giovedì 10 aprile 2014

Black Label Society, "Catacombs Of The Black Vatican" [Suggestioni uditive]

Black Label Society,
Catacombs Of The Black Vatican (BLS, 2014)
★★★★
















Un paio di giorni fa, Corriere.it dava la grande notizia che Emis Killa (rapper, produttore, conduttore radiofonico e ormai, almeno per gli sfortunati utenti Sky, anche conduttore televisivo) ha superato l'invidiabile cifra di un milione di amicizie su Facebook. Il redattore- forse imbottito di serotonina -descriveva in termini entusiastici l'ascesa di questo giovane rapper brianzolo e l'importanza di una simile figura nel campo della musica.
Ora, io ho la brutta abitudine a non fidarmi dei grandi numeri: se lo facessi, sarei costretto ad ammettere che nessun artista è migliore di Emis Killa, così come che nessun pubblico si intende meglio di musica come il pubblico dei fan di Emis Killa, un pubblico composto principalmente da ragazzi che popolano ridenti paeselli nordici vedendo nelle ronde di quartiere leghiste un'operazione antisommossa della SWAT e smaniosi di prendere la patente per andare a giro col macchinone del "papi" nelle periferie malfamate più vicine (dove poi verranno giustamente massacrati da personaggi che Emis Killa neanche sanno chi è). La verità è che abbiamo passato buona parte degli ultimi dieci anni bevendoci tutte le amenità passate dai media riguardanti la commistione tra alto e basso: mi dispiace, ma per me non si può passare da una settimana di Amici e posticipi ad un'esposizione sulla pittura fiamminga. Così come chi ascolta Emis Killa non potrà mai comprendere la bellezza di un disco come Catacombs Of The Black Vatican, nono album in studio dei Black Label Society. Gente che arriva dalla California e che suona un rock duro e genuino al 100% come nessuno. E come lo suonano loro, capitanati dal mostro sacro Zakk Wylde (che è una delle figure musicali più importanti giunte alla ribalta alla fine del XX secolo, e se non ci credete correte a sentirvi capolavori come il suo Books Of Shadows o l'esordio omonimo del suo primo progetto, i Pride&Joy), non lo suona quasi nessuno. 
In un mondo a cui ormai basta una suora siciliana 24enne che canta a squarciagola per lasciarsi abbindolare, la copertina del nono album in studio dei BLS forse potrà trasmettere un filo di inquietudine, ma è solo rock&roll: dietro le tinte scure di questa grande band, dietro titoli poco pacifici quali Fields Of Unforgiveness, Heart Of Darkness o Damn The Flood, si nascondono spesso insospettabili chitarre acustiche, aperture southern rock vecchia scuola, facenti parte del background musicale presente in tutti i dischi del gruppo dal 1998 ad oggi. E con loro è difficile parlare di album sperimentale e album tradizionale, di disco "più metal" e opera "più blues": come ha ricordato giorni fa anche lo stesso Zakk Wylde, Catacombs è <<uguale a tutti gli altri dischi dei Black Label Society>>. E' un male? Assolutamente no. Così come sono certo che questi undici brani convinceranno (già a partire dal singolo My Dying Time) anche più dei pezzi di Order Of The Black (2008). Il temuto cambio all'interno della formazione (lo storico chitarrista ritmico Nick Catanese è stato sostituito da Dario Lorina) non ha apportato alcuna modifica al suono della band, stragarantito anche dal ruolo di Wylde produttore e main director assoluto di tutto ciò che riguarda il disco. Ed è proprio lui a fare la "parte del leone" dalla prima all'ultima nota: che sia nel ruvido blues di Believe alle dolci note di Angels Of Mercy, Zakk ci conquista con la sua voce e le sue performance chitarristiche, sempre grandiose e ispirate. 
Pecche? Quali pecche? Se proprio vogliamo, si fa un po' sentire l'assenza di cover come tracce bonus (anche se la spensierata canzoncina anni '50 Shades Of Gray chiude con brio ed eleganza il disco), ma per il resto Catacombs Of The Black Vatican è solido e fresco come un fiore di montagna. E non dimentichiamoci che arriva a poco più di sei mesi di distanza dal capolavoro live Unblackened, un doppio set acustico registrato a Los Angeles nel 2013 che basta e avanza a ribadire l'importanza che rivestono- ora più che mai- i Black Label Society nel mondo della musica. Perciò, con grande semplicità, concludo scrivendo che Catacombs Of The Black Vatican è quanto di meglio possa offrire il rock al momento. Senza perdersi in fronzoli e cazzate.

