mercoledì 2 gennaio 2013

Testamento privato [Trame]

PREMESSA

Ho deciso di aprire il 2013 di questo blog sotto il segno della rubrica "Trame", in cui una volta al mese pubblico qualche mio scritto degli anni passati. Oggi tocca ad un racconto veramente breve, destinato ad un concorso letterario e redatto nella primavera del 2010. Oltre ad essere una delle poche storie scritte di mio pugno a vedere protagonista una donna, ha rappresentato il mio ultimo tentativo con i concorsi letterari a premi.
Buon anno e buona lettura.

TESTAMENTO PRIVATO

Dove mi hanno portata?
Credo di essere all'ospedale; ne avverto l'aria pesante, metallica, l'odore di perenne pulizia, di camici sterili. Non sento già più le voci dei miei genitori, degli infermieri e del dottore. Ricordo di essere caduta e di essermi risvegliata qui; tuttavia, nessuno si accorge che sono sveglia: neanch'io, del resto, mi sono mai soffermata troppo su questo aspetto. E pensare che ho sempre tenuto una condotta di vita regolare: mai fumato, mai fatto uso di droghe, mai un bicchiere di troppo. Ma ora sono qui, lontana da tutti quegli spettrali problemi del mio vecchio, caro mondo; sono qui perché forse non ho mai ringraziato abbastanza la vita per quanto mi dava, per i “doni” elargiti. Come tutti, ho sempre avuto bisogno di obbiettivi, di ottenere risultati, di tagliare i piccoli traguardi quotidiani; ma a quale scopo, se ora sono finita qui? Prima mi sentivo indifesa, ora so che non avevo alcun motivo di preoccuparmi. Nel vecchio mondo, tutto mi caricava di paure e di sensi di colpa. Dai miei turbamenti di adolescente alle grandi tragedie viste in televisione o lette sui quotidiani, ogni cosa minava il mio stato emotivo, lasciandomi perennemente sconfitta e abbattuta. Allora era una sorta di obbligo morale specchiare la propria anima in quella degli sventurati, dei morti, ma mai in quella dei vivi, e non ho mai capito il perché. Solo adesso mi accorgo che la mia decisione è stata radicale e che non si può vivere in due mondi: bisogna scegliere. Io non credo di aver scelto l'infarto che mi ha presumibilmente trascinata qui, ma è anche vero che fino a quel momento ho gestito la mia esistenza come meglio ho creduto. Ma sarà stato veramente il modo giusto? Il fatto che ogni certezza sia assente è- paradossalmente -l'unica certezza che ho sempre avuto. Semplicemente, la realtà, quella in cui ho vissuto fino a quando il mio sanissimo cuore ha collassato, è esplosa, facendo sì che ne uscissi fuori, pronta a dirigermi verso un nuovo mondo, dove la morte è sogno. E chissà cosa devo aspettarmi. Meglio non illudersi: il non aver creduto nell'aldilà in vita non mi autorizzerà a farlo da morta. Quanti patimenti e sofferenze mi avrebbero mai attesa da viva? Sarei mai riuscita a sanare quell'innaturale contrasto con me stessa che mi ha accompagnato sin dalla nascita?
Temo che i secondi passino. Devo concentrarmi. Devo scavare a fondo e scoprire qualcosa della mia vecchia vita da portare nel mondo dei miei sogni. Per esempio, ho quell'immagine di Lui, così ben inserito nell'armonia di un pomeriggio primaverile, che non riesco a togliermi dalla testa. Lì ho avvertito per l'unica volta la bellezza di vivere, e questa è un'icona che potrebbe benissimo dare un senso a tutto questo, meritando così di venire via con me. So bene che il mio corpo scomparirà, ma il sentimento che provavo per Lui no. D'altro canto, proprio quell'amore, concretamente vissuto, è stato il mio più grande conforto in una terra di esseri vaghi, miseri e disperati. Ed io ho perfino rischiato di dimenticare tutto ciò per coltivare l'orrenda soddisfazione di studiare i sintomi del male di vivere. Sto per spezzare il cerchio di un'esistenza dagli intenti meschini e insignificanti, per poi raccogliere i frammentari ricordi del rapporto avuto con Lui, e con essi comporrò un nuovo riparo, un nuovo habitat dedicato alla mia anima. Gli anni di perenni e confuse lotte interiori saranno spazzati via, ed io potrò specchiarmi chiaramente nel mio stesso sogno, sentendomi, per la prima volta, parte integrante di una mia rappresentazione. Se dunque è vero che l'amore sconfigge anche la morte, sto per scoprirlo: abbattuto quest'ultimo, estremo dubbio, potrò più facilmente avvicinarmi all'Infinito. Non sono interessata ad andare in Paradiso, né all'Inferno: voglio solamente avere la sicurezza che il mondo dei miei sogni- dove mi auguro di finire -sia basato sull'unica cosa per cui è valsa la pena vivere. E mancherò a qualcuno? Chi soffrirà della mia scomparsa e chi ne sarà felice? Chi rimarrà indifferente di fronte all'inimmaginabile e ingiusta morte di una comune adolescente? È inutile chiederselo. Tanto, nel mondo dei miei sogni, non ci sono domande, ma solo risposte.


