domenica 19 novembre 2017

"Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico." [Extra]


Ognuno ha il compleanno che merita, chiassoso o silenzioso, più o meno festeggiato. Ma siccome a ogni compleanno mi ritrovo inevitabilmente più vecchio di un anno, va a finire che cerco di distrarmi in altri modi. Se si eccettua un evento "a sorpresa" nel 2011, scavallati i venti, ho smesso di indire feste, cene e altre libagioni. Da allora, cerco di passare il giorno e la sera del mio compleanno con la mia fidanzata, andando a cena fuori o al cinema. Sono molte le cose che nascono, crescono, maturano, appassiscono e infine muoiono: gli anni sono fra quelle e io non sempre ho voglia di starmene a rimuginarci su.
28 Years Old in Riad El Walaa, Marrakech.
Sofi rimase molto colpita quando, vedendo per la prima volta Marrakech Express, realizzò che buona parte delle frasi che a volte, nel quotidiano, ripeto come un mantra provenissero da quel film. Posso parlare letteralmente di un cordone ombelicale che mi tiene legato a questa commedia dai toni crepuscolari: mi è stato raccontato che un paio di mesi prima che fossi costretto a venire al mondo, i miei andarono al cinema a vedere il film di Salvatores, vivendolo in diretta come un instant cult sulla loro età, sul passato e presente proprio e dei propri coetanei. Ecco, mi piace pensare che alla base del mio regalo di compleanno (un viaggio a Marrakech, giusto appunto) ci sia stata la visione di quel Marrakech Express (oltre alla mia passione di lunga data per Casablanca, No Quarter Unledded dei due ex-Zep, Caravanserai di Santana, Il legionario di Piani e Polese) che la mia generazione, per vari motivi, non potrà mai avere. Anche solo perchè non è un film che celebra il proprio tempo (gli anni '80), ma lo rifugge e, rifuggendolo, lo spiega meglio di ogni glorificazione. Meccanismi che si incastrano con fatica nel mondo diverso, opinionistico, per molti versi post-autentico come quello di chi ha (quasi) trent'anni oggi e in cui gli unici pensieri che finiscono con l'avere veramente un peso sono quelli fatti la sera, quando ci si corica spegnendo lo smartphone e la luce.

"La felicità è la strada" è una di quelle frasi che mi piacciono tanto; significa che non è tanto dove arriviamo quello che conta, quanto la strada che percorriamo per arrivarci. Cos'altro sarà poi questa felicità con cui tutti ci riempiamo la bocca e che meriti abbiamo per pretenderla rispetto a milioni di persone che non potranno permettersi neanche il lusso di sperarla davvero non sono in grado di dirlo. Anche in Marrakech Express- come in Turnè e Mediterraneo -la felicità è la strada, quella su cui si consumano, essenzialmente, sia la fuga che l'amicizia. Un'amicizia virile, autentica, appassionata, a tratti cazzona, certo, ma non per questo casermistica o guascona, un'amicizia che resiste alle distanze spaziali e temporali con la spontaneità e l'affetto di un primo amore. La stessa spontaneità che esplode, dopo appena un giorno a Marrakech, quando ci imbattiamo nel Giove, che è in ferie con la fidanzata in Marocco. Un incontro che si consuma in mezzo al caos della piazza Jamaa el Fna. Potrebbero mancare solo Plant e Page, come nel '95, ma io e Giove nel 2017, posso garantire, non siamo da meno e a me torna in mente proprio l'antico proverbio arabo di Marrakech Express: "Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico".

Mentre fra una patata agrodolce e una salsiccia di pecora ci raccontiamo, reciprocamente, la condotta delle nostre esistenze da marzo a ora, Giove se ne esce con un ammirevole soliloquio sull'eccessiva importanza che conferiamo all'accumulo di denaro: <<Uno non si fermerebbe mai>>, dice, <<Ti dai un traguardo, una cifra, la raggiungi e una volta raggiunta sposti l'asticella più avanti, ne vuoi ancora e ricominci tutto da capo. Non ti accontenterai mai>>. Mi tornano in mente il famoso monologo Greed is Good di Gordon Gekko in Wall Street, le facce degli yuppies negli speciali a loro dedicati dai settimanali di informazione, miriadi di frasi estrapolate da dieci anni di salotti televisivi incentrati sulla crisi economica. <<Gordon Gekko, mavvaffanculo va'!>>, penso. Purtroppo, l'amarezza dei tempi che viviamo ci condiziona l'umore e cerchiamo di cambiar rapidamente argomento prima di vederci scaraventati nelle profondità dei deserti cosmici e costretti a intonare il famoso Blues for Allah.
Digeriamo quella che rimarrà la migliore cena del nostro breve soggiorno e ci addentriamo nella Medina, dove sorgono entrambi i nostri alberghi, per bere un tè. Scegliamo un locale tipico, con i tavoli che si affacciano su una piazza che ho visitato anche stamani, ma che a quest'ora della notte è assai diversa. Dopo un fiume in piena di parole, ci zittiamo un attimo, sorseggiamo la bevanda calda e speziata. Cerco di osservare me e il Giove dall'esterno. <<Ma tu guarda questi due coglionauti, questi due ex-liceali che si ostinano a giocare ai compagni di banco, questi due vagabondi del Dharma...>>. Ci sorridiamo vicendevolmente, entrambi ancora meravigliati dalla natura lievemente surreale di un incontro tenuto in un paese tanto lontano da quelli dove viviamo (io da sempre in Italia, mentre lui, da qualche anno, ha piantato le tende in Europa dell'Est). La teiera si svuota, i minuti si rincorrono sull'orologio e io, sentendo che il momento del commiato si avvicina, mi rifugio in pensieri più solitari. Sono qui, so che sto vivendo un'esperienza indescrivibile, di quelle che mi riempiono l'anima. ma una fitta di consapevolezza non tarda ad attraversarmi il petto: credevo di vivere, in realtà stavo già ricordando. Ero già tornato e ancora non lo sapevo. E infatti eccomi qua, neo-ventottenne, con una domanda antica quanto il mondo stesso: esiste o no il presente?

venerdì 10 novembre 2017

L'uomo giusto nel posto giusto al momento giusto [Extra]

George Martin (il produttore e baronetto, non lo scrittore) scrive nelle sue memorie che Paul Buckmaster, scomparso lo scorso 7 novembre, era il più bravo di tutti.
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Paul Buckmaster è stato un buon direttore d'orchestra, ma soprattutto un impareggiabile arrangiatore. In Italia lo ricordiamo principalmente per due motivi. Il primo, è che lui stesso aveva origini italiane da parte di madre (la signora veniva da Napoli), il secondo è che la sua abilità, il suo mestiere sono stati fondamentali in almeno due o tre bei dischi pubblicati nel nostro paese. Sul primo omonimo LP di Angelo Branduardi Paul Buckmaster figura come musicista, autore e produttore; suoi sono i synth e il missaggio nello stratosferico Rosso napoletano di Toni Esposito; sua buona parte dell'opera di arrangiamento di un disco forse poco ricordato e uscito a firma di Teresa de Sio, Toledo e regina, anno 1986.

Il primo pezzo che ho ascoltato consapevole che fosse stato lui ad arrangiarlo è Sway degli Stones, roba che ancora dopo tanti anni continua a spalancare le porte a suggestioni emotive molto profonde. 
Col tempo, ho scoperto che l'apporto di Buckmaster è stato fondamentale anche in tante altre canzoni che amo e che da anni ho consegnato a quell'archivio mentale dove stanno riposti i capolavori. Ora che non è più fra noi, sembrano scritti apposta per lui i versi di Dress Rehearsal Rag "Where are you golden boy/Where is your famous golden touch?".
La sera, a cena, mi abbandono alla circumnavigazione di alcuni pensieri. Guardo i lampioni gialli accesi fuori, nella nebbia. Ce ne ha messo di tempo, ma è finalmente arrivato il momento dell'anno che meteorologicamente e visivamente associo al mio compleanno. <<Che fava!>>, mi dico, <<Quasi trent'anni su questo pianeta e me no sto qui, a pensare se You're so Vain sarebbe stata la stezza canzone senza l'arrangiamento di Paul Buckmaster... mah, dove andremo a finire?>>.
Poi mi viene in mente che forse, alla fine, la persona fortunata sono io. Conosco gente che è rimasta impantanata in un pressapochismo davvero dannoso e da lì non vuole muoversi, amici con cui abbiamo viaggiato lungo le stesse strade ma che hanno imboccato uscite differenti dalla mia (alcune sicuramente migliori, ma su altre non ci scommetterei troppo), persone ripiegate su se stesse, intente a coltivare un individualismo senza freni e ad allungare il brodo della loro autoreferenzialità, conoscenti spettatori di X-Factor Italia a cui non puoi neanche provar a spiegare cos'è la sindrome del melisma italo-giorgiano di seconda discendente senza che questi ti offendano accusandoti di supponenza, saccenza e intellettualismo, ragazze che non vedo e non sento da anni ma che sono comunque convinte di aver migliorato la loro esistenza passando da Guccini a Brunori Sas, dai Metallica ai Cigarettes After Sex e a cui vorrei solo dire <<Tesoro, mi dispiace per te, questa non è maturità, ma deterioramento>>. Al netto di incertezze, insicurezze, vizi e incorreggibili difetti, mi sento fortunato, anche perchè per onorare la memoria di Paul Buckmaster metto su Terrapin Station (edizione espansa e rimasterizzata su HDCD). Quando i Dead si trovarono a dover sovraincidere la lunga parte centrale della suite omonima, pensarono di confrontarsi con una vera orchestra e i nastri volarono a Londra, per finire fra le mani di Buckmaster, che dal canto suo definì "perfetto" il drumming di Bill Kreutzmann adottato nel brano. E, in effetti, come dargli torto?
Ma perchè poi non fare un salto indietro fino al 1969 per lasciarsi incantare dall'arrangiamento adottato su The Greatest Discovery di Elton John (arrangiamento di cui avrebbe conservato a lungo memoria anche "Ciccio" De Gregori)?
Oppure perchè non rispolverare una fra le grandi ballads vergate negli anni Duemila, ossia quella Drops of Jupiter dei Train che a Buckmaster valse pure un Grammy nella categoria "miglior arrangiamento"? Musica che non sentivo, letteralmente, da anni e che non ha perso un'oncia della propria grazia.
E poi come dimenticare il suo fondamentale apporto in quattro dei quattordici brani di Chinese Democracy, che non mi stanco mai di ricordare, con ogni probabilità, come il disco più citato e meno ascoltato di tutti i tempi? Portano la firma di Buckmaster numerosi interventi in ambito di arrangiamento e orchestrazione di Street of Dreams, There Was a Time, Madagascar e Prostitute. Il suo ingaggio, di poco successivo a quello di Marco Beltrami, risale al periodo 2005-2006, quando la Geffen aveva già imprudentemente diffuso una data di uscita dell'album (6 marzo 2007, puntualmente rimandata), e fu tenuto, ovviamente, segretissimo. Ciò nonostante, si prese cura di due pezzi già molto famosi in sede live e mutò non di poco la forma sia di TWAT che di Prostitute. E dal momento che considero TWAT una delle dieci canzoni dei GNR più belle di sempre e che non ho mai mancato di tributarle i giusti onori qui sul blog, ritengo oggi più giusto diffondere un'altra perla di questo magico, conturbante album:

Concludo, tanto per dare un'idea della trasversalità (non necessariamente un sostantivo a cui apporre una denotazione negativa e jovanottiana) del personaggio vorrei raccomandare un ascolto che mi esporrà pericolosamente all'abisso della contraddizione. Sì perchè, pur da amante di Miles Davis, On the Corner l'ho sempre digerito poco. Recentemente, avevo mostrato questa mia carenza su Facebook e un paio di amici sono prontamente e gentilmente (e chi ne possiede un account sa quanto rara sia la gentilezza su Facebook) intervenuti a riguardo, invitandomi ad un nuovo ascolto dell'album. Penso proprio che li darò retta, anche perchè puoi chiamarti Miles Davis quanto vuoi, ma se perfino tu, giunto a un certo punto della tua carriera, hai bisogno di un Paul Buckmaster, un motivo dovrà pur esserci. No?


lunedì 6 novembre 2017

Bob Dylan, "The Bootleg Series vol. 13: Trouble No More 1979-1981" [Suggestioni uditive]

Bob Dylan,
The Bootleg Series Vol. 13: Trouble No More 1979-1981
(Columbia Records, 8 Cd+ DVD)



















Non sono un patito della cosiddetta musica spiritual. In generale, non do troppo importanza al lato spirituale dell'esistenza, e quando lo faccio me ne guardo bene dal partire da una prospettiva cristiana o- peggio mi sento -cattolica. Per dare un'idea, l'altro giorno ho parcheggiato la macchina nell'area esterna della Coop del mio paese, e nello scendere mi è caduto l'occhio sull'abitacolo della Ford Escort blu parcheggiata di fianco alla mia: un rosario appeso allo specchietto retrovisore e un'effige di Padre Pio saldamente incollata al cruscotto. Sono sceso, ho chiuso e ho tirato una bestemmia. 
Mentre la letteratura musicale (e non solo) era ricolma di studi, citazioni, approfondimenti e descrizioni della "voce di una generazione", della svolta elettrica, dell'incidente in moto, della cantina a casa della Band, delle incursioni altalenanti nella giurisdizione del country, di Blood on the Tracks, di Desire, della conseguente Rolling Thunder Revue, io facevo una gran fatica a capire cosa fosse successo dopo il 1976. La mia (allora) esigua discografia dylaniana subiva una brusca interruzione con l'esaltante Hard Rain e riprendeva dall'impagabile Infidels, datato 1983. Poi un giorno mi capitò fra le mani un'intervista di terza o quarta mano a Bono Vox degli U2: doveva essere roba risalente alla fine degli anni Ottanta, se non addirittura successiva. Parlava dell'America, parlava del blues, di Dio e di Bob Dylan. A proposito di quest'ultimo, riusciva nell'intento di spiazzare l'intervistatore citando, fra le proprie maggiori influenze, non tanto The Freewheelin', Highway 61 o Blonde on Blonde, bensì un certo Shot of Love, che definiva bellissimo (più avanti, nello stesso articolo, descriveva anche Brownsville Girl, canzone del 1986, come una delle vette di tutta la produzione di Dylan). Quando Bono parla di fame nel mondo, va lasciato perdere, ma quando dice che un certo disco è molto bello, bisogna credergli. Non trovandolo nelle vicinanze, me lo feci scaricare e masterizzare da Checca, ma non rimasi molto colpito: era un disco gospel con sonorità soul e pop, non aveva la credibilità di Desire è l'incredibile omogeneità tematico-musicale di Infidels. In seguito capii che razza di occasione sprecata fosse stata Shot of Love: scarti come Angelina, Caribbean Wind e Need a Woman testimoniavano che Dylan e i suoi produttori dell'epoca avevano sbagliato molte cose. Per molti potrà già essere iscrivibile nel "rock di plastica anni Ottanta", ma non per il sottoscritto. Property of Jesus, The Groom's Still Waiting at the Altar, Lenny Bruce simboleggiano un gospel rock tosto e risoluto, musica e testi permeati da un gran gusto e da una bella grinta. Heart of Mine e In the Summertime presentano dinamiche eleganti e assoli chitarra-armonica davvero strabilianti. Non bastò, all'epoca, l'ottimo lavoro di Cuck Plotkin come co-produttore per proiettare l'album oltre la trentatreesima posizione della classifica Billboard, ma poco importa.
Non tutto è da buttare della "trilogia Cristiana", ma nemmeno può essere tutto rivalutabile. Senza dubbio Slow Train Coming è scritto e suonato da gente che sa il fatto proprio. Un disco apocalittico, di gospel come si fatica a ritrovarne, un disco che- al netto delle criticità religiose che un ascoltatore può decidere o meno di muovere -ha conservato intatta la credibilità del messaggio di un Bob Dylan cristiano rinato. Niente musichetta da chiesa, niente giri rompipalle, niente preghierina annacquata da mandare a Pomeriggio Cinque. Fare un disco così dopo aver provato, inventato e influenzato tutto poteva sembrare un passo indietro nel 1979, ma non lo era. Gotta Serve Somebody è indimenticabile, Precious Angel contiene una delle più belle parti di chitarra mai incise da Mark Knopfler (che, guarda caso, tornerà a lavorare con Dylan proprio suonando e producendo Infidels, il capolavoro del decennio), God Gave Names to all the Animals è un reggae alla "porcamadò" in tutto e per tutto simile agli arrangiamenti proposti At Budokan, durante l'ultimo tour laico.
Saved è il più integralista della triade: quando uscì, nel giugno del 1980, tutti rimasero sconvolti dalla interminabile trafila di seghe mentali e dogmi cristiani contenuta in ogni suo singolo verso. Gospel rock dalle velleità moderniste, vecchi standard di chiesa rifatti maluccio, fallimento commerciale clamoroso ovunque (fece eccezione l'Inghilterra, dove conquistò senza difficoltà la terza posizione), ostico e faticoso come pochi altri album di Dylan, Saved conserva un paio di bei momenti (Pressing On e In the Garden), ma è davvero tutto troppo prigioniero di un'ossessione religiosa nociva: produzione Muscle Shoals non ai suoi massimi storici, musicisti sommersi da una voce indemoniata ma assai poco convincente. Quando lo comprai per soli sei euro in un negozio di Siena, non conoscevo ancora Knocked Out Loaded e Down in the Groove, quindi per me divenne istantaneamente il disco più brutto dello zio Bob. Tentai un paio di ascolti, ma la mia anima atea e irrimediabilmente perduta soffriva; una sensazione indefinita mi ottenebrava, sposandosi a fastidio e insoddisfazione.
