giovedì 3 dicembre 2015

Sinfonie d'autunno (Pt. 3) [Suggestioni uditive]

Siamo in un momento dell'anno critico, perchè nonostante stiano uscendo e debbano ancora uscire parecchi dischi, già le riviste, i critici e i recensori stilano le loro classifiche dal dubbio gusto (quella di Mojo, i cui cronisti sono stati addirittura in grado di selezionare 50 album validi, mi ha messo seriamente in crisi, specie perchè numerose posizioni sono occupate da dischi bypassabili o direttamente vergognosi). Simili top 10 lasciano il tempo che trovano, ma ciò nonostante anche io scrivo la mia. Ma a fine dicembre, non a fine novembre.
Veniamo "alla ciccia".
L'autunno è entrato nel vivo. Le giornate si sono fatte più corte. Il freddo, seppur con il consueto (e preoccupante) ritardo, è arrivato. Gli archivi musicali iniziano ad aprirsi e gli odiosi stornelli natalizi sono là da venire. C'è niente di più lontano da un'atmosfera simile del doppio Live in Kauai (Kuleana Music, 2 cd, ) di Taj-Mahal? Molto probabilmente no. Disco estivo, registrato lo scorso gennaio alle Hawaii con la locale Hula Blues Band, passa in rassegna il meglio del meglio della lunghissima carriera di uno dei più grandi ed eclettici musicisti di tutti i tempi. Venti pezzi magnifici e suggestivi. Un'operazione di rilettura che riporterà alla mente dei più esperti il sea blues di artisti poco noti in Europa ma già omaggiati a più riprese da Taj-Mahal. Ma non pensate di trovarvi al cospetto di un mero esperimento di ricerca etnomusicale: qua c'è roba che vi farà ballare anche sotto la neve facendovi sentire sulla spiaggia, con le onde spazzate dal vento, i gabbiani e un tramonto tropicale che vi cuoce la fronte e lo spirito.
Sempre un bel live, solo del passato, è quello uscito dalla stalla della Marshall Tucker Band. Va bene che è trascorso poco più di anno dall'ineguagliabile (e ineguagliato) Live in Englishtown, NJ 1977, ma il nuovo Live In The UK 1976 (Ramblin'Records, ½) sfoggia delle performances superbe. La band del North Carolina approda in Europa per promuovere Long Hard Ride, un disco controverso e poco apprezzato già negli USA. Eppure i nostri non demordono: qua dentro trovano spazio dieci pezzi magnifici registrati fra Manchester, Glasgow, Birmingham e Londra. Non è solo un best of del primo periodo della band (solo il brano omonimo è tratto da Long Hard Ride, e il resto arriva dai solchi dei veri capolavori della MTB), ma un vero e proprio greatest di una turnè inaspettatamente gloriosa. Forse gli unici pezzi che soffrono un po' sono quelli tratti da Searchin' For A Rainbow (comprensibilmente, visto l'immensa opera di produzione riservata a quell'album in studio) e di certo lo spirito della jammin' viene tenuto maggiormente a freno rispetto agli show americani. Vera ciliegina sulla torta è la conclusiva cover di Will The Circle Be Unbroken, registrata all'Hammersmith. Non capita tutti i giorni di sentire questi fieri cowboys togliersi il cappello, varcare l'ingresso della chiesa e intonare un inno gospel e soul di questa intensità. <<Ladies and Gentlemen, The Marshall Tucker Band!>>.
Ancora un live, sontuoso e importante come importante è l'occasione che documenta è Slowhand At 70- Live At The Royal Albert Hall (Eagle Rock, 2 cd+2 DVD, ½), uscito il 14 novembre in tutto il mondo e già al centro di alcune polemiche. La prima riguarda l'effettivo valore dello show, ma almeno a mio avviso non sussistono critiche particolari: per quanto certe canzoni possano aver goduto di interpretazioni superiori in altri concerti, la scaletta è ottima, la band fa letteralmente paura (anche se niente somiglierà più alla brigata che accompagnava Mano Lenta nei suoi concerti del 2006-2007) e lo spettacolo, in più momenti, mette i brividi. I problemi arrivano sul versante video: a parte il filmato del concerto (che non è che goda di una regia magistrale, diciamolo), gli extra documentaristici sulla Royal Albert Hall e le avventure di Clapton all'interno di essa (si parte con una performance dei Cream e giù a seguire) non sono nulla di nuovo. E visto che questo grazioso cofanettino non è che lo regalino, beh, la cosa un po' finisce con l'influire. Ma con questo non sto dicendo che Slowhand At 70 sia una mera mossa speculativa per gabbare i fans.
Una cosa simile, purtroppo, è Montage Of Heck- The Home Recordings (Universal Music, ) di Kurt Cobain. Tredici, tremendi pezzettini rubati (perchè di furto è giusto parlare) dalle sue innumerevoli registrazioni domestiche. Sono cazzate, non canzoni. C'è qualche accenno di musica, perlopiù mediocre, e per il resto rumori, guaiti, battute, interruzioni e altre cose che era giusto rimanessero dove erano: chiuse dentro un cassetto. L'ennesimo pezzo da antiquariato del dolore dato in pasto ai fan di Cobain, un'operazione che sfrutta il titolo del documentario della HBO uscito in primavera e che nulla ha da spartire con i Nirvana e le iniziative a loro dedicate. Mero e macabro commercio della peggiore specie, un perfetto esempio di disco da non comprare anche solo per un fatto di buon gusto.
Sempre di ex-Nirvana e sempre di dubbio gusto si può parlare riferendosi al gratuito Saint Cecilia EP (RCA, ) dei Foo Fighters. Registrato a metà ottobre al Saint Cecilia Hotel di Austin, Texas, in pieno Sonic Highways World Tour, è composto da cinque pezzi pressochè identici fra di loro (prova a distinguersi, con magri risultati, Iron Rooster) ed è stato concepito per essere un regalo pre-natalizio con cui ringraziare i fans sparsi in tutto il globo. Purtroppo, vuole il destino che il 15 novembre, a Parigi, sia successo quello che è successo. E allora via, già che Dave Grohl e compagni ci sono, pensano bene di dedicarlo anche alle vittime degli attentati parigini. Avesse il Mondo intero a dubitare della bontà di questi rockers dalla bravura incontestabile e dalle ormai mirabolanti doti messianiche. Miserino.
