mercoledì 20 aprile 2016

I Guns N'Roses al Coachella (che continua ad essere una sagra dei luoghi comuni della West Coast di cui ci importa una sega!) [Extra]


Puntata numero due delle recensione dei concerti (rigorosamente non visti dal vivo) del Not In This Lifetime Tour dei Guns N'Roses.
Dunque, Indio è una ridente cittadina di 76.000 anime ubicata nella contea di Riverside ed è chiamata "City Of Festivals". Ci fanno di tutto, dai raduni nazionali di 4x4 alle mostre sui prodotti agricoli, fino al Coachella Music Festival, che dal 2001 permette a chiunque- anche a chi non ha mai comprato un disco in vita sua -di poter ascoltare della musica live. Il punto è: di che musica si tratta? Semplice: a volte è buona, a volte è mediocre. Dura tre giorni e il secondo giorno di questa quindicesima edizione il mainstage è spettato ai Guns. 
Quella del Coachella era stata la prima delle tre date comunicate dagli addetti stampa del gruppo a gennaio e i biglietti erano andati esauriti da un pezzo. Le prime foto del sontuoso palco hanno fatto capolino alcuni giorni fa sul profilo Instagram dell'ultima arrivata, Melissa Reese.
Dopodichè, sempre dal backstage, emerge un'immagine di Dizzy Reed e io continuo a farmi due fatidiche domande. La prima: perchè le foto ufficiali di Dizzy Reed sono rare come mosche bianche? La seconda: perchè Dizzy Reed non ha mai intrapreso una carriera solista, anche parallela ai Guns? E' un pianista di formazione blues ottimo, sfruttato bene ma solo parzialmente da Axl e non si è mai troppo prodigato neanche come turnista (di lui ricordo solo la presenza in Hammered dei Motorhead). Molti hanno sempre sostenuto che sia stato il membro dei Guns con la personalità più debole, nonchè l'unico ad essersi lasciato totalmente assoggettare da Axl durante il periodo Chinese. Per me, è sempre stato e rimane il Chuck Leavell dei Guns N'Roses.
Fra i tanti rumors che anticipano l'esibizione al Coachella, c'è quello che vuole sul palco un trono nuovo e completamente personalizzato destinato ad Axl. Ne viene diffusa una foto imbarazzante. Mi auguro che dopo lo show sia stato utilizzato come legna da ardere.
Un concerto al Coachella è sempre un avvenimento che fa gola a star hollywoodiane, gente di merda che per una sera l'anno si improvvisa hippy, uomini politici di area presumibilmente liberal, vecchie glorie dell'industria discografica e compagnia cantante. Inoltre, è uno di quei Festival in cui nessuno può fare un cazzo: niente superalcoolici, niente droghe, niente sesso, niente di niente. Al massimo, qualche lattina di Bud Lite e la visione- se si ha fortuna -di qualche ex-playmate. Ecco, va bene che per i Guns si fanno i salti mortali, ma andarseli a vedere in una cornice simile davvero potrebbe mettere tristezza. Anche se in mezzo a questo vergognoso tripudio di culi secchi e fiche di legno si potrebbe avere l'occasione di incontrare donne straordinarie come la vecchia fiamma di Axl, Lana Del Rey...
Lana Del Rey con un giubbotto che vorrei anche io (solo col mio nome)
... oppure come Courtney Love, che da picchiare Axl (a questo giro munito di maglietta nera dei Nirvana) nel backstage degli MTV Awards del 1992 è passata ad essere un ospite di onore dell'area VIP dei Guns. Inoltre, a fine serata si è ubriacata al party del dopo concerto ed è stata allontanata, fra bestemmie e mozziconi di "sigarette mai spente", per motivi di sicurezza. Che donna straordinaria! Qui sotto era in compagnia della sciacquetta Rihanna:
Massiccia la partecipazione dei premi Oscar. Alcuni graditi e intelligenti...
Leonardo "GNFNR" Di Caprio
... altri, invece un po' meno:
Due degli uomini più intelligenti d'America al Coachella.
Dopo il gossip veniamo alla musica, che, diciamocelo, non è stata il punto forte della serata. La voce di Ax, pur sovrastata dalle urla di un pubblico delirante che sembrava non avesse mai assistito a un concerto rock,  ha fatto cilecca più volte. Basso, tastiere e batteria "di routine". Chitarre ottime. Richard Fortus non è Izzy Stradlin, nè ha dimostrato- almeno fino ad oggi -di essere il miglior chitarrista ritmico che i Guns abbiano mai avuto, tuttavia anche al Coachella ha fatto prevalere cuore e bravura, suonando Wish You Were Here al meglio (sapete cosa significa suonare Wish You Were Here senza annoiare? ecco...).