E' molto strano che i concerti di questo periodo (1979-1981) siano stati talmente tanto bisfrattati da non essere citati nemmeno in buona parte dei numerosi saggi dedicati a Dylan nel corso degli ultimi trent'anni. E' ancora più strano ascoltarli oggi, privati della loro veste di prediche incessanti, e realizzare quanto siano inesorabilmente fondamentali per i fans e parimenti splendidi per chiunque: un po' quello che successe nel lontano 2005, quando venne pubblicata, come quinto volume della BS, la selezione della Rolling Thunder Revue. So che Dylan e la Columbia ci hanno abituati al meglio, ma questo box di otto cd e un DVD è stato assemblato in maniera davvero superlativa. L'apparato fotografico è il migliore che si sia mai visto su questa collana, perfino superiore a quello di Another Sel Portrait. I primi due cd ospitano brandelli di serate americane ed europee, canzoni che sondano le sfumature di quel gospel-rock che la band di accompagnamento (composta dalla formidabile combo Muscle Shoals Band/Queens of Rhythm) padroneggia impeccabilmente. Trenta pezzi, fra cui tre mai uditi prima d'ora (Ain't Gonna Go to Hell for Anybody, Ain't No Man Righteous, No Not One e Blessed is the Name) e molti altri che, grazie alla veste live, acquistano una forza e una bellezza insospettabili. Singolari e intriganti risultano le alternate takes e le prove confluite nel terzo disco, outtakes talvolta segnate dalla chitarra di Knopfler, materiale in minima parte già affiorato nel terzo volume della serie (si parla, comunque, del 1993) e ben sei canzoni inedite (almeno su vie ufficiali). Thief on the Cross e City of Gold, rispettivamente destinate a Shof of Love e Saved, sono con ogni probabilità due delle dieci migliori canzoni che Dylan ha scritto come cristiano rinato. Superfluo chiedersi come mai non fossero state incluse negli album già allora. Di altrettanto spessore sono le ulteriori inedite incluse nel quarto disco: Making a Liar Out of Me è la classica, riuscita ballata dylaniana anni '80, una sorta di apripista per le molte altre che avrebbe composto basandosi sul medesimo schema. L'intreccio organo-chitarra è sublime, Jim Keltner (possiamo sentirlo nel novanta percento della raccolta) è uno dei più grandi batteristi mai venuti al mondo. Yonder Comes Sin è un gospel più ritmato, costruito sul tema di Jumpin' Jack Flash. Lo shaker che entra in gioco dal secondo minuto in poi è piuttosto inusuale e carica ulteriormente il brano. A chi lo voleva morto o prossimo al farsi prete e ritirarsi dalle scene, il Bob Dylan dell'autunno 1980 aveva da dire un mondo di cose. Con Cover Down, Pray Through (inedita presentata dal vivo a Buffalo il 1 maggio 1980) si torna ad una dimensione più negroide, la stessa che permea- fino all'abuso -tutto Saved. Nelle puntualissime note interne, si citano Curtis Mayfield e gli Impressions fra i principali ispiratori della canzone. Rise Again, standard della musica cristiana che era confluito perfino in un album di Elvis, è un momento intimo e dolce in cui Dylan abbraccia la chitarra acustica e duetta con Clydie King, un capolavoro di tre minuti di cui riparleremo ancora fra molti decenni. La Ain't Gonna Go to Hell for Anybody registrata il 2 dicembre 1980 a Salem è perfino migliore di quella ospitata sul secondo cd, mentre la alternate di Caribbean Wind con Ben Keith alla pedal steel è... beh, è Caribbean Wind con Ben Keith alla pedal steel: non occorre aggiungere altro. Come spesso capita con Dylan, i suoi scarti finiscono sempre, ironicamente, per offrire all'appassionato o al semplice ascoltatore nuovi motivi per amarlo. Come già si poteva evincere dal suo ascolto su TBS Vol. 3You Changed my Life, al di là del messaggio permeato di fanatismo gesuita, non avrebbe sfigurato sul disco cui era destinata (Shot of Love): il cantato di Dylan del 1981 comincia a virare verso il pop, si percepisce la volontà di tornare a scalare le classifiche di vendita, senza, ovviamente, dimenticarsi di Dio. Più in generale, non esiste versione alternativa dei pezzi di Shot of Love a non suonare migliore di quelle definitive mixate da Plotkin e finite sul cd tanto amato da Bono Vox. Per quanto la sbornia religiosa fosse agli sgoccioli, la ricchezza e il fascino Dead Man, Dead Man (registrata a Los Angeles il 24 aprile 1981) fa accrescere non di poco la stima che si può avere di un autore come Dylan. Quando da un cassetto escono canzoni del genere, non si può rimanere indifferenti. Il quarto cd di rarità si conclude con la prima versione di Every Grain of Sand, che più che una canzone è una sorta di opera maxima, il brano che- a detta dello stesso Dylan nella celeberrima intervista rilasciata a Cameron Crowe -descrive in maniera più profonda e viscerale il proprio artefice. Per molti, è la più bella canzone degli anni Ottanta e, vi dirò, per un attimo, verso i 4'27'', me ne sono quasi convinto. Poi, per carità, mi sono tirato uno schiaffo e ho detto <<Va' là, che c'è sempre Welcome to the Jungle!>>, però sono anche momenti come questo che ci fanno sentire vivi.
Non nascondo che dopo tanta bellezza, si torna un po' malvolentieri sulla terra. Il concerto di supporto a Slow Train Coming e Saved (cd 5 e 6) registrato alla Massey Hall di Toronto (e chi dimentica quale capolavoro della musica del Novecento è stato inciso là dentro è complice!) non offre nulla di più rispetto a quanto udito nei quattro dischetti precedenti, mentre la serata londinese del 27 giugno 1981 (cd 7 e 8) è, semplicemente, una delle più belle testimonianze live della carriera di Dylan. TBS Vol. 13 sarebbe potuto uscire tranquillamente sotto forma di doppio cd con queste canzoni e basta per poter risultare il capolavoro che è. Mentre il concerto canadese è un riuscito predicozzo da cristiano rinato, a Londra Dylan porta in scena, con la band, sia il repertorio gospel (e, mamma mia, cosa non sono i pezzi di Shot of Love anche qui!) che i grandi classici: una Like a Rolling Stone che, coi suoi cori marcati, anticipa di un ventennio la cover degli Articolo 31 ma recupera, nel ritmo, la versione di Before the Flood (1974), Maggie's Farm al vetriolo, una incredibile I Believe You (direttamente da quello che, nel 1981, era un disco comodamente dimenticato, ossia Another Side of Bob Dylan), Girl from the North Country rivistata in perfetto stile Dire Straits (mancherebbe solo Knopfler a rinforzare la sezione "sei corde"), Ballad of a Thin Man macchiata del soul di Muscle Shoals, Mr. Tambourine Man suona finalmente come avrebbe dovuto fare qualche anno prima (mi riferisco all'improponibile versione finita in At Budokan), e se Just Like a Woman non è stratosferica come decine di altre volte, Forever Young ha una forza che- almeno dopo il 1981 -non le ho più sentito addosso. E se Blowin' in the Wind finisce spesso con essere la canzone di Dylan che i dylaniani odiano maggiormente, viene da dire <<Beh... non questa volta!>>: correte alla dodicesima traccia del cd 8 e capirete perchè. It's all Over Now commuove, Knockin' on Heaven's Door è un ibrido fra l'arrangiamento reggae del Budokan e l'incidere più solenne dei primi anni '80. Fino ai 3'20'' è anche noiosetta, ma poi entra in gioco l'armonica e tutto assume la giusta forma.
Uno pensa che sia finita qui, e invece no. Perchè prima c'è il DVD di Trouble No More, film diretto e interpretato da Michael Shannon (nei panni del predicatore) e presentato proprio qualche sera fa a Roma. Il sermone, in realtà, si alterna alle riprese di un concerto che, a sua volta, raggiunge vette così struggenti da sistemare l'anima per anni interi. La maestosità degli arrangiamenti, lo spaventoso fascino di un messaggio tanto reazionario quanto totalizzante, il gospel continuo e ininterrotto sono tutti gli ingredienti che fanno di questo tredicesimo volume l'ennesimo vertice della carriera di Dylan. Il più grande di tutti: fatevene una ragione.






domenica 5 novembre 2017

La Ferragni, Pierluigi Battista e un paio di buone notizie [Extra]

