografica e lo trasforma in un balocchino gradevole, facendolo muovere come un super-eroe in un mondo di super-eroi costruito con tanti quattrini. Il pubblico prende anche questo, ma solo perchè non ce la può fare. 

mercoledì 12 novembre 2014

Pink Floyd, "The Endless River" [Suggestioni uditive]


Pink Floyd, The Endless River 
(Parlophone/Columbia, 2014)
★★★½












Come The Division Bell (1994)- che lo precede temporalmente di vent'anni ma che gli risulta essere praticamente complementare -The Endless River, quindicesimo e definitivo album dei Pink Floyd, torna a svelare grandi segreti di vita e morte. Racconta di artisti, autori, sogni, musiche, immagini, eventi e oggetti a cui non siamo abituati, e questo crea disagio. Perchè il materiale contenuto qua dentro, pur essendo datato (le canzoni sono state scritte e registrate nel 1993, e solo di recente Gilmour e Mason sono tornati in studio per registrare di nuovo le parti di voce, chitarra e batteria, lasciando inalterate le incisioni del compianto Richard Wright, tastierista a cui l'album è esplicitamente dedicato), lascia spiazzati per la sua incantevole contemporaneità e per la capacità e l'eleganza con cui riesce a chiudere alcune porte lasciate aperte molto tempo fa. E non pensate di trovarvi di fronte al dischetto underground con qualche comoda pennellata di psichedelia qua e là in stile tardi anni Novanta o ancora peggio a del materiale free-download fighetto e vitellone da Nuovo Millennio, perchè i Pink Floyd hanno saputo attraversare tutto questo con grande disinvoltura e nonchalance. Dei diciotto brani del disco non ce ne è uno che strizzi l'occhio al conduttore di MTV o all'editor di qualche mensile spocchioso e logorroico. The Endless River, finemente prodotto da Gilmour assieme a Youth, Phil Manzanera (ex-Roxy Music) e Andy Jackson, è un disco progressive, sì, ma soprattutto ambient, praticamente privo di testi (come è giusto nei Pink Floyd orfani dei parolieri Barrett e Waters) e lontano da tutto quello che può essere comodamente definito fuffa.  Non sta piacendo perchè non c'è verso di udire neanche una strofa che alluda ai grandi temi socio-politici del dibattito culturale internazionale? Pazienza: il mondo della muscia è già pieno di rockstar ipocrite che si fanno fotografare con capi di stato peggiori di loro. Non sta piacendo perchè considerato troppo "difficile", "impegnativo" o- come ho letto in un commento su Facebook -"troppo prodotto"? I Pink Floyd realizzano dischi, non il "Bollettino del Dilettante". Avete tanti blog collettivi su cui ascoltare demo di qualche sconosciuto eroe che, potete scommetterci, dirà sempre di se stesso di essere un <<genio incompreso>> vantandosene pure. A parte lodare la saggia decisione di scegliere Louder Than Words come singolo di lancio, inutile stare a dire quale canzone è bella e quale lo è meno: The Endless River è a tutti gli effetti un disco dei Pink Floyd. E' un album da ascoltare per intero, dall'inizio alla fine, e forse funziona meglio proprio preso nella sua integrità che non pezzo per pezzo. Nettamente migliore dei due, mesti dischi dei terribili anni Ottanta, non ha nulla in più o in meno rispetto a The Division Bell

È tutto.

lunedì 10 novembre 2014

Boyhood [Recensione]