[Recensione] Storia di una ladra di libri

C'era una volta una ladra di libri: la piccola Liesel (S. Nélisse). Liesel era una bambina bella e brava, ma molto sfortunata. Infatti, aveva i genitori brutti, cattivi e comunisti. E da veri comunisti, i genitori abbandonarono Liesel, che fu subito adottata da due bravi signori non-comunisti, Hans (G. Rush) e Rosa (E. Watson) Hubermann. Visto che era figlia di comunisti, Liesel era una bambina ignorante e analfabeta, ma, per fortuna, Hans le insegnò a leggere, facendola diventare un'appassionata lettrice. Ma un brutto giorno arrivarono i nazisti, che iniziarono a dare fuoco ai libri e a rompere le vetrine dei negozi dove i genitori adottivi di Liesel erano soliti recarsi per fare shopping. Poi scoppiò la guerra, e Hans e Rosa decisero di aiutare nuovamente una persona meno fortunata di loro, e presero in casa- di nascosto -Max (B. Schnetzer), un ragazzino ebreo, che sarebbe andato a salvare i libri dal rogo assieme a Liesel.
La storia della ladra di libri finisce qui, e mi risulta difficile perfino spiegarla da quanto è costruita male. Non so se il libro La bambina che salvava i libri (2005) dell'australiano Zusak fosse terrificante come questo film, ma nemmeno ci tengo troppo a scoprirlo. A parte il fatto che Geoffrey Rush con questo film affossa trent'anni di onorata carriera cinematografica e che la scelta di far commentare la storia- come voce off  - nientemeno che alla Morte, Storia di una ladra di libri è un film fallito su tutti i suoi piani narrativi e contenutistici. A livello di filmetto pedagogico sul nazismo spiegato ai bambini risulta inferiore sia a La vita è bella che a Il bambino dal pigiama a righe; come film storico, vorrebbe affrontare questioni non serie, serissime, ma non gli riesce perchè sceglie di giocare la carta della menzogna, ponendo lo spettatore un po' più preparato di fronte a vicende storiche che semplicemente non esistono. Infine, sul piano di film di intrattenimento per ragazzi, fa proprio pena: dialoghi irritanti pronunciati da personaggi talmente piatti da risultare lisci e che, dopo due ore dalla visione, non avranno lasciato alcuna memoria di se stessi. Ovviamente, dovremo stare alla larga per tutta la vita da questo Brian Percival, regista para-televisivo britannico coinvolto da subito in questo squallido progetto finanziato da una produzione tedesco-americana che, almeno per ora, si sta rivelando un meritatissimo flop: scrivo "meritatissimo" perchè Storia di una ladra di libri è un'autentica merda.

sabato 5 aprile 2014

Out Of The Blue (Into The Black) [Extra]

"Truants Move On... Cannot Stay Long
Some Die Just To Live... "