E invece, manco a dirlo, un disco di fronte a cui togliersi il cappello è 25 (XL Recordings, ½) di Adele, una che al giorno d'oggi canta come poche. Proprio in queste ore, mentre da noi i social si stanno accanendo sui contenuti del suo ultimo album e la cantante diventa oggetto di prese di culo di qualsiasi genere, mi ritrovo ad ascoltare queste undici canzoni e nulla da dirle o da dire: è un buon album di pop, leggerissimo e annacquato soul e R&B. Certo che con quello che è costato un disco simile (basta fare capolino su Wikipedia e leggerne i credits per stimare una cifra) ci si potevano risolvere parecchi problemi, ma questo è il music business, bellezza! Inutile starsene lì a pensare che, ai tempi d'oro, in posti come Detroit o Nashville o a Muscle Shoals canzonette così le incidevano in un pomeriggio, senza troppi sovrincisioni, fronzoli e segate. Inutile sottolineare che Adele è brava, ma non è nella maniera più assoluta un'esponente del mio immaginario club delle cinquanta migliori cantanti di tutti i tempi. Tuttavia, quando si bazzicheranno i centri commerciali sotto le feste sarà meglio sentire Hello che non i Negramaro o Jovanotti. O no?
Passiamo ad altro. Un vecchio amore di gioventù ha pubblicato il suo decimo album. Sto parlando di quel cavallo di Glenn Danzig, una delle voci più importanti della storia dell'hard rock, uno che senza perdere di vista il suo "naturale" modello ispiratore (Elvis Presley) è riuscito ad attraversare generi e sotto-generi. Coi Misfits ha indurito non poco la formula dell'american punk classico, da solo si è addentrato in territori oscuri e inesplorati, senza mai perdere la genuina ironia che da sempre contraddistingue le sue canzoni. Canzoni semplici, prive di orpelli, ma che sono invecchiate bene. Dal 1987 al 1994 è stato protetto dall'egida di Rick Rubin e si è messo al servizio dell'American Recordings, sfornando una tetralogia irripetibile. Gli anni successivi lo hanno visto sempre impegnato, fra tour di discreta importanza e dischi comunque azzeccati (Danzig 7:77- I Luciferi, del 2002, è stato il lavoro con cui anche io, allora tredicenne, mi sono avvicinato alla sua opera), spaziando dal doom al gothic, dalla musica classica all'ambient (i due Black Aria). Skeletons (Nuclear Blast, ) è il classico album che un artista sforna quando le idee compositive scarseggiano e si ripiega solo sulle covers, ma di che livello! In poco più di mezz'ora Danzig ci accompagna- supportato da una band che sa il fatto suo -attraverso la musica della sua vita, dai classici rockabilly e r&r di Elvis, Dave Allan & The Arrows e degli Everly Brothers fino ai suoi "zii" Black Sabbath (N.I.B.). Impensabili anche gli omaggi tributati agli Aerosmith (Lord Of The Things) e agli ZZ Top (Rough Boy). Un cover album, certo, ma con tutti gli attributi in regola. Nonchè, l'unico disco heavy meritevole fra quelli che mi sono capitati fra le mani nell'ultimo mese.
Ancora notizie dal vault delle pietre rotolanti. In tutto novembre sono usciti due bootleg ufficiali degli Stones. Concerti sentiti e risentiti, visti e rivisti: il primo è Live At Leeds (Promotone BV, 2 cd+DVD, ★½), inciso nel 1982 al termine di un grosso tour europeo. Si tratta dell'ultimo concerto tenuto assieme al "sesto" stones Ian Stewart, ha già una scaletta concepita a best of  della carriera (una carriera che allora aveva vent'anni, e non cinquanta, e che poteva contare già su un paio di dischi pessimi). Il secondo è Live At The Tokyo Dome (Promotone BV, 2 cd+DVD, ), testimonianza di una serata che già all'epoca circolò non poco in VHS e fece molto parlare di sè per la sua lunga durata (più di due ore, con una scaletta di ventiquattro brani) e per l'imponenza del nuovo palco. Alla fine, siamo già nell'era in cui gli Stones (freschi di reunion e con il brillante Steel Wheels all'attivo) girano il globo dando in pasto ai propri fans quel sontuoso rock&roll show sponsorizzato da numerose multinazionali. Lo stesso spettacolo, modificato nei suoi lati tecnici e con una tracklist di poco differente, va avanti a tutt'oggi.
E ora, velocemente, concludo con una bella triade tutta italiana: per primi, i Baustelle e il loro Roma Live! (Warner Music, ½). Ora, a me i Baustelle piacciono tanto, li ritengo superiori a tutta la paccottiglia indie di casa nostra (Bugo, Le Luci della Centrale Elettrica, Brunori Sas, gli Afterhours, i Marlene Kuntz e mille altri cadaveri riesumati di giovani e vecchi che aspettano il massimo dei voti da XL di Repubblica che nel frattempo, almeno in versione cartacea, ha pure chiuso), compro e ascolto i loro dischi (pure quello della Rachele Bastrenghi, bravissima da solista), leggo i libri di Francesco Bianconi e- come già scrissi tempo fu nella recensione di Fantasma -dai Baustelle accetto tutto. Accetto dunque Roma Live!, ma ammetto che pur essendo splendidamente arrangiato e registrato, mi ha lasciato freddino.
Non mi ha lasciato freddo, al contrario, Vivo/Live (Route 61, ½) di Graziano Romani, il disco dal vivo di rock italiano più bello che si possa ascoltare ora come ora.
Nulla di nuovo sotto il sole, ma dalla casa del Maestro (è ormai in pensione da tre anni) è uscito uno splendido compendio, ottimo se si pensa ad un regalo di Natale (un natale laicissimo, ovvio) da scambiarsi fra gucciniani DOCG: Se io avessi previsto tutto questo... Gli amici, la strada, le canzoni (Universal Music, 4 cd, ) è disponibile anche in una versione di super-lusso da dieci compact. Io, ad essere franchi, mi accontenterei di quella standard. Poi fate voi.