Nessuna novità in scaletta fino al piatto forte della serata: Angus Young che irrompe sul palco mentre, contemporaneamente, sul web, l'ufficio stampa degli AC/DC confermava in via definitiva la sostituzione di Brian Johnson da parte di Axl Rose per le rimanenti date del Rock Or Burst World Tour. Sapete cosa significa? Significa che uno dei cantanti più schivi e meno prolifici della storia del rock, se ne starà a giro per Europa e Sud-America molto a lungo con una delle più grandi band di tutti i tempi. A scanso di equivoci, è stata suonata con Angus Whole Lotta Rosie nel modo in cui i Guns la suonavano nel 1985 e, subito dopo, Riff Raff. Dispiace doverlo ammettere, ma la Riff Raff suonata a L.A. il 21 dicembre 2011 (dunque agli sgoccioli del Chinese Democracy Tour) metteva i brividi, mentre quella del Coachella, al massimo, sarà ricordata per Slash e Angus Young, l'allievo e il maestro.
Come al Trobadour e nella seconda serata di Las Vegas, è rientrata la superba cover di The Seeker degli Who. Nessuna novità fra i pezzi estratti da Chinese Democracy e continuo a ribadirlo: peccato. Ma soprattutto- e forse è il caso di iniziare a chiederselo -che ne è di queste "nuove canzoni già registrate dal gruppo"? Che fine hanno fatto gli inediti che la band ha provato a gennaio? Possibile che l'unica outtake degna di essere rivelata in anni recenti fosse Going Down (2013), in cui Axl compare solo nei ritornelli? Che ne è di Atlas Shrugged, Seven, The General, Thyme, Ides Of March, Berlin, Zodiac, Quick Song, tutte canzoni citate già nel 2010 dal tour manager Irving Azoff come facenti parte del seguito di Chinese Democracy? Cosa è successo alla- dicono quelle dieci persone che hanno avuto modo di sentirla -stratosferica Down By The Ocean scritta con Izzy Stradlin?
Molto carina la t-shirt commemorativa dell'evento.
Delle due date di Città del Messico scriverò prossimamente. Devo ancora ascoltare i pezzi, leggere la scaletta e vedere qualche video e qualche foto. Il Coachella, che doveva essere un po' il culmine della fase iniziale della reunion, se ne scivola via "senza applausi o fischi". 
Tutto è stato detto, tutto è stato fatto. Oppure no? Sarebbe sorprendente che negli anni dieci a qualcuno riesca ancora di inventare uno spettacolo inedito? Forse sì. Ma se  questo spettacolo non lo inventano i Guns N'Roses, allora a chi tocca?

domenica 10 aprile 2016

"In the summertime, ah in the summertime... In the summertime, when you were with me..." [Extra]