venerdì 28 dicembre 2012

Sui passi di Sergio Corbucci [Ombre elettriche]

Per colmare l'attesa dell'uscita italiana di Django Unchained, ho rivisto ieri sera Django di Sergio Corbucci, lo spaghetti-western del 1966 che ha ispirato (nel titolo e pare in poco più) Tarantino. E visto che era un bel pezzo che non mettevo mano alla rubrica "Ombre elettriche", ho colto l'occasione per stilare una classifica dei migliori western di questo autore.
Proprio Tarantino, in un'intervista di qualche anno fa, ha fatto un confronto fra i grandi westerners di Hollywood e gli spaghettari nostrani, facendo coincidere (in termini di qualità e non di quantità) l'opera di Sergio Leone con quella dei massimi maestri americani John Ford e Howard Hawks. Aggiunge, tuttavia, che grandi registi di "secondo livello" come Raoul Walsh o Robert Aldrich stanno ad autori italiani come Sergio Sollima e lo stesso Corbucci. Il paragone calza abbastanza bene, e soprattutto Corbucci ha dimostrato essere uno dei più prolifici e bravi registi di western all'italiana di sempre. Forse il migliore, dopo Leone.

I MAGNIFICI TRE

NAVAJO JOE (1966)
Il quinto western diretto da Corbucci è forse il suo capolavoro. Mentre in America il cinema di genere era ancora fermo a "l'unico indiano buono è quello morto" (se si esclude L'amante indiana), il regista romano sforna un crudo ritratto di un nativo sanguinario che si fa giustizia da solo, in un mondo folle e sanguinario. Debutto di Burt Reynolds (che lo ha definito la peggiore esperienza della sua vita) come protagonista, supportato da una straordinaria colonna sonora di Morricone, ha anticipato non solo la corrente revisionista del cinema western americano, ma anche i vari revenge movies spuntati come funghi dagli anni Settanta in poi.
DJANGO (1966)
Franco Nero si muove nel fango, portandosi dietro una bara. Scorrono su questo lungo e macabro campo lunghissimo i titoli di testa, sanguinolenti e quasi horror. Lontano dal western dark di Lenzi e dalla ultraviolenza facile e autocompiaciuta di Castellari, Django oscilla fra la "trilogia del dollaro" leoniana (specie per quanto riguarda il protagonista), il film di denuncia sociale (Nord e Sud, il reduce che ha vinto la guerra pubblica ma persa quella privata, il razzismo degli incappucciati del KKK, i messicani che si avviano verso un'ingorda e arrangiata rivoluzione, le prostitute) e la violenza nuda e cruda. Le sequenze memorabili non mancano (il taglio dell'orecchio, la strage a colpi di mitragliatrice, la corsa dei messicani nella prateria) e il film è uno dei più famosi spaghetti-western di sempre. Storico.
IL GRANDE SILENZIO (1968)
Con questo raffinato spaghetto italofrancesce, Corbucci sembra voler abbandonare l'eroismo e la crudeltà di Django e aprirsi ad un film dal taglio più autoriale e drammatico. I protagonisti sono due: il pistolero muto Silenzio (un Trintignant in forma smagliante) e il cattivo bounty-killer Tigrero (Klaus Kinski). Insieme, devono farsi spazio in un nevoso far-west di fine secolo. Su uno sfondo costellato da personaggi indimenticabili (il nero diventato cacciatore di taglie, su tutti), Corbucci mette in scena  lo scontro fra vecchio e nuovo (le vecchie Colti di Tigrero si scontrano con la Mauser di Silenzio), mostrando ad un pubblico forse impreparato la fine affatto gloriosa o epica di un mondo. Finale da incubo. Girato sulle Dolomiti.
DA RECUPERARE