martedì 1 dicembre 2015

"Tremors 5" e un tardo autunno bestiale [Album]

Quanto tempo era che il logo della Double "B" Production non capeggiava in cima a qualche post del blog?
Non lo sappiamo nemmeno noi. I motivi sono molteplici: voglia, tempo, innalzamento del livello del mare, mancanza di materiale, incapacità di reperire film rari, pochi pretesti, eccetera.
Il pretesto però è arrivato per direttissima con l'ultimo Tremors 5: Bloodlines, uscito direct-to-video e subito segnalatosi come una delle più importanti novità bestiali di questo autunno 2015. In più è sorto un bel cicaleccio attorno a tutto il franchise di Tremors (i più colti e preparati fra i nostri lettori sapranno di sicuro della messa in cantiere di una seconda stagione di quella famigerata serie tv uscita dodici anni fa) e abbiamo pensato di buttare giù due righe, un sunto e un po' di consigli su una saga dal destino bizzarro e tuttora molto poco conosciuta. Non avevamo più scuse.
A dirvela tutta, sulle prime, io (Ferru) me ne sono un po' sbattuto, anche perchè ero perso dietro ad altre mostruosità "da cassetta". Le segnaliamo velocemente entrambe:
Lake Placid Vs. Anaconda
regia di A.B. Stone
(Universal Pictures, DVD a 9,99€)
Backcountry
regia di Adam McDonald
(Koch Media, DVD a 9,49€)


















Prendete Lake Placid Vs. Anaconda come un film per farvi due risate, ovviamente. Ma Backcountry è veramente pregevole e ben fatto. Uno dei migliori horror animaleschi degli ultimi anni. Un vero peccato non averlo visto nei nostri cinema, ma vale la pena spendere meno di dieci euro per il DVD (è uscito anche in Blu-Ray e ne costa 12). Ormai c'è poco da dire: la Koch Media e la sua etichetta orrorifica (la Midnight Factory) ormai lavorano come nessuno lavorava dai tempi della Hammer ed è giusto premiarle comprando materiale rigorosamente originale e andando il sala a vedere le loro novità destinate al circuito cinematografico. Solo così si alimenta il buon cinema horror.
Veniamo ai vermoni.

Nella lunga lista di creature leggendarie o semi-leggendarie delle quali la criptozoologia ha ipotizzato l'esistenza una delle più strane è senza dubbio l'Allghoi Khorghoi: questa mitica creatura, somigliante ad un gigantesco verme sotterraneo, vivrebbe sotto le sabbie del Deserto di Gobi, in Mongolia. Lungo fino ad un metro e mezzo, di colore rosso intenso, privo di occhi, narici o bocca visibili, questo animale è molto temuto dagli abitanti della zona meridionale del Gobi, dove scaverebbe le sue tane: i mongoli sostengono che il mostro possa uccidere a distanza, o spruzzando una sostanza acida o usando una scarica elettrica, e che viva sotto terra in ibernazione per la maggior parte dell'anno, tranne quando diventa attivo nei mesi di giugno e luglio. Emergerebbe in superficie specialmente quando piove e la terra è bagnata. Numerose spedizioni nella regione non hanno permesso di trovare traccia di questo animale, ormai considerato un semplice mito. 
Nonostante l'indubbio fascino esercitato dalla ipotizzata esistenza di un animale di questo tipo e le sue possibilità come "protagonista" di un beast-movie, il cinema ha quasi sempre ignorato le potenzialità dei vermi e delle altre creature sotterranee, anche in quel periodo compreso tra la seconda metà degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, ovvero quando praticamente ogni animale (dai più credibili squali, coccodrilli, leoni ed orsi fino ad arrivare a ratti, pipistrelli, insetti vari e perfino lumache) poteva diventare un feroce antropofago. Unica eccezione il poco verosimile ma simpatico Squirm- I carnivori venuti dalla savana (1976) di Jeff Lieberman, nel quale dei normali lombrichi vengono trasformati in voraci carnivori da una scarica elettrica. Fuori dal genere horror, alcune caratteristiche del leggendario Allghoi Khorghoi possono essere individuate negli smisuratamente più grandi vermi delle sabbie del fortunato ciclo romanzesco di Dune (se ne vedono anche nella trasposzione di Lynch e, soprattutto, nella miniserie tv). Per il resto, nessuno se lo fila fino al 1990, quando un regista debuttante, Ron Underwood, fa uscire nei cinema Tremors, un film (e poi una saga) destinato a far tremare la terra. In tutti i sensi e per la bellezza di almeno venticinque anni.

1.
Tremors (1990)
regia di Ron Underwood
(Universal Pictures, DVD a partire da 7,99€)

La storia dietro al film Tremors è più o meno la stessa di molti altri beast movies: alcune creature mostruose e sconosciute minacciano una piccola e isolata cittadina degli Stati Uniti (fin troppo piccola e isolata, considerando che Perfection, Nevada, conta la bellezza di 14 abitanti!). Quello che rende questo film speciale, e che negli anni successivi lo trasformerà in un vero e proprio cult, è la creatura stessa, battezzata da uno dei personaggi umani "Graboid" (traducibile in italiano come "agguantatore"): un gigantesco animale sotterraneo lungo circa dieci metri, dalla fisionomia di un verme smisurato; indimenticabili alcune delle sue caratteristiche, che nonostante il tono umoristico di alcune parti del film riescono a rendere i Graboid estremamente inquietanti. La bocca dotata di un gigantesco becco dal quale fuoriescono tre lingue serpentiformi atte ad afferrare la preda (che in molte scene sembrano dotate di una mente propria, per di più particolarmente maligna); la mancanza di occhi compensata dalla capacità di avvertire la più minima vibrazione del suolo, compresi i passi; l'abilità di scavare nel terreno con una velocità apparentemente impossibile; una intelligenza e una furbizia notevoli, soprattutto considerando che si parla di un invertebrato. Creature a dir poco impressionanti quindi, per di più animate con maestria ed effetti speciali di notevole livello. A contendere la scena ai mostri sotterranei, un eterogeneo gruppetto di personaggi umani, tra i quali spiccano i protagonisti Valentine "Val" McKee (un ottimo Kevin Bacon) e Earl Bassett (Fred Ward), due tuttofare in crisi esistenziale costretti a trasformarsi in improbabili eroi; ad accompagnarli la bella Finn Carter, che interpreta la geologa Rhonda LeBeck. Nei cuori e negli occhi di tutti coloro che negli anni hanno amato questo film, però, il simbolo di Tremors rimane senza dubbio Burt Gummer; interpretato dall'allora semi-sconosciuto Michael Gross, questo personaggio appare come lo stereotipo del survivalista: maniaco delle armi (ha una intera parete occupata da fucili e pistole e produce esplosivi casalinghi nel seminterrato), vive con la moglie (della sua stessa pasta) poco fuori dal minuscolo paese, in una casa attrezzata per resistere perfino ad una guerra atomica. Queste sue caratteristiche saranno fondamentali nello scontro con le creature, e trasformeranno Burt Gummer in un mito (indimenticabile la sua espressione mentre, abbracciato alla moglie, apostrofa il graboid che i due hanno appena ucciso scaricandogli addosso metà del loro arsenale: <<Broke Into the Wrong God Damn Rec Room, Did'nt Ya You Bastard>>).