Parto dal presupposto che in questo paese i concerti rock si tengano, ormai quasi obbligatoriamente, solo d'estate, con conseguenze ridicole e disastrose (una su tutte, ad esempio, è la sovrapposizione di più eventi). 
Approdo poi alla consapevolezza che se già i soldi scarseggiano, io non ho nemmeno troppa voglia di togliere linfa vitale alle mie limitate finanze per metterla nelle tasche di: multinazionali già abbondantemente ricche, comuni che si rivelano sempre meno in grado di organizzare eventi all'altezza del prezzo per essi richiesto, sponsor vergognosi e in certi casi perfino immeritevoli di essere nominati, e, solo da ultimo, di artisti per cui posso anche nutrire stima profonda e un po' di amore.
Fra la "robba" in vista quest'estate, un invito- subito declinato -per gli Iron Maiden al Rock In Roma (24 luglio) è stato solo l'inizio.
Anche io, sulle prime, accarezzo il sogno erotico del Boss che con la E Street Band proporrà tutto The River a San Siro il 3 e il 5 luglio, ma per dirla con Luigi Tenco, <<i sogni sono solo sogni, e l'avvenire ormai è quasi passato>> e quando certi sogni partono da 130€, a me rimangono subito sulle palle. 
Poi emerge un qualcosa di ben più vicino e allettante: Neil Young che sbarca al Lucca Summer Festival il 16 luglio. Ottimo e vicino. Mi informo, leggo, poi ripenso ed emergono tre "ma": 
1) "ma" fa quasi tutto The Monsanto Years (album che a me proprio non è piaciuto).
2) "ma" è con i Promise Of The Real, la band di accompagnamento che in tutta la sua carriera forse mi ha convinto meno.
3) "ma" 60€ per una location come Piazza Napoleone non saranno troppi? Ho un paio di amici che sono andati a vedere- con l'adeguata devozione, ci mancherebbe -Bob Dylan proprio lì l'estate scorsa e mi hanno garantito che quella Piazza non sarebbe valsa nemmeno la metà dei soldi del biglietto (per lo zio Bob, 90€). I motivi principali: acustica, visibilità e organizzazione. Perfetto.
Non venite a parlarmi poi di David Gilmour che suona a Pompei per 300€ (+45€ di prevendita): trappoloni per ascoltatori mediocri, appassionati limitatissimi e rockers democristiani con la grana in tasca. Gente che magari, pur avendolo comprato sottoforma di costoso vinile da 180 grammi, non si è presa neppure la briga di ascoltare il recente Rattle That Lock e che andrà lì solo per bofonchiare Wish You Were Here.
Se però l'interesse per gli anfiteatri permane, quest'estate ce ne è per tutti i gusti. Tanto per cominciare, le due date meridionali di Robert Plant e dei suoi Sensational Space Shifters: il 22 luglio all'Arena Flegrea di Napoli e, il 24, al Teatro Antico di Taormina. Oppure, se uno è allergico all'aria del Sud e più della voce ama La chitarra, c'è Joe Bonamassa all'Anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta il 14 luglio, oltretutto a un buon prezzo. E sempre Le chitarre potranno essere udite in tre delle poche serate "sane" dello scaduto Umbria Jazz: Buddy Guy, in data 11 luglio, una super-band formata da John Scofield, Brad Mehldau e Mark Guiliana, il 12 luglio, e Pat Metheny e Ron Carter, il 13 luglio, tutti biglietti da 23 a 45€.
Neanche mi premuro di leggere i programmi del Pistoia Blues. Ho smesso da anni e l'unico festival blues a cui conto di fare una capatina, al massimo, è quello di Torrita, a un'ora e dieci da casa mia.
So già che giocherò in casa (anzi, sotto casa) anche il 25 giugno: i Gang (in duo acustico) suoneranno gratuitamente, all'Agrestone, il quartiere dove vivo, in occasione della consueta Festa di Liberazione estiva.
Decido di evitare- dopo due anni di onorata presenza (nel 2014, per gli Skid Row e, nel 2015, per i Dropkick Murphys) -l'umida manifestazione denominata The Jungle organizzata a Cascina (PI). Location eccellente e agilmente raggiungibile, per carità, ma fra quel che resta dei Misfits (7 agosto) e i cartapecoriti Testament (29 agosto), davvero non so cosa sia peggio.
Tant'è che mi metto l'anima in pace, inzio a seguire- su tutti i canali messi a disposizione dalle tecnologie più disparate -il Not In This Lifetime Tour dei Guns N'Roses e attendo che le due date italiane (Milano e Roma, tabloid dixit) conoscano l'ufficializzazione definitiva. Ho detto di no ai Guns sul main stage del Gods Of Metal 2012, rimpiangendo un po' il tutto, visto che alla fine venne fuori un gran bel concerto, e non ho mai creduto troppo alla filosofia delle seconde occasioni. Ma questo ritorno di Slash e Duff, questo tour e queste venture tappe italiane voglio proprio prenderle come segni del destino. E dunque aspetterò.
Poi viene fuori che il 19 luglio Lucinda Williams verrà per la prima volta in Italia. L'occasione le viene fornita dall'annuale Buscadero Day di Pusiano (CO), organizzato dalla celeberrima rivista mensile in collaborazione con la Appaloosa Records. Biglietti relativamente economici, cornice di particolare bellezza e meno di quattro ore di automobile che mi separano da questo ridente paesino brianzolo. Prontamente, comunico l'idea a Sofia, che da quasi sei anni, fra alti e bassi, sopporta i miei blues e condivide parte della sua vita con la mia. Lei che ha incontrato per la prima volta Lucinda Williams nella terza puntata di True Detective (prima stagione), io, invece, che anni prima me ne sono innamorato sentendola duettare con David Crosby Return Of The Grievous Angel di Gram Parsons nell'omonimo tribute-album datato 1998. Nel 2014 ha abbracciato l'autoproduzione e ha inciso il capolavoro della sua carriera: il doppio Down Where The Spirit Meets The Bone, disco dell'anno 2014 per me e molti altri. E' tornata alla ribalta ad inizio 2016, con il nuovo, oscuro The Ghosts Of Highway 20.
Poetessa immensa e cantante di comprovata bravura, Lucindona- così mi piace apostrofarla -si è da tempo ritagliata un suo spazio nel panorama del cantautorato americano, conquistando un seguito anche dall'altra parte dell'Oceano (si è da poco esibita anche in Belgio). Il suo stile trafigge il cuore di chi vuole ascoltare e vivere una musica superiore, senza barriere, filtri o limitazioni e vederla esibirsi, seppur accompagnata dai Buick 6 (una band diversa da quella adottata nei recenti dischi in studio), mi procurerebbe grande gioia.
Pochi giorni dopo, per direttissima, mi arrivano come gradito regalo i biglietti per Lucindona a Pusiano. Che altro dire, in questi momenti, se non <<Grazie>>?