Autore di grande spessore, spesso trascurato ma mai trascurabile, il texano Richard Linklater è uno dei pochi registi americani contemporanei a vantare un curriculum composto quasi e soltanto da film meravigliosi: il bellissimo La vita è un sogno (1993), la trilogia Prima dell'alba (1995), Prima del tramonto (2004) e Before Midnight (2013), l'istruttivo cult School Of Rock (2003), il polemico finto-documentario Fast Food Nation (2006) o il magnifico e inosservato Bernie (2011) rappresentano solo una minima parte della carriera di questo instancabile, ardito, eccezionale regista, che è tornato al cinema con Boyhood, opera che gli è costata letteralmente 12 anni di lavoro. Di fatti, le riprese sono partite nel 2002 e si sono concuse solo nel 2014, e tutti gli attori del cast- attenzione -sono cresciuti di pari passo col film. Questo è quello che troverete scritto su tutti i giornali e questo è il motivo per cui tutti quei giornali vi consiglieranno di andarlo a vedere.
Ma c'è dell'altro. Perchè Boyhood non è solo un ambizioso esperimento formale che sta vivendo forse un momento di eccessiva sopravvalutazione (non che sia un male, visto che preferisco di gran lunga sapere sopravvalutato Linklater rispetto ad un episodio qualsiasi della saga Fast And Furious), ma un vero e proprio bildungsroman, narrato da e con gli occhi di Mason (E. Coltrane), un bambino che diventa ragazzo e che finisce col raccontarci non solo le (dis)avventure sue, di sua madre (una Patricia Arquette brava e affettuosa che ingrassa a vista d'occhio), di sua sorella (L. Linklater, figlia del regista) e di suo padre (il grande Ethan Hawke), ma una sorta di unico, grande saggio sull'America degli ultimi dodici anni, e non di certo simile a come la racconterebbero tutti. Un film dove si sbagliano mariti, ci si lascia e non ci si riprende; un film che insegna che in certi posti nel mondo la società ci suggerisce di essere comunisti a vent'anni, anarchici a trenta, conservatori a cinquanta e che fino a quando bambini di sette anni giureranno fedeltà ad una certa bandiera e ad un certo Dio il mondo non sarà poi il posto migliore dell'universo dove vivere; un film che parla di vita e amore e che insegna quanto possano risultare effimeri il tempo, l'amore, la felicità e, per fortuna, anche il dolore: e i personaggi di Boyhood, sorprendentemente simili a personaggi della vita reale, questo sembrano impararlo bene, ed è forse l'insegnamento più grande che Mason trae quando il film finisce, anzi, si interrompe, con una persona nuova di cui innamorarsi e un tramonto del Sud talmente bello da sembrare eterno. I detestabili Arcade Fire intonano Deep Blue, una delle loro nenie tutte uguali, ma a me torna in mente un'altra canzone del film, quella in cui Dylan dice "Beyond the horizon, behind the sun/ At the end of the rainbow life has only begun/ In the long hours of twilight ‘neath the stardust above/ Beyond the horizon it is easy to love".  Ed è proprio quello che penso: Linklater ci ha portati, per quasi tre ore, ben oltre gli orizzonti emotivi (e anche artistici) a cui la nostra epoca ci ha abituati e se è vero che non necessariamente la verità aiuta a capire meglio le cose, quella presente in Boyhood, anche se solo per un momento, sembra potercela fare. 

sabato 8 novembre 2014

The Marshall Tucker Band, "Live! Englishtown, NJ September 3, 1977" [Suggestioni uditive]

The Marshall Tucker Band,
Live! Englishtown, NJ September 3, 1977
(Ramblin'Records, 2014)
★★★★