Tra le numerose manifestazioni della stupidità umana degli ultimi tempi possiamo iscrivere senza ombra alcuna di dubbio il fenomeno "Metallari Vs. Chiara Ferragni". Vi chiederete come possa comparire su un blog come questo il nome della influencer più bionda e potente al mondo, ma se avete seguito sul web le offese gratuite lanciate da più di una pagina Facebook in odor di purismo "arroccketato" e "metallaro" (le stesse che mi hanno fatto recapitare a casa sigari avvelenati dopo la stroncatura dell'ultimo disco dei Foo Fighters) nei confronti della Blonde Salad, capirete senz'altro. Qui regna la ragionevolezza ed è bandita ogni forma di fondamentalismo, malattia che alla musica ha finito col nuocere quanto la crisi del supporto fisico. Al contempo, Chiara Ferragni non è propriamente la mia donna ideale, nè su un piano estetico, nè su un piano empatico. In più, occupa un ruolo di rilievo in un settore (la moda) che a tratti mi incuriosisce e a tratti trovo di un'idiozia inarrivabile. Andando per metafore, si potrebbe definire la moda come una gabbia- una delle tante, nonchè, sicuramente, una delle più piacevoli -in cui l'essere umano decide spontaneamente di abitare, e, di conseguenza, Chiara Ferragni sarebbe solo la degna domatrice di un circo aperto trecentosessantacinque giorni l'anno. Fatto sta, però, che a causa della coglioneria altrui non solo sono stato recentemente costretto a dire la mia in un dibattito fasullo, perverso e privo di rilevanza, ma mi sono pure scoperto uno strenuo difensore della biondina, rea- a dire dei talebani del metallo pesante -di aver postato una foto in cui si permetteva di profanare il sacro nome delle loro divinità indossando una t-shirt dei Metallica (era ... And Justice for All). Per fortuna, è sempre dallo stesso Facebook che arriva un pensiero degno di conoscere massima diffusione, anche perchè tornerà a prestarsi altrettanto bene anche in futuro (un futuro che, affacciandosi sui social, si preannuncia sempre meno roseo e sempre più irragionevole):
Premessa numerica: con il loro centinaio di milione di copie vendute, i Metallica si collocano nella stessa lega di cui fanno parte i Justin Bieber, le Britney Spears, le Adele e molti altri, quindi i commenti rivolti alla fashion blogger in merito alla sua conoscenza o meno della band in questione suonano tanto ridicoli quanto lo sarebbero affermazioni del tipo "Togliti quella maglia di Justin Bieber che manco sai chi è...". Ma questa è solo la proverbiale punta dell'iceberg. Perché tutta la vicenda non sarebbe meno ridicola se al posto di quella dei Metallica ci fosse stata una t-shirt dei Carnage o dei Living Death o di chiunque altro. Piaccia o meno, si tratta di oggetti di merchandising in vendita per chiunque: non si tratta di oggetti esclusivi per esoterici fan club, e tantomeno è necessario affrontare particolari esami prima di procedere all'acquisto. Se davvero ci fosse in gioco una qualche forma di identità sociale, sarebbe il caso di contestare prima di tutto la scelta da parte di chi mette il merchandising sul mercato e lo vende a chiunque sia disposto a sborsare la cifra richiesta. Non è necessaria una particolare conoscenza delle leggi di mercato per comprendere che, se un oggetto è in vendita senza restrizioni, allora chiunque può acquistarlo. L'isteria di massa che segue la mera pubblicazione di una foto racconta molto di più sulla frustrazione di chi scrive e commenta in preda a rabbiose convulsioni, che non sul bersaglio di tali attacchi. Si tratta di dinamiche all'ordine del giorno tra i metal-fan, ma che in generale riguardano qualsiasi gruppo che costruisce la propria identità attraverso l'esclusione degli altri (indie, etc...). Sono quelle stesse dinamiche che fanno sì che interi blocchi di presunti fan girino le spalle a questa o quella band, colpevole di essersi venduta o altro. (Interessante, nella vicenda in questione, è come l'album raffigurato sulla maglia della fashion blogger sia anche quello che ai tempi della pubblicazione vide i fan storici accusare il gruppo di essersi venduto, reo di aver realizzato un videoclip per One). In generale, è lo stesso triste e patetico comportamento di chi sente il bisogno di (ri)affermare la propria identità denigrando questo o quello (cantante, gruppo, fan, etc...). In fin dei conti, non c'è propria nessuna differenza tra chi insulta una tizia con indosso una t-shirt dei Metallica senza essere una metal-fan e quanti offendono i fan dei Metallica perché questi avrebbero smesso di "essere metal" con la morte di Cliff Burton e così via, nel regressus in infinitum dell'orgoglio elitista. 
(dalla pagina Colonia Lunare, postato il 30 ottobre 2017)


La serata del primo novembre è stata notevole. Hugo Race e Michelangelo Russo a Bottega Roots hanno ipnotizzato una sala stracolma con il repertorio di John Lee Hooker riletto come una sorta di lungo poema blues del Delta australiano. Ho ancora in bocca il sapore pungente della buona musica, quando, nella pausa pranzo del giorno seguente, mi imbatto in una storia di giornalismo di livelli infimi. Aneddoti simili, oltre a farmi bestemmiare in un paio di lingue, mi riconfermano che Gaber, anche in questo caso, aveva tutte le ragioni del mondo.

Antefatto: il prestigioso editore newyorchese Simon&Schuster decide di pubblicare il discorso del Nobel  di Bob Dylan sottoforma di pamphlet edito in cento copie e di metterlo in vedita alla assai poco modica cifra di 2.500 dollari. Dylan, felicemente in tour e con il tredicesimo volume della sua Bootleg Series in uscita mondiale l'indomani, dà l'assenso senza neanche dare alcun risalto- come suo solito -alla suddetta pubblicazione sui suoi canali ufficiali.
 
A margine: il premio Nobel per la letteratura del 2017 è andato a un romanziere giapponese di cui non importa una beatissima sega ad anima viva e sapete perchè? La risposta nella sezione Il fatto.
Il fatto: perchè tutti sono troppo impegnati a scrivere del discorso del Nobel di Dylan, messo in vendita a una cifra tanto folle quanto- a dire di alcuni -disonesta.
Le conseguenze. Si prenda un giornale di merda italiano a caso (la scelta non manca): il Corriere della Sera. Nel cuore della notte, a Milano, viene fatto risvegliare dallo stato di ibernazione in cui è costretto dalla fine del secolo scorso, l'ex-vicedirettore del quotidiano più venduto d'Italia, ossia Pierluigi Battista. Nessuno osa impartirgli alcun ordine, ma un fattorino si limita a esporgli velocemente la notizia, non mancando di aggiungere che: a) siamo nel 2017; b) parlar male del Nobel di Dylan è passato di moda. Purtroppo, Battista, a causa del ghiaccio che ha lievemente intaccato le funzionalità del suo apparecchio Amplifon, recepisce solo la prima delle due preziose informazioni e, con ancora l'accappatoio addosso e una tazza di tè fumante fra le mani, si mette a battere a macchina l'articolo per il suo giornale. Racconta così un'assurda storia secondo la quale un  avido ebreo ("di merda", annota mentalmente senza scriverlo, lui che è memore degli insegnamenti di babbo Vittorio, impavido repubblichino e dirigente del Movimento Sociale Italiano) del Minnesota ha convinto- non è dato sapere con quali mezzi -il proprio editore affinchè questi pubblichi un volumetto di poche decine di pagine ad un prezzo criminale. 
Considerazioni: leggere frasi che si riferiscono al più grande musicista di tutti i tempi adottando formule quali "il menestrello armato soltanto di una chitarra e di un'armonica, il cantautore dell'altra America che ha aperto un'era di libertà e di critica alle meschinità segnate dal culto del denaro e del potere" mi fa vergognare non in quanto appassionato di una certa materia di competenza (la musica, per l'appunto) e di un determinato artista (lo stesso Dylan, che amavo e avrei continuato ad amare anche se non avesse vinto un premio ipocrita e pretestuoso come il Nobel), ma in quanto (relativamente) libero cittadino italiano. E dato che gli esempi con cui scongiurare le teorie del sangue, della razza e di tutte queste cazzate non sono mai troppi, ne approfitto per dire che io non voglio avere in comune manco mezza emoglobina con chi, su un quotidiano nazionale, scrive "Bob Dylan si sta dimostrando, attraverso il Nobel per la letteratura che gli è stato conferito l'anno scorso, un attentissimo amministratore dei suoi beni materiali, beato lui". E' ovvio- almeno per chi ha letto fino a qua -che la critica a un simile articolo è del tutto inutile poichè l'enunciazione della notizia stessa è una bugia mascherata da mezza verità e perfino condita con sottili ammiccamenti antisemiti, ma per onore di cronaca (una cronaca alternativa, come cerca di essere alternativo questo blog) me la sento di ricondividere a mia volta un punto di vista che sta già trovando ospitalità su altri quotidiani, altri siti, altri blog (tutti, inevitabilmente, migliori del Corriere) al fine di screditare l'articolo di Battista. E di questo parlo nella sezione Conclusioni.
 