sabato 9 aprile 2016

I Guns N'Roses a Las Vegas l'8 aprile 2016 (raccontati da un fan che non c'era ma che ha sentito, visto e letto tutto quello che c'era da sentire, vedere e leggere) [Extra]

Chi ha dato un'occhiata ai numerosi video amatoriali registrati la scorsa settimana al Trobadour di Los Angeles in occasione del secret show (o "data 0", o come vi pare) dei Guns, avrà certamente notato che, durante la danza del serpente di Mr. Brownstone, il signor Rose è scivolato. Questo non gli ha impedito di concludere il concerto più atteso degli ultimi cinquant'anni, un concerto in cui magari la sua voce non avrà brillato quanto molti si sarebbero aspettati ma che ha comunque sancito un ritorno in grande stile, costellato di leggende, aneddoti, novità e magari di alcune mancanze.
Ieri sera, complice la prima data del Not In This Lifetime Tour alla T-Mobile Arena di Las Vegas, Axl ha condiviso Internal Fixation, un video di Vimeo in cui una dottoressa molto carina e competente spiega di avergli operato, steccato e ingessato il piede sinistro nella sua clinica di Santa Monica. Con tono scherzoso, Axl ha aggiunto che "può capitare quando sono ventitrè anni che non fai una determinata cosa". 
Sono lontani i tempi in cui mr. Rose annullava un concerto per due colpi di tosse.
Sempre nella stessa serata, sul sito ufficiale della band, è comparso un video antologico, montato e girato con gusto e mestiere, su quanto accaduto al Trobadour la sera del primo aprile, ma al pubblico già importa relativamente. Sono i Guns 2.0 e si muovono, cantano e suonano (e scivolano) in un mondo molto più veloce rispetto a quello dei loro tour storici. 
Già a notte fonda (ora italiana), iniziano a fioccare siti più o meno fasulli su cui sarà possibile seguire la diretta streaming dell'evento: eclatante il caso di un hacker che è stato in tempo ad aprire il canale Street Of Streams, il cui nome fa il verso alla splendida Street Of Dreams.
Su un sitaccio di gossip escono tre scatti di Axl intento a lasciare il proprio albergo di Las Vegas. Nel migliore di questi, noto con piacere una tshirt di Neil Young & The Crazy Horse (dalla grafica, direi che può essere ricondotta allo splendido Ragged Glory World Tour del 1991) e mi premuro di cercarla, trovarla e ordinarla nel minor tempo possibile su eBay (se piace anche a voi, la più conveniente è acquistabile qua.
Ma al resto del mondo di Neil Young, dei Crazy Horse e delle magliette dei loro tour interessa poco. I fans, più che altro, iniziano ad augurarsi che Axl sia in grado di esibirsi, pur col piede rotto. Esattamente come ha fatto Dave Grohl l'anno scorso.
Già, Dave Grohl. Anni fa, Axl e Dave si stavano pesantemente sui coglioni, in maniera reciproca e democratica. Eppure Dave Grohl non solo ieri sera era in primissima fila- area VIP -col compagno e batterista dei Foo Fighter Taylor Hawkins...
... ma ha perfino prestato ad Axl Rose un oggetto di scena prezioso e, viste le sue condizioni, utile: mi sto riferendo al trono di chitarre che Dave si è fatto costruire dopo la rovinosa caduta del 2015.
Morale della favola: gli attrezzisti hanno montato al centro del palco il magnifico trono del re del rock (Elvis è morto e qualcuno doveva pur raccoglierne lo scettro), che su di esso ha cantato quasi tutti i brani. E porcaccia puttana se non faceva comunque la sua figura!
Come già accaduto al Trobadour e andando contro tutto quello che gli scommettitori più folli avevano sostenuto nel gioco del totoconcert, la setlist non si è aperta con Nightrain ma di nuovo con It's So Easy. Ora, per il sottoscritto, l'undicesimo comandamento è che un concerto dei Guns N'Roses, qualsiasi concerto dei Guns N'Roses, si apre con Nightrain. Punto.
Si prosegue: Mr. Brownstone, Chinese Democracy (Chinese Democracy suonata come fosse un pezzo del periodo Appetite non perde niente, anzi...), Welcome To The Jungle (cantata notevolmente meglio del 1° aprile) e una Double Talkin'Jive molto più coraggiosa e brillante di quella proposta al Trobadour. Double Talkin'Jive è sempre stato un pezzo un po' misterioso, tant'è che nel periodo 2002-2014 non è mai stato riproposto sul palco: su disco era un breve pezzo che non mancava di fare la sua porca figura, ma dal vivo è un cavallo di battaglia formidabile, perfetto per essere stravolto, scomposto e improvvisato ogni sera (chi ha visto il primo DVD del Live In Tokyo sa bene di cosa parlo).
Aggiunta di lusso del concerto di Vegas è la canzone numero sei: Estranged. Estranged è ancora Estranged ed è sempre una delle quattro, cinque canzoni più belle al mondo. Fra il pubblico, gira un delfino di gomma: una finezza da veri appassionati.