I CRUDELI (1967)
Ingiustamente dimenticato da chiunque, I crudeli vanta un cast eccellente, una colonna sonora bellissima e la migliore sceneggiatura mai scritta da Corbucci. Punto.
IL MERCENARIO (1968)
Spettacolare film nato sulla scia de Il buono, il brutto e il cattivo, scritto e diretto benissimo e montato divinamente. Indimenticabile commento sonoro di Morricone.
VAMOS A MATAR, COMPANEROS! (1970)
Franco Nero è il damerino svedese Yolaf, mercante d'armi che si arricchisce grazie alla rivoluzione messicana, di cui El Vasco (Tomas Milian) è un sanguinario eroe. Dopo Giù la testa è il migliore spaghetto rivoluzionario d'annata, bisfrattato da tutti quelli che continuano a preferirgli pellicole meno cruente e più idealiste.







DA DIMENTICARE

JOHNNY ORO (1966)
Giustamente bollato come uno dei peggiori western di Corbucci, soffre di una lentezza eccessiva e di uno scarso carisma recitativo da parte del protagonista Mark Damon. Tuttavia, ebbe un buon successo di pubblico quando uscì. 

GLI SPECIALISTI (1969)
Un inefficace Gastone Moschin è co-protagonista di questo western ultraviolento senza arte nè parte. Trama inesistente e regia sciatta sono solo due dei suoi immani difetti.

IL BIANCO, IL GIALLO E IL NERO (1974)
L'ultimo western diretto da Corbucci è un brutto Monnezza versione cowboy. A metà fra una parodia maldestra de Il buono, il brutto e il cattivo e una volgare commedia romanesca di serie Z, c'è chi ci legge un trattato di storia sociale italiana. Mah...








giovedì 27 dicembre 2012

Inverno bonelliano [Pt. 1]

LE STORIE #3
"LA RIVOLTA DEI SEPOY"
testi: De Nardo/ disegni: Brindisi
114 pag., BN, 3,50 €

★★★

Dopo i fasti "rivoluzionari" de La redenzione del samurai di Recchioni&Accardi, la Bonelli dà alle stampe una Storia dal sapore romanzesco (gli omaggi a Kipling e Conrad abbondano) ed estremamente "storico". De Nardo ha dedicato grande attenzione al documentarsi su quella che in India fu veramente la rivolta dei Sepoy, e lo si capisce soprattutto nella magnifica sequenza di pagina 24, dove viene presentato ai soldati l'Enfield, fucile innovativo e scintilla del focolaio che scoppiò nel 1857. A momenti, la troppa attinenza alla realtà storica prende piede e la lettura si fa più faticosa, ma le ultime venticinque pagine sono pura epica. Per gli occhi di chi come me coltiva dall'infanzia la passione per le avventure a sfondo coloniale, i disegni di Brindisi saranno zucchero filato. Pur risultando inferiore, specie dopo una seconda lettura, ai suoi due predecessori, è comunque un buon albo.

DYLAN DOG #316
"BLACKY"
testi: Gualdoni/ disegni: Bigliardo
98 pag., BN, 2,90 €
★★★

Dylan Dog e Blacky. Un purosangue fantasma torna per vendicarsi e l'animalista Dylan deve indagare. Viene a galla una storia torbida, commovente e molto poco animalista, scritta da un Gualdoni in forma e disegnata da un Bigliardo che si dimostra meglio di sempre, viste le difficoltà che hanno anche i maestri nel raffigurare i cavalli. Un'ottima entrata per Dylan in questo 2013 sopravvissuto ai Maya.