Conclusioni: va bene. Mettiamo, per assurdo, che Battista abbia scritto la verità  e non una marea di stronzate invidiose. Diamo poi per buono che Simon&Schuster sia un editore magnanimo e decida di devolvere la totalità degli incassi della vendita del costoso libretto al suo autore, ovvero allo Stesso Dylan. Il 100% del ricavato del discorso del Nobel andrà al cantante. Ammettiamo poi che tutte e cento queste copie riescano a fare breccia nei cuori degli appassionati e dei collezionisti e finiscano così per andare vendute velocemente: l'editore, a questo punto, dovrebbe a Dylan la bella cifra di 250.000 dollari. Non mi sono sbilanciato e ho scritto "bella cifra", perchè per me, per molti miei coetanei e per milioni di italiani 250.000 euro sono quelli che andranno pagati- spesso con un mutuo ventennale e tramite una massiccia dose di fatiche e frustrazioni bibliche -per avere un tetto sopra la testa. Ma una rockstar queste cifre le fattura velocemente, le raggiunge in qualche giorno di incasso di diritti d'autore o con le vendite online di tutto il materiale discografico e promozionale messo a disposizione da chi ne cura l'opera e l'immagine. Nello specifico, 250.000 equivalgono al cachet che Bob Dylan riscuote in due serate con uno spettacolo di durata variabile e compresa fra i novanta e i centoventi minuti. Va bene che anche Dylan sui soldi non ci sputa, ma buttare la faccenda in una caciara macchiata solo dal verde dei dollari è davvero eccessivo e poco professionale.
Il punto della situazione: ma quale professionismo possiamo mai pretendere da chi, nel 2017, scrive ancora "Patty Smith"?
Sopra, Pierluigi "La banalità del male" Battista.
Il week-end si prospetta pieno di uscite interessanti. Con lieve anticipo sul tempo, passo a ritirare il mio regalo di compleanno (The Bootleg Series Vol. 13- Trouble No More 1979-1981) e raggiungo il punteggio utile per un cd omaggio. Mi scervello un attimo, perchè posso portarmi a casa un'altra novità. Alla fine, la scelta cade sul nuovo Bidin' my Time di Chris Hillman. Me ne hanno parlato molto bene; a detta di alcuni è addirittura uno dei dischi migliori usciti in questo 2017 ed effettivamente un paio di bei pezzi sul Tubo, in maniera magari un po' frettolosa (come sul Tubo faccio sempre), ho avuto modo di ascoltarli. Del resto, siamo di fronte a Chris Hillman, uno che la strada la conosce bene e la solca senza timore dal lontano 1963. In quanti possono vantarsi di aver militato nei Byrds, nei Flying Burrito Brothers e nei Manassas? E poi è l'ultima opera in cui Tom Petty (qui produttore e chitarrista) ha avuto modo di partecipare prima di andare a suonare la sua V-Factor ai bordi delle autostrade siderali. L'unica riserva che ho nei confronti del lavoro di Hillman è che a me il country puro e crudo tende a stancarmi: ho sempre e comunque bisogno di una massiccia di dose di rock attraverso tutte quelle chitarre acustiche, quei violini e quei banjos. Non a caso considero la fase outlaw uno dei momenti più alti che il country abbia mai raggiunto, e non mi riferisco soltanto alle splendide liriche fiorite grazie ai cantastorie di quel periodo, ma proprio al modo in cui i brani venivano suonati e registrati. Hillman è stato uno dei quattro inventori del country-rock, questo è innegabile, ma la sua carriera solista è generalmente votata ad un tradizionalismo piuttosto noioso e lontano dalle atmosfere di Sweetheart of the Rodeo e, in generale, dal genio della musica cosmica americana. Bastano tre canzoni per fugare ogni dubbio: Bidin' my Time è davvero un bel disco, meno interlocutorio dei lavori più smaccatamente country che Hillman ha inciso per buona parte degli anni Novanta e pieno di tutto ciò che di buono possono offrire, nel 2017, artisti quali Roger McGuinn, David Crosby, Benmont Tench, Steve Ferrone e Mike Campbell. Songs che riprendono lo stile più tardivo dei Byrds, covers di dichiarata matrice folk (l'album si apre con Bells of Rhymney di Pete Seeger), ballate intense, chitarre marchiate Heartbreakers debitamente in vista ma mai sopra la meravigliosa voce di Hillman, che si limita a strimpellare il mandolino e, in Here She Comes Again, ad abbracciare lo strumento che lo vide fiorire come rocker, ovvero il caro, vecchio basso elettrico. Da avere.
La storia che invece passo a raccontare adesso riguarda un gruppo italiano; anzi, per molti è il gruppo italiano per eccellenza, la nostra Band, i nostri Grateful Dead. L'unica differenza è che questi ultimi non sono più insieme da molto tempo, mentre i Nomadi- sì, di loro si parla -suonano ancora, a volte bene, altre male. Incidono dischi, fanno turnè, partecipano a Festival musicali e televisivi, vantano un seguito che copre senza fisime tre generazioni e officiano i loro rituali senza troppo accusare il peso degli anni. Io non sono un fan della storica band emiliana, ma neanche uno di quelli che, "da quando non c'è più Augusto...", hanno gettato la spugna ritenendo offensiva la scelta da parte degli altri componenti di proseguire un'avventura avviata nel lontano 1964. Al contrario, ho un ottimo ricordo di un concerto che il gruppo tenne a Chiusdino una decina di anni fa: la formazione a due voci (Danilo Sacco e Massimo Vecchi) funzionava alla grande e il disco Con me o contro di me, a discapito dell'orripilante nome (ma i dischi dei Nomadi post-1993 vantano, tristemente, alcuni dei più brutti titoli della storia della musica), non era dei loro peggiori. Dopo quella volta, sono stato più volte invitato a rivedere il gruppo, che nel frattempo perseverava nell'effettuare ulteriori rimpasti di formazione: ma la deriva centrista (quando non direttamente parrocchiale) delle liriche di Sacco prima e il successivo arrivo di Cristiano Turato mi hanno sempre dissuaso sia dal semplice ascolto che dal seguirli in concerto. Non credo di essermi perso alcunché, ma recentemente ho sentito in radio un nuovo singolo, Decadanza, con una voce che non ero in grado di riconoscere ma che ero certo non fosse quella di Turato. Grazie a Google, scopro che quest'ultimo non è più un membro del gruppo da un anno e mezzo e che al suo posto è subentrato il giovane Yuri Cilloni, la cui voce ricorda quella di Augusto senza però incappare nella trappola del tribute-artist. Il resto della band sembra muoversi su fascinose coordinate rockiste che non venivano percorse- a memoria del sottoscritto -dai tempi de La settima onda. Contatto il Brune, sicuro che lui o il fratello avranno sicuramente acquistato il disco e lo prego di farmene una copia prima possibile. Mi dispenso da ogni commento sul titolo (Nomadi dentro) e sulla copertina dalla lontana ispirazione u2iana, ma non siamo di fronte a uno di quei casi in cui l'abito non fa il monaco (per fortuna). Tutto il disco è, per così dire, di buona fattura. Alcuni pezzi risentono di qualche ridondanza, troppo simili fra di loro, ma se si vuol trovare un difetto ai Nomadi è quello di aver sempre dato in pasto all'industria discografica troppi dischi e a velocità eccessiva. Ma forse val la pena ricordare che abitiamo in un paese in cui X-Factor viene percepito come un qualcosa di vero. Ne consegue che un album come Nomadi Dentro sia una delle cose più belle e rigeneranti di ciò che il rock italiano è stato in grado di regalarci negli ultimi tempi.

lunedì 30 ottobre 2017

Quattro chiacchiere su George Young e poco più [Extra]

E' un pigro pomeriggio di domenica e fa caldo in maniera preoccupante. Il pianeta è malato: si vede, si sente. Chi non se ne accorge o finge di non accorgersene è semplicemente un cretino. Scorro svogliatamente le news "feisbuccare" e mi soffermo, come mio solito, sulle pagine musicali. Un piccolo post della rivista Metal Hammer (primo magazine musicale che acquistai, con una certa frequenza, nel 2003-2004) dà notizia della scomparsa del maggiore dei fratelli Young, il famoso produttore in pensione ed ex-musicista George. Conoscevo ben poco dei suoi trascorsi in vecchie beat band australiane degli anni Sessanta, nè immaginavo che- per ammissione dello stesso Angus -il suo apporto fosse stato fondamentale ai fini della costituzione del gruppo amato da milioni di abitanti del pianeta terra che risponde al nome di AC/DC. Ma, soprattutto, non immaginavo che addirittura Love is in the Air di John Paul Young (non erano parenti) recasse la sua firma (produttiva, si intende).

Mi ritrovo, così, a leggere qualche riga biografica su un personaggio rimasto volutamente un po' dietro le quinte nel percorso ultraquarantennale di una band di indiscutibile successo. Il rock&roll è davvero ricco di storie e personaggi di questo genere. George Young aveva già co-prodotto con il collega e amico Harry Vanda i primi quattro album degli AC/DC, quando Angus e Bon Scott decisero di allontanare il bassista Mark Evans con la scusa di "divergenze musicali" (oggi come allora, sentendo quei dischi, viene da domandare <<Ma quali?>>). Erano i giorni in cui il gruppo sfornava un disco all'anno e, quando non trovava posto in studio di registrazione, o era in sala prove o era in turnè. Così, mentre venivano fissati i provini per un nuovo bassista, fu George a prendersi la briga di suonare il basso sui pezzi che avrebbero composto Powerage, riuscito seguito di un capolavoro quale Let There Be Rock. Quando venne reclutato Cliff Williams (che sarebbe risultato accreditato come bassista in tutto l'album), il disco era già in fase di missaggio. Il nome di George come musicista degli AC/DC avrebbe trovato spazio esclusivamente in Cold Hearted Man, un brano che, da principio, sarebbe stato incluso solo nell'edizione olandese di Powerage e solo successivamente avrebbe conosciuto notorietà grazie alle ristampe internazionali su cd della Columbia (lo si sente anche in Iron Man 2), ma a lui andò benissimo così.