Su Live and Let Die il divario fra cantante e musicisti si fa gigantesco: Axl, nel cantarla, soffre, Slash, al contrario, la suona bene come non mai.
Prima di Rocket Queen arrivano i ringraziamenti ufficiali a Dave Grohl da parte di Axl. Potrebbe essere la prima volta che nevica nel deserto del Nevada.
You Could Be Mine introduce il momento punk della serata: tocca a Duff McKagan, forse il gunner che sta meglio di tutti, prendere il microfono e suonare, per la seconda volta dal palco dei GNR, New Rose dei Damned. 
Seguono due canzoni sorprendenti e molto diverse: This I Love, una delle pagine più belle di Chinese Democracy, e Coma. Coma? Sì, proprio Coma. La canzone più lunga mai incisa dal gruppo e proposta in concerto soltanto una volta, nel 1993. A modo suo, un evento nell'evento.
Il consueto teatrino delle marionette di Slash irrompe sul palco. E' una settimana che me lo chiedo: possibile che un artista come Slash, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, dopo venticinque anni continui a basare il proprio momento di one-man-show sul tema principale de Il Padrino? Sono cose come queste che mi fanno presupporre che Duff o lo stesso Axl in tutti questi anni siano molto più cresciuti, anche solo sul piano artistico, rispetto a Slash.
Difficile giudicare, almeno sulla base di un paio di video che ho visto, Sweet Child O'Mine: urla e schiamazzi di ogni genere coprono molto della performance vocale di Axl, ma lasciano intuire ciò che ho sempre pensato: l'assolo di Sweet Child dovrebbero lasciarlo suonare solo a Slash.
Better sta conoscendo una nuova vita: su disco è una canzone difficile, piena di sovrincisioni, di cambi di tempo e di effetti. In qualche modo, live finisce con l'essere spogliata e ciò che rimane è un bellissimo scheletro di puro hard&heavy. Nel 2008-2009 avrebbe potuto essere il singolo vincente di Chinese Democracy, ma fu impiegata e promossa malissimo, come tutto quel disco (o meglio, quel disco neanche fu promosso, ora che ci ripenso).
La Civil War dell'8 aprile a Las Vegas, per cortesia, dimentichiamocela.
Fantastico, piuttosto, questo Richard Fortus che arriva e intona Wish You Were Here e Slash che gli va dietro, un po' come succedeva nei concerti del 1992-1993 quando Gilby Clarke se ne saltava fuori con Wild Horses o Lucy In The Sky With Diamonds.
Subito dopo, sbuca il pianoforte a coda e Axl suona una chicca che aveva iniziato a presentare già nel periodo Appetite For Democracy: mi riferisco alla seconda parte del capolavoro Layla, il lato meno conosciuto (in quanto cassato, da sempre, dalle radio di tutto il mondo) di una delle dieci canzoni più famose della storia del rock. E non per nulla, ma far rileggere Eric Clapton a Slash invece che al buon Bumblefoot è tutt'altra cosa.
Layla serve ad introdurre November Rain, a cui seguono Knockin'On Heaven's Door e Nightrain.
Infine, gli encore: Slash riprende Patience in mano e questi ventitre anni davvero non sembrano essere passati invano.
Chiude, ovviamente, una bella Paradise City.
Punti a sfavore della reunion del secolo, per ora? Il primo che mi viene in mente è che di tutta questa ingente quantità di materiale inedito ancora non si sa nulla e che non farebbe male alla scaletta (seppure ottima ed esaustiva) conoscere qualche inedita. 
Sempre riguardo alla setlist: Chinese Democracy è un disco difficile, bisfrattato e la sua pessima fama lo precede. Tuttavia, a scanso di ogni pregiudizio, contiene musica magnifica. Una prova parziale è data dai suoi tre brani presenti al momento in scaletta, ma che fine hanno fatto i veri capolavori dell'album, Street Of Dreams, Madagascar e, soprattutto, There Was A Time?
Fa piacere vedere che in una settimana lo spirito di gruppo sia un po' più consolidato di come poteva apparire ad L.A. e che Richard Fortus già si pavoneggi al meglio di fianco a Slash, ma è pure certo che Dizzy Reed (che piaccia o meno, la persona che dopo Axl milita nei GNR da più tempo) e l'ultima arrivata, Melissa Reese (che non è una bischera sciolta messa dietro una tastiera), meriterebbero uno spazio maggiore durante lo spettacolo.
Ancora un po' nebulosa la questione merchandise. So che potrei apparire frivolo, ma anche le magliette dei GNR sono un argomento di conversazione per noi fans senza cervello e al momento è una materia di cui si sa molto poco. Queste t-shirts ci sono: ufficiali e non ufficiali, in larga parte riproposizioni o rivisitazioni di magliette storiche. Addirittura, se si osservano bene certi banchini, rispunta fuori la sigla "GNR Was Here...", risalente addirittura ai primi tour europei di fine anni '80. Ad ogni modo, attendo novità nel prossimo futuro, magari anche sul sito internet.
Punti a favore della reunion del secolo, per ora? 
Parecchi (trono e stampelle compresi).