Il 2012 in 20 film (i 10 più brutti e i 10 più belli)

Il 2012 volge al termine. E'stato un anno cinematograficamente abbastanza misero, con nessun vero capolavoro uscito nelle sale e autori di spicco lievemente sottotono (vedi Scorsese e Eastwood, firmatari di ottime opere, ma non di capolavori). 
Ad ogni modo, gradita sorpresa il Sollima di ACAB, regista di quello che per me è stato il miglior film italiano dell'anno. 
Immancabili alcuni blockbuster di autore come Il Cavaliere Oscuro-Il ritorno di Nolan o lo stupefacente 007 di Mendes. 
So che molti potranno odiarmi, ma per me Ted è la commedia dell'anno. 
So che molti invece mi odieranno perchè non troveranno il nome di Wes Anderson fra i dieci migliori film del 2012. 
So che coloro che di cinema proprio non se ne intendono si faranno lunghe domande sull'assenza di Breaking Down Pt. 2 o di To Rome With Love dalla top ten dei migliori. 
Mi fa piacere che il cinema scandinavo abbia dimostrato di essere anche quest'anno il migliore al mondo.
Mi fa piacere avere visto tanta buona roba francese, anche più degli anni passati.
Mi dispiace molto aver lasciato fuori dal "best of" Argo, Shame e Hunger Games.
Mi dispiace che Ridley Scott abbia toppato in pieno col suo ambizioso Prometheus.
Mi dispiace che Tim Burton sia da quasi dieci anni un regista che sforna merda per un pubblico di bimbiminkia cresciuti.
E infine, mi duole molto doverlo ammettere, ma il film che mi ha fatto più schifo è italiano. 

I 10 film più brutti del (mio) 2012

1- Acciaio di S. Mordini
2- Total Recall di L. Wiseman
3- Benvenuti al nord di L. Miniero
4- Dark Shadows di T. Burton
5- On the road di W. Salles
6- Biancaneve e il cacciatore di R. Sanders
7- Le Belve di O. Stone
8- Piranha 3D di A. Aja
9- Battleship di P. Berg
10- Prometheus di R. Scott

I 10 film più belli del (mio) 2012

1- Il sospetto di T. Vinterberg
2- J. Edgar di C. Eastwood
3- Cosmopolis di D. Cronenberg
4- ACAB di S. Sollima
5- Hugo Cabret di M. Scorsese
6- Il Cavaliere Oscuro- Il ritorno di C. Nolan
7- Skyfall di S. Mendes
8- Lo Hobbit-Un viaggio inaspettato di P. Jackson
9- Ted di S. MacFarlane
10- Amour di M. Haneke

mercoledì 19 dicembre 2012

"Sacro terrore" di Frank Miller [Bang!]

Lo dico subito: questa sarà una recensione poco obiettiva. 
Sacro Terrore (Bao Publishing, 2012), ovviamente, è ambientato in una città oscura. Potrebbe essere la Gotham City de Il ritorno del Cavaliere Oscuro, la New York corrotta e insanguinata di Devil-Amore e Guerra o la barocca Basin City di Sin City. E invece no, ci troviamo ad Empire City, dove Natalie Stack, ladra di gioielli, incrocia sul suo cammino Fixer, uno "stronzo buon samaritano", un giustiziere molto poco super-eroico. Lei ha appena rubato un bracciale di diamanti, lui la bracca, la raggiunge, la afferra. Si baciano e si promettono amoreodio eterno (per inciso, IO ho i lucciconi già a pagina 10). 
Poi l'esplosione. Non si capisce bene chi, come, perchè. Una pioggia di chiodi e lamette investe Empire City. Natalie è ferita, Fixer la trae in salvo. Nulla di grave, dice. Potrebbe essere un attacco terroristico. <<E' guerra, piccola!>> esclama Fixer. 
Intanto vediamo gli islamici prepararsi. I chiodi e l'esplosione erano solo l'inizio. Dan Donegal è il capo della polizia, ed è anche il capo di Fixer. Non c'è tempo per innamorarsi, nè per discutere. I due sono insieme, non si sa se si amano o si odiano: devono solo uccidere gente. Natalie mette il burqa e riesce a infiltarsi in una bizzarra moschea sotterranea. Uccide quanti più terroristi le è possibile, e Fixer accorre in suo aiuto. Ed è allora che i martiri rimasti vivi decidono di raggiungere le promesse settantadue vergini in Paradiso. E...