2.
Tremors 2: Aftershocks (1996)
regia di Stan Wiston
(Universal Pictures, DVD a partire da 9,99€)

Visto il grande successo riscontrato da primo film, un sequel appariva a dir poco inevitabile; non sorprende perciò l'uscita, a sei anni di distanza dal primo capitolo, di una seconda pellicola intitolata Tremors 2: Afetrshocks, diretta da Stan Winston, uno degli sceneggiatori del film del 1990. Fin da questo secondo episodio si riscontra un calo di fiducia da parte della Universal, che non osa far uscire il film nelle sale cinematografiche (come farà anche con le altre pellicole del franchise), relegandolo nel mercato direct-to-video. Un vero peccato, perché questo seguito, senza toccare per ovvie ragioni i livelli di sorpresa e di eccellenza del predecessore, rimane comunque un horror divertente e interessante, con buoni effetti speciali e, soprattutto, con un soggetto notevole. L'azione si sposta in Messico, non lontano da Sonora. Sei anni dopo la loro comparsa in Nevada, i giganteschi Graboid ricompaiono: questa volta sono decine, e fanno strage degli operai di una raffineria petrolifera. Ad affrontarli, dopo il rifiuto di Val McKee, ormai sposato con Rhonda LeBeck (Kevin Bacon è infatti assente) i proprietari chiameranno Earl Bassett, ancora interpretato da Fred Ward, offrendogli una cifra enorme per ogni verme che riuscirà ad uccidere; questi, che non ha saputo sfruttare la fama ottenuta dopo gli eventi di Perfection ed è ancora povero in canna, dopo una iniziale riluttanza decide di accettare la proposta, e si reca in Messico accompagnato da Grady Hoover (Christopher Gartin), un giovane appassionato delle sue avventure; qui, tra un tentativo e l'altro di corteggiamento di Kate Reilly (Helen Shaver), un'impiegata della raffineria , i due inizieranno ad uccidere le creature con buon successo. Le cose però peggioreranno di colpo con la comparsa di un secondo stadio dello sviluppo dei Graboid. Ancora una volta, infatti, i veri protagonisti del film sono le creature. Dopo una prima parte dedicata nuovamente ai vermi giganti, il cui ruolo principale questa volta sembra quello di fare da bersagli per le improvvisate ma efficaci macchine telecomandate piene di esplosivo ideate da Earl, i Graboid superstiti subiscono una inaspettata trasformazione: come gigantesche crisalidi, si aprono lasciando uscire delle creature bipedi, in seguito denominate "Shriekers" ("urlatori"); la seconda tappa del ciclo vitale del verme è estremamente diversa dalla prima, ma quasi altrettanto azzeccata: gli Shriekers hanno un becco simile a quello dei Graboid, ma sono molto più piccoli (alti circa 1,2 m e lunghi circa 1,8 m) e ricordano piccoli dinosauri con un paio di gambe e un corpo tozzo; come i loro "padri" non hanno né occhi né orecchie, ma sono dotati di una membrana sulla testa che permette loro di vedere il calore, creandosi una immagine ad infrarossi di ciò che li circonda; la loro pericolosità sembra perfino superiore a quella dei vermi: corrono molto velocemente, si muovono in branco, comunicano attraverso il calore che emettono dalla bocca e sono estremamente voraci. Per di più, sono in grado di riprodursi autonomamente in maniera asessuata: infatti, dopo che ha mangiato abbastanza, uno Shrieker vomita un piccolo che cresce molto velocemente, cosa che permette loro di aumentare di numero in maniera esponenziale. Da notare, infine, il ruolo di Burt Gummer, nuovamente interpretato da Michael Gross, che pur non essendo protagonista del film ne è senza dubbio il mattatore: presentato inizialmente come un uomo in piena crisi esistenziale, che ha visto la sua vita sconvolta dalla caduta dell'Unione Sovietica (che ha ridotto di molto la possibilità della da lui tanto attesa Terza Guerra Mondiale) e dal divorzio con la moglie, Burt viene richiamato sul campo dalla richiesta di aiuto di Earl, soverchiato dal numero di Graboid; giunto in Messico con un gigantesco camion pieno di armi ed esplosivi, si troverà coinvolto in un epico scontro con una intera orda di Shriekers, che riuscirà ad annientare con fucili, pistole e addirittura a mani nude.

3.
Tremors 3- Back To Perfection (2001)
regia di Brent Maddock
(Universal Pictures, DVD a partire da 7,49€)

Come si usa dire, "non c'è due senza tre". E infatti, nel 2001, tocca a Brent Maddock- già secondo sceneggiatore del primo Tremors -seguire le orme del collega Winston, dirigendo Tremors 3- Back to Perfection. In questo terzo capitolo l'azione torna a svolgersi nella minuscola cittadina del Nevada, nuovamente invasa dopo undici anni da una seconda orda di Graboid. La trama appare essere un semplice pretesto per introdurre la terza e ultima tappa del ciclo vitale dei vermi sotterranei: dopo 24 ore di vita, gli Shriekers cambiano infatti pelle, mettendo, letteralmente, le ali. La nuova creatura, più snella e affusolata del suo predecessore e battezzata con l'infelice nome di "Ass-Blaster" (ancor più infelicemente tradotto "Culo Volante" in italiano), è infatti in grado di decollare emettendo delle lingue di fuoco dalla parte posteriore del corpo dopo avere miscelato due liquidi presenti nel suo corpo con un particolare movimento dell'addome, per poi planare tramite due piccole ali. 
Purtroppo in questo terzo tentativo il meccanismo così ben riuscito nei due capitoli precedenti si inceppa: ormai le mostruose creature sotterranee non sono più una novità, ed i tentativi di rinnovarle (le creature volanti, il Graboid albino soprannominato "El Blanco" che, essendo sterile e non potendosi trasformare in Shriekers, diviene un animale protetto e resta a vivere a Perfection) risultano poco riusciti; Burt Gummer, ormai cucito sulla figura di Michael Gross, è qui promosso a protagonista assoluto, circondato da una sequela di comprimari vecchi e nuovi (tutti decisamente dimenticabili), ma non appare in grado di reggere da solo un film dalla trama gravemente carente; per di più gli effetti speciali, di ottimo livello nelle pellicole precedenti, sembrano essere qui rimasti decisamente indietro, mostrando uno scadimento che toglie al film anche le ultime speranze di essere apprezzato dagli appassionati della saga.