Veloce come il vento [Recensione]

Bene. Ci siamo arrivati.
Mentre Batman V Superman, universalmente stroncato da ogni pulpito, continua a capeggiare il botteghino come ormai qualunque cosa benefici di corposi foraggiamenti economici e mediatici (a dimostrazione che anche la critica più generalizzata davvero non conta più nulla), il nostro cinema di genere conosce il suo secondo, vigoroso segnale di risveglio di questo 2016. Tutto merito di Matteo Rovere e del suo Veloce come il vento, un film incentrato (anche) sul mondo delle corse per il cui co-protagonista Loris De Martino (uno Stefano Accorsi in una delle sue tre, quattro prove migliori di sempre) si è presto spunto dal personaggio di tale Carlo Capone, astro del rally negli anni '80 e attualmente ospitato presso una clinica psichiatrica piemontese. Non casualmente ho scritto "co-protagonista", visto che la star assoluta di Veloce come il vento è l'esordiente Matilda De Angelis, cantante 20enne di grande bravura e rara passione qui per la prima volta prestata al grande schermo.
I tre fratelli De Martino sono molto diversi per età, carattere e prospettive: Loris è un ex-pilota e un consumato tossicodipendente, Giulia è una 17enne matura e responsabile che però- a causa di grossi debiti contratti dal defunto padre -rischia di perdere la casa e l'affidamento del fratellino minore Nico. Per impedire la tragedia c'è un solo modo: vincere il campionato italiano GT.
Film sportivo di dolente drammaticità, vicino più a The Fighter o all'ottimo Rush che non a Need For Speed, Veloce come il vento non necessita di computer grafica, azione squilibrata, musica tamarra, dialoghi subfumettistici e melensaggini. Le prospettive registiche e artistiche di Matteo Rovere vanno ben oltre la formula del franchise sulle "automobiline", abbracciano la storia di una famiglia non tradizionale con i suoi pregi e i suoi difetti, riflettono sui limiti della passione per la velocità senza doverne per forza esaltare- come d'obbligo nell'universo deviato e ridicolo di Fast And Furious -ogni aspetto, si impregnano degli umori di quella grande terra che è l'Emilia Romagna, coi suoi piloti, i suoi motori, le sue formule dialettali. L'epica della rinascita e della disperazione travalica la retorica tipica del cinema motoristico italiano degli anni '70 (Amore Formula 2, per citare uno degli esempi più autorevoli e meno dimenticati del genere), facendo dunque di Veloce come il vento una novità rinfrescante e assoluta, diretta e interpretata nettamente al di sopra della media nazionale e mossa da una passione equamente condivisa fra cinema e automobilismo. 

giovedì 24 marzo 2016

Batman V Superman: Dawn Of Justice [Recensione]