Alla fine del 1978, Angus e Malcolm si dissero oppressi dall'autorità del fratello maggiore e pregarono la Atlantic di intervenire, ponendo così fine alla partnership "a conduzione familiare" su cui avevano costruito tutte le fortune iniziali. La premiata ditta Vanda&Young, per sua sfortuna, non potè godere degli ingenti guadagni ricavati dalle vendite dei best-sellers per antonomasia del gruppo. Highway To Hell, prima, e Back in Black, dopo, avrebbero posto il sigillo sulla direzione musicale di Robert John "Mutt" Lange, che col gruppo realizzò una trilogia discografica degna di essere riportata sia negli annali del rock che nei manuali universitari di marketing. Intanto, George si addentrava nei territori della new-wave australiana, lanciando gruppi, producendo dischi di ordinaria, rassicurante pop-music e mantenendo ottimi rapporti con le rock-band oceaniche (i celebri Rose Tattoo poterono contare su di lui come manager per diversi anni). Forse dipese dall'assenza di idee decenti, ma se, da una parte, i mediocri dischi registrati per buona parte degli anni Ottanta fra Australia, Europa e tropici e partoriti sotto l'egida della stessa band non scalfirono il successo degli AC/DC, è altresì vero che sicuramente palesarono un netto impedimento di Angus e Malcolm nel vestire il ruolo dei produttori della propria musica. I nomi di Harry Vanda e George Young sarebbero ricomparsi su un album del gruppo esattamente dopo dieci anni da Powerage, rispetto a cui quel Blow Up Your Video da loro registrato e prodotto nel 1988 appariva come una pallida copia, pur vantando dei singoli che ne avrebbero decretato vendite eccellenti, addirittura le migliori dai tempi di For Those About to Rock. Il disco compattò non poco l'immagine del gruppo e riavvicinò i fratelli, che per le sessions avevano scelto di ritirarsi per un mese in Provenza, dove registrarono ben sedici pezzi, lasciandone fuori alcuni dal risultato finale. George avrebbe dato l'addio alla musica un decennio più tardi, mentre gli AC/DC si erano definitivamente tramutati in un fenomeno globale, un gruppo destinato all'immunità che negli anni Novanta si adattava alle nuove esigenze di mercato e gestiva senza problemi un business di un miliardo di dollari fra dischi, concerti, merchandise. La stesura delle canzoni di Stiff Upper Lip iniziò già nel 1997 con Angus e Malcolm intenti a buttare giù idee e registrare demo strumentali di chitarra e batteria. I piani della band erano semplici: dopo i dissapori emersi dalla sgraziata collaborazione con Rick Rubin e la freddezza con cui pubblico e critica avevano accolto il tanto chiacchierato Ballbreaker, gli AC/DC erano ben lieti di tornare a farsi produrre da Bruce Fairbairn, che però morì nel 1999, quando un numero cospicuo di demo era già stato approntato in Canada. George Young ricomparve allora nella vita del gruppo, selezionò dodici delle diciotto canzoni registrate fino a quel momento e Stiff Upper Lip approdò nei negozi di dischi di tutto il mondo il 28 febbraio 2000, all'alba del nuovo Millennio. Era la prima volta che il suo nome compariva da solo su un album degli AC/DC e sarebbe stata anche l'ultima. Trasferitosi in Portogallo con la famiglia, si congedò dalla musica con questo disco, che, in tutta franchezza, non era nè carne nè pesce e commercialmente si rivelò nettamente inferiore alle aspettative. Un vero peccato.
The Young Brothers
Senza troppo dilungarmi, vorrei ora parlare di un cantante a cui voglio bene ma che ultimamente mi riserva grosse delusioni: Robert Plant. Lullaby and... The Ceasless Roar (2014) era un disco posticcio e confusionario, lontano dai polverosi, mistici sentieri che l'ex-Zep aveva più volte affrontato nel corso della lunga carriera solista. Di contro, il nuovissimo Carry Fire, sulla carta, sarebbe dovuto tornare alle atmosfere di quelli eccellenti dischi incisi nei primi anni Duemila con gli Strange Sensation. Dreamland (2002) resta uno dei punti cardine dell'universo post-Zeppelin, mentre Mighty ReArranger (2005), all'epoca, fornì l'occasione a me e Nikke di sognare- sognare, badate bene -di andare fino al Mandela Forum per vedere Plant dal vivo. Certo, è difficile per un settantenne sfornare con discreta cadenza dischi come quelli citati sopra, mezzi capolavori come Raising Sands (i duetti con la Krauss, da avere a tutti i costi) o perfino opere riuscite solo in minima parte (lo stesso Lullaby), ma Carry Fire è proprio lontano da tutte le premesse e le buone intenzioni. Rincuora solo sapere che dal vivo Plant sia ancora una forza della natura, perchè i risultati attuali lasciano molto a desiderare.
Tempo fa, caddi prigioniero dell'esordio su larga scala dell'australiana Courtney Barnett, quel Sometimes I Sit and Think che tanto si prestava a piacere alla marmaglia indie (a cui, in effetti, piacque terribilmente) ma che finì comunque col fare breccia nel mio cuore bluesy. Non necessariamente un must have, ma comunque un disco di cui conservare memoria. Purtroppo (per lei e per noi) Courtney è recentemente finita nelle grinfie di Kurt Vile, classico personaggio su cui è di gran moda spendere voti alti e spandere litri di inchiostro. Vile ricorda un po' il monaco shaolin del duo comico dei Soliti Idioti, ossia il Paraguru. Odio Kurt Vile da quando mi fece buttar via quasi venti euro per B'lieve I'm Goin'Down, parodia musicale di scarso livello, e lo odio ancora di più ora che è riuscito nell'intento di rovinare il discreto materiale di partenza del nuovo Lotta Sea Lice. Courtney non è la stessa del disco di due anni fa, la sua voce è continuamente sacrificata in nome di questo coglione, ma sono convinto che sarà in grado di rifarsi e che i brani di Lotta Sea Lice dal vivo potranno solo migliorare. Ovviamente, se lei sarà sola.
Sabato 28 concerto al Tortuga di un quartetto dal nome curioso: Gozzilla e le Tre Bambine coi Baffi, attivi dalla fine degli anni Novanta, provenienti da Aprilia, tre album all'attivo. Questi riottosi e rissosi punk-rockers hanno pensato bene di fare scalo in quel di Poggibonsi con la loro proposta musicale sgangherata e sopra le righe. Al di là dell'ora sempre più balorda in cui questi gruppi vengono fatti salire sul palco, della partecipazione senz'altro picaresca ma non nutritissima del pubblico e del fatto che avrò colto un decimo di quello che ha esclamato per un'ora buona il cantante Svociato (un omone con una panza da esibire dopo un Oktoberfest a mo' di trofeo di guerra), la serata può senz'altro essersi detta riuscita. Canzoni come Sono il più vecchio bastardo in città, Sporchi, marci e ubriaconi o Fatti una bevuta, il Vaticano brucia dovrebbero essere oggetto di ascolto nelle scuole, ma non si può pretendere troppo dal ministro Fedeli (nè tantomeno dal governo che rappresenta). Liricamente, un gruppo che nella prima mezz'ora è spassoso, nella seconda diverte, nella terza può anche annoiare (a meno che non si sia ubriachi fradici o si tendano a categorizzare alla voce "musica" anche i cori da stadio più biechi), ma che, musicalmente, suona in maniera davvero convincente: in particolare, tale Jack Cortese alla Stratocaster (lo stesso suona e canta pure in un gruppo che si chiama Bone Machine e dunque solo per questo andrebbe invitato a suonare in mezza provincia) fa la sua porca figura. Assoli tirati e distorsore rovente, tutto perfettamente a metà fra "Fast" Eddie Clark e l'hillbilly preso in prestito ai bifolchi degli Appalacchi e trapiantato nella provincia laziale. Roba che, dalle mie parti, ha meno probabilità di attecchire rispetto ad altra (non sempre migliore, purtroppo), ma è un esperimento dell'organizzazione che va premiato a prescindere da ogni esito.
Esternamente, continuo a essere bombardato da notizie su X-Factor che non vorrei apprendere ma di cui, purtroppo, vengo a conoscenza e in seguito alle quali, inevitabilmente, bestemmio. Su tutte, la colossale figura di merda fatta in merito all'attribuzione della paternità de La canzone dei vecchi amanti, spacciata da non so bene quale dei quattro merdoni "brano di Franco Battiato". Con tutto l'affetto per le covers di Fleurs e con la stima mista ad antipatia che nutro per Battiato, cerchiamo di riportare l'universo sulle giuste coordinate, va':
Fra le cose che, invece, fanno bene al cuore si segnalano, in ordine sparso: il concerto di Hugo Race e Michelangelo Russo previsto, a meno di due chilometri da dove abito, per la sera del 1 novembre. E che boogie sia (ovviamente nel nome di John Lee Hooker e del loro recente, ottimo tributo in salsa italo-australiana)...
... e infine l'imminente, nuovo album di Mickey Hart, che dopo oltre quindici anni nel ruolo di leader del gruppo a lui intitolato ha pensato bene di tornare al solismo con un progetto ambizioso e carico (forse troppo) di ospiti, un'opera dal sapore fortemente trasversale- stando almeno a quanto sentito in anteprima sul Tubo -e che forse proprio per questo potrebbe destare alcune perplessità. Tuttavia, di questo Ramu se ne parlerà non poco e per più motivi: intanto, per la copertina (fantastica), poi per il fatto che tutte le liriche portano la firma dell'instancabile Robert Hunter, e per il susseguirsi di nomi come Babatunde Olatunji, Steve Kimock, Oteil Burbridge e Jason Hann. Il disco esce il 10 novembre ed è già ordinabile online.

venerdì 20 ottobre 2017

Ottobreggiando [Extra]