                     Pearl Jam, Immortality

Uno smile con la bocca serrata in un sorriso irregolare che lascia fuori un pezzetto di lingua e con due piccole "x" al posto degli occhi stampato su un felpone nero. Il cappuccio è obbligatorio: serve ad essere misteriosi, schivi, malinconici, scontrosi, arrabbiati. Le due taglie di troppo e un lavaggio non molto frequente accentuano il tutto.
Una felpa così puoi trascinarla in lungo e in largo per un campo di lavanda, puoi lasciarcela per un pomeriggio intero, ma sarà tutto inutile: continuerà ad emettere quell'odore di sigaretta rubata alla mamma e fumata di nascosto in un cesso di scuola. Una felpa così merita di assorbire gli schizzi di una lattina di birra scadente aperta con mano indecisa ma al contempo avida di spremere fino alla fine quel contenitore di inebriante nettare luppoloso. Una felpa così puoi prestarla ad amici provenienti da tutti gli strati sociali e anche all'Omino Bianco in persona, ma continuerà ad odorare di polline nei secoli dei secoli. E' una felpa dei Nirvana, e non ci si può far niente: la prima felpa dei Nirvana non si scorda mai.
Non ho problemi a raccontarlo, nè mi vergogno: il grunge è entrato nella mia vita sottoforma di un capo di abbigliamento (passato di moda già dieci anni fa, certo, ma pur sempre di abbigliamento si parla). Gli integralisti non approverebbero, ma i pochi integralisti rimasti abitano dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, in una città più grande e più brutta di quella dove vivo io. O al massimo abitano a Perugia, che è gemellata con questa città più grande e più brutta dove sono state inventate certe band, certe felpe e anche certe camicie da boscaiolo che oggi costano care e spesso compaiono subito dopo i due punti e la stramba parola anglosassone dress-code
Avevo delle compagne di scuola che, a quattordici anni, riempivano i propri pesanti diari di frasi estrapolate dalle canzoni delle band stampate su queste fepe. <<Tutta colpa del "male di vivere">>, dicevano. Poi ti accorgi che il "male di vivere" ti fa ascoltare buona musica, ti fa leggere dei bei libri, ti fa desiderare di scappare di casa, ti fa conoscere le persone a cui giuri di volere bene per sempre, e, se sei fortunato, ti fa anche innamorare. Forse tutto questo grande "male" alla fine non è. Tuttavia, è stato quel "male di vivere" a far sì che Kurt Cobain si sparasse in bocca venti anni fa. "Giovane, ricco e famoso", e ancora "suicida", la maledizione del "Club dei 27", "l'eroina", "la passione per le armi da fuoco" e altri "pretesti", altre etichette, altre cazzate. La verità è che non ho mai capito come una persona sposata (<<Married... Buried...>>) con Courtney Love potesse ammazzarsi. Ma l'avete vista Courtney Love? L'avete guardata bene? Avete mai ascoltato, ininterrottamente per giorni e giorni, un disco come Live Through This delle Hole? E avete mai osservato con attenzione le fotografie di Kurt e Courtney? A me ne capitò una sotto gli occhi verso i quindici anni: accompagnava un articolo celebrativo stupido e vuoto pubblicato su ZaiNet, una di queste riviste studentesche altrettanto stupide e vuote che regalano (o meglio, regalavano) a scuola per rendere più sopportabile l'adolescenza. Lui aveva i capelli tinti di rosso, lei gli stampava un bacio sulla guancia sinistra. Decretai che quando due persone si fanno una foto in quel modo devono essere destinate a passare il resto della loro vita insieme. L'ho rivista in edicola il mese scorso come copertina di Rolling Stone, quella foto: non pensavo, ma è riuscita ad emozionarmi ancora una volta. Lo stesso effetto continuano a farmelo il grunge, i Nirvana, Kurt Cobain e compagnia bella.