L'opera è stata stroncata praticamente da chiunque, sia negli States che nel resto del mondo. Tutti a dare del fascista a Miller, tutti a dire che ha sfruttato la condizione post-11 settembre per fare una storia che si interessa solamente di violenza, crudeltà e machismo. Sinceramente, mi trovo in totale disaccordo con tutte queste pesanti critiche. In Italia tutti a parlare male dei protagonisti, "brutte copie di Batman e Catwoman". Una somiglianza con il Cavaliere Oscuro e la Gatta c'è, è voluta ed è utile a capire quanto Fixer e Natalie siano lontani dagli universi DC o Marvel. Fixer è un poliziotto ex-mercenario che ha un costume addosso: niente di più e niente di meno. Non è un macho, lo sa bene; la sua è una semplice maschera, e lo dichiara apertamente: "Per tutta la vita ho percepito qualcosa di sbagliato. Sentivo che tutto ciò che vedevo intorno a me non era del tutto vero. Che questo mondo apparentemente governato da leggi e logica e ragione non era che un sudario. Una chimera. Una maschera. Ma di tanto in tanto la maschera cade. In quei rari attimi, tutto il mondo ha perfettamente senso. Il mondo mi si rivela. Sono in pace. E in guerra". E dunque la guerra, la violenza animale sono la realtà, la civiltà è la menzogna, nello schema di Fixer. Natalie invece è una ladra che indossa un travestimento per motivi di lavoro. Dov'è il problema? Niente è più lontano dai super-eroi milleriani di Sacro Terrore, un fumetto che non è stato capito e che, soprattutto per i suoi personaggi, è nettamente superiore anche a 300. I disegni sono brutti, tirati via e pieni di inchiostro buttato a caso? Diciamolo: credo che alcuni fra i più apprezzati fumetti italiani siano fra le cose peggio disegnate di sempre, eppure vendono, hanno successo e "assurgono" al rango di graphic novel. Che immane stronzata. Che ipocrisia. Al contrario di certa spazzatura intellettualoide, Frank Miller è vero, è crudo. In questo volume senti i chiodi conficcarsi nella gamba della Gatta, l'odore delle macerie entrarti nei polmoni, il sangue, la paura, l'amore. E poi, gente, parliamoci chiaro: ogni tre pagine c'è un dialogo o una manciata di didascalie che valgono da sole i 19 euro del prezzo di copertina. Quasi all'inizio, i due si sono baciati, si stanno innamorando e se le danno di santa ragione, e assistiamo ad un monologo interiore "a due voci". "Non è che l'avessimo pianificato. Non sapevamo nemmeno di desiderarlo. Era soltanto una nottata noiosa. Tutto qui". Il destino, una notte noiosa, due anime si incontrano, si odiano, si amano, uccidono. L'amore secondo Frank Miller? Di nuovo? Credo di sì, o almeno è quanto avverto io leggendo e rileggendo Sacro Terrore. Bene o male, Miller ha sempre portato in scena questo amore del "sempre e mai", soprattutto ai tempi di Sin City. Fixer osserva Natalie volare sui nemici e pensa: "Vola. Spero di non essermi innamorato di lei. Non mi sono mai innamorato. Non voglio innamorarmi. Non devo innamorarmi. Mai". La reale domanda attorno a cui ruota la storia non è "vale la pena prendere parte ad una lotta senza quartiere contro una delle religioni più antiche del mondo?", bensì "vale la pena amare come Fixer ama Natalie e viceversa"?
Io credo di sì. Almeno provarci...