Ringrazio tutta una serie di congiunzioni astrali per avermi permesso di trascorrere dieci giorni di ferie a Capo Verde. Scoprire con la tua dolce compagna nuovi luoghi, confrontarsi con un altro mondo, immergersi  per la prima volta nelle acque dell'Atlantico (un tratto di oceano, quello capoverdiano, splendido), esplorare deserti, città di porto, villaggi di pescatori, foreste lussureggianti, alture spazzate da tutti i venti dell'universo è stato utile primariamente a purificarsi l'anima, e poi a immagazzinare le quantità di iodio e ossigeno utili a traghettare la vita verso un altro inverno. Oltre, ovviamente, a permettere di addentrarsi nella cultura musicale locale- fra le più ricche al mondo -e di importare, anche in questo angolo di Macaronesia, "verbi" di lontani paesi occidentali. Su tutti, quello del Morto Riconoscente:
Deadhead in Capo Verde
Dopodichè, tutto finisce. Di colpo, si fa un salto di tre ore avanti e di dieci, quindici gradi centigradi indietro. Sulle prime, si rimane sbattuti e spiazzati, ma la routine torna ad impadronirsi di noi velocemente. E così si passano in rassegna le notizie: 4.000 esuberi all'Ilva e il referendum Catalano sono fra le poche a conquistare il mio interesse, oltre, ovviamente, al vespaio suscitato dal caso Argento-Weinstein. Preferisco dare maggiore spazio a letture e approfondimenti sui cinquant'anni dall'omicidio del Che. Medito anche sull'acquisto del volume a fumetti di Oesthereld e Breccia, edito in una nuova edizione da Rizzoli Lizard. L'edicola riserva sempre qualche sorpresa, specie quando non la si bazzica da una quindicina di giorni. Qualche sostanziosa, immancabile novità mi attende anche al negozio di dischi. Recupero un paio di cosette dal reparto occasioni e prendo l'ultimo album di Sweet Pea Atkinson, uscito per Blue Note. Chi si ostina a sostenere che Don Was è un affarista senza scrupoli e produce da anni sempre il solito disco col manualetto della giovane marmotta a portata di mano è un coglione buono solo ad ascoltare Zucchero, Van Morrison che duetta con Michael Bublè e- ma che cazzo ne so? -i Jonas Brothers (ammesso che esistano ancora). Don Was è in realtà un incredibile music-man, uno che negli ultimi anni si è messo in gioco ed è entrato in casa Blue Note con un'umiltà e una devozione rare: My True Story (2013) di Aaron Neville è roba da primi della classe, per non parlare della ottima retrospettiva sulla scena jazz contemporanea di Detroit (Detroit Jazz City), dell'ultimo Charles Lloyd (I Long to See You) e del recentissimo Our Point of View, progetto firmato dai Blue Note All Stars. Tutto questo senza perdere di vista i numerosi impegni come "archivista" e produttore esclusivo (ma quello lo è ormai da quasi tre decenni) dei Rolling Stones e il suo primo amore, ossia il rock. Southern Blood di Gregg Allman e Revolution Come... Revolution Go... dei Gov't Mule sono due fra i migliori album usciti quest'anno: entrambi vantano la sua "bolla papale" e a questi andrà ora affiancato Get What You Deserve, seconda prova solista per Atkinson in trentacinque anni. Nulla a che vedere col dimenticato Don't Walk Away (Island Records, 1982), bizzarra escursione in territori disco-music per uno che arrivava da tutt'altro retroterra. Ascoltando un disco come Get What You Deserve non ci si sente necessariamente superiori, ma inevitabilmente fortunati sì: anzi, molto più che fortunati. Dieci canzoni di R&B sospeso fra tradizione e modernità, un paio di momenti più vicini al blues (c'è Keb Mo' in console e in studio, e pezzi come Last Two Dollars stanno là a ribadirne la presenza) e qualche bella iniezione di soul tutto da ballare non sono propriamente il pane quotidiano. Oggi, quando tutti si accontentano di accennare qualche sfasato passo di danza su una base latino-americana commerciale, poter godere di musica vera come questa, saperla apprezzare per ciò che è in grado di scatenare in noi è sempre un privilegio.
Rivedo gli amici, faccio ripartire la vita sociale, mi tuffo a capo fitto in una nuova serie televisiva di cui Sofi mi parla da qualche mese. Sulle prime resisto, poi, udendo frasi come <<Pensa che alla fine della terza puntata due personaggi ballano Harvest Moon di Neil Young...>>, cedo inesorabilmente. Roba che piace a me: poche puntate, presumibilmente autoconclusiva, attori e attrici di livello, soundtrack  di pregio, se possibile produzione HBO. Tutte prerogative che Big Little Lies rispetta. Da tempo non vedevo qualcosa che illustra, spiega, penetra ben in profondità un intero sistema sociale come riescono a fare questi sette episodi. Jean-Marc Valleè poi è un regista di cui ho riparlato molto bene in questo blog. Dallas Buyers Club e Wild sono state due grandi prove d'autore e questa serie è il suo nuovo lungo, splendido film.
Pianifico la campagna acquisti autunnale. Prenoto il nuovo EP di Kamasi Washington (negli USA è uscito il 22 settembre, ma a ora, nella distribuzione locale, se ne è persa ogni traccia) e, soprattutto, fisso per il 3 novembre il mio appuntamento col tredicesimo volume della Bootleg Series. Non credo che Dylan sia a conoscenza che compierò gli anni la settimana successiva, così da evitarmi ogni dubbio su quale edizione del suono nuovo box scegliere in questa occasione. In realtà, la situazione è più complessa delle apparenze: tre anni fa, sono stato molto contento di acquistare The Basement Tapes Raw, anche perchè il cofanetto da sei dischi denominato Complete l'ho scaricato in seguito, trovandolo di una noia mortale; posso dire altrettanto di quando, a novembre 2015, ho evitato come la peste sia l'edizione Collector's da feticisti (18 cd a svariate centinaia di euro) che quella Deluxe (6 cd oltre il centinaio di euro) di The Cutting Edge, che tutte le migliori perle le presenta comunque nel doppio dischetto best of. Queste scelte sono dettate, per prima cosa, da una motivazione economica (non sono ricco), e, in secondo luogo, da una presa di coscienza precisa: per quanto ami Dylan e attenda le sue uscite bootleg con un'ansia nettamente superiore a quella che ormai riservo ai suoi album, non necessariamente mi comporto come un coglione "deluxomane". Stavolta, però, gli otto cd sono davvero troppo ricolmi di roba mai emersa (neanche i cacciatori dylaniani più irriducibili sospettavano l'esistenza di certe canzoni, canzoni che in rari casi erano state registrate su cassetta in alcuni concerti, ma che perlopiù erano rimaste nomi scritti nero su bianco) per lasciarli al loro destino. E il DVD- e chi segue Dylan sa quanto questi è restio alla pubblicazione di materiale video -è un oggetto imperdibile. Punto. Già dalle succulente anteprime fornite dal canale YouTube del cantante, si capisce che l'edizione completa del cofanetto sarà un oggetto irrinunciabile per gli appassionati. Al contrario, i casual fans- ovvero quelli che la sera prima di andare a dormire si raccontano la novella in cui Bob Dylan non fa più grande musica da un trentennio e che, sotto sotto, un po' di ragione a quello scribacchino paraculo di Baricco l'hanno anche data -potranno farne a meno, tanto, stando al loro modo di vedere le cose, il Dylan del 1979-1981 è solo un integralista religioso ebreo convertito al cristianesimo che schiavizza le donne e vomita dogmi addosso a un pubblico inerme. E' dura spiegare a questa gente che non va bene definire i tre album usciti fra l'agosto 1979 e quello del 1981 "Trilogia della S", dal momento che anche il bellissimo Street Legal (1978) inizia, giusto appunto, con la medesima lettera, e che, al limite, per i suoi tre sfortunati successori si può utilizzare la dicitura di "Trilogia Cristiana". Detto questo, lasciatemi anche aggiungere che Slow Train Coming così come lo abbiamo sempre conosciuto è un album da quattro stelle superior, ovvero un'opera che includerei senza troppi ripensamenti in una ipotetica top-10 dylaniana. Come Bringing it All Back Home è un disco che apre una nuova fase, un nuovo cerchio, dà il via a un viaggio attraverso un nuovo pianeta (quello del gospel) e lo fa ricorrendo a una sfilza di brani intensi, audaci, spavaldi.