<<Uno sfigato incapace>> e <<Un debole>> erano due fra i tanti epiteti con cui i metallari d'annata definivano Kurt Cobain, mentre i rocker vecchi e navigati ridacchiavano e alla domanda <<Ma 'sti Nirvana, insomma, a parte che lui si drogava e si sparava, come sono?>> rispondevano <<Carini, sì, ma sopravvalutati...>>. I peggiori erano (e rimangono) i perbenisti, quelli che non ascoltavano la musica scritta dai drogati: può sembrare una descrizione retorica e sbrigativa, ma con "la gente che sta bene" andava veramente così, con i Nirvana che si drogavano e facevano drogare i tuoi coetanei, con gli Iron Maiden che pregavano il diavolo e facevano pregare il diavolo ai tuoi coetanei, eccetera. Comunque, superati certi ostacoli sociali, riuscii ad ascoltare seriamente la mia prima canzone dei Nirvana, e cioè Rape Me. Avvenne in un pomeriggio di sole, nella camera del mio migliore amico. Il compact contenente il brano rappresentava per lui una vera e propria sacra reliquia: si trattava di una ricca e variegata antologia compilata e masterizzata da una sua fiamma, bella e spregiudicata come poche altre ragazze su cui allora osavamo posare i nostri miopi sguardi. Mi raccontava di quando lei mandava Rape Me a tutto volume, facendo roteare testa e capelli e urlandogli addosso, quasi fosse una preghiera selvaggia e perversa, il ritornello della canzone. Per un pezzo di due minuti e mezzo suonato da una band che ormai da tempo aveva attirato le mie attenzioni era una presentazione più che sufficiente. E, in effetti, il brano rispettò le aspettative: ad oggi, rimane la canzone dei Nirvana che preferisco, uno sverginamento grunge indimenticabile.
Da questo meraviglioso primo appuntamento, ne deriva che In Utero continua ad essere il mio disco dei Nirvana preferito. Non me ne vogliano gli amanti di Nevermind, che è un capolavoro indiscutibile e di un'importanza storica impareggiabile, ma a livello soggettivo tendo ad essere affezionato maggiormente ad un disco che in un'ora e dieci mi presenta, fra le altre, Pennyroyal Tea, All Apologies, Heart-Shaped Box, Scentless Apprentic e la stessa Rape Me. E poi In Utero ha il merito di essere stato il disco preferito di Cobain, quello con cui i Nirvana hanno fuso totalmente il mainstream (il disco esce di nuovo per la Geffen ed è subito primo in classifica) con l'underground (alla produzione di Steve Albini e alla band fu lasciata praticamente carta bianca) e quello che il pubblico ha impiegato più tempo a metabolizzare e ad accettare. Le tenebre che ancora oggi avvolgono l'ascoltatore, sono le stesse emanate dal leggendario Unplugged, primo album uscito dopo la morte di Cobain e ulteriore grande opera del rock moderno. Dopodichè, è facile ritrovare il lascito di quel suicidio del 5 aprile di venti anni fa in molte altre cose. Ad esempio, penso ai Pearl Jam, che nell'inverno del 1994 salutano Cobain e "uccidono" il grunge con Vitalogy, il loro album più bello.
Penso ai R.E.M. di Monster (1995), alle chitarre nirvaniane che vi risuonano dall'inizio alla fine e all'esplicita dedica To Kurt And River (Phoenix) apposta prima del testo di Let Me In.
Penso a Neil Young, l'uomo che suonava e cantava grunge con venticinque anni di anticipo, che da allora non ha più suonato Hey Hey, My My dal vivo, a causa della strofa da essa estrapolata e trascritta nel biglietto lasciato da Cobain.
Penso ai Foo Fighters di Dave Grohl, alle loro prime canzoni, al fatto che mi piacciano ma anche a quanto mi fanno ridere coloro che parlano di "ideale proseguimento dei Nirvana". Sveglia, coglioni, non diciamo cazzate!
Penso alla maledizione del 5 aprile e a Seattle, che nel 2002 vede morire per overdose il grande Layne Stanley degli Alice In Chains, a loro volta tanto amati e ammirati da Cobain.
Penso alla pellicola Last Days di Gus Van Sant e al fumetto Nevermind di Tuono Pettinato, che hanno regalato al mondo un'idea di quel 5 aprile 1994 "diversa" ma in qualche modo straordinariamente più reale e umana rispetto a quella rigorosa, giornalistica e documentaristica riportata nelle innumerevoli agiografie scritte in questi vent'anni sui Nirvana, sempre più simili ad un verbale di polizia che non a volumi scritti da persone che vorrebbero celebrare una grande band.
Penso a determinati momenti della mia vita, ai giorni e alle notti, alle mattine e alle serate, alle ore passate in compagnia di certe canzoni, e onestamente non riesco a figurarmele senza quella colonna sonora di sottofondo. Il giorno in cui le penserò privandole della voce di Kurt Cobain, quello sarà un giorno triste e sbagliato.


