Nella primavera del 2007 disegnai quattro pagine (e un frontespizio) di un delirante fumetto intitolato Il teatro del Cardinale Richelieu o la descoverta dell'omertà. Il soggetto e i testi, per una volta, non erano miei e dunque il rischio di venire accusato dell'assunzione di avanguardistiche sostanze psicotrope poteva considerarsi scongiurato.
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| Il primo ascolto... |
La trama era semplice: Richelieu, violento cardinale di una comunità montana e appassionato di teatro, decide di tirar su uno spettacolo e indice delle audizioni. Accorrono persone di ogni credo, razza e colore e, alla fine, arriva La Morte, che beve un tè col cardinale e promette di raccontargli una storia. Una storia che neanche noi ci preoccupammo mai di inventare: Il teatro del Cardinale Richelieu morì al suo primo episodio.
Mi è tornato alla mente oggi, leggendo del presunto suicidio di Keith Emerson, che in quel fumetto era il primo degli aspiranti attori a partecipare all'audizione. Fu divertente farlo passare come il classico virtuoso progressive sborone e pieno di sè. Era un anno in cui, almeno io, stavo abbandonando del tutto l'ascolto di ELP, King Crimson, Yes, Pink Floyd e Van Der Graaf Generator e il lancio di quel "pantagruelico syntetizzatore" sulla testa del povero Keith voleva essere la metafora di un ulteriore passo in avanti nell'accrescimento della propria cultura musicale.
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| Keith Emerson con Marco Masini, uno dei punti più bassi nella carriera del tastierista inglese. |
Che poi a me gli ELP piacevano sì, ma non tanto quanto altre band acronimate (CSNY, per dirne una), nè al pari dei Crimson o dei Van Der Graaf. Avevo Pictures At An Exhibition (comprato tempo prima assieme al Made In Japan dei Deep Purple, entrambi in super-economica) e me lo facevo bastare, ma su una cosa non c'erano dubbi: Keith Emerson era il Dio del rock progressivo. Perchè era un tastierista e nell'immaginario colletivo gli strumenti da tastiera erano il fulcro, il nucleo attorno a cui il progressive era sbocciato e si era ramificato. E perchè mentre sui grandi chitarristi o sui grandi cantanti progressive potevano sorgere discussioni infinite e odiose preferenze, sui grandi tastieristi non succedeva: Keith Emerson era in partenza il più grande di tutti. Lo era stato con i Nice (la prima e la migliore band con cui egli abbia mai suonato), lo era stato con gli ELP e avrebbe continuato ad esserlo anche da solo, perfino negli studi di RAI 1, dove nel gennaio 2013, ospite a I migliori anni di Carlo Conti, ebbi modo di vederlo live l'ultima volta, dapprima alle prese con una Honky Tonk Train Blues tiepiduccia e infine raggiunto, on stage, da Marco Masini. Brutti momenti per un virtuoso che ha composto alcune delle migliori musiche che la razza umana sia mai riuscita a creare e che negli ultimi anni ha tirato fuori nuove perle, rimaste comunque debitamente nascoste.
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| ... e l'ultimo ascolto. |
Il progetto Three Fates (portato avanti con Marc Bonilla e Terje Mikkelsen), che ha visto luce su etichetta Edel Records quattro anni fa, ha rappresentato l'ultima occasione in cui ho avuto modo di sentire nuovo materiale a firma Keith Emerson. Musica suprema, in tutto e per tutto, tanto vicina agli antichi fasti progressive quanto felicemente aperta al benefico influsso del jazz, magistralmente suonato con quel "pantagruelico syntetizzatore" che gli avevamo scaraventato in testa anni prima.