INTERMEZZO.
Tremors- The Series (2003)
regia di AA.VV.
(Universal Pictures, Boxset 3 DVD a partire da 13,49$)
Il flop del terzo capitolo avrebbe dovuto far capire alla Universal che la strada imboccata dalla saga Tremors non era quella giusta. Sfortunatamente, ben di rado questo avviene, e nel 2003 si assiste, da parte della Universal, ad un disperato doppio tentativo di rilancio del franchise dei vermi giganti. Il primo step di questa operazione è rappresentato da una serie televisiva, intitolata semplicemente Tremors- The Series, che esce all'inizio del 2003. Ambientata nuovamente a Perfection, adesso abitata in pianta stabile dal Graboid albino El Blanco e divenuta meta turistica per molti amanti dell'avventura, la serie vede come protagonista il solito Burt Gummer, impegnato nella sua eterna lotta con il governo e con i mostri; in questa serie infatti, benché siano gli antagonisti di diverse puntate, i veri nemici non sono i Graboid ed i loro derivati, ma una serie di creature mostruose mutate a causa del "Mixmaster", un agente chimico uscito da un laboratorio segreto del governo USA in grado di far combinare tra loro i DNA di specie diverse, dando origine a improbabili ibridi. Al fianco di Burt si troveranno i pochi altri abitanti di Perfection, compresi i sopravvissuti dei film precedenti e la nuova "spalla" del vecchio paramilitare, interpretata dal belloccio semisconosciuto Victor Browne; tra di essi spicca l'agente governativo W. D. Twitchell (un sopportabile Dean Norris), protagonista di diversi siparietti comici con Burt, che sono probabilmente la parte migliore della serie. Il resto è semplicemente qualcosa di troppo brutto anche solo per portare lo stesso nome del film di Underwood: le storie sono di una banalità impressionante e, spesso, di una ingenuità che fa quasi arrabbiare; gli effetti speciali sembrano quelli di un film Asylum, al punto che spesso i mostri sono nascosti o fatti vedere solo di sfuggita nel maldestro tentativo di mascherarne l'imbarazzante livello; i personaggi sono stereotipati fin quasi all'inverosimile (lo scienziato pazzo,l'agente governativo, la messicana sexy, e chi più ne ha più ne metta) e interpretati in maniera talmente piatta da sembrare delle caricature. Una serie, insomma, maldestra e malriuscita, come dimostrano gli scarsissimi ascolti e la chiusura dopo appena tredici episodi. In Italia ha circolato sulle reti a pagamento per poi finire sui vari siti di streaming. Non ne esiste una versione home video per il mercato italiano, ma abbiamo comunque inserito i dati del cofanetto uscito nel 2007 negli USA.

4.
Tremors 4- The Legend Begins (2003)
regia di Stan Winston
(Universal Pictures, DVD a partire da 20€)
Verso la fine del 2003, con il telefilm già in archivio, esce Tremors 4- The Legend Begins: Stan Wiston torna dietro la macchina da presa nel tentativo di salvare il salvabile, e prova a tornare indietro nel tempo, raccontando il primo scontro tra gli umani e i vermi sotterranei. Si torna perciò al 1889, quando alcuni Graboid attaccano gli operai di una miniera d'argento a Rejection (il precedente nome di Perfection), provocandone la chiusura; il proprietario, Hiram Gummer (il pacifico, civile e odiosamente imbranato bisnonno di Burt) giunge in città per indagare e, assieme ai pochi abitanti, scoprirà l'esistenza delle creature; dopo un primo tentativo di fuga, si deciderà a combattere e, acquistato un intero carro di armi, sfiderà i mostri ad un epico confronto finale. Benché dal punto di vista visivo si abbia un miglioramento rispetto al precedente Tremors 3, il risultato è forse persino peggiore: tra banalità e ridondanti citazioni del primo film, questa pellicola scorre piatta fino alla sua prevedibile conclusione; perfino Michael Gross, smessa la mimetica di Burt per il doppiopetto di Hiram, risulta fastidioso e fuori posto; il resto, ad esclusione di Billy Drago (il Frank Nitti degli Inttoccabili, che qui appare invecchiato piuttosto male), è solo una massa di attori televisivi di basso livello, oltretutto non sostenuti dai dialoghi, degni forse di una recita delle elementari. Certamente il punto più infimo raggiunto dalla saga, e per molti la sua pietra tombale.