"Out Of The Blue...
And Into The Black..."





venerdì 28 marzo 2014

[Recensione] Captain America- The Winter Soldier

Indizi.
I suoi genitori sono morti.
Ma va'...
Di vecchiaia, però.
Ah...
Infatti, è stato ibernato a lungo, si è conservato benissimo e ora ha compiuto 95 anni.
Ha il costume più didascalico della storia del fumetto. 
Ebbene...
Si parla di Capitan America, uno dei più difficili, sfortunati e ridicoli supereroi di sempre, nonchè di uno dei più anziani (appare per la prima volta nel 1941, come mezzo di propaganda nazionalista, sugli albi della Timely Comics, poi divenuta Marvel Comics). Steve Rogers si è risvegliato in The Avengers, è andato a farsi prendere per i fondelli a New York, e ora serve il paese liberando gli ostaggi di mercenari francesi sulle navi. Lo affiancano la collega Vedova Nera (Scarlett Johansson) e il diretto superiore Nick Fury (Samuel L. Jackson), che non sa di essere divenuto il bersaglio mobile dell'Hydra, l'organizzazione nazista (già presentata nel primo film) che stavolta viene guidata direttamente da "Mister Parrucchino Ambulante" Robert Redford (che non dimostra i suoi 123 anni neanche quando pratica, servendosi di un taser con controllo a distanza, buchi di cinque centimetri nel petto dei colleghi più onesti). Fatto sta che lo SHIELD è nel panico più completo, e nessuno può fidarsi di nessuno. Nessuno a parte Cap, che aiutato da Vedova Nera e Falcon (A. Mackie), conosce esattamente la differenza fra i buoni e i cattivi: i cattivi gli sparano addosso, i buoni no.
Capitan America è un clown, il clown della Marvel. Però è anche il clown dell'America, un proletario piccolo piccolo che non ha gusto in niente, non ha passioni o interessi e capisce pure poco, l'uomo medio (basso) che vuole soltanto servire il suo paese, senza avere neanche le premesse fisiche per riuscire in questo scopo. Così la Scienza lo prende, lo modifica, lo migliora e lo rende un esempio per tutta la nazione, oltre a un bel ragazzo che sembra capire di tutto fuorchè di moda. Se capiva tanto di moda, sceglieva un costume diverso (anche Superman ha un costume ugualmente brutto, ma venendo da un altro pianeta è giustificato). Tuttavia, Capitan America rimane simpatico nella sua obsolescenza e "sfigataggine" (i suoi amici sono tutti morti, l'amore della sua vita è una decrepita in fin di vita che ascolta vecchi dischi e vota repubblicano), e i suoi film si riconfermano, grazie a questo The Winter Soldier, mirabili esempi di un cinefumetto più semplice ma estremamente più "sincero". Ancora una volta, il sistema militare, la propaganda, lo sfruttamento dell'essere umano da parte dell'ordine costituito divengono le tematiche messe a fuoco dalla macchina da presa (stavolta diretta dai fratelli Russo, quelli di Tu, io e Dupree): e questa piccola e feroce analisi, stavolta,  predilige i registri e i toni del film di spionaggio classico a quelli- ben noti al Joe Johnston del primo capitolo -del cinema bellico. E per quanto il suo costume possa trarre in inganno, il Capitan America cinematografico è una figura estremamente meno retorica di quanto ci si potrebbe aspettare da uno che va in giro con un costume simile, e perfettamente in grado di regalarci 136 minuti di inaspettato e genuino divertimento cinefumettistico.