Tutti coloro che mi conoscono sanno che non amo Zack Snyder e il suo anticinema ambizioso e parapubblicitario. Ma che dopo quell'onta abominevole de L'uomo di acciaio Snyder abbia avuto la faccia tosta di tornare sul personaggio e farlo scontrare con Batman nel nuovo Dawn Of Justice, beh, mi ha lasciato basito.
In molti, magari, neanche si prenderanno la briga di leggerla questa recensione, già supponendo che parlerò di Batman V Superman come di un film pessimo, scadente, orribile e noioso. Ma non è così. Non ho pregiudizi verso il franchise cinematografico DC nella egual misura in cui cerco di non averne verso la Marvel, e per quanto Snyder persegua un modo di fare film davvero sconsolante non mi astengo di certo dalla visione. 
Mi è piaciuta quasi totalmente la trilogia del Batman di Nolan: non è vero che sono i migliori cinefumetti di sempre, perchè non lo sono, ma sono bei film. Eppure, anche qua, ho cercato di non legarmi a prescindere alla schiera di quelli che hanno giudicato un'eresia riprendere Bruce Wayne ed estirparlo dal corpo e dalla recitazione (assoluta, vorrei sottolinearlo) di Christian Bale e relegarlo a Ben Affleck. Specie perchè, a conti fatti, il Batman di Ben Affleck è una delle sorprese gradite di Dawn Of Justice: al contrario di quello di Bale, è un supereroe fumettistico e muscolare, sempre in costume (pure ben fatto) e perfettamente coreografato nelle scene di azione. Chi dice che fa rimpiangere George Clooney non ha idea di come valga la pena trasporre su pellicola un eroe dei comics. Di contro, il Superman di Cavill continua ad essere talmente brutto e inadeguato da risultare indescrivibile. Forse perchè è un personaggio idiota di fondo e ha ben poco di filosoficamente affascinante (con buona pace di ciò che fa dire Tarantino a David Carradine in Kill Bill), ma davvero viene da ridere ogni volta che appare, parla, si muove. E non bastano lo score di Hans Zimmer, un comparto femminile riuscito (Amy Adams convince maggiormente rispetto all'Uomo di acciaio, mentre Gal "Miss Israele" Gadot è una fantastica Wonder Woman, sa recitare e ha messo a tacere perfino i segaioli più incalliti che si aspettavano al suo posto Megan Fox) o il grande Jesse Eisenberg nei panni di Lex Luthor per riscattare la sfilza di scene penose, dialoghi deliranti e Jeremy Irons che gioca a fare il maggiordomo (ma quando mai?). Lungo ai limiti del cerebralmente devastante, cupo che in confronto Il Corvo è un episodio di Peppa Pig, scritto peggio di come, alla fine, Zack Snyder lo ha girato. Perchè una cosa va detta: per quanto non si astenga dal realizzare abomini innaturali che qualcuno si ostina a definire "film", Snyder firma, con Batman V Superman, una delle sue opere più coerenti e omogenee, piena di idee stupide, imbarazzanti e trash, ma di fondo una visione attenta ed equilibrata può meritarla. Lo so che è come consigliare a qualcuno Scusa ma ti chiamo amore dicendogli che è il film di Moccia più riuscito, ma tanto siamo a questi livelli.

martedì 22 marzo 2016

Ave, Cesare! [Recensione]