Dopo gli Allman della Allman Brothers Band e i Van Zant dei Lynyrd Skynyrd, i fratelli Toy e Tony Caldwell del South Carolina hanno rappresentato, con la loro Marshall Tucker Band, il terzo complesso più prestigioso e importante della storia del southern rock. Buona parte del merito va alla straordinaria tecnica pickin' di Toy, che, accompagnato dalla sua Les Paul e dal suo inseparabile cappellone, ci ha regalato grandi pagine di musica; ma anche la voce morbida e country di Doug Gray e il flauto jazz di Jerry Eubanks hanno giocato un ruolo fondamentale nel plasmare e affermare un sound più soft di quello dei Lynyrd (con cui i fratelli Caldwell condividono, in maniera forse ancor più accentuata, gli ideali conservatori e la volontà di raccontare un sud fieramente ancorato al passato) e più orientato al country-western anche rispetto agli Allman della fase Dickey Betts (quelli di Brothers And Sisters, per intenderci). E così, ecco nascere una musica polverosa ma pure pulita, semplice nei testi ma profondamente innovativa e alternativa nella forma, in grado di richiamare alla mente attacchi degli indiani alle diligenze così come romantici, solitari bivacchi sotto le stelle. 
La capacità di sfornare dischi belli (se non bellissimi) della MTB non conosce ostacoli per almeno un quinquennio: dall'esordio omonimo, nel 1973, fino al già più discusso e "accomodato" Together Forever (1978), è difficile trovare un neo nell'attività in studio dei fratelli Caldwell, spesso intenti a scalare le posizioni più alte delle classifiche nazionali e ad organizzare- sempre supportati dalla leggendaria Capricorn Records -tour lunghi e imponenti. Ed è in questa epoca magica e irripetibile che va ad iscriversi il leggendario concerto tenuto al Raceway Park di Englishtwon il 3 settembre 1977, coi Marshall come headliners di una dodici ore che avrebbe visto succedersi sul palco, fra gli altri, i sudisti Sea Level, i New Riders Of The Purple Sage e i ben più noti Grateful Dead. Gli Allman sono momentaneamente sciolti, mentre la tragedia aerea del 20 ottobre in cui sarebbero periti tre quarti degli originali Lynyrd Skynyrd per ora è solo una minaccia invisibile che si staglia lontana all'orizzonte: per i Marshall è il momento di massimo splendore e popolarità. Il southern rock è forse al suo apice come genere, e questo paesino del New Jersey- che non arriva neanche a mille abitanti -si ritrova ad accogliere gli ultimi hippies della East Coast e orde di selvaggi cowboys venuti da sud per vedere trionfare la band dei fratelli Caldwell. Quale occasione migliore, per la MTB, di sfoderare i migliori pezzi tratti da quelli che la Storia avrebbe fatto risultare i loro capolavori assoluti? E se la lunga "jammatissima" Never Trust A Stranger non convince proprio a pieno, ci pensa la meravigliosa, potente Searchin'For A Rainbow ad aprire maestosamente questo bel live. Da questo momento in poi ci aspetta un'ora di canzoni fenomenali suonate con un estro e una capacità di improvvisazione insospettabili, specie se si pensa che le uniche testimonianze dal vivo della MTB sono iniziate a fioccare in tempi relativamente recenti (nel 2006 Doug Gray dette alle stampe il doppio Live On Long Island, contenente un concerto del 1980, fra gli ultimi registrati con Toy come frontman) e che la massiccia attività in studio dei nostri ha finito con l'adombrare quella concertistica. La fa da padrone il flauto di Eubanks in Heard It In A Love Song, mentre il pubblico esplode beatamente di fronte ai singoli di maggior successo dell'epoca, cioè la spedita Take The Highway e l'eterna Fire On The Mountain. Una delle sorprese maggiormente gradite è In My Own Way, un pezzo dei meno noti del catalogo MTB tratto dai solchi del doppio, graffiante Where We All Belong (1974), qui suonato con una mano (ma sarebbe più corretto dire con un pollice) divina da Toy Caldwell. Si va avanti di hit in hit, fino ad una chilometrica 24 Hours At Time, che coi suoi quattordici minuti risulta essere il brano più lungo del disco. La performance sembra finita, ma ecco che il flauto torna a risuonare qualche sparuta nota, modulando una bella introduzione a Can't You See, la Free Bird (o la Starway To Heaven) della MTB che non può che chiudere in maniera più degna un trionfo quale è Live! Englishtown
Senza ombra di dubbio ci troviamo di fronte alla migliore performance dal vivo della band del South Carolina, un mezzo capolavoro che aveva circolato in qualche bootleg di bassa lega (alcune tracce sono udibili anche su YouTube) e che ora trova finalmente una degna masterizzazione. Non potrà mancare nelle collezioni dei rocker sudisti più sfegatati, ovviamente, ma per chi non li conosce potrebbe essere- complice anche un prezzo abbordabile -il miglior mezzo con cui avvicinarsi ad una grandissima band, qua colta veramente all'apice della propria espressione artistica e professionale.

venerdì 7 novembre 2014

Interstellar [Recensione]