mercoledì 26 marzo 2014

[Recensione] Lei

Her è un complemento oggetto, oltre al titolo del nuovo film di Spike Jonze. Her e non She: una distinzione cui la traduzione italiana (ormai tanto inusuale quanto insensata, specie in questo caso) non rende giustizia. Her perchè Lei, Samantha (Scarlett Johansson o Micaela Ramazzotti, doppiatrici di quella che è "soltanto" una voce), è un oggetto, un sistema operativo di tipo OS.1 che viene regolarmente acquistato dallo scrittore epistolare degli altri Theodore (J. Phoenix), uomo finito e logorato sul piano sentimentale, malinconico per natura e prigioniero di ricordi che tornano- perchè, alla fine, ritornano sempre -sottoforma di flashback a loro volta simili a film, a frammentari stralci (o megabyte) di quello che è il suo disco fisso. Il melodramma costruito attorno all'amore fra l'uomo e il proprio computer non è una novità: chi si ricorda di I Love You di Ferreri (o S1m0ne, o Ruby Sparks...), sa bene di cosa si parla. Ciò che conta è tutto il resto: l'ambiente in cui Theodore si muove, questo futuro fatto di superfici levigate e minimali, di pantaloni ascellari orrendi e camicie monocromatiche; un mondo e un universo irreale, sgombro da inquinamento, automobili, delinquenza, e forse- o almeno così sembra -perfino dalla morte. La parola e non l'azione è padrona indiscussa della scena, la vera protagonista del film. I dialoghi (giustamente premiati anche ai recenti Oscar) fra Theodore e Samantha sono lo strumento tramite cui Jonze scandisce la propria opera, che passa davvero dall'essere un "film sulla masturbazione" (A. Abruzzese) ad "un'opera tragica sul solipsismo" (Giulio Sangiorgio), pur rimanendo, alla base, una love-story canonica. E con ogni probabilità Lei è, ancora prima di un superbo trattato sui rapporti di coppia, uno dei più grandi film di fantascienza di sempre. Ancora una volta, Jonze sperimenta, trova la propria forza di autore nel raccontare molto mostrando poco (l'assenza praticamente totale di una connotazione geografica e temporale porta a dubitare perfino che si parli del nostro mondo). Gli unici effetti speciali sono le canzoni udite in cuffia (gli Arcade Fire, quando non cantano, sono perfino godibili) e le scenografie eteree e permanenti di K.K. Barrett. A Joaquin Phoenix spetta l'arduo compito di far poggiare sulla propria straordinaria interpretazione tre quarti del film. Per tutto il resto, Lei rappresenta tutta quella meravigliosa magia a cui vorremmo assistere ogni volta che ci sediamo in una sala cinematografica.