5.
Tremors 5- Bloodlines (2015)
regia di Don Michael Paul
(Universal Pictures, DVD a partire da 9,99€)
Dopo dodici anni di poco convinti rumors su un possibile quinto film, nell'estate 2015, come un fulmine a ciel sereno, appare su internet il trailer di un nuovo Tremors. Non si tratta di una bufala inventata dai fan: la Universal ha realmente deciso di far uscire un quinto capitolo del franchise dei vermi giganti. Michael Gross torna ad impersonare un Burt Gummer invecchiato ma ancora combattivo, mentre dietro la macchina da presa si siede Don Michael Paul, un nome che non tranquillizza troppo: suoi sono infatti i tardivi e a dir tanto scadenti sequel di alcuni film di buon successo (Lake Placid 4- Capitolo Finale, Jarhead 2: Field of Fire, Sniper: Legacy), cosa che fa temere una nuova sbandata della saga nel trash più puro e assoluto. Eppure il trailer fa sperare in qualcosa di più: le scene sembrano essere ben girate, gli effetti speciali di tutt'altra pasta rispetto non solo ai contemporanei film di serie B, ma anche ai due ultimi predecessori, le atmosfere sembrano essere diventate molto più serie, e pur non mostrando troppo, viene lasciato intravedere qualcosa delle creature che fa spalancare gli occhi allo spettatore.
L'uscita (rigorosamente direct-to-video) del film, nell'ottobre 2015, strappa finalmente un sorriso agli appassionati, che dopo ben 19 anni dall'ultimo film di buon livello della saga tornano a vedere qualcosa di gradevole. La storia è ambientata in Sudafrica, dove per la prima volta nell'emisfero australe appare un Ass-Blaster, iniziando ad uccidere; sospettando la possibile presenza di uno o più Graboid, un sedicente agente governativo sudafricano chiama ad affrontarli l'esperto Burt Gummer; l'anziano cacciatore di mostri si precipita in Africa, accompagnato dal cineoperatore Travis Welker (Jamie Kennedy), che sembra sapere molto del suo passato. Ciò che si troverà davanti, però, è qualcosa di molto diverso rispetto alle creature che ha affrontato precedentemente. Al di là di una sceneggiatura finalmente dotata di senso, di attori che per lo meno riescono a non sfigurare e di effetti speciali all'altezza della situazione, a sollevare il film dalla mediocrità e portarlo su un livello per lo meno paragonabile a Tremors 2 sono proprio le creature: anziché inserire un nuovo, improbabile step del ciclo vitale del Graboid o di creare ex novo un nemico differente, la decisione è quella di "aggiornare" i mostri esistenti al XXI secolo, con un buon risultato. Identificati come facenti parte di una sottospecie africana, i nuovi Graboid e Ass-Blaster appaiono più grandi, più forti e più terrificanti: la rivisitazione in chiave horror dei mostri, resi ancora più feroci rispetto al passato, si amalgama bene alle atmosfere più oscure di questo capitolo (epica la battaglia notturna tra Burt e un Ass-Blaster nascosto nella bruma). Così, tra momenti comici abbastanza azzeccati e citazioni cinematografiche che non scadono nel plagio (sfidiamo chiunque, in una scena, a non vedere un omaggio a Jurassic Park), il film scorre bene, dimostrando che la saga dei vermi giganti può avere ancora qualcosa da dire.
Per il resto Tremors 5 è il terzo e più importante consiglio di questo Album tardo autunnale. E con ciò la Double "B" Productions vi ringrazia della lettura e vi dà appuntamento al 2016.







venerdì 27 novembre 2015

The Trip/ Il Viaggio [Extra]


THE TRIP
IL VIAGGIO
(testo di Dave Rawlings e Gilian Welch)

Fischiettando, la gente sale sui treni,
senza sapere dove stiano andando.
La figlia di qualcuno, la sorella di qualcuno, l'insegnante di qualcuno
se ne va in fondo alla strada,
con un corpo, un fazzoletto e una scure da delitto abominevole.
Ma non c'è nessuno ad aspettarla, 
nessuno che la giudichi lungo la strada.
Tamburi da banjo, polli urlanti e piccoli bambini-corvo.
L'inverno abbandona, la primavera si snoda e di nuovo arriva l'estate, come sai.
Rosa è il colore del vestito del mio vero amore, e nero è quello del suo cuore,
ma non potrei lasciare la vecchia Virginia, e quindi non partirò mai.
Faccia di ebano, unghie di ebano, bara di ebano sulle rotaie.
Puntando verso Sud, C-O-D-, tornando a casa dalla madre.
Quando per valore, quando per la gloria, quando per un tesoro, quando ancora per l'orgoglio,
a volte un fratello odia il fratello.
Dunque, fatti un viaggio ovunque la tua coscienza voglia vagare.
E' troppo difficile cercare di vivere una menzogna a casa.
I miei stivali incrinati sulla strada sterrata e asfaltata, sputacchi e sogni infranti.
Gomme da masticare e spille di sicurezza sono tutto ciò che mi tiene su le giunture.
I miei pioli sono allentati, le mie viti troppo strettamente avvolte per entrare in sintonia,
ma io continuo a provarci, in quei dorati pomeriggi estivi.
Dunque, fatti un viaggio ovunque la tua coscienza voglia vagare.
E' troppo difficile cercare di vivere una menzogna a casa.
C'è la foto di un vecchio nero, con un cappello di castoro.
Sfoggia un sorriso nascosto e un paio di ghette bianche. 
Non fingere di non aver notato il suo sguardo.
Sei nervoso, sudato e carico per l'orso.
Gli scheletri danzano stasera, porta la tua bottiglia e i tuoi stivali
e il tuo mandolino a cui Bianca Alatorre ha cercato di sparare.
Oh, ma cosa sono uno o due fori di proiettili fra amici?
E chi può dire che quando il pozzo si prosciuga, la storia finisca?
Dunque, fatti un viaggio ovunque la tua coscienza voglia vagare.
E' troppo difficile cercare di vivere una menzogna a casa.
Vite da hotel e mogli da albergo che vanno e vengono con le lenzuola.
Del resto, che matrimonio sarebbe se non fosse tenuto in vita dal focolare domestico?
Una volta conoscevo ogni vallata e quel bel litorale,
ma ormai non prendo più parte alla fiera dell'estate.
Dunque, fatti un viaggio ovunque la tua coscienza voglia vagare.
E' troppo difficile cercare di vivere una menzogna a casa.
La tua armonica fa pena, piccola, gettala via.
La tua camicia di jeans è logora e il colletto è sporco e sfilacciato.
Ho provato a suonare il mio corno per te, ma non riuscivo a intonare una sola nota.
Così ho preso carta e penna e questo è quanto ho scritto.
Dunque, fatti un viaggio ovunque la tua coscienza voglia vagare.
E' troppo difficile cercare di vivere una menzogna a casa.


venerdì 20 novembre 2015

Neil Young, "Bluenote Cafè" [Suggestioni uditive]