Se un film di Cristopher Nolan in lavorazione da sette anni viene accolto con lo sdegno e la freddezza che il pubblico e la critica gli stanno riservando un po' ovunque, vuol dire davvero che la fine del mondo è vicina. Per carità, bene che anche i critici di professione- e non chi, come me, dice la sua e ragiona tramite un blog -abbandonino un po' il "nerdismo" che li contraddistingue in questi ultimi anni e si preoccupino di fornire ai lettori strumenti con cui giudicare in modo più obiettivo possibile un film. Allo stesso tempo, bene che anche i fans (duri come lecci) di miliardari vestiti da pipistrello, criminali simili a Beppe Grillo, labirinti mentali e cloni ottocenteschi si dotino di un pensiero proprio e assumano una posizione critica nei confronti dell'ultima, ambiziosa fatica del loro pupillo. Tuttavia, questo inatteso cambio di rotta nel rilasciare giudizi sul bravissimo e celebre regista inglese mi trova impreparato, e in tutta sincerità non me la sento di condividerlo, forse perchè- contrariamente al 90% degli spettatori -non mi aspetto il nuovo 2001 da ogni film di fantascienza che esce nei cinema. State tranquilli, rimanete nelle vostre case: 2001 è lassù, in cima a tutto, nessuno gli dà noia. La fantascienza di Kubrick, impareggiabile e fondamentalmente inumana, non è la stessa di Tarkovskij, Scott, Jones, Blomkamp, Cuaròn, Boyle: perciò, perchè quella di Nolan deve somigliarle per forza? Domandatelo a chi, in questi giorni, non riesce a scrivere una recensione o anche solo a tracciare un profilo del film, senza ricorrere a questo futile paragone: magari vi risponderà.
Detto questo, Interstellar è una pellicola (più precisamente una pellicola 70 mm IMAX che a noi puristi innamorati di Scorsese, Tarantino e Abrams piace tanto) sci-fi solo in seconda istanza: per prima cosa, è un melò hollywoodiano d'altri tempi, un dramma ad alto budget gestito come meglio non si poteva, almeno sul lato tecnico. Perchè si può dire quello che si vuole a Nolan, ma non di certo che non sia uno dei registi più dotati in circolazione, e bastano quattro riprese di Interstellar a dimostrarlo. In compenso, questa dote viene a mancare in sede di sceneggiatura (non è un caso che i suoi film siano quasi sempre scritti da o con il più bravo fratello Jonathan), e in questo senso Interstellar un po' risente di certe mancanze: buchetti, facilonerie, dialoghi a volte scialbi, alcuni personaggi troppo quadrati. Inoltre, la storia di un padre (un Matthew McConaughey formidabile come al solito) che lascia i due figli (interpretati, da adulti, dai bravi Jessica Chastain e Casey Affleck) per affrontare il viaggio interstellare non è il massimo dell'originalità, alcuni concetti fisici (il film è ispirato da un saggio dell'astrofisico Kip Thorne, coinvolto anche come co-produttore) e drammatici potranno apparire banalizzati e standardizzati (e in alcuni casi lo sono eccome), e delle venti cose di cui Nolan vorrebbe parlare (fra le tante, la percezione del tempo e dello spazio, i danni del surriscaldamento globale, la possibilità di viaggiare attraverso i wormholes, il rapporto fra un padre vedovo e una figlia bisognosa di amore e attenzioni, l'esistenza di dimensioni parallele, il ritorno alla civiltà agricola, l'amore che trascende le leggi dell'universo, la messa in discussione delle leggi di gravità, i limiti dell'istinto di sopravvivenza) è tanto se riesce a portarne a termine due. Ma è l'esperienza cinematografica in sè, qua, ad avere la meglio su trama, personaggi e contenuti. La corsa in macchina attraverso i campi di pannocchie è epica esattamente quanto il countdown mandato in fuori campo mentre il protagonista lascia la sua casa e la sua famiglia, l'entrata nel wormhole fa restare a bocca aperta così come la galoppante, tragica corsa verso l'ignoto (quasi) finale. Le scelte stilistiche, interpretative, registiche e musicali (Hans Zimmer dà sempre il meglio per Nolan, e si sente) di Interstellar sono tutte azzeccate.
Perciò, è inevitabile che allo spettatore più dotato di materia grigia rimarranno, alla fine dei 169 minuti di durata, alcuni quesiti: ad esempio, il film poteva risultare migliore se privato di una certa retorica americana sbavona? O ancora: davvero il regista crede in un'idea così antropocentrica dell'universo (un'idea, a detta di chi scrive, arrogante, anti-scientifica e con la quale non sono d'accordo neanche un po', ma che neanche impedisce di godersi il film)? E poi, il finale non è ciò che sembra (per fortuna!), ma Nolan a questo ci ha abituati già ai tempi di Inception (2010) e ha riutilizzato un espediente simile anche ne Il cavaliere oscuro- Il ritorno (2012): tuttavia, da spettatore e appassionato, voglio essere sincero e dire che a me questa storia dei finali aperti finisce col sembrarmi una comoda vigliaccata. Ma a Nolan piacciono i soldi (come dargli torto, del resto?) ed è furbo e talentuoso come pochi, per cui non ha mai mancato di accettare patti e costrizioni tipici delle opere su commissione, fra cui uno dei più azzeccati mai concepiti ad Hollywood: <<Lasciamo il finale aperto, è la cosa più democratica e nessuno in sala si sentirà offeso>>.
In conclusione e a prescindere dai difetti, Interstellar è un film da vedere e pure rivedere, interessante e coinvolgente, bellissimo e riuscito da una parte, pieno di occasioni mancate e banalità spielberghiane dall'altra. Rassicura critica e pubblico sul fatto che Nolan non è il genio che tutti decantano e che i suoi film continuano a risultare meno complessi di quanto l'apparenza (e la pubblicità) possa suggerire.  Rimarrà comunque il migliore sci-fi del 2014 e un blockbuster dall'ottima funzionalità, convincente, curato fin nei più minimi dettagli e girato in maniera incredibile, ma finirà col piacere comunque meno degli ultimi film dell'autore. Da parte mia, posso aggiungere che l'ho gradito più de Il cavaliere oscuro- Il ritorno e che ora più che mai da Nolan mi aspetto un film diverso, dove l'autore si erga veramente al di sopra della produzione e non ricerchi soltanto il compiacimento del pubblico e la lacrima facile. Sempre ammesso che lui ne abbia voglia.


