martedì 16 settembre 2014

Slash, "World On Fire" [Suggestioni uditive]

Slash,
World On Fire (Roadrunner Records, 2014)















Non è un segreto per nessuno che la mia band preferita sono i Guns N'Roses. L'ho scritto recensendo, mesi fa, il secondo album solista di Matt Sorum e lo ribadisco anche oggi. Seguo assiduamente quel poco che c'è da sapere sui Guns N'Roses del 2014 (da un annetto si parla di un nuovo disco, il 2013 ha visto uscire un'inedita di cui tutti si sono ingiustamente dimenticati, si è da poco concluso un bel tour in America latina,  è uscito un concertone di due anni fa in Blu-Ray e DVD, eccetera) e allo stesso modo mi tengo informato sull'attività dei membri storici. Ed è qui che si incontra l'abissale differenza fra l'essere un fan sfegatato di un gruppo e il dover apprezzare- in toto e a prescindere -ogni nuovo progetto dei membri o ex-membri del suddetto gruppo. 
Prendiamo Slash, ad esempio. Talentuoso chitarrista hard rock con una passione per il blues e il flamenco, star che ha segnato in maniera indelebile il percorso dei GNR "storici" e ha regalato al mondo (e a me) assoli chitarristici di solenne, indiscussa bellezza, Saul Hudson è, ad oggi, un ricciolone sovrappeso che nasconde le prime rughette dietro un paio di Ray-Ban: non fuma più, non beve più, non si droga più e passa le giornate a postare foto di bimbi e cani (e anche serpenti, per fortuna!) su Instagram, a trangugiare galloni di energy drink e a firmare assegni al chirurgo plastico della moglie Perla, da lui stesso definita, nella propria autobiografia, come un "gran bel troione". Al di là della musica suonata nei dischi dei Guns, devo ringraziare Slash per almeno due album: il suo esordio "da solo" (in realtà, non era solo, perchè il disco è firmato dagli Slash's Snakepit, ma ci siamo capiti... no?) It's Five O'Clock Somewhere (Geffen, 1995) e il live bootleg Slash's Blues Balls (1999), presumibilmente registrato in un club di Budapest con una band nuova e composto di sole cover. Non conto le collaborazioni che lo vedono protagonista e che, nella stragrande maggioranza dei casi, amo, ma posso dire una cosa: di tutti i dischi solisti o progetti paralleli degli ex-GNR, i suoi sono in assoluto i peggiori. 
Sarà che come compositore non è mai stato granchè (i veri cervelli dei Guns storici erano Axl e Izzy Stradlin), sarà che il suono ruvido e sporco della sua Les Paul ormai è diventato davvero la brutta copia di sè, sarà che ormai è un pagliaccio senza trucco che ha come unico compito impersonare se stesso in una versione ripulita e politically correct, sarà un sacco di cose, eppure Slash è uno dei chitarristi più famosi al mondo, seguitissimo e amatissimo da (quasi) chiunque. L'autocelebrativo (e in larga parte gradevole) Slash (2010) è stato uno dei più clamorosi successi commerciali della Roadrunner, e anche lo sciatto e palloso Apocalyptic Love (2012) ha venduto fior di milioni di copie ovunque. Il connubio con il borioso e odiosissimo Miles Kennedy poi ha fatto il resto, tant'è che i famigerati The Conspirators sono stati subito scritturati per un ulteriore album: World On Fire
Prodotto dal furbetto Michael Baskette e annunciato da quasi un anno, World On Fire ha iniziato a far parlare di sè il 16 giugno, data di uscita del singolo omonimo: riff che "profuma" sia di Keith Richards che di Joe Perry (cioè dei due maestri spirituali del ricciolo), voce di Kennedy robusta e solida, meno metallara e molto più rock, nel timbro, rispetto alle nenie di Apocalyptic Love. Insomma, una title-track che potrebbe quasi far presagire un album discreto, magari belloccio, chissà. Tale convinzione vacilla subito con la seconda traccia, Shadow Life, piatta e risentita, e anche Automatic Overdrive proprio non convince. Al contrario, in Wicked Stone troviamo un ottimo lavoro sia di chitarra che di batteria (l'ormai inossidabile Bent Fitz), e la voce di Kennedy si lascia ascoltare con indubbia piacevolezza. I dolori veri iniziano ad essere accusati attorno al diciottesimo minuto del disco, quando dal cilindro di Slash escono le chitarrone scontatissime di Bent To Fly e Stone Blind, e non bastano gli efficaci assoli di Too Far Gone e, soprattutto, di Beneath The Savage Sun a ribaltare la situazione a favore del ricciolo. Il campanaccio da mucca della title-track torna a far capolino nella sbarazzina Whitered Dalilah, caldissimo glam rock a cui, per quanto ci si possa sforzare, non si trova un difetto. Battleground è la vera ballatona di World On Fire, carina ma nulla di più, e lo stesso si può dire di Iris Of The Storm, della folkloristica Avalon, una canzone degna di essere ballata in qualche capanno di cinghialai ubriachi mentre il sole sparisce avvolto in una coltre di nebbia: tanto per ricordare a tutti che Slash, dietro alla patina di tamarro americano, ha mantenuto intatte le proprie origini britanniche. The Dissident potrebbe essere stata scritta per un brutto disco di Vasco Rossi, la strumentale Safari Inn, almeno all'apparenza, fa il verso agli amici ZZ Top, ma già ad un secondo ascolto convince di più. E infine: come si fa a giudicare benevolmente un album che si conclude con un brano scialbo come The Unholy?
Le canzoni vi sembrano tante? Lo sono: diciassette per un totale di un'ottantina di minuti di ascolto, cioè la durata di uno dei due Use Your Illusion (pardon, non facciamo paragoni azzardati...). Di riff vermanete intramontabili non ce ne sono, nonostante le vibrazioni heavy metal del mediocre disco precedente abbiano ceduto il posto, fortunatamente, ad un hard rock che si confa indubbiamente di più alla sei corde di Slash. In compenso, troviamo almeno due canzoni scritte magistralmente e tre grandi assoli, tutti meriti che vanno al chitarrista e alla band. Infatti, Myles Kennedy, "cantante in cerca d'autore", sprofonda negli abissi della banalità con i soliti gridi sterili, falsetti insulsi e testi di sconcertante brutturia. Tanto, World On Fire avrà sicuramente il successo dei due album precedenti, è indubbiamente migliore di Apocalyptic Love e poteva durare la metà senza comunque risultare un capolavoro.

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