Neil Young & Bluenote Cafè,
Bluenote Cafè
(Warner Music, 2015, 2 Cd)
½














Giunta al suo undicesimo volume delle Performance Series , la fortunata NYA (Neil Young Archives) ha la premura di occuparsi del periodo più controverso di tutta la lunga carriera del cantautore canadese: gli anni Ottanta. Un decennio affatto facile nè per Bob Dylan, nè per i Rolling Stones, nè per chiunque altro fosse riuscito a chiudere i '70 sopravvivendo al punk e sfornando grande musica (nel caso di Neil, Rust Never Sleep, nel caso dei colleghi appena citati Slow Train Coming e Some Girls), di quella destinata a restare se non addirittura ad inaugurare la "seconda ondata". 
Neil Young ha all'attivo oltre quaranta album in studio ed è dura trovarne di identici, ripetitivi o mediocri. Eppure, anche per chi lo ama, è difficile porsi positivamente nell'ascolto di un buon sessanta percento della sua 80's production. Sia lui che i discografici erano convinti che la totale libertà conferita agli artisti dalla neonata Geffen Records avrebbe potuto solo giovare ad una vena creativa che stava stentando a partorire capolavori. Hawks&Doves e Re-ac-tor furono i due dischi "di passaggio" da un'etichetta all'altra, ma fu con Trans (1982) che il canadese esordì su Geffen, nascosto dietro un muro di sintetizzatori, batterie elettroniche, vocoder e tutto quello che all'epoca arrivava dalla Germania. L'album vendette discretamente, ma suscitò le ire dei fan, della critica e della Geffen stessa, che rimangiandosi ogni promessa di "carta bianca" impose a Young l'incisione di un rock più classico: venne fuori Everybody's Rockin' (1983), un dischetto R&R e rockabilly che tuttora suona più come una sonora presa per il culo piuttosto che come un'opera partorita dall'autore di Harvest
Il resto degli anni passati alla Geffen proseguì allo stesso modo: usciva un mediocre album di avanguardia (Landing On Water, per esempio) e immediatamente dopo Neil provvedeva, anzi simulava un'ammenda (Old Ways o peggio ancora Life). La rescissione del contratto portò un sospiro di sollievo sia all'etichetta che all'artista e ancora oggi David Geffen- che di Neil Young è amico di lungo corso -racconta di come il suo più grande fallimento professionale abbia riguardato proprio il canadese. Ma gli anni Ottanta non erano finiti.
Young tornò alla Reprise, cambiò di nuovo pelle e band e nel 1988 dette alle stampe This Note's For You, un album R&B metropolitano e canzonatorio nei confronti del music business di quegli anni. Basta fare una visitina su YouTube e dare un'occhiata al video della canzone omonima per accorgersi di quanto accusatorie fossero le notes che il rocker canadese indirizzava ai suoi nemici. MTV decise addirittura di non trasmetterlo. This Note's For You non è un capolavoro, nè è il miglior disco di Young del decennio (Freedom, uscito l'anno seguente, è alcune spanne al di sopra), eppure emana un certo fascino. Quella atmosfera- più vicina a Tom Waits o Lou Reed che non all'assolata California in cui il canadese ha trascorso buona parte della sua vita risulta ancora, incredibilmente -rimane perfettamente intatta in tutto il successivo tour, di cui Bluenote Cafè riporta i momenti salienti: brani registrati fra New York, San Francisco, Hollywood, Toronto e alcune località della provincia americana. Un doppio live che odora di funk, di club fumosi e che a tutto sembra appartenere fuorchè ad un decennio di deriva quale quello degli 80's. Del resto, basta guardare la scaletta per scorgere brani minori se non del tutto dimenticati del cantante canadese. Non è il solito best of trasposto sul palco, con cori, applausi, fischi e macelli vari. Pensate che l'unico pezzo famosissimo finito qua dentro è Tonight's The Night, ipnotica e interminabile (20 minuti), una chiusura fantastica.
Neil Young è un cane sciolto, lo è sempre stato e lo era anche nel 1988. E si sente. Qua dentro ci sono una forza e un'energia di cui gli album in studio dello stesso periodo difettano. Con arrangiamenti diversi, le canzoni di quegli anni negativi e difficili covavano un fuoco diverso. C'è il sax di Ben Keith che ci trasporta nel ghetto nero e dal palco saltano fuori amori insospettati e fino ad allora solo corteggiati da Neil: il gospel, l'R&B, il soul e, appunto, il funk.
Vale per molte altre cose, ma di una turnè si capiscono contenuti e contorni col passare del tempo. Forse, quella con cui Neil Young attraversò USA e Canada fra l'inverno del 1987 e tutto il 1988 è soltranto un'altra di queste. E in quanto tale è piacevolissimo ascoltarne, a distanza di oltre un quarto di secolo, i frutti maturi.

giovedì 19 novembre 2015

Dave Rawlings Machine, "Nashville Obsolete" [Suggestioni uditive]

Dave Rawlings Machine,
Nashville Obsolete
(Acony Records, 2015)
















L'odissea artistica di David Rawlings sembra aver trovato, da alcuni anni a questa parte, il meritato riconoscimento. Principalmente noto come produttore e chitarrista, è legato sentimentalmente a Gillian Welch, famosa stellina della musica country che fu dapprima scovata da T-Bone Burnett e portata dalla natìa New York City a Nashville verso la fine anni Novanta del secolo scorso . Qua registrò due dischi, uno acerbo e uno belloccio. Nel 2001 conobbe Rawlings, scrissero insieme Time (The Revelator) e lui suonò e produsse. A questo notevole album ne seguirono altri, tutti basati sulla stessa ricetta e non sempre pienamente riusciti. 
La voglia di formare un duetto vero e proprio, richiamando celeberrimi esempi di cantanti innamorati quali Gram Parsons ed Emmylou Harris o Richard e Linda Thompson (oppure i più recenti Jack e Mag White) arrivò relativamente tardi, verso il 2008, quando iniziarono a registrare con vari turnisti alcune covers confluite in Friend Of A Friend, fatto uscire per la Acony nel 2009 e comprendente nove brani di pura musica bluegrass. Il progetto prende il titolo di Dave Rawlings Machine e come tale sono tornati a suonare in questo nuovo Nashville Obsolete, un disco dal titolo accusatorio che ha visto la luce proprio a Nashville ma che riscende lungo il Mississippi alla ricerca di quella "Repubblica invisibile" e di mondi perduti, dimostrando di saper valorizzare tecnicamente le risorse e l'ispirazione di entrambi. Le loro ballate tristi e sofferte, scarne e scritte col cuore, incontrano un corretto retroterra produttivo e musicale. Rawlings produce splendidamente ed effettua una scelta di musicisti ospiti invidiabile: Willie Watson degli Old Crow Medicine Show, Brittany Haas dei Crooked Still e Paul Cowert dei Punch Brothers. Pochi ma buoni, come suol dirsi.
Nashville Obsolete è un album magniloquente, sia che lo si restringa al campo della musica americana, sia che lo si confronti con una buona fetta dell'offerta discografica attuale. Friend Of A Friend era un disco piacevole, ma con musica roots e bluegrass come se ne trova a palate a giro, e soprattutto era un'operetta solare, spensierata e contraddistinta da testi originali all'acqua di rose. Qua invece Rawlings e la Welch sfoggiano una sequenza di canzoni di lacerante country fuoriuscito dai bordi della società, suonate come le avrebbe suonate il Dylan con la Band (o quello del 1976), vociferate in certi momenti, corrosive in altri. Su tutte primeggiano The Weekend (corredata da un video semplice ma di forte impatto), l'epica The Trip, Short Haired Woman Blues e la tragica Pilgrim (You Can't Go Home).
Il disco è uscito a fine settembre e da noi ha iniziato a circolare in ottobre. In una bella recensione, pubblicata sul magazine Gagarin, Cico Casartelli lo ha accostato ai "primi monumentali album di Kris Kristofferson", al Pat Garrett&Billy The Kid di Dylan e a Old n°1 di Guy Clark, oltre a citare, inevitabilmente, il Neil Young "più introspettivo". Ecco, ha detto tutto lui: chi ama e ha ben presente queste opere e questi artisti- oltre a tutta quella aneddotica che gravita attorno ad essi -non potrà esimersi dall'ascolto di Nashville Obsolete, una sorta di stupefacente sorpresa autunnale. Un mezzo capolavoro, di quelli che non sai quanti ancora potranno uscire.