Nel dopocena di sabato, per digerire, approfittiamo dell'inaugurazione della stagione 2017/2018 del Tortuga di Poggibonsi. Questo locale- un circolo ACSI gestito da volontari -è diventato nell'arco di un paio di anni una colonna portante della vita notturna delle mie zone. La chiusura (momentanea?) del Sonar ha non azzerato ma senz'altro ridotto la possibilità di ascoltare, qui nella Valley, musica che esuli dalla volgarità del pop in stile RTL 102.5 e dalla commercialità sfacciata delle discoteche, e di conseguenza il Tortuga- che strutturalmente e strategicamente poteva rappresentarne l'unica alternativa nel raggio di una decina di chilometri -ha solo rinforzato la sua posizione. Rispetto al 2015, la stagione passata non ha brillato per qualità e varietà della proposta e l'eccesso di cover-bands ha influenzato gravemente la mia scarsa frequenza di partecipazione, ma di contro non sono mancate ottime serate. Inoltre, non va dimenticato l'impegno di chi vi presta servizio, da ottobre a maggio, ogni fine settimana. Locali del genere, frequentati spesso da amici con cui si condividono passioni musicali e politiche, diventano inevitabilmente porti di mare felici e lo fanno in maniera naturale, semplice, logica. La nuova stagione inizia con l'esibizione di una tribute-band di alto livello: quella Combriccola del Blasco in cui mi imbattei, per caso, a Montefiascone una sera del 2009 e che l'estate successiva ritrovai, altrettanto casualmente, nei pressi di Ventimiglia, mentre ero sulle tracce degli Stones in Exile. La formazione attuale è diversa da quella delle precedenti occasioni: me ne rendo subito conto, non appena butto gli occhi sul palco ancora vuoto, ma soprattutto noto, e non senza una punta di preoccupazione, l'assenza delle tastiere. Difficile immaginare la musica di Vasco priva delle tessiture sonore di Alberto Rocchetti, per non parlare dell'inconfondibile apporto dato per tanti anni (i migliori, per chi scrive) da Gaetano Curreri sia in studio che dal vivo. Sul grande schermo del Tortuga viene proiettata una puntata di un programma-spazzatura targato Canale (o "Canile", se preferite) 5 a cui la Combriccola ha partecipato, uno di questi talent che, per citare proprio il cantante della band stessa, "ci stanno un po' sfuggendo di mano". Difficile dargli torto. Un mio amico, rockista militante presente nel locale, agita la sua birra media ponendo un interrogativo che in questo preciso momento mi suona un po' fuori luogo: <<Ma il vero Vasco Rossi ci sarebbe andato a Canale 5?>>. Questioni che lasciano il tempo che trovano, anche perchè la serata, con una Combriccola "a scartamento ridotto" eppure equilibrata come mai l'avevo sentita (una fortissima voce femminile di accompagnamento e una sola, splendida chitarra che riesce a mediare perfettamente fra lo stile di Massimino Riva e quello di Steve Burns vogliono dire molto) fila via che è una bellezza. Il locale si riempie, la gente canta a squarciagola un'intera scaletta composta da scelte intelligenti, oculate e mai banali. Unico appunto: quattro, brutti pezzi risalenti alla recentissima produzione (2015-2017) sono troppi. Due ore e qualcosina di spettacolo scaldano il cuore. Si sente la passione di chi suona, la capacità di avvicinarsi ai gusti degli spettatori senza però cadere nella trappola di uno sterile karaoke e, al contrario, proponendo qualcosa in più, non fermandosi al "colpo facile".
Domenica di giri e giravolte per Firenze. E' caldissimo, ma non lo stesso clima capoverdiano che una parte di me rimpiange. Faccio scalo all'IBS, catena di cui finisco sempre col depredare il reparto Libraccio (merce usata, edizioni rare, fondi di magazzino, libelli stampati una volta e via, tutto al 50% del prezzo di copertina). Mi porto a casa una biografia dei Weather Report pubblicata dalla Stampa Alternativa e un grosso, bellissimo volume fotografico su Serge Gainsbourg, uno dei miei due, tre artisti di riferimento in fatto di musica francese. Mi imbatto nelle novità musicali. Ho deciso da tempo di non acquistare il nuovo Sticky Fingers Live at the Fonda Theater 2015 dei Rolling Stones, ma non per questo non mi rigiro fra le mani, nell'ordine, digipak con cd e DVD, solo DVD, Blu-Ray, cofanetto con DVD e triplo LP. Non cambio idea: nell'ultimo anno ho devoluto a questi gentiluomini non poche delle mie risorse finanziarie e, come se non bastasse, ho già messo gli occhi sulle registrazioni radiofoniche della BBC (finalmente ufficiali) il cui arrivo nei negozi è previsto per dicembre. Perciò, il nuovo volume degli archivi lo scaricherò senza troppi rimorsi o ripensamenti. Possibilmente in .flac, come piace a me.
Cerco Hudson, che quest'estate ho bypassato come un perfetto idiota, ma non lo trovo.<<Meglio...>>, penso, <<... che se c'era lo compravo subito!>>. Non sono riuscito, finora, a penetrare troppo il mondo del Jack DeJohnette bandleader e non ho mai stravisto neanche per John Scofield, "il più rock dei chitarristi jazz", molto più dei vari Al di Meola, McLaughlin, Abercrombie, Coryell. Insomma, tutta gente di cui non mi manca nulla (specie se si parla di discografia minimo-indispensabile) e che mi ha accompagnato lungo una fase di passaggio in cui il jazz iniziava e finiva con la musica fusion. Quel poco che ho sentito, tardivamente, di Hudson mi ha rimandato col pensiero a quelli ascolti: c'è qualche capolavoro che emerge timidamente, un paio di covers molto legate ai recenti sviluppi della carriera di Scofield, accenni di blues che- e questo mi dispiace -sono spesso costretti a restare tali. Il disco ha però una compattezza e una fluidità uniche: un vero concept-album che della gran parte dei concept, tuttavia, non possiede nè la pesantezza, nè certe forzature. Sicuramente alcuni jazzofili ne avranno boicottato l'ascolto, altri ancora neanche lo avranno considerato un disco jazz (sbagliando clamorosamente, per quanto mi riguarda), ma io di Hudson ne avrei avuto un gran bisogno intorno ai vent'anni. Inutile fingere: ultimamente, poca musica "nuova" (da intendersi come sinonimo di "contemporanea") desta in me emozioni analoghe.
A casa, leggo un paio di note stampa riguardanti l'imminente uscita del ventiquattresimo episodio delle Dave's Picks. Non manco mai l'appuntamento col download di questi cofanetti che, per banali motivi, non conoscono distribuzione in Europa. Sul sito TheCurtainWith.blogspot.com arrivano puntualissimi e quasi sempre in .flac: quelli che mi entusiasmano li masterizzo, quelli che mi lasciano così-così li relego all'iPod, quelli che non mi piacciono li lascio parcheggiati qualche giorno su iTunes, poi li cancello. I volumi usciti in tutto il 2017 mi hanno lasciato freddino, salvo, in parte, il Vol. 23, registrato a Eugene, Oregon, il 22 gennaio 1978. Lo stesso cofanetto Cornell 5/8/77, altrove recensito con voti che non scendevano sotto le quattro stelle su cinque, mi ha fatto provare un senso di noia impensabile, dettato, immagino, dall'inutilità e dal vuoto di sentimento che questo ascolto mi ha trasmesso in più punti. Scorro la scaletta: solita solfa del tour del 1972. Il punto resta quello di sempre: ha ancora senso, dopo Sunshine Daydream (2013), continuare la pubblicazione di concerti dei Dead risalenti a quell'anno?
Ho già accennato al fatto che, da giugno, non è più fra noi Biancaneve, la macchina che dal febbraio 2015 anni aveva sostituito la vecchia, immortale Wolksvagen "Dio" Lupo. Di conseguenza, non ho più modo di ascoltare la musica che voglio in macchina. L'anonima Punto rimasta nelle scuderie, oltre a bere benzina come una spugna, vanta un discutibile impianto Blaupunkt a cassette. Inizialmente, ho ritirato fuori la cassettina dotata di un cavo aux da collegare ad altre sorgenti (cellulare, iPod, tablet, ecc.), ma il meccanismo interno perde colpi e le casse (solo anteriori) sono di una qualità talmente scadente da rendere l'esperienza di ascolto mp3 un vero tunnel dell'orrore. Così, ho dato una spolverata all'archivio domestico, ho ritrovato compilation dimenticate, roba che credevo perduta in un passato che solo da poco ha iniziato a oscuro. Mi imbatto in un piccolo capolavoro produttivo del marzo 2005: una TDK C-90 in cui Appetite for Destruction incrocia Harvest. Provate a immaginare Welcome to the Jungle a cui segue Out in the Weekend, e così via. E poi un'altra ancora, fatta per le vacanze di Pasqua di quello stesso anno, che si apre con Shelter from the Storm (Live) (ovviamente quella di Hard Rain), prosegue con Bella di Carlos Santana, Love of my Life dei Queen e Compagno di scuola di Venditti, una canzone che già all'epoca mi faceva, paradossalmente, provare nostalgia per qualcosa che non avevo ancora vissuto ma che, inconsciamente, sentivo essere il mio inevitabile destino. Si può provare nostalgia del futuro? Forse sì, ma si deve anche preservare memoria del passato per affrontare meglio il presente. Così metto mano alle scorte auree, ovvero cinque cassette vergini (tre TDK e due Sony) di lunghezza variabile fra i 60 e i 90 minuti rimaste sepolte per anni. Per un paio d'ore riscopro il piacere di creare una C-90, zeppandola con di tutto un po' e titolandola Solstizio d'autunno. Per un paio di giorni fa la sua bella figura in auto, poi inizio a percepire come un'assenza di spontaneità, la tolgo e la regalo a chi saprà farne un uso migliore. Il nastro- che ho registrato con tutti i rismi su una deck Pionner molto buona -enfatizza il calore della musica; lo stesso calore che la Punto stempera in pochi minuti, tanto è mediocre l'impianto. Una sincera e onesta tristezza si impossessa di me. Fino a pochi giorni fa accarezzavo l'acquisto di uno stock di cassette vergini (e non di comuni audiocassette, ma delle TDK SA-X 90 trovate su eBay in Germania e ancora sigillate), sognavo- perchè sognare non costa niente -una pioggia di soldi scendere sulla mia figura e il conseguente arrivo, nella mia esistenza, di una piastra Nakamichi da un migliaio di euro. E invece tutto finisce prima ancora di cominciare, in questo mese di ottobre.