mercoledì 19 marzo 2014

[Recensione] 47 Ronin

Il grande Lucio Fulci, nel corso di una lunga intervista del 1994, disse: <<Da dieci anni a questa parte, il cinema copia. Fra altri dieci, inizieranno a rifare tutto>>. Ebbene, il Maestro "ci aveva dato", solo che non poteva immaginare fino a dove l'usanza del remake si sarebbe spinta. All'epoca, era una prassi ristretta a filmetti prevalentemente di genere degli anni '40 e '50, che venivano riproposti in chiave moderna con budget ridotti e spesso pensati per la televisione. Peccato che, come spesso accade, questa moda si sia spinta un po' troppo oltre, arrecando quasi sempre danni vergognosi e impensabili.
Se già da parte mia nutro sempre una certa diffidenza verso il remake (specie se hollywoodiano), trovo direttamente priva di senso la scelta che prevede il rifacimento di un qualcosa di già ottimo e perfetto di suo. E' il caso di questo 47 Ronin di Carl Rinsch, remake de La vendetta dei 47 ronin (1941) di Kenji Mizogouchi, che- per chi non lo avesse mai sentito nominare -è considerato all'unanimità uno dei più grandi registi di sempre. Potete controllare sul web o consultare i dizionari di cinema (per Morando Morandini, è addirittura il più grande regista di tutti i tempi, superiore anche a Stanley Kubrick) per appurare l'importanza che riveste questo autore nella storia del Cinema, oppure- meglio ancora -potete andare a cercare quella manciata di film di Mizogouchi disponibili in Italia (sono una decina di titoli) e guardarveli. Nello specifico, Raro Video ha presentato qualche anno fa una bella edizione curata da Enrico Ghezzi proprio de La vendetta dei 47 ronin.
In maniera analoga a quanto ho già fatto per il recente Robocop di Josè Padilha, non parlerò di 47 Ronin. Rifare Mizogouchi è, a prescindere, sbagliato, però è successo. Magari è un caso isolato che sta venendo, giustamente, massacrato da pubblico e critica. Ma se non fosse così? Se davvero, fra qualche anno, ci ritrovassimo davanti ai remakes di Quarto Potere, 2001: Odissea nello spazio, Luci della città, La dolce vita, Pulp Fiction, La finestra sul cortile, I quattrocento colpi o Il settimo sigillo, non ci sarebbe da preoccuparsi? E guardate che la colpa non è dell'estimatore integralista e appassionato che si ostina a difendere a spada tratta gli originali: infatti, chi gira remake pone lo spettatore di fronte ad un prodotto che ripropone un altro prodotto appartenente alla medesima arte. Si va oltre un certo tipo di confronti, tipo quello del <<Meglio il libro rispetto al film>> o viceversa, perchè cinema e letteratura sono comunque governati da regole diverse. Quando io, invece, guardo 47 Ronin, vedo tutto ciò che nel '41 era Arte cinematogafica pura ridotto a grafica comuterizzata; assisto, inerme, all'omicidio di splendidi personaggi dal volto umano trasformati in cazzoni armati provenienti da un manga di serie C che corrono da una parte all'altra dello schermo a 3000 chilometri orari. E così mi ritrovo di fronte ad un pessimo risultato a livello di remake e anche all'ennesimo, mediocre filmetto di merda con spadoni e i samurai che urlano. 