domenica 15 novembre 2015

Matrimonio al sud [Recensione]

Faccio ormai fatica ad approcciarmi alle commedie italiane. Non ci sono più grandi registi, non ci sono più grandi attori, non ci sono più grandi storie. Leggi che investono ormai tutto il cinema (anzi, a proporzione, quello americano ne soffre più di tutti gli altri), ma quello italiano le persegue in maniera particolare. Con ogni probabilità le buone commedie all'italiana sono una cosa del passato- con buona pace di quell'ottimo Italiano medio visto a inizio anno -ma continuano a farle.
Medusa cavalca la moda dei matrimoni. Nulla di strano, ma i matrimoni e soprattutto la loro organizzazione pratica sono da un po' di tempo oggetto dell'attenzione di tutta una cattiva televisione fatta di reality e pseudo-documentari. Somigliano al cibo, ma ancora le grandi (due) case di produzione italiche non hanno pensato a fare un film con qualche noto chef nei panni del protagonista. Col matrimonio, invece, è più semplice, anche perchè esiste da decenni un sottogenere definito wedding comedy che ha dato qualche buon frutto e poi tanta, tantissima demenza. 
I producers decidono di foraggiare Paolo Costella, uno che di commedie ne ha rigirate, e anche di discrete. Oggi di una cosa come Tutti gli uomini del deficiente (1999) se ne può solo sentire la mancanza. Siam messi male, eh? Gli affidano una sceneggiatura preparata vent'anni fa e ormai cotta e ricotta da chiunque: la inzuppano nel provincialismo più bieco e irreale (anche perchè portare sullo schermo il provincialismo vero potrebbe danneggiare pesantemente le casse di una major), miscelano il tutto col programma tv Il boss delle cerimonie (uno dei tanti crimini perpetrati dal digitale terrestre ai danni di chi si rifiutava di guardare simili monnezze sulla pay-tv), ripescano qualche troione e perfino Conticini, che poi è l'unico che sembra invecchiare con decenza. Mica Boldi (ma in quanti film Boldi si chiama Colombo di cognome?) o Izzo! No: a loro va la parte dei genitori campanilisti e ottusi. Una parte malgirata e odiosa, come quella delle due mogli, tratteggiate dagli sceneggiatori come delle galline impedite e ignoranti quasi quanto i mariti.
I pregi- vabbè, chiamamoli pregi -del film sono in due piccoli ruoli inutili e marginali ma che almeno strappano qualche sorriso: Ugo Conti nel ruolo del Busacca e Enzo Salvi in quello di Lello Antinazzi. Ho notato che ogni film in cui appare Salvi è inguardabile, ma al contempo lui è l'unica nota positiva. Di questo passo, potrebbe passare alla storia come uno dei più grandi attori italiani degli ultimi trent'anni.
Una menzione speciale la merita Luca Peracino, quello che fa il figlio di Boldi e ha una dizione che offende l'udito e, più in generale, la vita. E magari questo qualche altro film se lo fa. Magari una bella serie tv, che oggi la televisione va tanto di moda, perchè il cinema, si sa, ormai è morto.

venerdì 13 novembre 2015

Billy Gibbons, "Perfectamundo" [Suggestioni uditive]

Billy Gibbons,
Perfectamundo
(Concord Music Group, 2015)
















A chi possiede, come me, un micro-altarino all'interno della propria discoteca che comprende lavori degli ZZ Top come First Album (1971), Rio Grande Mud (1972), Tres Hombres (1973), Tejas (1976), Deguello (1979) ma anche Rhythmeen (1996) e il recente La Futura (2012), la notizia di un album solista di "zio" Billy F. Gibbons potrebbe quasi costare una sincope. Del resto, il chitarrista più barbuto della storia del rock vanta una voce unica e, soprattutto, un suono che non ha rivali, pur con i dovuti distinguo: infatti, a me piacciono i primi e gli ultimi album degli ZZ Top, mentre trovo ridicole la piega sciovinista che presero fra El Loco (1981) a Recycler (1990) e la sciatteria che sta a monte di operette quali Antenna (1994) e XXX (1999). Insomma, per farla breve, a me piace il Billy Gibbons sanguigno e furente, quello che suona il suo Texas blues tirando su al massimo la manopola dell'ampli e che si concede volentieri una visita nei vecchi standard (d'altronde, il suo disco preferito è Live At The Regal di B.B. King).
Perfectamundo è il suo primo album solista in quasi cinquant'anni di attività e si rivela lontanissimo da quelle che erano le mie aspettative. Non che sia suonato male o prodotto da cani (anzi, da una parte riesce ad emulare quel suono solido e grintoso che ha conferito Rick Rubin nell'ultima prova in studio della band), ma proprio con Billy Gibbons, il blues e tutto il retroterra degli ZZ Top non c'entra una mazza. Poi il Nostro è liberissimo di inventarsi una band di accompagnamento (i BFG's), un sottogenere che unisca le percussioni latine di Perez Pardo alle roventi schitarrate sulla sua "Gibbons" Les Paul e di reinterpretare alcuni classici con toni che lasciano molto a desiderare (Baby Please Don't Go è imbarazzante). In Perfectamundo tutto sembra andare per conto proprio e tutto sembra stare insieme per costrizione. I momenti più riusciti sono quelli in cui la sezione ritmica prende il posto della chitarra, il che è tutto dire!
Prendiamolo per un esperimento sonoro, in qualche episodio riuscito, in altri logorroico e fastidioso. Anche perchè di dischi crossover dove contano i suoni e la tecnica strumentale e non le composizioni o le canzoni in sè ce ne sono di nettamente migliori.