Bizzarro destino quello del cinema dei fratelli Coen.
Prolifici sin dagli albori della loro carriera e strenui difensori della teoria di Raymond Chandler secondo cui "tutta l'arte di qualità è intrattenimento", hanno dovuto attendere cinque, sei film prima che qualcuno davvero notasse il loro smisurato talento di sceneggiatori, montatori e registi.
Analogamente a John Ford, Orson Welles, Stanley Kubrick, Robert Altman o Clint Eastwood, i Coen hanno sempre saputo fare cinema di qualsiasi genere, con qualsiasi mezzo e budget fosse messo loro a disposizione. Eppure, fino agli anni Duemila in pochi, specie in patria, si sono degnati di trattarli al pari dei giganti sovracitati. Ma ai Coen tutto questo non interessa. Per loro, il mondo (e dunque anche il Cinema) è soltanto un caos venato di misteri e ironie e la grande macchina cinematografica è solo una piccola parte di esso. Una macchina che può anche fare soldi, ma che, innanzi tutto, deve produrre pellicole.
C'è da meravigliarsi che il film dei Coen che ha incassato di più sia (solo) un remake (Il Grinta) e che nel nostro paese vengano ancora considerati poco più che registi di genere (action, thriller o black comedy). Del resto, all'infuori di capolavori come Il grande LebowskiFargo o Non è un paese per vecchi, ben poche altre sono le loro opere ad avere assurto al rango di cult movies. Mister Hula Hoop, Prima ti sposo e poi ti rovino e il recente A proposito di Davis potrebbero passare in prima serata in tv senza che nessuno li noti, eppure sono film dei fratelli Coen, e allo stesso modo Burn After Reading, Crocevia della morte, Fratello, dove sei?, Arizona Junior e L'uomo che non c'era (uno dei preferiti di chi scrive). 
Il punto del nuovo Ave, Cesare!- già flop clamoroso in USA -è che non si pone soltanto come una minuziosa ricostruzione di ciò che succedeva negli studios MGM o Warner di West Hollywood negli anni '50 e dei film che vi venivano girati, ma come un secondo atto di Barton Fink, ambientato però nel cuore pulsante e dorato dell'industria cinematografica. Cosa resterà di questo 1951 fatto di star viziate, peplum che ricordano Quo Vadis? o La tunica (forse più La tunica, a pensarci bene), musical marinareschi (il film a cui lavora Channing Tatum è ispirato a Un giorno a New York) e pure sottomarini (la Johansson ci regala la sua Figlia di Nettuno), western di seconda categoria e sceneggiatori comunisti che- per quanto imbranati come rapitori-hanno già compreso il legame tra ideologia e capitale?
Come in Arizona Junior e diversamente da Il grande Lebowski, la figura della vittima degli eventi (lo schlimazel, secondo il teatro yiddish) subisce il rapimento in vista di un riscatto. La superstar Baird Whitlock (Clooney)- l'ennesimo idiota dell'universo coeniano -diviene, parimenti ai film che interpreta, materia di scambio, di commercio. In Ave, Cesare! il denaro torna a umiliare l'etica, insinuandosi perfino dentro all'ideologia: un'idea che da sempre sta alla base sia delle storie dei fratelli Coen che di certi sistemi economici e sociali. Ma stavolta non c'è un "Drugo" Lebowski che attraversa questa realtà cinica con quel fare zen, pacato, leggero, positivo utile a decostruire, uno ad uno, i miti americani (in Ave, Cesare! tocca al mito di Hollywood). Al massimo, l'unico che davvero sembra capirci qualcosa è il grande Eddie Mannix (Josh Brolin), un produttore esecutivo ben inserito nel sistema ma molto diverso dai bizzosi attoroni a cui deve fare da balia. Alla stregua del Llewylin Moss (sempre interpretato da Brolin) di Non è un paese per vecchi, Mannix, superbo ibrido di differenti stereotipi hollywoodiani in questa nuova commedia sfacciata e sarcastica , si rivela il solo a cogliere l'impossibilità di uscire dallo stato delle cose controllando il proprio destino e quello degli altri. E che non esiste una regia dell'esistenza. Neanche se si lavora ad Hollywood.

lunedì 14 marzo 2016

Forever Young [Recensione]

Intendiamoci subito: a me Total Eclipse Of The Heart di Bonnie Tyler piace anche, ma l'uso che ne fa Fausto Brizzi nel suo nuovo film Forever Young è criminale. A parte il fatto che, mentre la ascoltano, il personaggio di Bentivoglio (classe 1957) asserisce di essersi diplomato nel 1983 ed è vistosamente più anziano di una decina d'anni della sua amante Lorenza Indovina (classe 1966), tutto il film è un palese susseguirsi di nostalgie superficiali, stornelli anonimi (la Forever Young cantata da Nina Zilli, degli indefinibili pezzi pop rock, un secondo movimento della IX Sinfonia di Beethoven che dura, stando a quanto ammette il personaggio di Teocoli, due ore), rovinose cadute nella volgarità più becera (il deejay checca isterica di Tico Tico Radio) e pesanti incursioni in un populismo fuori luogo e perfino fuori tempo (sintomatica di questa tendenza è la scena della visita all'emittente metallara da parte di Lillo).
Brizzi e i suoi sceneggiatori si travestono da "sociologi", tentano di fotografare un panorama di desolante vuoto pneumatico culturale e morale senza però muovere accuse a niente e nessuno. Falliscono miseramente nello sforzarsi di dare un'identità a personaggi nati già debolissimi e lasciano che quel poco di salvabile nel film ai meriti del comparto femminile del cast: la Ranieri, la Indovina e perfino la Ferilli sono tutte più convincenti dei penosi ruoli maschili (all'infuori dei due camei "ecceziunali" di Frassica e Rossi). 
La cosa più penosa di Forever Young è che pur avendo- per quel che concerne sia la forma che la sostanza -una validità di poco superiore a quella di un qualsiasi cinepanettone, tenta comunque di fare bella figura, spacciandosi come una commedia dolceamara brillante e dalle vaghe (vaghissime) ambizioni internazionali. 
Terrificanti anche l'ammiccamento al veganesimo della moglie del regista Claudia Zanella e il siparietto pubblicitario dedicato all'aperitivo Bellini.
Ma stiamo scherzando, vero?