venerdì 14 marzo 2014

[Recensione] Need For Speed

Tutti gli amanti dei videogiochi non potranno fare altro che apprezzare Need For Speed. Peccato che io non sia un amante dei videogiochi: o meglio, i videogiochi ormai mi piacciono molto solo se visti giocare da terzi o, al limite, se giocati a piccole dosi, per una, due ore e non di più. E' proprio un discorso di passione. So benissimo che escono dei giochi fantastici su console sempre più incredibili e fantascientifiche (specie per uno come me, fermo alla sesta generazione), ma la cosa mi tange pochissimo. Se è vero che la vita è un insieme di scelte, io da un certo momento in poi ho scelto di non dedicarmi ai videogiochi, a cui ho preferito la musica, il cinema, i fumetti, la lettura e altre cose. Detto questo, non ho niente contro i videogiochi, nè tantomeno contro i videogiocatori. Però, nutro un astio notevole verso chi si ostina a produrre film ispirati ai videogiochi (un mercato che meritava di essere chiuso già ai tempi del film Super Mario Bros., ma che è rimasto inspiegabilmente aperto), e ancora di più verso coloro che concedono a queste operazioni commerciali un plauso critico quasi sempre immeritato. Dunque mettiamo per un attimo da parte l'imparzialità e il nerdismo di una determinata categoria di esseri umani e proviamo a fare i seri: la serie ludica di Need For Speed, sviluppata da Electronic Arts a partire dal 1994 (anno in cui esordì sul 3DO, una console che tutti dicono di conoscere anche se in Italia non ha venduto neanche l'ombra di un joypad) e giunta all'invidiabile cifra di ventiquattro capitoli (l'ultimo è uscito lo scorso novembre), aveva davvero l'urgente bisogno di una trasposizione cinematografica? E ancora: il cinema automobilistico, ormai prigioniero di se stesso e schiavo delle proprie indomabili e sempre più sgraziate creature (leggere alla voce Fast And Furious), necessitava di farsi ancora del male in questo modo?
Questo Need For Speed di Scott Waugh è nei cinema di mezzo mondo (beata l'altra metà!) da ieri, e la colpa non è da attribuire nè a quei rassegati dei videogiocatori, nè agli appassionati del cinema di genere chase movies. Si capisce benissimo che la Dream Works di Spielberg e la stessa Electronic Arts non sapevano minimanente cosa fare con un soggetto come questo. Basta andarlo a leggere su Wikipedia e pensare che ne è venuto fuori un lungometraggio di 130 minuti (sono due ore e dieci, signori!) per mettersi a ridere. Forse non è neanche dignitoso prendersela con il regista o con lo sceneggiatore (un certo George Gatins, fratello di John, regista, produttore e sceneggiatore piuttosto noto ad Hollywood), dato che da uno script simile poteva esser tratto qualcosa di decente solo se si chiamava Dio in persona a dirigere. 
Veniamo al "cast": in ordine sparso, attori misconosciuti e che non sentivo il bisogno di conoscere; un Michael Keaton incommentabile tanto è imbarazzante; e, ancora una volta, chi sembrava tanto bravo nel piccolo schermo, sul grande proprio non rende, non ce la fa. E sto parlando di Aaron Paul, il Jesse di Breaking Bad che stavolta è stato preso, è stato pompato ed è stato infilato dentro una macchina con cui deve sfasciare mezza America per vendicarsi di quelli che lo hanno mandato per due anni in galera. Poco da aggiungere sui personaggi di contorno: le donne sono solo dei troioni messi lì a far vedere le tette e basta, e gli uomini sono tutti gonfi e tutti teste di cazzo in uguale misura. 
<<NEL NOSTRO FILM NON ABBIAMO USATO IL COMPUTER!>> urlano da mesi i produttori, evidentemente fieri del risultato. Questo è vero: per quanto insolito possa sembrare (si parla di un film tratto da un videogioco, quindi da un qualcosa che è realizzato grazie ad un computer), Need For Speed è stato girato quasi totalmente senza l'ausilio degli effetti speciali digitali, prediligendo un lavoro stile anni '70, con molti stuntmen, molte auto e molti incidenti reali. Peccato che questa eccessiva voglia di realismo non aggiunga nulla alla pellicola: certo, fa comunque piacere vedere un qualcosa di lontano dai colori fastidiosi di Adrenalina Blu e dal montaggio ignobile di Fuori in 60 secondi, ma qui manca la motivazione di fondo. Uno spettatore dotato di cervello deve chiedersi <<Perchè quella Mustang sta volando?>> oppure <<C'era davvero bisogno di questa scena?>>. Così, ci si ritrova di fronte ad un prodotto che, nel suo voler essere più rudimentale ed "economico" (66 milioni contro i 160 dell'ultimo Fast And Furious), non è assolutamente migliore rispetto alla concorrenza: anzi, a momenti sembra di vedere l'episodio pilota di una serie televisiva brutta e scema ispirata a Fast And Furious ma con l'attore di Breaking Bad
La mia speranza? che non diventi un fenomeno di costume, e che quindi non faccia presa sui ragazzetti di undici, dodici anni. Al massimo, potrà piacere a qualche quarantenne buzzurro e coatto che non vede l'ora di abbandonare la sala per rifare tutto per strada.