martedì 4 novembre 2014

Confusi e felici [Recensione]

Apro la recensione dicendo subito che Confusi e felici è un film bellino. Chi si aspettava l'ennesima stroncatura della commediola italiana media (e le premesse per risultare tale Confusi e felici potrebbe averle anche tutte) resterà deluso.
L'analista Marcello (Bisio), professionista affermato e single, entra in depressione non appena scopre di soffrire di una rara patologia agli occhi che lo porterà, entro breve, ad uno stato di cecità totale. Sconsolato e in preda a manie suicide, decide di abbandonare la professione, ma gli verrà impedito dai suoi stessi pazienti.
Ora, a parte che una squadra di casi umani simili non si vedeva dai tempi di Harry a pezzi, la nuova commedia di Massimiliano Bruno, qui giunto alla sua terza opera cinematografica, riesce a cogliere tutta una serie di piccole sfumature che, amalgamate, vanno a comporre un'opera precisa e intelligente. Cadere nel buonismo più ridicolo era un rischio latente, visto il soggetto del film, ma in realtà tutto finisce col funzionare, anche laddove si annida il dialogo melenso e la battuta banalotta: dalla straordinaria coppia in crisi (per cause "virtuali") di Betta (Caterina Guzzanti) ed Enrico (Pietro Sermonti) alle epiche gesta del pusher dal cuore d'oro Nazareno (il grande Giallini), passando per l'autista Pasquale (interpretato dallo stesso regista) che soffre della sindrome di Peter Pan, per la ninfomane tardona e incallita Vitaliana (Minaccioni) e per un indimenticabile Rocco Papaleo, istrione fuori di testa come non mai. Come già detto, una certa faciloneria italica fa capolino qua e là, fra mamme possessive che muoiono e creature innocenti che vengono al mondo, ma tutto viene perdonato quando si ha un finale tutt'altro che comico.
Compiendo passi giganteschi rispetto ai suoi due film precedenti, Bruno gira un film che perfetto non è, ma che non suona neanche falso come una moneta bucata: la sua Roma è una capitale per nulla patinata, povera e non baciata dall'italian dream della Leopolda, la forza comica e la lucidità con cui descrive le illusioni e i tonfi di questa schiera di personaggi lo rendono uno dei pochi commediografi originali in circolazione. Almeno al momento. 

venerdì 24 ottobre 2014

Guardiani della galassia [Recensione]