PICCOLA GALLERIA

Il primo bacio


Aprite il volume, e vi troverete davanti questo

Griglia sperimentale

Fototessere

Lei: <<Fammi stare male. Ora>>. Lui: <<Contaci>>.
Del resto, si amano.



martedì 18 dicembre 2012

Django Unchained OST [Suggestioni uditive]

Per tutti coloro che aspettano con impazienza il 17 gennaio 2013 per vedere Django Unchained al cinema, è disponibile da oggi la colonna sonora del film. 
Inutile che stia a dire quanto siano belle le colonne sonore di tutti i film di Tarantino, dalla prima all'ultima, nessuna esclusa. Certo, è chiaro che ognuno potrà avere la sua preferita: il purista rocker più on the road prediligerà certe rarità di Death Proof OST, così come il fissato di funk e R&B anni '70 idolatrerà Jackie Brown OST. Se si volesse davvero essere obiettivi, le due Kill Bill OST sono quelle che mettono tutti d'accordo, ma anche con Django, fidatevi, c'è di che spaziare e di che nutrire gli ascoltatori dai gusti più disparati.
Cominciamo col dire che c'è molto materiale di buona e in alcuni casi ottima qualità proveniente dai vecchi cari spaghetti-western: in primis, Django (Main Theme) e La corsa (2nd version) di Bacalov sono entrambi estratti dalla colonna sonora del Django corbucciano; sempre Bacalov firma l'eccezionale His name is King, presa dai titoli di Il suo nome è King, film minore interpretato dal grande Klaus Kinski. Rimaniamo nel west e rimaniamo fra i grandi maestri: l'immancabile Ennio Morricone firma, per la prima volta, un brano originale confezionato su misura per l'amico Tarantino. Si tratta di Ancora qui, cantata da Elisa (quell'Elisa, sì) e pare già pre-candidata ai Golden Globe: ecco, forse è il pezzo più brutto della colonna sonora. La melodia è valida, ma nulla di speciale, in linea col Morricone degli ultimi quindici anni; le parole sono di una stupidità immane, eppure sembrano essere piaciute molto negli States. Ma il buon Quentin, per fortuna, si è ricordato di altre ottime cose scritte dal Maestro nei lontani anni '60: e dunque ecco venire fuori Sister Sara's Theme e The Braying Mule, nate per Gli avvoltoi hanno fame di Don Siegel, un divertente film con Clint Eastwood e Shilrey MacLaine molto avanti per quell'epoca e che consiglio a chiunque. Ben più da intenditori è l'origine della solenne Un monumento, composta da Morricone nel 1967 per una pellicola meno ricordata di Corbucci, e cioè I crudeli: questo film, spacciato da decenni come westen di serie Z, è in realtà molto ben fatto e interpretato, fra gli altri, da Joseph Cotten. Si prosegue con il caro Riz Ortolani, il cui mitologico tema principale de I giorni dell'Ira (usato per una manciata di secondi già in Kill Bill vol. 2) trova spazio anche in Django e che riesce sempre a coinvolgere. Infine, una chicca inaspettata: Trinity (titoli) di Franco Micalizzi, un bel regalo per tutti gli amanti di Bud Spencer e Terence Hill. 
Cambiamo genere e approdiamo ad un'altra importantissima componente della colonna sonora: l'hip-hop. Non sto scherzando. 2Pac firma Unchained, il remix di The Payback di James Brown (quello già udito nel trailer del film), che forse è il miglior pezzo di tutta la colonna sonora. Dentro di sè Unchained ha tutto, ha il rap di strada, le chitarre folk dei cowboys, i fiati di Morricone e trasmette un senso di avventura epico; il tutto in  due minuti e qualcosa. Veramente tamarro e divertente il brano 100 Black Coffins di Ricks Ross, artista southern-rap giovane, giunto alla ribalta negli ultimi anni grazie e praticamente sconosciuto in Italia. In compenso, il più noto John Legend è presente nella colonna sonora con il tiepido R&B Who Did That To You. Splendida rivelazione la voce di Elayna Boynton, che duetta con il rapper Anthony Hamilton in Freedom, ibrido di R&B classico e folk-song da profondo sud degli Stati Uniti. 
Perla inaspettata la Nicaragua di Jerry Goldsmith, facente parte del film Sotto tiro, una pellicola di discreta fama. Valida ma un po' troppo lunga Too old to die young di Brother Dege, un artista di strada americano fissato col dobro e vestito veramente come un cowboy. Capolavoro assoluto I Got a Name di Jim Croce, leggendario cantante country morto purtroppo molto giovane.
Se infine posso dare un consiglio, aggiungete alla vostra Django Unchained OST i brani eliminati ma presenti nel trailer: I'm a Man dei francesi Black Strobe (un bel blues elettronico, solido e cattivo), la superba Ain't No Grave di zio Johnny Cash, il remix di The Ecstasy Of Gold di Morricone (lo trovate anche su Soundcloud) e Theme Of "Rome" dei nostrani Danger Mouse. Quest'ultima, in realtà, non la trovate neanche nel trailer: era stata messa in un "fake" dei titoli di testa del film su YouTube e mi è piaciuta talmente tanto che, anche se so bene che si tratta di un falso, la posso associare solo al film.
Ascoltatevi bene questo disco. E aspettate...

domenica 16 dicembre 2012

[Recensione] Lo Hobbit-Un viaggio inaspettato

La compagnia dell'anello mostrava, nel 2001, ai miei occhi di undicenne già imbottito di letture tolkieniane, uno splendido modo di rappresentare un determinato universo fantasy. Lo Hobbit ha finito col confermare ciò che ho sempre sperato: e cioè che la solida "cattedrale" cinematografica eretta da Peter Jackson undici anni or sono fosse ancora in piedi e continuasse a irradiare bellezza. 

Certo, non mi sono fatto abbindolare tanto facilmente, specie all'inizio. Il film è innegabilmente bello, ma ci mette un po' a "carburare". Non ci vedo niente di male in un Frodo Baggins che compare dopo due minuti di film, d'altro canto sopporto poco i siparietti comici della cena a casa di Bilbo e ancora meno gli orribili stornelli che vengono intonati durante e dopo il convivio. Tolte queste due cose, non è cambiato niente. Tutto è esattamente dove doveva essere e come lo avevamo lasciato nel 2003 (anno in cui Jackson disse temporaneamente addio alla Terra di Mezzo): casa Baggins, la contea, il costume di Gandalf (qui di nuovo in grigio) e quello di Saruman (che, come Frodo, nel romanzo del 1937 non compare; ma si sa che Lo Hobbit di Jackson, articolandosi in ben tre film, conterrà anche personaggi e vicende estrapolati da altre opere di Tolkien), Elrond, Gran Burrone, gli orchi, le spade, le mappe e le magnifiche ambientazioni. Sembra che questi nove anni non siano passati nell'universo creato da Jackson, ed è questo uno dei fattori che più mi ha permesso di apprezzare il film. E' vero che allo spirito del romanzo si guarda poco, e che gli sceneggiatori hanno puntato parecchio sulle tinte più dark della storia: d'altronde, il libro si poneva come una fiaba per bambini un po' cresciuti e non come una colossale enciclopedia fanta-epica sulla lotta fra Bene e Male come sarebbe stato Il signore degli anelli. Infine, non capisco queste lamentele sulla slitta trainata dai conigli: è stupida, va bene, ma dio santo, si è visto di peggio e si sono buttate via risate per mooooooolto peggio negli ultimi anni. E poi date retta "a un bischero": dimenticate tutti gli aborti e gli pseudo-film girati in salsa fantasy negli ultimi dieci anni, buttate nel cesso i maghetti di Hogwarts, richiudete quei terrificanti armadi magici e accompagnate in clinica i vampiretti canadesi che neanche possono trombare (e magari approfittatene per lasciarci anche chi li ha tanto amati). 
Se è il fantasy al cinema che cercate, andate a vedere Lo Hobbit di Jackson; se avete voglia di leggere fantasy, leggete Lo Hobbit di Tolkien. Altrimenti, fate altro. Tutto il resto è imitazione scadente, è merda. 
Ah, se domani qualcuno andasse a vederlo, me lo faccia sapere. Ci torno volentieri.