Il cinema di genere è un cinema di regole. Chi non lo ama soffre i codici cui un determinato genere può fare riferimento. Prendiamo i cinefumetti, o cinecomics che dir si voglia: quante volte avrete sentito qualche detrattore esclamare <<Li odio! E non sopporto certi cliché... e poi preferisco altri generi>>. Discorsi pigri pronunciati da gente pigra. Pigra e pronta a scadere nel paradossale: di fatti, fra il migliore cinefumetto e il migliore western o il migliore horror, non intercorrono differenze. A prescindere dall'epoca in cui possono essere stati realizzati, appartengono entrambi alla stessa, identica tipologia di film, e cioè quella nata da una negoziazione fra produttori, spettatori e discorsi sociali assortiti. E visto che le pellicole di genere esistono praticamente da quando esiste il cinema, sono sempre state e saranno sempre costrette all'instabilità, sospese fra luoghi comuni irrinunciabili e capacità di trasformazione, fra rassicuranti ripetizioni e innovazioni contenutistiche e formali: mirabile e completo esempio di tutto ciò (e di molto altro ancora) risulta essere Guardiani della galassia di James Gunn, decima pellicola del Marvel Cinematic Universe, in sala dal 22 ottobre.
Tagliare i ponti con le metodologie legate alla stragrande maggioranza dei cinefumetti può essere l'unica salvezza per pellicole di questo genere: se ne accorse, già due anni e mezzo fa, il signor Joss Whedon, "punta di diamante" dei cineasti legati alla Casa delle Idee e autore di The Avengers. Accostare all'epica la demenza e alle lacrime le risate, mostrare dei cattivi un po' più coglioni del solito (possible che sian tutti dei geni del male?), prendersi un po' meno sul serio (come ripeto perennemente, sempre di calzamaglie si tratta!), rammentarsi che questi film devono rivolgersi primariamente ad un pubblico di giovani, sono tutte scelte che hanno portato la Marvel ad ottenere la formula del cinecomic perfetto (senza offesa per il bravissimo Christopher Nolan): e oggi, grazie ai Guardiani della galassia, si può dire che quella formula abbia dato finalmente il suo frutto migliore. James Gunn, 44enne indipendente famoso principalmente per Tromeo And Juliet (ma, se avete modo, recuperate anche il più recente Super), è la persona a cui vanno quasi tutti i meriti: semplicemente, perchè questo film incanta. Incanta per come riesce a combinare gli elementi del classico film Marvel ad un'essenza innovativa, fresca, colorata e rivoluzionaria. Il quintetto protagonista si impone come il migliore gruppo super-eroistico di cui si possa conservare memoria: neanche i Vendicatori di Whedon, nel loro essere una squadra di primedonne interpretate da superstar del grande schermo, sono riusciti a raggiungere un livello di simpatia totale come i Guardiani. Bravissimi Chris Pratt e Zoe Saldana nei panni di Peter Quill e Gamora, anche se i veri inchini vanno al genio che ha regalato a Vin Diesel il ruolo della sua vita (cioè un albero che per tutto il film dice quattro parole) e ad un istrionico e inaspettato Bautista. Inoltre, Rocket Racoon potrebbe essere il primo procione digitale (doppiato da Bradley Cooper nell'originale) a meritare un Oscar come miglior attore non protagonista. Menzioni speciali anche per la colonna sonora (fra le tante, sono presenti hits di Bowie, Blue Suede, Jackson 5, Marvin Gaye, ma, soprattutto, la grandiosa Fooled Around And Feel In Love di Elvin Bishop), la fotografia di Ben Davis (aiutata da un 3D fluidissimo e di grande impatto) e l'inossidabile sceneggiatura di Gunn e Nicole Perlman.
Opera pop sfrenata e barocca, portatrice di un bagaglio di memorie cinematografiche che va da Star Trek fino a Footloose, Guardiani della galassia ha tutte le carte in regola per ingraziarsi almeno tre generazioni di spettatori: dai bimbi cresciuti a "pane&supereroi" fino ai genitori patiti di Guerre Stellari, passando pure per i nonni, memori di quella science fiction televisiva e cinematografica delle origini. Si ride, ci si esalta, si evade. Superfluo aggiungere che trovare un difetto a un film simile è un'impresa titanica.